A V.
Ieri sera.
Odore animalesco diluito nel fumo azzurrognolo delle pareti e del soffito che sembra non avere più peso, né gravità.
Dal fondo del mio bicchiere bollicine risalgono frizzanti e s'attenuano in superficie, rabbrividendo al contatto con l'aria insana. Ancora, turbinio di pensieri e la coscienza che rilassa mandibole abituate a masticare nervi e catene, turpi sogni e soluzioni finali. Immancabili.
Eri bella. Semplice e diretta. Semplice ed ammaliante, e l'odore di tabacco sulle mani, vizioso, lascivo, incorporato nella morbidezza e nel calore alcaloide della carne che, nuovamente, ha reiniziato a bruciare, a palpitare, a discendere abissi mal sondati, male illuminati, rachitici e deboli di incertezze e sofferenze all'acido.
Lacrime che s'annientano, combattono le guance e distruggono quello che è buono e quello che non lo è.
Eri bella.
Le muse, lo capisci? Una volta adornavano i capelli con gli scarafaggi della virtù, poi li perdevano, poi acuivano la serpe della lingua ed ingurgitavano fuoco, quello sacro delle parole, quello piacente della lussuria o quello profano di tutte le cose che, tanto tempo fa, cantavano di cieli infiniti e di parossistiche leggende di dame e cavalieri.
Le muse, lo sai? Una volta avevano i tuoi lineamenti, le braccia e la forza per irretire gli uomini ed asservirli al loro volere. Che sia giusto o sbagliato. Niente conta. Le muse, il cielo, il sole e tutto quanto ancora.
Una musa notturna dalla carne sanguinolenta e dalla ferita aperta e profumata di sandalo e di peccato, lecca con la lingua di metallo le mie guance, le annienta e le costruisce con un bacio dai riccioli opachi.
Abbiamo parlato, abbiamo riso e scherzato, abbiamo bevuto ed abbiamo incrociato le lungaggini dell'istinto. Tra tanti attorno, noi abbiamo scelto la solitudine di asincroni momenti solo nostri, ne distinguevamo i contorni, brandivamo i sentimenti facendoli saltare come se fossero stati senza peso.
Nessuno sguardo. Solo le dita dall'odore acre, e dopo, all'aria pungente della mezzanotte, i fari accesi e la strada lastricata di fantasmi.
Lei e le sue nudità.
Falshback
Lei e le sue nudita.
Il suo corpo assaggiato dai morsi sul collo e sui capezzoli, come baionette innestate.
Lei e la flessuosità dei contorni di sonno rubato dopo l'ansiosa battaglia su morbide lenzuola bianche, su serafini dagli occhi scintillanti, su drappi appesi di uomini con le mani nere e sgargianti turbanti accompagnati, ancora, dai sogni.
Lei e le sue stanche nudità.
Estroflesse, rimandate agli specchi dei sensi, a questi asservite, a me asservite.
Lei ed il Buio.
Calcante e pesto come la fine.

HEARTWORK
Works of art, painted black
Magniloquent, bleeding dark
Monotonous palate, murky spectrum, grimly unlimited
Food for thought, so prolific
In contrasting shades, forcely fed
Abstraction, so choking, so provocative
A canvas to paint, to degenerate
Dark reflections - degeneration
A canvas to paint, to denigrate
Dark reflections, of dark foul light
Profound, aesthetic beauty
Or shaded, sensary corruption
Perceptions, shattered, splintered, mirroring
In deft taints, diluted, tinted
Spelt out, in impaired colour
Denigrating, going to paints to pain - not a pretty picture
Works of heart bleeding dark
Black, magniloquent art
Monotonous palate, murky spectrum, grimly unlimited
Prolific food for thought
Contrasting, fed with force
Abstraction, so choking, so provocative
Bleeding works of art
Seething work so dark
Seering words from the heart 
IL BATTITO DEL CUORE
Opere d'arte, dipinte di nero
Magniloquenti, sanguinanti nel buio
Monotoni palati, spettri invisibili, atrocemente illimitati
Nutrimento dei pensieri, nutrimento prolifico
In ombre contrastanti, forzatamente cibato
Astrazione, soffocante, provocatoria
Una tela da dipingere, per degenerare
Riflessi scuri - degenerati
Una tela da dipingere, per denigrare
Riflessi scuri, di oscura e sporca luce
Profonda, estetica bellezza
Ombrosa, corrotte sensazioni
Percepite, rotte, frantumate, riflesse
In abili manipolazioni , diluite, tinte
Spiegate nel dettaglio, nel colore sfatto,
Denigrare, passando da sfumatura a sfumatura di dolore - non è una bella immagine
Opere d'arte, dipinte di nero
Magniloquenti, sanguinanti nel buio
Monotoni palati, spettri invisibili, atrocemente illimitati
Nutrimento dei pensieri, nutrimento prolifico
In ombre contrastanti, forzatamente cibato
Astrazione, soffocante, provocatoria
Sanguinanti opere d'arte,
funzionanti lavori nel buio,
immaginarie parole dal cuore.
