mercoledì, 14 maggio 2008

Stasera, leggendo QUESTO interessante post, mi è presa un pò di "pena".
Non di certo quella intesa nel senso della "pietas" cristiana, né manco quella della condiscendenza per la condizione di qualcuno, ci mancherebbe altro!
L'autrice del post in questione ha narrato un piccola storia in lingua dialettale. Quella sua, certo. Piuttosto io parlo della "pena" per le cose passate, dimenticate dai più, ignorate da chi non le ritiene importanti.

Al di là dell'avere capito o non capito tutto quanto del post di Adelaide, è stato il senso per le cose polverose e sotterrate che mi ha molto colpito e che mi ha indotto, adesso, a scrivere di un vecchio canto popolare della mia terra, la Lucania, e che in tempi non troppo recenti è stato anche remixato e riproposto da Eugenio Bennato.
Ma le radici di questa canzone sono molto più profonde, e si perdono lungo la linea del tempo, quasi come se si dovesse fare un viaggio a ritroso in un ambito amaro, costellato di schioppi a retrocarica, di boschi di quercia inviolati, di nebbia fitta e fredda che ti entra nelle ossa, di fuochi alla sera sotto la coperta di un cielo scuro. Senza stelle.

Il titolo della canzone è "Libertà", e parla di Briganti.
Di poveri "cafoni" mossi da poche ed elementari necessità, come i vecchi contadini di una volta.

Correvano gli anni tra il 1861 e il 1875...

'Ammo pusato chitarre e tambur'
pecchè 'sta musica s'adda cagnà.
Simmu briganti e facimm' paura,
e cu 'a scupetta vulimmo cantà.

E mo cantammo 'sta nova canzone,
tutta la gente se l'adda 'mpara.
Nun ce ne fotte d'ù re Burbone
'a terra 'a nostra e nun s'adda tucca.

Tutte e pais' dd'a Basilicata
se so scétat' e vonno luttà,
pure 'a Calabria mo s'è arrvutata;
e 'stu nemico 'o facimmo tremmà.

Chi a visto o lupo e s'è miso paura,
nun sape buono qual'è verità.
O vero lupo ca magna 'e criatur',
e 'o piemontese c'avimma caccià.

Femmene belle ca 'rate lu core,
si lu brigante vulite salvà;
nun 'o cercate scurdateve 'o nome;
chi ce fà guerra nun tene pietà.

Omo se nasce, brigante se more,
ma fino all'ultimo avimma sparà.
E se murimmo menate nu fiore
e na bestemmia pe' 'sta libertà.

Il Video della canzone:

Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:45
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diary of a madman

martedì, 13 maggio 2008


Tornano. Gli incubi, tornano sempre.
I contorni a volte li si riconosce, a volte no. Hanno profili cangevoli e a volte non si riesce proprio a capire quali siano i lembi che li demarcano. Ci si aggrappa a poche e stentate permanenti sicurezze.

A volte no. Come nel caso dei Moonspell.

Questa band nel corso del tempo ci ha veramente goduto un sacco nel, ogni volta e ad ogni uscita, confondere le idee dei fans e degli ascoltatori.
Io me li immagino i fans dei Moonspell: non sanno mai a che santo votarsi, che stile e che parole usare, secondo quali canoni catalogare, quale impostazione dare ad ogni loro affermazione. Saranno certamente insicuri e spaventati.
Di sicuro, sempre ammaliati dalla musica di questi quattro portoghesi. Quattro più il bassista di turno, che tra un disco ed un altro degli Amorphis, si permette pure il lusso di collaborare con altri pezzi da novanta.

Ma i Moonspell sono così.
Tornano a distanza di poco da una raccolta dei loro maggiori successi (parlo di "The Great Silver Eye", che più avara non poteva essere, visto che non aveva in scaletta manco un inedito), e da una riedizione raffinata e crudele delle loro prime canzoni ("Under Satanæ"). Anche di quelle che pubblicarono quando si facevano chiamare ancora "Morbid God" quando non credo proprio pensassero loro stessi a dover raggiungere un successo così sostanzioso, come poi hanno invece percorso.

