venerdì, 17 aprile 2009



Devo dire che mai come nell'occasione che mi si è presentata di recensire questo disco, ho nutrito forti dubbi riguardo allo scriverne.
Ho ascoltato e riascoltato le canzoni innumerevoli volte e mi sono ritrovato ad aver ottenuto confusione anziché chiarezza d'idee. Alla fine, in estremo, ho preso a leggere altre recensioni che riguardassero questo stranissimo album, ma la situazione non è migliorata poi di tanto.
Come sempre ho letto di gente che ha subito apprezzato "Evocation" ma pure di parecchia che, senza pensarci troppo, lo ha stroncato, considerandolo né più e né meno come un'opera "commerciale", mal riuscita, "stonata". Addirittura qualcuno ha paventato (tra le righe), che questa fosse solo spazzatura; ma è solo una mia impressione, nessuno se ne abbia a male, per carità!


Dopotutto parliamo di una band che nell'arco di due soli dischi ha saputo imporsi all'attenzione mondiale, con un seguito nutrito, ed oltretutto salita alla ribalta anche grazie al supporto della Nuclear Blast, un colosso discografico, come chiunque amante del Metal saprà.
Se tutto questo è solo fortuna, allora devo presumere che tutti coloro che hanno amato, ed amano ancora, gli Eluveitie, chi ha dato loro fiducia, investendoci anche soldi, ha preso un granchio grosso quanto l'Africa.


Ma io non lo credo affatto, e alla fine il coraggio l'ho trovato.
Così, semplicemente: fottendomene dell'ortodossia che ci vorrebbe, anche se presi da manie folcheggianti e similari, sempre arrabbiati e cattivi. In questo caso non è così, e ci tengo a dirlo e a ribadirlo più volte.
Perché? Perché questo disco non è un disco Metal, e nemmeno lontanamente ci si avvicina.
E' un'opera folk. Interamente suonata con l'ausilio di strumenti acustici vecchi e nuovi, cantata perlopiù da voci femminili, e senza nessun growl.
Nemmeno di contorno.
Niente. L'unica cosa che si concede all'ascoltatore è qualche sussurro malvagio (come in "Gobanno", per esempio), ma nulla più.


Dunque per chi avrà apprezzato "Spirit" prima, e certamente "Slania" dopo, come il sottoscritto, ci saranno certamente incertezze e valutazioni discordi.

Quello che però è interessante da sottolineare è il coraggio degli Eluveitie.
Potevano benissimo continuare a "battere il ferro finché è caldo", come recita un vecchio detto, e replicare con un'uscita della serie "Slania II", e invece hanno intrapreso una via, almeno per ora, che di certo non potrà non evidenziarne l'originalità, ma che porterà loro anche una caterva di critiche, ne sono certo.
E invece di irrigidirsi e di darsi, appunto, all'ortodossia, dando più corpo e sostanza ai loro suoni, hanno preferito virare la rotta verso lidi più orecchiabili e complessi. Ma almeno ben fatti e certamente strutturati e pensati in una maniera tale che costituiscano un capitolo a parte nella loro produzione discografica. Che però ha il punto debole di porsi improcastinalmente a confronto coi suoi precedenti, potendo così dare adito quantomeno a dubbi riguardo alla bontà ed onestà del progetto. Ma questo è un concetto che, in questo caso va rigettato interamente, perché anzitutto, anche per loro vale la regola secondo la quale non ci si può aspettare che qualcosa di "favoleggiante" da una band come gli Eluveitie che ormai non è più e per niente nuova a certi generi e nemmeno sconosciuta ai più.


Per me che già quest'anno ho apprezzato alla follia un'uscita come quella dei Wardruna (cui tra parentesi è dedicata una bella recensione già pubblicata su Debaser, e che vi invito a leggere), che è quanto di più avanguardistico, affascinante, ipnotico e certamente originale in questo mare grosso di Folk, non posso ovviamente che felicitarmi della scelta operata dagli Eluveitie.
Anche perché, oltre allo stupore, quì comunque si deve parlare pure dei contenuti che ci sono, sono solidi e riescono pure ad incantare.