I Soilwork per me che se non li avessi notati vicino agli Hypocrisy qualche giorno fa quando li comprai, erano dei perfetti sconosciuti.
Me ne avevano parlato in tanti e tutti con commenti che andavano dal "carino" all' "eccezionale" ma, da buon conservatore, avevo preferito non sbilanciarmi in una spesa che poteva deludermi, ed invece, debbo dire che mi ci appassiono con sempre maggior livore.
La loro musica, tanto potente quanto melodica, non fà altro che farmi pensare agli In Flames ed alla loro aggressione sonora, agli Slayer ed alla loro rabbia urlata, e ad un certo "Nu-Metal" tanto in voga di questi tempi.
Non voglio pensare però ai Soilwork come ad un gruppetto di scalmanati in pantaloni sei taglie più grandi, cappellino e magliette simil-anarchiche. Mi piace considerarli invece una sorta di Pantera redivivi con una potenza esponenziale e senza le pacchianerie di cui i 4 texani erano campioni.
I Soilwork sono svedesi e non americani come i Pantera. Provengono da un'entroterra culturale funereo ed oscuro, fatto di paesaggi sperduti in coltri di neve ed aurore boreali, ma per quanto concerne loro s'accostano magari un pò di più a certe sonorità thrash della Bay Area dei tardi anni ottanta, in cui luoghi e persone venivano sfinite dall'iper-velocità delle canzoni, da concetti esistenziali semplici eppure annichilenti e frustranti. Ecco, questa ritengo sia la loro giusta collocazione. Un passo dalle melodie dei Katatonia ed un'altro dalle sulfuree atmosfere di Testament e compagnia.
Il loro album "Stabbing the Drama" è un'insieme di suoni che si mischiano in feroci battute di batteria al fulmicotone e melodia profusa in dosi massicce, claustrofobia e rabbia che vanno a braccetto, il tutto circondato da un'attitudine tecnica e professionale alla musica.
La Scandinavia, ormai, può paragonarsi all'Inghilterra che partorì Judas Priest, Iron Maiden e Black Sabbath, mentre quì invece, troviamo In Flames, Dark Tranquillity, Soilwork, Arch Enemy, Opeth e tanta altra cattiva gente.
I rimandi ai grandi In Flames ultima era si sentono tutti, già dalle prime note ed anzi se alla voce ci fosse stato Anders Fridén anzichè Speed e sulla copertina ci fosse stato il logo dei Flames poco sarebbe cambiato.
La tecnica, sopraffina ed i pesanti synth infatti, non fanno che accentuare la somiglianza tra le due band, e parlo naturalmente dei tempi di "Soundtrack to Escape", non naturalmente di "Colony" o "Clayman".
Chiunque abbia dimestichezza col Death metal melodico saprà paragonarvi i Soilwork ai mostri sacri del genere, ma a questi cinque ragazzi non sembra importare troppo e dunque attaccano con una magnifica "Stabbing the Drama" che da cadenze pesanti apre squarci melodici a ritornelli orecchiabili ed assoli strappati, proprio alla stessa maniera degli Slayer.