Ma eccoci ad oggi invece.
E siamo quì a dare qualche impressione su questo nuovo di zecca "Night Eternal", ultima fatica del gruppo, e che, per riallacciarmi al discorso di sopra, sono sicuro darà del filo da torcere ancora una volta a chi pensava che le deviazioni armoniche dei Moonspell prendessero una via più perigliosa e da scassacollo rispetto a "Memorial", loro ultimo disco completamente inedito.

Non è così. Almeno, a prima vista si è ingannati. Le canzoni non sono poi così ondivaghe e cariche di quella bestiale sensualità che tanta fortuna diede alla band in passato.
I suoni sono per la maggior parte pompati e potenti. Dettati dalla rabbia più che da un sensismo empirico vero e proprio; fanno la loro bella figura a sentirsele nel lettore al massimo del volume.
Ma il filo conduttore che è la vera chiave per districarsi nell'universo antropomorfo della band di Fernando Ribeiro c'è eccome e si sente: quella vena gotica e decadente, qualle chitarre pesanti e brutali che però ad un certo punto "staccano" dalle loro serrate cavalcate ferali per distinguersi nel giro acuto, smorzato dai cori epici e dai rantoli bestiali del cantante, ci sono sempre.
Solo che viaggiano ad una velocità e secondo uno schema pensato e prodotto apposta perché solo dopo molti ascolti vengano ben capiti.

Dopo due o tre volte a fare e disfare si viene colti dallo sgomento. Come è possibile che i Moonspell siano scaduti così? Allora era vero che la loro vena si era irrimediabilmente inaridita!

Dopo dieci e più ascolti invece la faccia si illumina, e si comincia a capire qualcosa di "Night Eternal". Certo, la voce di Fernando da sola non ammette flop e resusciterebbe persino i morti, l'aggressività derivata dalla loro matrice Black Metal è messa lì a bella posta proprio per fare da specchietto per le allodole. Ma non è questo il fulcro su cui si muovono le coordinate del disco.

Bestemmiando, si potrebbe dire che è una sapiente miscela tra il cupo "The Antidote" e il feroce "Memorial". Ma è riduttivo pensarla così. Serve solo per bestemmiare. Eppure la sensazione è quella. Basta ascoltarsi proprio "Night Eternal" stessa: una sezione ritmica schiacciasassi che non ammette pregiudiziali melodiche di sorta, ma che, sotto sotto si concede il lusso di accoppiare l'aggressività sulfurea con le tastiere epiche, plumbee ed impastate che si intravedono come uno spiraglio di luce. "At Tragic Heights" ne è esempio ulteriore. Oltre, a mio parere, ad essere il brano più riuscito dell'intera scaletta. Quello che, pur conservando un'anima tremendamente caustica ma al contempo romantica, non cede alle tentazioni "Industrial" che quì e là fanno capolino tra i brani.

Eccola un'altra novità. Le elucubrazioni industriali, che, se non si parlasse dei Moonspell, sarebbero un argomento che tanta notizia in sé non fa proprio. Ed invece dei Moonspell parliamo, e di ogni cosa questi suonino si è portati a distinguere dall'altra.
"Scorpion Flower" è stata la canzone che la band più ha strombazzato ai quattro venti, facendola passare per il singolo/simbolo del disco intero. Ed in questo io debbo dire che hanno preso una grossa cantonata. D'accordo che si avvale della collaborazione di Anneke van Giersbergen, sensuale ex cantante dei Gathering, che già è un punto di curiosità, ma, ve lo assicuro, non si va più in là. La canzone, di cui è già stato pubblicato il video (e che per certi versi è davvero imbarazzante: vedere Ribeiro che si atteggia come un moderno Bela Lugosi nei panni di vampiro fa parecchio ridere), è il più affettato stereotipo che i Moonspell abbiano potuto dare.
Coi soliti ingredienti: voce sensuale, riffone spaccaossa, coro singhiozzato a due, poi di nuovo voce sensuale, poi di nuovo coretto, e il fegato se n'è già andato in malora. Logico, parliamo sempre di un brano di classe, come non potrebbe essere altrimenti. Ma nel disco c'è di meglio. Non c'è dubbio.