Qua ci sono brani che non potrebbero essere classificati altro come specie di "riempitivi", non in senso spregiativo, intendiamoci, ma bensì trattandosi di intermezzi d'atmosfera, anche loro contribuiscono a rendere l'aurea di questo disco ancestrale, di ampio respiro ed indubbiamente affascinante, ancora. Così come pure le canzoni vere e proprie, a cominciare da "Brictom", seguendo per "Voveso In Mori" e finendo con "Memento", forse il picco più alto di tutta quanta la scaletta, fanno la stessa cosa.

Ecco, forse è questa la chiave interpretativa di questo album alla fine: nessun collegamento con "l'appena passato" ma bensì il reinventarsi, il sapersi vestire di abiti pure più tenui, più caratteristici, più misteriosi da scoprire, magari perdendoci pure qualche ascolto in più, perché a differenza di quanto si creda, questo non è un disco commerciale.
Proprio per nulla.

C'è anche da dire che, se non fosse per tutto quello che ho scritto finora, ci sarebbe sicuramente da discutere riguardo all'elaborazione dei testi e del contenuto in generale: nessuno mi venga a dire che sente spesso una band cantare e declamare versi in gaelico.
Questo certamente non da buone giustificazioni o attenuanti eventuali ad un'opera che se non avesse altro da dire, certamente potrebbe essere cassata e dimenticata; ma vi assicuro che a saperlo ascoltare questo disco saprà farsi apprezzare, ed anche alla grande.


Per chi invece non ce la fa proprio ad evitare di dover ascoltare chitarre ronzanti, batteria al fulmicotone, ecc. ecc. allora questi Eluveitie sono da evitare peggio della peste, parlando anche per chi alle sonorità Folk comministionate col Metal è già avvezzo.
Nessuna meraviglia quindi.
 C'è solo bisogno di una sana attitudine all'apertura mentale, parlando per termini che più demagogici non si può. Per quanto riguarda il resto, sarà il tempo (e le statistiche di vendita a voler essere estremamente materialisti) a giudicare quanto sia valida questa proposta.===>> Debaser.it


>>> Pagina MySpace degli Eluveitie, dove ascoltare l'intero "Evocation I: The Arcane Dominion" in streaming.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 19:57
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heavy rock, debaser

lunedì, 13 aprile 2009

Stazione
dei Reali Carabinieri
di Vigàta


                                                                                                                   
Al Signor
Capitano RR CC

Montelusa 
                                                                                                                                                     
Al Signor
Questore
Montelusa

Vigàta, li 28 marzo 1890


OGGETTO: Indagini su scomparsa
Num. Prot. 322

Questa mattina ci siamo recati, come ieri dettovi, nel Gabinetto del Dottore Picarella Giosuè, medico curante del ragioniere Patò, allo scopo di pigliare conoscenza dello stato di salute dello scomparso.
Il Dottore Picarella ha sulle prime oppostoci un fermo diniego alla nostra domanda asserendo essere dovere suo di medico non dare notizie sugli ammalati che presso di lui erano in cura perché aveva fatto un patto con un certo Ipocrate (che a Vigàta risulta sconosciuto) e che di conseguenza non era disposto a parlare del Patò con "porci e cani" (queste le parole sue precise).
Avendo io, Maresciallo dei RR CC, risposto con risentite parole che non ero un porco avendo il Delegato di P.S. detto che manco lui era un cane e che ci trovavamo nel Gabinetto per fare le nostre funzioni, il Dottore Picarella alquanto si calmava e fornivaci smozzicate informazioni che possono essere riassunte in quanto segue....
Prostrato da OzzyRotten alle ore 19:04
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andrea camilleri

venerdì, 03 aprile 2009



Questa di cui mi appresto a scrivere è la seconda grande uscita del 2009, comprendendo, per sommi capi e parlando del (quasi) medesimo ambito Doom, anche “For Lies I Sire” dei My Dying Bride che ancora, a giudizio di chi scrive, deve essere ben “digerito” per poterne dare un giudizio obiettivo.
Ma, del resto, avendo a che fare con un genere che per proclamata ed accertata filosofia non è mai “facile” ai primi ascolti, questo non è un male. Anzi.