Una canzone da ascoltare mille e mille volte.
La seconda traccia "One whit the Flies" invece, è legata maggiormente alla claustrofobica rabbia ed accelera i tempi di esecuzione, sfondando poi in una voce acida e melodiosa che fà da prologo ad un letto brutale ed in puro stile Death. Anche qui, tecnica fuori dal comune, campionamenti, loop e synth a profusione e qualche richiamo tenue al Nu-Metal, subito stroncato dai ripetuti "Down" gutturali del cantante, e così via per tutto l'andare del brano.
"Weapon of Vanity" è un rimando esplicito e palese al thrash di una volta con l'attacco slayeriano ed il tempo sostenuto ma non caotico, con la voce di Speed a farla da padrone a ricordare in certi momenti la bellissima gola di Burton C. Bell, leader dei compianti Fear Factory, questi capaci di passare da tempi tiratissimi a voci angeliche in un batter d'occhio. Bel brano, sostenuto, potente, e con tanta rabbia latente che si respira nell'aria.
"The Crestfallen" è l'ipotetico proseguio della precedente con una dose in più di rabbia per l'invidiabile cantato e le aperture nei cori alla melodia ed alle chitarre graffiate, per il resto, tempi da schiacciasassi e potenza liberata. Notevole.
"Nerve" il primo singolo dell'album (che potete ascoltare QUI) ne è anche il nocciolo centrale, il manifesto di tutta la musica dei Soilwork e quì, più che in ogni altra canzone il rimando ai Fear Factory è evidente, con, nella parte centrale un duetto tra una liquida interpretazione del testo e la pesantezza del martirio potente delle chitarre. Crepuscolare ed ossessivo mi verrebbe da dire, e probabilmente sono gli aggettivi che più si adattano a questa meravigliosa composizione che sà coniugare egregiamente melodia e devastazione, assoli acuti e riffing da crepapelle. Il primo brano da non dimenticare.
"Stalemate" segue "Nerve" e quì invece, dopo il doveroso omaggio a Slayer e Fear Factory, ricorre un richiamo brutale al Death ed al Thrash vecchia maniera, con la batteria al fulmicotone, i continui cambi di tempo e la rabbiosa interpretazione di Speed che con lo scream se la cava egregiamente, e con il growl nemmeno tanto male, anche se non è il suo genere. Altro brano da non dimenticare, uno di quelli da pompare al massimo del volume nello stereo della macchina.
"Distance" è la canzone più sperimentale e particolare di tutto l'album. Intendiamoci, non cambiano né i tempi Thrash sostenuti (non si può parlare propriamente di Death perchè mai una volta si percepisce la classica doppia cassa a rullare come una mitraglia), le atmosfere sono sempre rabbiose e su alti livelli di composizione, con la particolarità che nel brano ricorrono i break che fanno da interludio ai momenti melodici che inficiano la struttura del brano e lo rendono superbo dall'inizio alla fine, con la sorpresa nel finale, quando, cambiando totalmente tessuto ritmico, tutto rallenta e la voce sembra quasi ululare. Bella tecnica, orignale composizione, dovuti complimenti.
"Observation Slave" ricorderà molto certe atmosfere eteree ed apocalittiche, care a chi si è innamorato degli In Flames di "Touch of Red" e forse questo, probabilmente è il brano con più melodia a fare da contraltare alle mazzate furiose degli scream e dei cambi di riffing. Egregia come sempre la prova vocale, che quì, stranamente ricorda Lemmy dei Motörhead.
"Fate in Motion" è un rallentamento, un momento di calma da tutto il frastuono finora prodotto, con un ritmo montante ma ragionato, una voce amplificata e sofferta, echi in sottofondo, per poi sbattere in faccia un'incandescente ruota di potenza che ritorna ogni minuto esatto sempre a ripetersi. Un'ossessione.