Passata la prima parte, diciamo così "sparata" nelle orecchie per far ricordare a tutti di chi si sta parlando, si arriva alla seconda, più intricata e sicuramente più difficile da apprezzare a prima botta. "Moon in Mercury", il brano più legato al passato dei portoghesi, questo sì senza troppi cambiamenti e sbavature gotiche, che cede il passo alla ferocia urlata e cieca; "Here is the Twilight" che si muove invece su binari più epici e dove è più marcatamente palese il segno delle tastiere, e "Dreamless (Lucifer and Lilith)" che sposta l'attenzione ed il ricordo ad un disco troppo sottovalutato come "Darkness and Hope", rivalutandone le ombre e le sensazioni che ne scaturivano, arrivando a sembrare quasi una canzone che all'epoca fu scartata dalla scaletta. Il bello, però, arriva alla fine, quando ci si imbatte, prima in "Spring of Rage" e poi, soprattutto in "First Light". La prima inizia con un attacco ben riuscito e raschiante, per poi aprirsi in un crogiuolo melodico e sensuale, appunto, come ho sempre dichiarato, "bestiale", poi stacca improvvisamente, pur essendo sostenuta da chitarre piene e morbose, in una scarica di adrenalinica cattiveria.
Gratuita, un pò fine a se stessa. Proprio come i Moonspell ci hanno sempre abituato. La seconda invece, si muove su sentieri più calmi, certamente gotici ed oscuri, e che farà la gioia di tutti. Ne sono certo. Avete presente "Full Moon Madness", la canzone che ad ogni loro concerto fa sfaceli tra i fans? Ecco, questa si candida ad esserne il naturale prosieguo, e ci mostra una band in straordinaria forma, da qualsiasi punto di vista la si guardi: le parti sono stravolte e vengono profusi con straordinaria versatilità ed eleganza sensazioni ed umori che forse nessuno si ricordava più. Cattiveria, sibilli satanici, accordi persi nel buio, sensualità, sensualità, sensualità

Che cosa cercate nei Moonspell?
Se non lo sapete, allora questo disco vi piacerà, altrimenti fate un passo indietro e riascoltatevi i loro vecchi lavori. Sicuramente ne troverete qualcuno che vi garberà più di questo. Io invece so bene che cosa cerco in questa band, e con questo album posso dire di essere abbondantemente soddisfatto. »»» Leggi e vota la recensione su Debaser.it


Scorpion Flower


Il Badge da cui ascoltare tutto il disco in streaming:




»»» Gli altri post sui Moonspell nel Reame di Ozz e su Debaser.it:

- Love Crimes
- Trebraruna
- Eurotica (I Sogni che non si Tramutano in Incubi)
- Mephisto
- Opium
- AbYsmo
- Moonspell
- Memorial: due recensioni. QUI e QUI
- Sin/Pecado
- The Antidote
- Under Satanæ
- Night Eternal
Prostrato da OzzyRotten alle ore 13:48
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moonspell, heavy rock, debaser

domenica, 11 maggio 2008

In questi giorni è sopraggiunta, anche per me, la “febbre del punto”.
Chi l'ha teorizzata sicuramente sa di quello che parla e potrà capirmi benissimo. Se avessi preso il termometro, mi sarei reso conto che è alta, e che il mio stato di salute mentale è più assuefatto per la lettura di un consumatore di eroina.

Il fatto è che io sono come un “bambino che ha trovato il suo giocattolo preferito”, come altrettanto correttamente ha teorizzato un'altra persona, anche lei conscia di trovarsi nel giusto; e che presume a buona ragione, che io, felice come una Pasqua, mi ci diverta in tutti i modi: a montarlo, a smontarlo e a rimontarlo. Senza pause.