Per quel che conta la mia limitata esperienza in materia, sono proprio gli album non troppo orecchiabili ai primi ascolti a riservare, poi, belle sorprese. Certo, questo è una specie di piacere che richiede pazienza e perseveranza per poterlo apprezzare appieno.

Oppure no. Non è così, e un disco lo si dovrebbe apprezzare già da quando, magari, si è ascoltata qualche nota, pure in lontananza, pure magari accennata.
E allora si tratterà di album che entreranno nella testa e li si ascolterà decine e decine di volte, poi verranno abbandonati e poi, col passare del tempo, li si riprenderà in mano e li si riascolterà di nuovo, riscoprendoli ancora una volta, e così all’infinito.

C’è anche il terzo caso, invece, dei dischi che sono entrati nella storia; che contengono canzoni immortali che non potranno mai essere dimenticate, e ogni volta che li si ascolta, si coglie un dettaglio nuovo, una sfumatura diversa.
Di questi ultimi, però, per onestà bisogna dire che non si può mai asserire con certezza se ne siano stati pubblicati pochi o molti, poiché i gusti, è chiaro e banale come il sole, sono materia soggettiva e non oggettiva, e dunque ognuno di noi avrà un suo disco, o più probabilmente, una sua serie di dischi a cui è legato particolarmente e che, secondo il metro di giudizio di ognuno, possono essere reputati come capolavori.


I Candlemass, a mio giudizio, rientrano in tutte e tre le categorie che ho citato sopra.
Ma questa non è una novità. Almeno non per me.


Ormai alfieri di un genere che loro stessi hanno contribuito a strutturare e a cementare grazie alle loro opere passate, oggi, dopo che già dal precedente album (se si esclude la loro raccolta "Lucifer Rising"), avevano rimpiazzato il loro “pezzo da novantaMessiah Marcolin, dotato di una voce potente, melodica e drammatica, difficilmente riproducibile e replicabile, con il cantante attuale Robert Lowe proveniente dai Solitude Aeternus, dotato di un timbro più grezzo e ruvido e comunque diverso da quello di Messiah, ma non per questo meno potente ed espressivo, danno alle stampe questo “Black Magic Doom”, che, anche se, per ipotesi, mettendo le mani avanti e bestemmiando, si dovesse trattare di una "bruttura", porta un titolo che certamente ne riassume in tre parole il significato che se ne può discernere.
Ma qui ho bestemmiato, e per non abusare della pazienza di chi legge, dico adesso che questo album non è una bruttura, ma, pur non dovendo mettere il carro davanti ai buoi prematuramente, trattasi di quello che si può giudicare come un disco “da manuale”.
Anzi, diamoci pure qualche aria e prendiamo un profilo più alto: del disco del quadrimestre.


Era prevedibile, del resto: la classe non è mai acqua, e i Candlemass ne sono esempio lampante. Dopotutto che cosa ci si può aspettare dai Giganti, se non che debbano pubblicare opere mastodontiche?
E “Black Magic Doom” è un’opera mastodontica.
Non per la sua durata, intendiamoci, ma per il suo contenuto eccezionale.


Qui non ci sono canzoni “di riempimento”, non ci sono “hit” da dover incorniciare più delle altre: ogni canzone è un episodio a sé stante, e richiederebbe una recensione a parte, ma sarebbe comunque tempo sprecato e banda consumata.
Basta, in questo caso, parlare del minimo comune denominatore che le attraversa e le rende omogenee per quano riguarda certi specifici aspetti: la potenza del suono, che non è “poi così perfetto” ma che dona quel qualcosa in più d’atmosfera plumbea e paludosa che è il marchio riconoscibile da lontando del gruppo; la prestazione vocale del cantante che, a volte può sembrare anche un pò forzata ma che invece, si capisce dopo poco che è stata studiata apposta per apparire e farsi ascoltare proprio in quella maniera; i ritornelli orecchiabili, quelli sì, ma che comunque si innestano alla perfezione nella struttura strumentale delle canzoni che orecchiabile non è, ma che anzi a volte si lancia in intrichi melodici sfuggenti che appaiono e scompaiono; e, per ultimo, gli inevitabili richiami ai maestri precursori del Doom di tale matrice: Black Sabbath era Ronnie J. Dio su tutti, come pure St. Vitus, e Valhalla vario.