"Blind Eye Halo" ritorna a far rumore e a destare violenza. La canzone più death di tutto l'album, con il tiratissimo lavoro di batteria, le chitarre a scandire sempre lo stesso riff ed il basso velocissimo ma sempre sulla stessa nota. Un'esempio, se servisse, che questi cinque sanno pestare bene sull'acceleratore e non hanno nulla da invidiare ad altri loro colleghi certamente molto più incazzati. Bello, soprattutto anche lo scambio di assoli, che in un contesto death suona maledettamente speed.
"If Possible" è sicuramente il mio brano preferito. Oltre alla rabbia ed al livore dei svedesi, si avverte anche una nota accentuata di malinconia, con scariche elettriche di suono che cedono invariabilmente il posto a strappi che sembrano senza ritmo ed echi lontani, per sfociare in un ritornello bellissimo e disperato, da far venire la pelle d'oca. Una composizione egregia, una canzone meravigliosa, quella che si pianta invariabilmente nelle orecchie. Dovrò provarla a suonare con i CieloScuro, la totale mancanza di accordo tra gli strumenti dal prologo al refrain mi fà impazzire, e le parole melodiche ed urlate di Speed sono sublimi suoni per le mie orecchie. Ma non fatevi ingannare: la canzone è certamente potente e sostenuta, ma un'omaggio ad un'introspezione maggiore in tutto il cd era prevedibile ed i Soilwork la condiscono con i migliori propositi.
Chiude il disco "Wherever Thorns May Grow", con l'attacco molto maideniano, le chitarre avvolgenti e la strana sensazione di trovarsi ad ascoltare non una band speed-death ma un gruppo campione del miglior suono heavy. Man mano che il brano avanza, la rabbia si fà più intensa, le chitarre si svolgono per poi avvolgersi ed il tutto centellina un ritornello dalla melodia piacevole che viene ripetuto tre o quattro volte e rappresenta un'increspatura nelle tante di questa canzone disperata, forte, acida, pesante, melodica. Tutto quanto di meglio potreste pensare.
Infine "Stabbing the Drama" è proprio un bell'album. Orecchiabile, suonato con cognizione di causa, caustico al punto giusto, che risente di diverse influenze e che certamente non vi farà pensare al fatto che avrete buttato i vostri soldi.
Buon ascolto.
»»» Tracklist:
01. Stabbing the drama
02. One with the flies
03. Weapon of Sanity
04. The Crestfallen
05. Nerve
06. Stalemate
07. Distance
08. Observation Slave
09. Fate in Motion
10. Blind eye Halo
11. If Possible
12. Wherever Thorns May Grow
»»» Un'intervista a Speed
Ieri sera cena di lavoro.
Sorrisi a trentadue denti e sfoggio di tutto quanto non si è.
Vestiti firmati e i gemelli da trecento euro l'uno, donne che nella vita di tutti i giorni sono state sempre delle miserabili megere attaccate al denaro dei loro consorti e nelle feste fanno sfoggio di gioielli all'ultima moda, chiacchericcio simile al chiocciare delle galline riguardo a questo e quel fatto di futile importanza.
Ma non fa nulla. Certe donne sono sempre le stesse, e se non le si può cambiare con una forte spinta in un burrone, servirebbe una catastrofe per farle mutare.
Belle coppiette dalla nascita proletaria e dall'attitudine borghese perdersi in parole che nemmeno stavo ad ascoltare. Imprenditori in fallimento declamare le loro operazioni finanziarie che muovono decine e decine di milioni di euro con una sola fottuta telefonata, camerieri in ghingheri destreggiarsi malamente per i tavoli su pavimenti sporchi ed unti del sudore di tutti quelli che schiamazzavano seduti alla ricerca disperata di un pò di condiscendenza per la loro finta e piacente possibilità di felicità.
Una donna, che non ho mai visto in vita mai, che mi ammorba le orecchie con la storia della sua vita.
Sangue slavato e sperma che le cola invisibile per le labbra gualcite dal bacio della mascolinità degli uomini che l'hanno usata come si fa per un klenex.