Sicché ieri, dopo pranzo, mentre seduto stavo a fumare la mia marlboro e a bere il mio caffè, spossato dalla mangiata di pesce che mi ero sbafato, e che era talmente fresco che s'era rimesso a nuotare nello stomaco, mi arriva la telefonata di un mio amico che, pure lui forse spossato da una mangiata lucculliana, mi propone di andare a farci un giro.
'Come ai vecchi tempi?' gli chiedo. Alla sua risposta convintamente affermativa non me lo faccio ripetere due volte.

I vecchi tempi contemplano tante cose.
Cose che gli anni, le costrizioni, gli impegni miei e suoi, il suo matrimonio con conseguente figliolo dopo appena nove mesi, il mio lavoro e poi il suo, avevano bellamente cancellate.
I vecchi tempi consitevano nel prendere la macchina, e chissà perché mi tornano in mente proprio questi periodi pensandoci, e andarsene in giro, o a scoperchiare paesuncoli che nemmeno le cartine segnano a cercarci qualche segno di un passato abbastanza remoto, o a passeggiare per il mare di Calabria che ha sempre affascinato tutti e due.
Il tutto condito da bevute da far implorare pietà al più granitico dei fegati, da discussioni che si sapeva da dove iniziavano ma mai dove andavano a parare, complice, forse, soprattutto il vino, e magari pure dalla pelle abbronzata e profumata e dalle pieghe scollacciate di qualche ragazza a disposizione nostra.
Poi, naturale, tra quelle pieghe scollacciate, e in mezzo a quei profumi di donna ancora sconosciuta e non fatta completamente, andava quasi sempre a finire che ci si dovesse perdere, verso un'ora tarda.
E la notte era sempre eterna. Ai vecchi tempi passati.

Ora no. Ora è diverso.
Mi spoglio lasciando i vestiti in giro, mi butto sotto la doccia, mi rado con cura e mi rivesto velocemente. Mezz'ora in tutto. Mi sto arrugginendo. Ai tempi del militare non ci impiegavo più di venti minuti. Ma adesso, lo scialo dell'acqua calda che mi investe la pelle, sotto la doccia, è un piacere a cui riesco a sottrarmi con fatica, e la lametta sul viso è sempre poco precisa: comincia a lasciare segni che poi si riempiono di rosso, e io ogni volta devo bestemmiare con tamponi all'olio di avogadro per arginare quelle piccole ferite.

I tempi odierni contemplano un salto nel passato abbastanza recente, con le stesse camminate a mare, ma non ci si bada poi più di tanto.
Le bevute si sono ridotte a tre o quattro calici consumati nella solita osteria, dove la cameriera, che ha la nostra stessa età, ci serve con il sorriso sterotipato ed ordinario che ha con tutti quanti gli altri avventori. E pensare che il profumo della sua pelle dovrei ancora ricordarmelo. Come dovrebbe ricordarselo il mio amico, del resto.

Il mare è grosso per via di un vento caldo che arriva alle labbra e immediatamente le secca, e sulla spiaggia non ci sono che uomini e donne che camminano, sconsolati e con le braccia pendule, appresso a chissà quali pensieri.

Una volta teorizzammo su quanto fosse lontano l'orizzonte. Se fosse misurabile in chilometri, o metri o centimetri. Poi convenimmo che la lontananza della linea dove si perdeva il sole, quello scuro, pieno di dolenza per dover morire annegato nell'acqua che da limpida e azzurra, diventava inesorabilmente scura e rimbrottante nel suo sciabordare, fosse un concetto soggettivo.
Così come sono soggettivi tutti quanti i momenti che, vicini e lontani, prima arrivano, poi passano, poi si dimenticano, e nel rimescolarsi perpetuo delle ombre della memoria, prima o poi riemergono.
Riemergono e fanno male.
Parlano di tante cose. Narrano di occhiate fuggenti e sbarrate, di ombre che si muovono al caldo delle lenzuola, o di sorrisi stampati sulla fronte, di alchimie che le corde vocali non proferiscono affatto, di carezze date con noncuranza. Date perché bisognava darle e basta. Senza pretendere di ricevere nulla in cambio. E ancora. Di camminare avanti e indietro. Arrivare al fiume dall'acqua dolce e fredda che muore e si mischia nel mare immenso che l'accoglie senza dir nulla.
Le cose che fanno male. I pensieri. Quelli più belli.

