«E dunque, avete riflettuto? Vi siete riposato? Perché vi drogate?» cominciò a dire Noverre, fissando lo sguardo sulla piana che si stendeva di fronte a loro.
«Come tutti i comuni mortali siete ben lungi dalla perfezione che ostentate. Guardate la vostra natura, Milton, guardatela in volto. Palpate, voi che avete mani per farlo, la vostra deformità, che è ciò che vi rende umano. Guardate fuori di voi, là per esempio, quel bosco di pioppi, che noi e la botanica vogliamo fusti dritti per eccellenza. Osservateli bene e ditemi se ce n'è uno solo che sia per davvero dritto. Cercate la perfezione, spogliateli della corteccia e delle macchie d'umidità, puliteli delle ombre ingannevoli, mutilateli dei rami e ditemi: non piegano o a destra o a sinistra, seppur di poco? Ognuno è tutt'altro che dritto, Milton. Come tutti noi... è viziato. Viziato dalla vita, dagli eventi, dalla gravità, dalla sua stessa natura che si ribella alla geometria della nostra semplicistica morale. La Natura, in coro, vi risponderà che disprezza la perfezione che predichiamo. La Natura... se esiste quest'anima che vogliono le nere sottane della nostra Chiesa... ha un'anima efferata, viziata e viziosa, che afferma se stessa attraverso la morte di qualcos'altro. In questa perfetta imperfezione la Natura affila le armi della propria sopravvivenza ed evoluzione. Se abbiamo una colpa, noi uomini che crediamo di superare la Natura, se abbiamo una colpa è proprio di non assecondare i nostri istinti, di non ubbidire a noi stessi, di vivere non di vita ma di illusioni, non di azioni ma di ipotesi, non di presente ma di passato o di futuro. Se abbiamo una colpa... è di essere quel che non siamo.»
La Scala di Dioniso - Luca di Fulvio, Mondadori
[...]
Svegliandosi con gli occhi ancora tappati dal sonno, lui non ancora si capacitava del cataclisma che gli si era catapultato addosso nelle ultime ore. Giorni passati a ricordare ed a sfarsi per il desiderio di lei, quella fata, quella svenevole creatura dagli occhi scuri e dai capelli ancora più scuri che l'aveva reso schiavo, succube e complice in un legame inframmezzato di rabbia, passione, peccato e bruciore.
Una linea che non demarcava ma pulsava nelle tempie e nell'ombra delle sue dita adesso vuote. Un segnale sconnesso e a volte fragile che tempestava la testa di dubbi e domande, ma questi, proprio questi, non erano niente se messi a confronto della enorme voglia di avere quell'anima, di poterla possedere e violarla in tutti i singoli anfratti bui, cesellarla per uno scopo che significava unione, fracassarsici buona volontà e testardaggine.
Forse questo era il suo male, probabilmente questo era tutto quanto ed altro ancora, quello che lo legava ad una donna e quindi a doversi sobbarcare, come un immane macigno, il dover essere uomo, il dover accettare per forza di cose un cosmo di insopportabili e insignificanti andirivieni tra la serenità, il calore di un abbraccio o il fuoco di un bacio ed invece l'abisso della distanza. Una catastrofica distanza incolmabile solo nelle parole di lei e non nelle intenzioni di lui.
Chi aveva osato spergiurare sul fatto che gli uomini non debbano soffrire come le donne? Chi?
Chi aveva solamente pensato che per unirsi bisognava condannarsi alla separazione? E di più, chi mai aveva bestemmiato sui sentimenti, sullo sterile proseguo di un rapporto liscio come l'olio e non affastellato in mille "ma", "perché", "ma tu", "ma noi"?
Nella diversità, lui lo sapeva bene perché l'aveva percepito decine di volte stando fuori dalla porta delle sue paure e della sua voglia di arrendersi, ad aspettarla in un tempo interminabile anche se finito in poche ore, lui lo sapeva che da un castello se ne poteva raggiungere un'altro solo per il piacere di dirsi completi, solo per il semplice e quotidinao desiderio di sentirsi amati e mai abbandonati.
La realtà era differente. Il coltello "lacera carne" del rimorso e dell'attesa l'aveva infine determinato all'unica decisione razionale che potesse prendere: quella di andarsene e di farsi svanire in una fastidiosa nebbia che gli avrebbe spaccato i polmoni e con questi, anche ciò che gli rimaneva degli scampoli dei suoi sogni e dei suoi desideri.
Un fiore, se non è ben curato, muore.
Un sentimento, se non ben coltivato e galvanizzato da due e non da una sola mano, muore. Il destino delle cose si compie, sempre. Comunque.
Triste realtà.