Dolore di gambe per quella sgambata memorabile in montagna, sulla neve, alla ricerca dell'improbabile Yeti del Pollino. Un'incontro ravvicinato con un lupo che però è fuggito a gambe levate dopo che lei si era tolta uno stivale imbottito e glielo aveva tirato appresso. Che importa se poi il lupo è una specie protetta? Ah, ma lei adora gli animali! Lei si è rifiutata di indossare un cappotto di renna che uno dei suoi numerosi aguzzini le aveva regalato per il natale scorso, e adesso, povero capo! giace incompreso a far letto per i parassiti ed i vermi nel fondo del suo armadio da venti metri quadrati!
Dolore di gambe per via di quel ragazzo conosciuto all'ateneo mentre lei stava studiando in aula e la prese. Così, in punta di piedi, senza farla accorgere, senza che lei potesse obiettare nulla. Violenza sì, ma piacevole, perchè questo intendeva ficcarle una mano con tutto il braccio annesso nella vagina e poi, non riuscendoci, decise invece, a ragione, di impalarla su un banco che ancora odorava di spirito e di gomiti poggiati.
Hai una marlboro? Quì non si può fumare, andiamo fuori, ma fuori fa un freddo siberiano e dunque andiamo al cesso a fumare.
Osservo la sua testa ondeggiare per le scale semibuie e mi sorge in mente il gravido desiderio di sfondarle il cranio con una mazzata.
Le sue labbra sul filtro arancione della sigaretta lo sporcano di rossetto e bava. Questa donna certamente diverrà una di quelle vecchie streghe che in vecchiaia godono nel potersi permettere di farsi un ragazzo di tren'anni più giovane di loro, sarà una di quelle che avrà seminato figli grigi ed infelici per il mondo e ne sarà felice, sarà una di quelle che guarderà "cento Vetrine" alla tv alla miliardesima puntata, sarà una di quelle che gli occhi spenti fagociteranno semplici lacrime dolci disfacendo quintali di trucco per ciglia e per rughe. Sarà questo e tanto altro.
Mi auguro però, lontano da me.
Serata buia.
Camminando in mezzo al fango di questi giorni sembra che le giornate siano scomparse, o abbiano dimenticato cosa significhi essere baciate dal sole. Piove, ed il profilo del viso si imbruttisce e si piega in una lamina tagliente sperduta nel riflesso dell'umore interno della mente.
Tutto attorno non c'è vita, se non dai comignoli che pigramente sbuffano la loro anidride, e per le finestre dove balugina ad intermittenza la luce azzurrina delle tv accese o degli addobbi con le loro prepotenti braccia rossicce.
Sono solo, a camminare in mezzo ad una palla di verde vivido e dal profumo stordente.
In mezzo, s'inerpica un nastro grigio con riflessi perlacei, come una lingua infinita che sembra voglia accoglierti e portarti non lo si capisce bene dove. Quando ero piccolo, davanti casa osservavo le macchine passare e facevo finta che la strada finisse dove io non sapessi.
Era solo una dolce illusione, puerile giochetto per dimenticare che, da grande, la strada mi avrebbe preso e sbattuto quì ed anche lì, in tutti gli anfratti desiderati ansiosamente, nei luoghi detestabili che mi creaveno paura, da nessuna e neutra parte.
La strada, sempre quella. Oggi sembra non voler finire mai. Come tanto tempo fa.
Queste parole per una persona importante. Troppo importante per me.
A V.
Mia Cara,
è vero, porsi problemi non è brancolare nell'incertezza, è bensì sintomo di maturità. Quella che io non ho, quella che io non ho saputo né accantonare, né capire, né voler condiscendere.
Io non ho la possibilità di scegliere.
Lo scrivo pedissequamente, lo scrivo sempre, lo tengo a mente in tutti gli attimi: Io sono niente.
Il Nichilismo assoluto senza orecchie né cuore, né testa, né anima.
Io sono niente.
Nel mio perimetro recupero i pezzi di tutto quanto vorrei costruire e che invece sono riuscito a distruggere, senza pensarci su, senza pormi nessun problema per le inevitabili conseguenze, dolorose conseguenze, che ne derivano.
Nella mia foga io distruggo quello che di cui ho bisogno.
Tutto quello che vorrei, adesso, sei tu, e niente più.