Decidiamo, dopo minuti in cui ogni discussione s'era persa ed era diventata muta, di andare a praticare lo sport che più ci è sempre piaciuto: andare a saccheggio di libri e dischi.
Non è uno sport pericoloso, se non per il mio portafoglio e per la sua carta di credito, ma poi, vuoi mettere dopo tanto tempo che non ci si rivede, ad annegare così facilmente la malinconia che ci ha investito?

Il libbraio ci conosce bene. Sa perfettamente che due come noi, che entrando non salutano nemmeno, gli risolveranno la giornata con un bell'incasso, e lui non dovrà curarsi nemmeno di darci il sacchetto di plastica alla fine: inquina.
Il mio amico compra libri di Tolstoj, di Gautier, di Gide. Qualche romanzo che gli consiglio di Jeffery Deaver, e le “Cronache di Narnia” di Lewis.
'Come fai a conciliare certe letture con certe altre?' gli chiedo. Lui fa spallucce. Non gliene frega niente. Come dargli torto?

Io invece compro “L'ottava vibrazione” di Carlo Lucarelli, “Il campo del vasaio” e “La luna di carta” di Andrea Camilleri, una raccolta di poesie di Fernando Pessoa, una di Paul Verlaine, un libro sulla battaglia di Balaclava, e una biografia di Berija.
'Come fai a conciliare certe letture con certe altre?' mi fa il mio amico con un sorriso tra il compiaciuto e il disgrazievole. Faccio spallucce. Non me ne è mai fregato nulla.

Uscendo dalla libreria il commesso che ci serve, da sotto gli occhiali dalla montatura nera, si nota benissimo che sorride, ma solo per una frazione di secondo. Giusto il tempo per chiedere, prima al mio amico e poi a me: 'La vuoi una busta?'. No, grazie. La plastica inquina.
I libri hanno un'anima loro. Respirano. Certi affannati col fiato corto, certi fluentemente e senza parole ad interrompere il loro moto. Nessuno ha il diritto di farli soffocare in un sudario di petrolio.

Ore 00:15 di ieri.

Il “campo del vasaio è un pezzo di terreno sdrucciolevole, segnato dalle ferite della terra che si spacca quando il sole picchia forte, e ridotto ad un mare di poltiglia e fango quando la pioggia cade. È il pezzo di terra che i sacerdoti del Sinedrio acquistarono coi trenta denari che Giuda andò a sbattergli in faccia dopo che fu da questi corrotto e dopo aver tradito Gesù. Lo stesso stampo di terra dove poi si impiccò l'apostolo traditore, e dove il suo corpo dopo la morte cadde e si sporcò di argilla che, oltre a sommeggerlo, gli dannò anche l'anima.
Quante erano le monete che Giuda ricevette per tradire Cristo?
Trenta.
Come i pezzi di cadavere che vengono rinvenuti tra il mare di fango in un giorno scuro e piovoso, chiusi in un sacco di plastica nera, di quelli per la spazzatura.
Trenta. Esatti.
Il cadavere ha i polpastrelli bruciati e sfatti, la faccia ridotta ad un colabrodo a forza di martellate. Irriconoscibile. Smembrato in trenta pezzi esatti.
Il Commissario Montalbano è invecchiato. Sente che l'energia e la forza di volontà che lo hanno guidato sino ad allora lo stanno abbandonando. Il suo carattere da meteropatico si è imbruttito. È diventato burbero e scontroso. In certi ambiti pure piagnucolone e sensibile. Su tutto aleggia la sua paura di invecchiare, ed è roso dai rimorsi. Quelli del figlio che non ha mai avuto dalla sua fidanzata Livia, che lavora lontano, a Boccadasse, a Genova; quello delle donne che ha amato e con cui ha tradito Livia, e che, come spettri su una carogna in fin di vita, vengono a visitarlo ogni notte che chiude gli occhi nel suo letto, quelli della sua amicizia con il suo vice Mimì Augello, che sembra lo detesti da qualche tempo a questa parte. Ma perché poi? Perché Mimì, che ha anche chiamato il suo unico figlio "Salvo" come Montalbano, gli si rivolge con tanto disprezzo e livore? Che cosa ha fatto che poteva dargli fastidio? Che cosa?
E poi, che cosa serba quella donna sudamericana che viene e parlargli al commissariato, e che possiede una carica sensuale e felina, da "lioparda", che tanto lo fa uscire dai gangheri non facendogli capire nulla di nulla.
Una brutta gatta da pelare. Non c'è dubbio.