Proprio quest’ultimo è l’aspetto più interessante da approfondire per quanto riguarda questo album: i richiami al gruppo di Toni Iommi sono palesi, come è probabilmente giusto che sia, e prendono due direzioni: una strumentale e quindi strutturale delle canzoni, ed una concernente le linee vocali che, in certi momenti, non stonerebbero proprio per nulla se fossero eseguite da Ronnie J. Dio in persona, appunto.
Questo però, lo voglio ripetere, non è un difetto ma semmai un pregio: come si può dir male dei Candlemass quando loro stessi hanno sempre reinventato e proposto a distorsione e a miglioria alchemica la base del costrutto Doom non di certo di loro esclusivo retaggio?

Non si inventa nulla dunque qui, piuttosto si rielabora, si sporca un pò, si imbastardisce ancora e lo si rende più cupo ed epico.
Quello che ne risulta è un lavoro che usa prendere una direzione del tutto particolare e certamente affascinante, a volte classica, come in “Hammer of Doom”, grazie anche, per dirne un’altra, agli inserti tastieristici mai marcati ma intelligentemente piazzati e velati nei momenti giusti per sottolineare ancora di più, di volta in volta, l’epica o la tragicità o il dolore che scaturisce dalle note. Ne è un esempio plateale “Clouds of Dementia”, per finire.


Dunque Signori e Signore, con le orecchie allenate, ma nemmeno necessariamente troppo, all’incedere Doom, qui ci troviamo al cospetto di Maestri che sanno benissimo quello che fanno e quello che vogliono ottenere. Senza nessuna esitazione.
Abbiatene gusto. ====>>Debaser.it
Prostrato da OzzyRotten alle ore 14:19
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heavy rock, debaser

lunedì, 30 marzo 2009

Ogni giorno che m’era rimasto lo dedicavo a lei.
A lei e a quel viso da gatta che immaginavo le si stampasse in faccia quando, con una smorfia appena accennata, doveva aver dovuto pensare a me. Ogni giorno che passava a lei era consacrato; unto di cenere ruvida, e di insipida ambra bollente che mi scioglieva la lingua in un languore che adesso non so proprio più immaginare.
Ma le ricordavo benissimo le mie nocche sulla tastiera, mentre fuggivo dalla luce e dal calore del giorno: scrivevo parole tinte di scuro nell’abbraccio violento e volgare della notte.
Ma non era il mio destino.

La sognavo, in quei momenti.
Con grande apprensione e brama ne desideravo anche la più piccola rimanenza d’odore: quel profumo selvaggio di viole calpestate, quasi di ferro, come quando smette di piovere e sull’erba sembra crescere una pellicola invisibile di fresca amarezza; mi prendeva alla gola, e mi lasciava, dopo averla abbracciata, quasi basito. Inerme a tutte quante le cose che volevano e dovevano passare.
Le nuvole, che contano? E così pure l’enorme evanescenza del cielo trapuntato di stelle fisse, immobili.
Non era il mio destino.

Nemmeno adesso, quando anziché sognare dei suoi atteggiamenti liberi dal pudore, del suo imbarazzo di bambina ingenua, dei suoi baci lunghi e tortuosi e delle sue carezze velate di sensualità, mi trovo a dover “pensare” d’immaginare un tramonto più brullo di questa terra bagnata, che mi è entrata persino sotto le pupille chiuse, serrate dal sudario che mi avvolge.
Non era il mio destino dover vivere, dopo che lei, una sera come tante, tornato a casa completamente ubriaco e fatto, senza nemmeno sorridermi con il suo volto santificato e consacrato e frustrato dalle mie sregolate giornate, mi affondasse dieci coltellate nell’addome.
Lei non era il mio destino. Adesso lo capisco.


Prostrato da OzzyRotten alle ore 20:40
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nerovoragine

martedì, 24 marzo 2009

A volte succede che per un certo periodo, dai contorni non ben definiti, si finisca per "perdere le parole", o per meglio dire, per "seppellirle", facendole morire già quando risalgono verso la lingua, prima che prendano a pizzicare e a far vibrare le corde vocali: ma non è mai grave.