Nel groviglio di coperte e lenzuola frutto e risultato di una notte passata con gli occhi gonfi per l'insonnia, l'uomo si girava e rigirava come un'inutile preda vittima di una ragnatela che aveva pensato di poter seppellire nei ricordi, in quello stesso angolo buio da dove fuoriuscivano demoni e persecuzioni, banalità e monotonie, fuoco e gelo. Tante cose, non ultima, la voglia di morire e lasciarsi tutto alle spalle e nelle memorie di un oriente eterno che mai si sarebbe disciolto, anche questo sapeva, nelle brame di una volontà troppo forte (o troppo debole) che pretendeva piegare ai propri sogni una pantomima fatta invece di abulica indifferenza e quotidiano squallore.
Genti. Persone che vanno e vengono, sposati con la loro sicurezza da conti in banca troppo assottigliati per conformarsi allo stile di vivere e pensare della società, inchiodati alle scrivanie di lavori fastidiosi ed inutili con la compagnia di un orologio che avrebbe annunciato la fine di un altro giorno, l'inizio di una dolce e oppiacea nuova morte serale.
«Che ore sono?»
Si chiedeva ancora frastornato l'uomo, ed a rispondergli non c'era nessun buon odore di caffè, né nessun corpo punto dalle spine rossastre della notte di fianco a lui.
Nessuno. Nessuno.
L'uomo decise di scacciare quelle angosce fini che gli puntellavano il cervello e, avviatosi al bagno per urinare, riflettendo l'ombra del suo corpo sulle piastrelle del pavimento, si sentì soffocare dalla rabbia. Pura, velenosa, ossessiva, impotente.
«Non ha trovato il tempo di parlare con me. Non ha cercato nemmeno minimamente di ascoltarmi, si è solo limitata a farmi aspettare, è fuggita!».
Ricordava, come se fosse stato trasportato in un passato recente, le luci sfuggenti della notte e le ore che si facevano beffe di lui davanti ad una porta sconosciuta che aveva visto tante volte ma che nel suo profondo non aveva osservato mai, aveva percepito le luci spegnersi attorno e la gente scomparire con quegli sguardi che volevano suggerire solo spocchia ed indifferenza, date da quella stessa marmaglia che non desiderava altro che l'oppio del proprio tizzone spento in casa, e si era disperato, si era ammalato di tutto quanto lo circondava e che l'aveva contagiato, facendolo soffrire di più ancora per il fatto che lui sentiva che nulla gli appartenesse: né uno spigolo di raggiante dandysmo, né una demarcazione di dolcezza, né un minimo di amor proprio o di tolleranza. Niente. Solo buio.
Assoluto buio.
Così come era venuto, con in testa milioni di cose da voler dire ma che gli erano morte in gola soffocate dal silenzio di lei, così aveva voltato il passo e se n'era andato. Se del buio doveva nutrirsi, avrebbe certamente cercato nel confine sottile del proprio perimetro per individuarne uno necessario e complementare al suo. Irrimediabilmente, immancabilmente.
Una melodia biascicata da lontano che si era nutrito di lui e della sua carne amara ne aveva fatto un golem di sale acido da poter spandere sull'asfalto per poterci camminare lungo i confini stretti della sua commiserazione.
Mai più, si disse.
Uscendo dal bagno trovò il suo pacchetto di sigarette e per un momento si distrasse a guardare la punta di tabacco ad arrossarsi al calore della combustione con la fiamma. Gli sembrava che in una sigaretta potesse addormentare tutto il suo livore, quella carne fatta a pezzi e poi servita come antipasto al dio dell'ingiustizia, sovrano della malavoglia, crudele pastore di quello che è giusto e di quello che è sbagliato, giudice dell'essere specie maschile e specie femminile.
I polmoni inspiravano l'aroma velenosa e giravano attorno alla catarsi del fumo come pompe idrovore che assorbissero tutte le forti emozioni che l'avevano condotto ad essere larva, impotente, marcia.
Non era questo il suo giorno, non era questa la sua alba di un solo debole e malato fuori, dalla finestra ombreggiato dagli infissi, la sua vita da cane sciolto non poteva annichilirsi appresso a pensieri che erano solo, evidentemente, nella sua testa.
No, nulla di tutto questo.
Lui era.
Lui era tutto quanto avesse voluto essere e fare, tutto quanto la sua testa ed il suo sentimento gli avrebbe suggerito, tutto quanto avrebbe voluto che si avverasse e non si era avverato e la sua mattina, quell'alba che aveva disprezzato nei pensieri di prima, si confuse nuovamente in quei passi al contrario per una porta che non si era aperta, in antitesi a quello che lei aveva definito l'essere senza cuore, randagio tra i randagi, mistificatore di un'anima senza peso e senza sapore.
Niente.