Se debbo scegliere un dolore, io scelgo quello che mi procura la tua mancanza ed il mio detestabile ed insopportabile orgoglio, quello che mi ha seppellito gli occhi e la mia capacità di dividere i sentimenti con qualcuno, sotto, ancora più giù, sotto quattro metri sotto terra, affinchè non potessi più scheggiarmi di pianti e sfiorirmi di sofferenza.
Ma provare sentimenti, l'ho capito, è anche saper discernere il dolore, dividerlo dalla sua parte oscura per coglierne il seme della perfezione.
Non esiste perfezione più annichilente del sentirsi desolatamente intrappolati nelle proprie stupidaggini, e di questo io ne ho colpa.
La mia inettitudine è il cancro che ammorba la carne ed ottenebra gli occhi. Sappilo, io di questo cancro ho voluto contagiarti.
Ho inteso avvinghiarti, stringerti, cingerti al mio petto per assorbire il tuo calore, succhiare quel raggio di luce che fuggiva da dietro la porta rossa dei tuoi e dei miei desideri.
In gola, a me, tante volte mi son morte le parole. Vedi, io che delle parole ho costruito un debole artifizio, proprio in queste cerco di farti capire quanto, al di là di ogni cosa, tu sia importante per me.
Attraverso filtri dettati dal sulfureo muoversi del cuore vorrei farti appoggiare la testa per farti concepire quanto sia duro e sanguinolento diventare di pietra nella propria superficie, riflettere il bene ed il male e l'indifferenza sempre alla stessa maniera, crogiolarsi nei propri mostri mentali eleggendoli a chimere che passano e si fermano a raccontarmi di tante cose che neppure a volte capisco, eppure sotto, tanto sotto da averne le vertigini, qualcosa si muove, e non posso uccidere quanto di empiricamente tremendo mi lega a te.
Queste parole, forse le leggerai, probabilmente le capirai alla perfezione, tu che hai sempre saputo metterti in discussione verso me, mentre io continuavo come un treno a sbarrare la mia via, e cingerla di spine, di cattive e dubbiose gelosie, di raffreddamenti in nero che facevano scomparire il sorriso da quella tua pelle morbida, candida e macchiata del peccato di dovermi sopportare per quello che sono, per quello che penso, per quello che dico e provo.
Sei stata per me l'assicurazione più forte e grande potessi immaginare, sempre lì, sempre ad aspettarmi, sempre pazientemente a volermi capire, comprendere, rassicurare, sostenere.
Ed io, mi chiedo retoricamente, ho saputo fare altrettanto?
Io no. Perchè io sono Niente.
Dannato me stesso che mi sono trovato il gioiello più prezioso a carezzarmi l'anima e ho saputo spezzarlo.
STABBING THE DRAMA
My declaration hurts, just wanna stab it right now!
Congratulations, you've found yourself
Been preaching too many times to an hysterical mind
So won't you fucking behave yourself..
-It's all in there, without despair
So you've saved your soul?
-It always depends who will deliver
Have you ever known
Such a beautiful mind that gives you shelter
I'm waiting for something to show,
I might as well...
-Just drag me down so low
I'm down the drain and I've got nothing to fear
With a polluted mind
I had my share of losing
-Don't you ever cross that line
So you've saved your soul?
-It always depends who will deliver
Have you ever known
Such a beautiful mind that gives you shelter
Break the record, in a second, cherish your mental weapons
Watch the progress from an aspect that's stabbing the drama inside..
I'm waiting for something to show,
I might as well...
-Just drag me down so low
I'm waiting for something to show,
My punishment
For being down so low
I can't believe how it used to be,
Selfish minds were abusing me
Self pity and determined to crawl
Manipulation of a merciful soul
I'm waiting for something to show,
I might as well...
-Just drag me down so low
I'm waiting for something to show,
My punishment
For being down so low
DISTRUGGI IL TUO DRAMMA
Le mie parole feriscono, ed io le ucciderò proprio adesso!
Congratulazioni, hai trovato te stesso
in mezzo ad un ciarlare per il troppo tempo che ci hai impiegato ed a una mente isterica
non hai fottutamento voluto capire te stesso...