Perdere i pensieri, quello sì che sarebbe un bel guaio, ma fortunatamente per me non se ne è mai presentato il caso. Semmai quello inerisce quello che in tutto questo tempo ho avuto da fare, che ha morsicato e mi ha portato via il tempo, e forse pure un pò la voglia di mettermi a scrivere. Compuntamente e alla maniera che sempre ho voluto.

Questo però non è il momento delle speranze che, dopotutto al mio riguardo, sono state pure quelle "seppellite" e dimenticate chissà dove. Lamentarsi è senz'altro inutile, e dunque, provo a far pronunciare alle mie gambe qualche piccolo passo, esile e minuto, muovendomi, come una volta una persona mi disse, "come se dovessi percorrere una strada il cui lastricato è rappresentato dalle uova" che, per molti motivi, sarebbe utile e consigliabile non schiacciare.

Siccome in questo ultimo esercizio, a ragion veduta, ritengo di essere un maestro, allora si capisce bene perché, alla mia non-veneranda età, d'accordo, con tutti i pregi e i difetti che mi sono propri, d'accordo ancora, con la testardaggine, l'orgoglio, l'insensatezza, pure, e per finire il cinismo e l'atteggiamento forse troppo distaccato e glaciale che mi ritrovo; ho pure voluto, in questo tempo intercorso, riflettere un poco. Dedicandomi a facezie (come per esempio alla mia sempre latente esterofilia su facebook), ma anche a cose che, come dicevo prima, mi hanno rubato tutto il tempo.

Ma, in definitiva, sono stato io a concedermi alla frenesia. Quella dell'essere sempre indaffarati ed impegnati all'inverosimile, perché, come da manuale di psicanalisi, avevo da colmare tutti i rimproveri e le contumelie che ho sempre voluto negarmi; il cui essere, naturalmente, ha avute tutte le sacrosante ragioni d'essere.
Ma nessuno è perfetto. Non lo si è mai.


Spero che non mi si accusi, almeno questa volta, d'essere stato troppo "borbonico", né d'aver fatto la figura dell'uomo "veramente piccolo", né "dell'arido". Spero di non esser stato, per una volta, tutte queste cose. O quantomeno, d'esserlo stato, ma con almeno dalla mia la coscienza.

Quello è un demone terribile che di sciabole affilate non me ne ha mai risparmiate nessuna, ed anzi, quando è stato il momento che ha ritenuto più opportuno, s'è sempre divertito a provarle sulla mia pelle: ha percorso il contorno delle mie occhiaie e le ha rese sterili e vuote, quello della mia faccia e l'ha tagliata, facendola sanguinare, quello dei miei pensieri, e adesso, forse, s'è accontentato, esausto e soddisfatto.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:51
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diary of a madman

giovedì, 15 gennaio 2009



Ogni volta che mi disfo del peso del mio corpo sotto le coperte che mi proteggono dal freddo e dai cattivi pensieri del giorno; ogni volta dico, io la penso.

Chiudo gli occhi stanchi, arrossati dal fumo, con le palpebre che pesanti si stringono quasi facendomi male e poi con un sussulto sembrano liberarsi dalla contrazione nel buio che le avrà in custodia, e penso ai contorni precisi del suo esistere.
Mi sforzo di non renderli invisibili, evanescenti, come già nella realtà sono o sembrano essere, così, impalpabili come la polvere, o come le strane strisce al neon che appaiono e si muovono in un vortice sconnesso quando lo scuro non rifrange più nulla, se non la mia mente rimasta per poche ore da sola.

La penso, e la vedo materializzarsi davanti a me.
I capelli lunghi e fluenti, che disordinatamente le cadono sulla fronte dai riflessi opachi alla luce, dai tratti di matita irregolari, buttati lì, scarabocchiati, marcati più o meno decisamente, il suo viso inanimato e opaco che prende colore e forma velocemente.
Come l'acqua col fuoco che non riesce a spegnere le sue labbra si muovono, mostrandomi denti stretti e palato, e dalla sua gola un mugugno da bambina esce.

Un sorriso le è scappato, ed anche adesso che forse sa d'averlo fatto passare all'arca dei ricordi, forse ancora adesso non ci si rassegna con quietudine allo spirito selvaggio che la agita.