Qualche giorno fa. Tra Torino e casa.

Sicilia. Una giornata come un'altra. Di quelle ordinarie. Di quelle brutte e ordinarie.
In una discarica che un tempo era un fiume, poi un rigagnolo d'acqua, e infine una pietraia in secca, sotto ad un ponte di ferro che gli americani avevano costruito ai tempi della guerra e che adesso non c'è più, viene rinvenuto il cadavere di una donna. Le hanno sparato in faccia sfigurandola completamente.
È nuda, il suo corpo, nonostante che la faccia sia ridotta ad una massa molliccia ed inferma in un lago di sangue ancora non del tutto rappreso, è pulito e non presenta segni di colluttazione. Era bellissima. Perlomeno, doveva esserlo prima che la rendessero cadavere a quel modo brutale. I vestiti non si trovano, e nemmeno i suoi documenti. È una perfetta sconosciuta. Probabilmente extracomunitaria. I capelli, biondissimi, e la pelle bianca come il latte lo fanno presumere. Le sue forme atletiche lasciano immaginare che sia stata una atleta o una balleria, o forse una prostituta. Una prostituta violentata e poi ammazzata e gettata in un burrone dallo spiazzo sovrastante. Ma no. Nessuna traccia di violenza carnale. E allora?
Sotto le dita ha tracce di porporina. Quella polverina impalpabile che certi mobilieri e antiquari usavano per restaurare i mobili barocchi antichi. Sulla spalla un bellissimo tatuaggio che rappresenta una farfalla dalle ali colorate, di fattura eccellente. Una sfingide con quattro ali. Un vezzo da donne, di quelli che le stesse si tatuano nei posti più improponibili. O forse no. Magari potrebbe essere qualche altra cosa.

Qualche giorno fa ancora. A casa, dopo tre caffè e il torcicollo.

Una mattina di sole accecante. Di caldo africano. Dalle imposte della sua casa Montalbano, ancora coricato nel suo letto, vede i raggi che violenti entrano nella sua camera. Alzandosi si accorge che sulla battigia, dove il mare s'è ritirato da poco dopo la marea della notte, c'è una figura indistinta che giace sulla rena. Accasciata su di un lato la figura enorme non si muove. Immobile si lascia sferzare dal sole. In lontananza non si vede nessuno. Alzatosi, Montalbano si avvicina alla figura che prima, da indistinta che era, non aveva ben capito di che natura fosse.
Un cavallo morto. Ucciso a bastonate con violenza. Talmente tanta furia da averlo sfiancato e da avergli rotto tutte le ossa. La povera bestia non ha spirato lì. Si è trascinata lungo la spiaggia limacciosa da lontano, lasciando dietro di sé una pista di sabbia.
Ingrid, la migliore amica di Montalbano, gli parla e gli dice di una sua ospite che doveva partecipare ad un torneo di equitazione, a cui è stato rubato, nella notte addietro, il suo prezioso cavallo.
Due più due fa sempre quattro.
C'è il cavallo appartenuto alla affascinante amica di Ingrid, c'è il Whiskye che Montalbano, la sconosciuta e Ingrid stessa, tracannano avidamente sulla terrazzina della casa del commissario, e c'è Montalbano, ancora, che deve raccontare alle due una storia strana. Una storia commovente e misteriosa.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 14:14
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diary of a madman, andrea camilleri, darkening