- Tutto quà, senza disperazione
hai salvato la tua anima?
- Tutto dipende sempre da chi ti guida
hai mai conosciuto
un'anima tanto bella in cui rifugiarti?
Aspetto di mostrare a qualcuno
cosa sono riuscito a fare...
- Per trascinarmi così in basso
Soffro per espiare e non ho niente da temere
con la testa persa e contaminata
che sempre mi sono ritrovato
- non attraversare mai quella linea mentale
hai salvato la tua anima?
- Tutto dipende sempre da chi ti guida
hai mai conosciuto
un'anima tanto bella in cui rifugiarti?
Spezza il tuo pensare, in un secondo, abbi cura delle tue armi mentali
guarda il tuo cambiamento che ti impone di uccidere il tuo dramma...
Aspetto di mostrare a qualcuno
cosa sono riuscito a fare...
- Per trascinarmi così in basso
Aspetto di mostrare a qualcuno
il mio martirio
che mi ha trascinato così in basso
Non posso credere quanto io sia stato usato,
da menti egoiste che abusavano di me
autocommiserazione che ha deciso di strisciarmi attorno
Manipolazioni per un'anima misericordiosa
Aspetto di mostrare a qualcuno
cosa sono riuscito a fare...
- Per trascinarmi così in basso
Aspetto di mostrare a qualcuno
il mio martirio
che mi ha trascinato così in basso
C'era una volta una maledetta domenica sera anni or sono. Pioveva fastidiosamente. Nessuna anima respirava lungo la strada deserta. Sanguinava il mio braccio, da quella ferita che sembrava la bocca di un vampiro. Ma i miei occhi erano mostruosamente asciutti per la maledetta siccità del cuore. Assuefazione al dolore, sia maledetta! Meglio piangere e contorcersi e urlare che restare impassibili per via dell'assuefazione. Salivo su un autobus quasi vuoto. Un pover'uomo seduto sull'ultimo sedile e un autista annoiato a cui chiedevo un biglietto senza volgergli lo sguardo. Restavo in piedi a contemplare l'acqua che schizzava sulla strada al passaggio dei pneumatici. E arrivavo lì in quella casa dove le ragazze mi aspettavano impazienti. Per darmi un abbraccio, una confortante carezza. Ma io non ne avevo bisogno. Volevo restarmene in silenzio. Finalmente era chiusa la porta di un inferno. E il sangue ormai non sgorgava piu'. Avevo messo i punti artificiali.

Daniel Martin Diaz: "Natura Dolor"
Ho inciso sulla carne per la terza volta qualcosa che mi è caro come l'amore. L'amore per me stesso e per quello che la musica mi comunica sempre.
Ho inciso questo:

"O" come Oblio.
"O" come Opeth.
»»» Aggiornamento:
Anche l'amica Dummesmaedchen ha un tatuaggio uguale al mio. Me lo ha inviato, ed io non posso che postarlo con piacere.
Che cosa mi regalano queste feste che nessuno mai si sognerebbe di degnare al sottoscritto?
Tre cd uno più bello dell'altro ed un libro che (finalmente) è arrivato nella libreria che abitualmente prendo d'assalto.
Soilwork - Stabbing The Drama
Hypocrisy - Virus
Nile - Annihilation of the Wiched
Almost Blue di Carlo Lucarelli.
Dei Soilwork ho sentito parlare benissimo, ma non avendone mai avuta occasione non me ne sono interessato più di tanto, salvo l'ascoltarli di sfuggita a casa di un amico che me li presentò come «la band che riesce a fare quello che gli In Flames non riescono più», e proprio degli In Flames i Soilwork sono debitori, visto che il loro sound gli si accosta molto ma con note molto più speed-trash e certe partiture ricordano persino i Machine Head o gli Slayer.
Posso dire che l'impressione che ho avuto di quest'album, a caldo, è più che buona. Magari il mio amico aveva torto, ma di rabbia e potenza questi svedesi ne profondono a dismisura, e mica a caso sono considerati facenti parte della triade In Flames-Dark Tranquillity-Soilwork della nuova NWOSHM. Complimenti, il lettore cd della mia auto quasi scoppiava e le canzoni andavano via che era un piacere.