I pensieri che mi lambiscono, che mi percuotono da lontano, sono miei, e saranno anche suoi, perché non si può mai separare la linfa del fuoco con il fluire dell'acqua senza forma.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 20:46
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diary of a madman

giovedì, 15 gennaio 2009

Bene. Come ogni anno anche stavolta è arrivato il momento delle classifiche.
Anzi: della classifica. Perché io, in genere, di primi, secondi e terzi posti non voglio tanto sentir parlare. Mi danno ai nervi. Sviliscono sempre qualcuno nel momento stesso in cui ne valorizzano un altro. A maggior ragione per quanto riguarda la musica che, assieme al leggere, è l'energia che mi galvanizza in ogni momento.
Potrei vivere senza nulla attorno, senza paesaggi da ammirare, senza tabacco da bruciare (mi sarebbe alquanto difficile, devo ammetterlo), senza nessun generico orpello da dover idolatrare, ma non senza la musica. Senza la MIA musica. Che sarà pure limitata e limitativa, sarà pure sempre fine a se stessa, sarà anche rumorosa, catatonica in certi momenti, deprimente, tutto quel che si vuole ma, quando l'ascolto è MIA e solamente mia. Senza timore che possa tradirmi.

Ecco dunque la classifica dei migliori dischi usciti nel 2008, secondo me, ovvio.
Ce ne saranno stati un'altra caterva di bellissimi che non ho ascoltato, ma, agli aggettivi di cui sopra ho dimenticato di scriverne altri importanti e che riguarderebbero la mia imbarazzante scarsezza e voglia di cercare. Dunque, spero che chi legge possa accontentarsi per una volta.
  • 10. Cult of Luna - Eternal Kingdom: "Una giornata come questa. Gocce d'acqua pesanti affliggono le superfici dei vetri alle finestre e le sferzano. Ovunque, solo il silenzio rotto dal balletto cadenzato ed armonico, a volte, del tempo brutto che piomba dal cielo coperto e si infrange a terra, esaurendo ogni forza e ogni bel ricordo. Delicato e sommesso, ma se ci si trova in mezzo, raschiante e putrido. Ecco.
    Quì si parla dei Cult of Luna e del loro ultimo lavoro "Eternal Kingdom".
    "
    ---->
  • 09. Moonsorrow - Tulimyrsky: "Quì il Black Metal più oscuro, oltranzista e primordiale si veste dei connotati di una eleganza stilistica tutta particolare, che trascende dalle radici antropologiche culturali dei paesi scandinavi, ma al tempo stesso ne è una derivata chiaramente riconoscibile, e che dota le composizioni, lunghe e prolisse, di un sentimento difficilmente replicabile e spiegabile. Solo ascoltando la musica dei Moonsorrow si riesce a capire la serie di legami, di congetture, di momenti tirati e tesi e di quelli più legati al folclore delle "Antiche Abitudini"."---->
  • 08. Swallow the Sun - Plague of Butterflies: "Nel mondo degli Swallow the Sun i sentimenti, i sensi, e le impressioni che si hanno chiudendo gli occhi, sono tutte quante cose per nulla aleatorie. Tutt'altro. Piuttosto questo gruppo preferisce inocularle con inusitata consapevolezza, come se ci si trovasse ad essere infettati da un virus violento, pesante, ammaliante. Ecco, probabilmente è questo l'aggettivo giusto per descrivere la musica di questi finlandesi: ammaliante."---->
  • 07. Equilibrium - Sagas: "E' difficile riuscire a scrivere di questo album compiutamente. Soprattutto per il fatto che, alla fine, quel che rimane nella testa dell'ascoltatore che ci si dedica, è sempre qualcosa di diverso, volta per volta. Qualcosa di grandioso e di maestoso, o di brutale e graffiante, o di atmosferico e nostalgico. Tanti aggettivi, tante impressioni, forse superflue per chi nel Metal ci vede magari solo potenza e considera tutto il corollario dei dettagli che ci ruotano attorno come un fastidio evitabile, ma per questa band i corollari, i dettagli e le più impercettibili sfumature, i più piccoli contorni, contano eccome: complice una produzione e l'arrangiamento dei brani talmente perfetti da rasentare la follia, "Sagas" lascia dietro di sé una scia di annichilimento e di meraviglia che, per parte mia, raramente ricordo di aver provato in questi ultimi tempi."---->