Found you there in the blink of an eye 
I miss you
Turned away into a thousand dreams
Found out what they mean
Lost you there in a moment of truth
I trust you
Gave away the one and only heart
A gift to tear apart
Stain me, save me
Take me to my home
Hold me, show me
Take me to my home
Weaker now, drawing fluid from me
You kill me
I'm not afraid of what you have just done
But of what you've just become
DEBOLEZZA
Ti ho trovata là in uno spicchio d'occhio di stella
Sento la tua mancanza
Cacciata in mille sogni
Persa in quello che si mormora
Ti ho persa in un momento di verità
Ti credo
Ti ha portata via il cuore
Unico e solo dono per piangere separati
Macchiami, salvami
Portami a casa
Tienimi, mostrami
Portami a casa
Debole, disegno fluido da me
Tu mi uccidi
E non ho paura di quello che mi hai dato
Ma di tutto quello che è stato
»»» O P E T H - Damnation
Veleno. Ma in quantità tali da dar alle fiamme una foresta intera.
Vomito veleno incandescente che mi svuota l'esofago dai resti dei sogni tagliuzzati e martoriati.
Perchè tutto deve essere sempre così difficile?
Un mondo indifferente che ruota attorno a se stesso senza tener conto dei mille angoli acuti nel suo seno. Abbandonati alle fiere per vagare tra le alte fiamme di un'Inferno più doloroso delle piaghe di cristo, più annichilente di ogni fine, più vasto di un Impero e gelido come la mano della morte.
Che sia l'interludio di ogni sofferenza, di ogni angheria, di ogni disordine.
Niente è paragonabile a quei pensieri sussurrati la notte, lasciati, poi rispresi, poi lasciati ed infine stanchi e sfiancati.
Tutt'intorno non c'è che l'angustia della rabbia e del soffocamento di quanto avessi pensato bello e sereno.
La serenità, però, non è mia. Mai lo sarà. Sempre mi sfuggirà.
Niente.
Niente.
La pelle che struscia ed il fiato che si fa corto sono presagi, per non sciogliersi, per non perdersi, per non soffrire. Ma come?
Incatenata e luccicante come questa nenia, spira per me un vento che non riconosco, forse da est, forse da ovest. Non saprei. Sei tutto io dovrei chiedermi e non mi chiedo. Non per i dubbi, né per le mete, nemmeno per astrusi pensieri.
Voglio immaginarti così: impettita nel sorriso e nel profilo delle gote arrossate nel chiarore pallido della faccia.
Allungata e flessuosa all'alba di ogni inizio, sulla porta di ogni fine.
Il gelo accompagna i passi esterefatti, quasi noncuranti, sprezzanti, verso un cambiamento. Una muta impercettibile, pezzo su pezzo, sovrapposto ad una base turpe e truce, strafottente e melanconica.
Io e non Io. Sempre.
A V.
Dormi il sonno degli affaticati. Sai quante stelle dietro quelle palpebre chiuse?
Conosci tutte le vie del cielo per arrivare al torpore soave di ogni bacio e di ogni carezza che, come velluto, scivola lungo crine di sole che muore e di notte che cavalca al fianco dei tuoi sogni.
Dormi nelle stanze di cera, odorose di sesso e virtù, di muffa e sandalo, di rumore e silenzio.
Tutto quanto.
Quello che ha peso e non gravità implode, per sillabe stampate e tu nemmeno lo sai.
Sei accorta nell'opale dei pensieri inconsci, cadi nel vortice, ti rialzi, non chiedi chi sia la voce che bisbiglia nella notte, quella stessa che brama per averti, tale e quale a tante, seppur incrinata e spiacente, non indirizzata dove tu crederesti, incomprensibile luce dove tu non hai messo nessuna lampada, o forse qualcuna tenue e lucente, per comprendere, per capire, forse, se sarà, anche per amare più di qualsiasi tesoro nascosto e più di qualsiasi infinito.
Questo è chiuso, e non ha spazio se non per te, per me, per te, per me.
Dormi, la stella più brutta ti spia, ti osserva, ti desidera, si sconquassa.
Non puoi afferrarla, né ravvivarla, questa muore, e sul tuo seno trova la sua dimora tombale di sogno e lussuria.
Dormi...dormi....dormi.....dormi......dormi.......dormi........
non c'è spazio per altre brutte stelle.........
FVGE PER BICODOLVM SERPENTEM
MAGNAM REMISSIONEM PETENS.
TVEBITVR TE TAVRVS VSQVE
AD ATLANTEA REGNA
Una sera persa nel vortice di troppi pensieri che la hanno prevalicata.
Un paio di attimi, niente di ché. Figure che si dissolvono, bagnate dall'acqua insistente della pioggia scrosciante. Non hai un nome, non hai una forma definita, dalle tue appendici lungo le gocciole che si dissolvono sul lastricato di cemento acido non cadono che le peregrinazioni nella notte lunga infinita.