Gli Hypocrisy invece, non hanno bisogno di presentazioni. Veterani del Death Metal con più di dieci album al loro attivo, me li ricordavo a passare il loro tempo in progetti musicali diversi e disparati (i Pain ed i Bloodbath, ad esempio), a produrre dischi per band death svedesi emergenti, a cantare di alieni ed a pestare duro, poi ammorbidendosi e piegandosi quasi al doom.
Oggi invece, con questo "Virus" il genio Peter Tägtgren si ricorda di essere essenzialmente il frontman di questa band da cui tantissimi hanno preso spunto in tempi in cui il Death Metal significava essenzialmente Morbid Angel e Obituary, e torna, assieme ai suoi compagni, a sbattere in faccia al mondo la propria furia cupa e trascendentale, intervallando gli accessi di ira e di scream a tastiere e campionamenti che come una eterea cornice trasportano gli Hypocrisy in un variegato mondo distorto di suoni lancinanti e di velocità senza nessun compromesso.
Certo chi conosce Peter Tägtgren soprattutto per i Pain o per i Bloodbath credo rimarrà di sasso: gli Hypocrisy non hanno né la melodia dei primi (che comunque sono una band nominale solo all'anagrafe essendo una one man band) che risultano anzi avere molto a che spartire con Rammstein e Motorhead, né la furia cieca e la distruzione dei secondi (che non sono altro che una super band composta da gente come Dan Swano, componenti dei Katatonia, Mikael degli Opeth, prima, e lo stesso Tägtgren, poi). Solo chi li conosce bene può godere appieno degli Hypocrisy, avendo dalla loro questi, un sound del tutto originale e radicale che col tempo è molto maturato (anche nei testi. Leggendoli si avverte poco la presenza malvagia di alieni vivisezionatori).
I Nile, infine, sono una band indubbiamente strana. Senza compromessi, senza nessun archetipo particolare di melodia o di lascività. Suonano il loro Death Metal tiratissimo e molto old-school in maniera egregia cantando non di alieni, né di mutilazioni, né di nichilismo, ma bensì di figure mitologiche egizie, e tutte le loro canzoni sembrano un'unica e violentissima preghiera all'Egitto ed alla sua civiltà.
Il loro sound, che farà contenti sicuramente i fan più oltranzisti del genere death, si accosta a Cannibal Corpse e Suffocation, con growl spaventosi e parti di chitarra e batteria in puro stile "distruggiamo tutto, facciamo sì che nemmeno la polvere sopravviva dopo che saremo passati noi".
Certo, tutti quelli che credono che il Death non sia altro che quello svedese, inorridiranno ai Nile, ma per quelli invece che lo hanno seguito da tempo, sarà un vero e proprio paradiso. Tra le canzoni di questo lungo ed omogeneo martello sonoro, vi segnalo proprio "Annihilation of the Wiched", una vera mazzata tra i denti.
Ultima nota, l'incredibilmente bello artwork del cd e la precisione impressionante del suono compresso: sembra di trovarsi in un cinema con il miglior dolby sorround a circondare l'ascoltatore.
Per il libro invece, c'è un discorso a parte da fare. Siccome non amo molto gli Internet Book Shop, questo pomeriggio sono partito da casa con la ferma intenzione di comprarmi perlomeno due lavori dello scrittore di Parma, di cui uno, necessariamente doveva essere "Il lato sinistro del Cuore". Non è stato possibile perchè il rivenditore mi ha praticamente detto che i libri di Lucarelli si vendono forse più di quelli di Dan Brown e dunque la maggior parte del catalogo era esaurita, e dunque, volente o nolente, mi sono dovuto accontentare, anche se non ho per nulla mollato. Il 31 ne arriveranno di nuovi, ed io ho già fatto incetta di richieste.
Se vi piace il romanzo noir, la giallistica e la maniera originale di raccontare i fatti di Carlo Lucarelli, allora, che aspettate a cercarvelo in libreria?