  • 06. In Mourning - Shrouded Divine: "Una sorpresa. Una stupefacente sorpresa sono questi giovani "In Mourning". Una band svedese ai più sconosciuta, ma con alle spalle un periodo di gavetta decennale di tutto rispetto, tanta voglia di suonare e influenze musicali di tutto rispetto, che non investono i soliti In Flames o i Dark Tranquillity, no! Piuttosto la proposta di questi ragazzi è un miscuglio di raffinatezze ed eleganze sonore che riescono a coniugare il meglio del Death Metal Progressista di marca Opeth, coi giri plumbei, catacombali e fascinosi dei Candlemass. Il tutto con una semplicità ed un'orecchiabilità disarmanti."---->
  • 05. Moonspell - Night Eternal: "Tornano. Gli incubi, tornano sempre. I contorni a volte li si riconosce, a volte no. Hanno profili cangevoli e a volte non si riesce proprio a capire quali siano i lembi che li demarcano. Ci si aggrappa a poche e stentate permanenti sicurezze. A volte no. Come nel caso dei Moonspell."---->
  • 04. Opeth - Watershed: "Gli Opeth. Ci sarebbe da scrivere parecchio su questa band svedese, capace di mescolare la violenza del death con la precisione e il virtuosismo del prog e la zampillante fantasia del jazz e chissà con cos'altro ancora. Spesso vengono criticati per la loro relativa incapacità di evolversi, oppure per la monotonia delle loro lunghe e complicate canzoni, ma anche per l'azzardata fusione dei generi sopracitati che non a pochi ha fatto storcere il naso (le orecchie?). Eppure la loro musica ha sempre attratto ed affascinato molti, me compreso ovviamente."----> Hell, su Debaser.it. Grazie!!!
  • 03. Amon Amarth - Twilight of the Thunder God: "Alla fine, a ricapitolare tutto poi, c'è "Embrace the Enedless Ocean" la canzone più lunga della scaletta, dotata di una sezione strumentale affascinante ed oscura, con assoli di chitarra melodici ed impastati all'atmosfera quasi sacrale che si è voluta creare.
    Forse il risultato finale parrebbe dover stonare con tutto il resto, ma non è così. Anche questo sono gli Amon Amarth, e si potrà, io credo, amare solo questo brano e trascurare tutti gli altri se fosse necessario.
    Non cambierebbe nulla.
    La bellezza emanata dalle note della band in sei minuti e rotti è abbagliante, e senza remore lo dico.
    "---->
  • 02. Eluveitie - Slania: "C'è un fatto sostanziale che divide le band che ritengono di dover "cavalcare l'onda" e quelle che invece le tendenze le fanno proprie, le miscelano, le coniugano con altre attitudini, le spezzettano, poi le riamalgamano ed infine le compattano, creando una macchina da guerra invulnerabile, connubio di potenza, epicità, folclore e genio."---->

  • 01. Metallica - Death Magnetic: "I Metallica del 2008.
    Più vecchi, più maturi, probabilmente più svogliati, ma per questo non meno incazzati dei tempi di "Master of Puppets". E così, preso a pedate Bob Rock, (e c'è voluta addirittura una petizione on-line per convincere i quattro ad allontanarlo!) loro Think-Thank in questi ultimi squallidi anni, e assoldato Rick Rubin, padre già del suono degli Slayer, e hanno rimesso mano al genere che è a loro più congeniale: il Thrash Metal appunto.
    "---->
Prostrato da OzzyRotten alle ore 00:02
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opeth, moonspell, heavy rock, debaser

venerdì, 26 dicembre 2008

Ogni tanto ti volti e vedi tutto quello che è passato.
Percorri con la punta delle dita il tempo trascorso, e le nocche si imbiancano in certi punti, diventano leggere in altri, quasi a sfiorarli su uno spessore di carta che non esiste, non è veritiero, non è né palpabile né concreto.
In sé non ha niente, se non le chiavi di una catasta immaginifica che hai contribuito ad alzare sempre di più, giorno dopo giorno, anno dopo anno.
Qualcosa che dovresti bruciare, o rendere ancora più vertiginosa ed evanescente.
Così è stato per me.