martedì, 06 maggio 2008



C'è un libro posto su uno scaffale e c'è la polvere che lo ricopre. Di costa sembra essere vecchio, e i lembi ai margini inferiore e superiore sono logori e sfibrati; oltre si intravede un bianco lattiginoso e compatto.

Se fosse appoggiato sul tavolaccio di fronte allo scaffale, certamente avrebbe la copertina alzata ad angolo e curvata dal moto dello sfogliare passato. Ma non è così. Il libro è impilato, compattamente, in mezzo ad altri. È sistemato con cura, né compresso, né troppo largo.
Se ne sta lì, e nessuno da decenni lo muove.


Il tempo lo tiene in custodia. Almeno fino a quando l'umidità, i denti dei tarli o il fuoco di un incendio non lo distruggeranno. Ma quel tempo è lontano, e il libro s'ingrassa dei 53 racconti che ne sporcano le sue pagine.
Tutti sono intrisi del nero dell'inchiostro che, con l'andare degli anni, ne rendono l'odore più insistente, quasi fastidioso.
Ma ci sono narici che, volta per volta, s'inebriano di quell'odore, a volte mortalmente sensuale, a volte grottesco, a volte disturbante, a volte brutale, a volte scherzoso, a volte amaro.


Le parole d'inchiostro sono così.
Per tutti  e 53 i racconti. Cangianti, multiformi.
Si spostano, volta per volta, da un campo di concentramento gestito da un Ufficiale tedesco di nome Költz che costringe gli "ospiti" a suonare mentre si compie un massacro, a un uomo che desidera possedere una donna di colore sensuale e felina, ma che nessuno, pena una morte atroce può nemmeno guardare, ad una oste della Romagna di oggi, che con la ricetta segreta dei suoi garganelli al ragù, ha il merito di salvare il paese in cui abita per ben tre volte. Che cosa ci metterà, a proposito, nella sua ricetta per renderla così irresistibile? Nessuno può saperlo.


Le parole d'inchiostro sono così. Agrodolci. Come quelle spezzate di certi messaggi d'Amore: totalizzanti, assolute. Macabre e infliggenti. E nei solchi che lasciano, tra un rigo e un altro, tra un punto ed un altro, si riconosce pure la fisionomia di Eleonora, di un gatto nero suicida, di una tenda nera che vela un tavolinetto di marmo d'un bianco abbagliante, di un ladro troppo lento che riesce a rincorrere i suoi inseguitori nella sua paradigmatica e pigra esistenza, di un impiegato di un ufficio di censura che si innamora di una sconosciuta che scrive lettere appassionate ad un altro sconosciuto.

Per due giorni mi ci sono rifuggiato nel mare d'inchiostro delle parole. A volte ho riso, a volte no. A volte mi sono turbato, a volte ho avuto paura di chiudere gli occhi, a volte di riaprirli. Fino all'ultima riga dell'ultima pagina ho seguito un filo continuo, seppure eterogeneo, che mi ha aggrovigliato e mi ha lasciato senza fiato. E alla fine, esausto e soddisfatto, come dopo essere stato a letto per una notte intera con la donna che amo, ho impilato il libro nello scaffale. Di costa. Posizionandolo con cura: né troppo stretto, né troppo largo.

E il lato sinistro del mio cuore ha riiniziato a pompare sangue agli altri organi, e il mio cervello ha ricevuto scariche di ossigeno per poter nuovamente funzionare, dopo un rapimento estatico. Totale e annichilente.

- Riga trenta, - disse. - Il tuo tempo è finito. Ora devi venire con me.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:41
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