Mentre le mie mani percorrono il tempo, esse non hanno strumenti per poterlo o saperlo visualizzare. Non c'è formula geometrica o algebrica che possa, in linea teorica o pratica, misurare il mio Tempo.
Quello che è e quello che è stato.

Riesco solo ad aggirarmici, a volte spavaldo, a volte contrito.
E questo è tutto.
Da un inizio ad una fine, da una fine ad un nuovo inizio ad una falsa partenza ad una falsa fine.
Questo è il mio unico metro.
E non ho altro merito.

"Good luck has never been my friend
I've always been the fool
Please don't follow shadows of mine
'cause the time is running out for me
I walk in the path of a misfits blood
No compass can steer my way
No light at the end of the tunnel
And time is running out for me

No gold at the end of the rainbow
No high hopes, dreams deceive..."

Pain - 'Follow Me' -
da "Cynic Paradise" (2008)
Prostrato da OzzyRotten alle ore 15:55
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diary of a madman

mercoledì, 29 ottobre 2008



"Mia cara signora Budd,
Nel 1894 io e un mio amico decidemmo di andare in Cina e salpammo da San Francisco diretti a Hong Kong. A quel tempo esisteva molta carestia in Cina, c'era la fame e la povertà dilagava. Per mangiare qualsiasi cosa il prezzo variava da 1 a 3$. La gente soleva vendere i propri bambini sotto i 12 anni per comprarsi un po' di cibo. Un ragazzo o una ragazza sotto i 14 anni non erano sicuri in strada. Tu potevi andare in un negozio a chiedere della carne, e specificatamente ti tagliavano la parte di un corpo di un bambino o una bambina che desideravi. Le parti del corpo più gustose erano persino maggiorate di prezzo.
Il mio amico John stette così a lungo che ci prese gusto nel mangiare carne umana. Quando tornò a New York rapì due ragazzi, uno di 7 e l'altro di 11 anni. Li portò nella sua abitazione, spogliò i loro corpi e li rinchiuse in un ripostiglio. In seguito bruciò tutto. Spesso li torturava giorno e notte, così che la loro carne diventasse buona e tenera.
Dapprima uccise il bambino di 11 anni, perchè aveva il sedere più grasso e sicuramente c'era molto da mangiare. Ogni parte del suo corpo fu cucinata e mangiata eccetto la testa, le ossa e gli intestini. Fu arrostito, bollito, cotto alla griglia, fritto e cotto a stufato. Il più piccolo fece la stessa fine. A quel tempo ero il suo vicino di casa, mi aveva parlato del gusto di questa carne, ed ero tentato di provarla.
Quella domenica del 3 giugno 1928, vi chiamai e vi portai dei doni. Mangiammo il pranzo e Grace mi baciò. Fu in quel momento che mi venne voglia di mangiarla.
Col pretesto di portarla a una festa di compleanno, dopo aver chiesto il tuo permesso, la portai in un'abitazione vuota a WestChester che avevo già acquistato. Quando arrivammo, la bambina rimase fuori a raccogliere dei fiori, mentre io andai al piano di sopra per togliermi i vestiti. Non volevo sporcarmeli di sangue.
Quando fu tutto pronto, andai alla finestra e la chiamai. Mi nascosi nel ripostiglio mentre lei era in camera, uscii fuori e quando lei mi vide nudo cominciò a gridare e cercare di scappare. Io la presi e lei disse che avrebbe detto tutto a sua madre.
Prima la spogliai con difficoltà, continuava a tirarmi calci, mordere e sputare. Ho dovuto soffocarla per ucciderla, poi la tagliai in piccoli pezzi così da poter portare il cibo nelle mie stanze, cucinare e mangiare. Che dolce che era il suo tenero sedere arrostito. Mi ci sono voluti 9 giorni per mangiare interamente il suo corpo. Non l'ho violentata, volevo che morisse vergine."
Prostrato da OzzyRotten alle ore 13:55
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nerovoragine

giovedì, 16 ottobre 2008






Kiss :-x
Prostrato da Bloodysucker alle ore 20:20
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