E non hai nome, lo ripeto. Non c'è sillaba, non c'è significato. Niente. Come sempre. Come adesso.
Avevamo cominciato a riderci sugli stampi degli occhi bruciati dalla malinconia. Simili a concetti evanescenti, a fantasmi dalle corde vocali spianate in nessun senso. Non sapevamo che dirci. Era giusto in fondo. Eravamo ragazzi. Niente da dividere adesso.
Tu col fardello che, te lo si legge perfettamente per come cammini, per come tentenni lungo la linea invisibile dei passi l'uno davanti all'altro, è pesante e tedioso, insopportabile.
Avevi le tue amicizie, avevi tutto quanto una ragazzina viziata potesse desiderare. Avevi tutto, avevi tutto, avevi tutto. Avevi solo te.
Ti sei bruciata nelle vie strappate e dormienti dell'eroina. L'impalpabilità del tempo come una polvere fastidiosa che s'è n'è andata; della tua coscienza, dei tuoi bei occhi che riflettevano il cielo di primavera, di queste e di altre cose, non è rimasto che un piccolo spiraglio che, per giunta, vuoi anche nascondere e non assecondare.
Sabbia che si muove, in dune minacciose, sentimenti morti, celestiali ricordi.
Ma tu non esisti più.
Come avevo già preannunciato a qualcuno, tempo fa, avevo intenzione di creare un nuovo blog riguardante un sacco di cose in generale, ed in particolare la musica.
Quella che più mi piace, quella che ascolto da sedici anni e che mai mi ha abbandonato.
Ecco, stasera con un pò di buona volontà ed un pò di certosina pazienza ho rimesso mano a script e HTML code e, dopo un lungo pomeriggio passato a provare e riprovare la "cosa" che mano mano riempiva i miei schemi mentali, dopo aver consumato un pacchetto di marlboro ed il lettore cd a forza di ascoltare gli Hypocrisy, posso dire di aver concluso un discreto lavoro:
Ragnarök è nato, ed è un blog indirizzato a quanti amino la musica metal e quella estrema in particolare (ma non solo).
Chiunque voglia parteciparvi è libero di farlo. Ho già provveduto a spedire inviti a chi mi ha palesato la sua intenzione in precedenza oppure mi è parso affine agli interessi comuni, quindi cari DaveJ., Xerosignal, GelsoNero e Mordja, se leggerete questo post vi sarete già accorti che nel vostro mailbox c'è una mia comunicazione a cui voi dovrete solamente accettare per entrarci o rifiutare nel caso non ve ne freghi niente.
L'invito però a partecipare al Ragnarök è esteso a tutti. Vi chiedo però solo alcune cose, che non sono regole ma che si potrebbero sottendere senza pochi sforzi:
- Il blog, per il suo Layout, non può accogliere immagini troppo grandi o troppo pesanti (max 200 px di larghezza e 400 di lunghezza), quindi, onde evitare spiacevoli urti estetici da parte di tutti e pagine che ci mettono un'eternità a caricarsi nonchè colonne che salgono e scendono, specialmente per chi, come me usa IE, cercate di postare file o immagini di ragionevole e moderata dimensione, nel caso faceste orecchie da mercante, il sottoscritto le ridurrà senza chiedere niente a nessuno.
- Ho pensato a questo blog come ad un posto dove si parli di musica ma non nella maniera che se ne fa in tanti altri simili: non mi piacerebbe che si postassero canzoni copiate ed incollate senza la loro traduzione, né pensieri di altri. Il blog nasce nella mia testa come una specie di connubio di emozioni derivanti da tutto quello che ci ruota attorno, non solo la musica, quindi, chiunque vorrà postare cose scritte di suo pugno potrà farlo nella sua più libera attitudine. Quindi, per la maggiore io penso ad un blog di recensioni, non solo di ultime uscite, ma anche degli album che più ci fanno scatenare, sognare ecc., ma non solo. Come chiestomi da DaveJ. ci si potrà scrivere anche di poesia, arte in generale, ecc. ecc.
- Da quando ho aperto questo mio Reame ed anche altri blog sono stato un convinto affossatore di copyright quindi, tutto il materiale, le immagini, gli scritti, interi o in parte, anche modificati, sono di proprietà di tutti e tutti possono servirsene. Naturalmente purché non si strumentalizzino e non li si svilisca. Ma quello è un discorso diverso. Se avete dunque, testi o immagini che non volete siano usate da altri, non postatele!
- Il blog nasce come supporto, non come creatura a sé stante, almeno per ora, quindi, sempre che lo vogliate, i post pubblicati nel Ragnarök potrete pubblicarli anzitutto nel vostro blog di origine, scrivendo in calce al post il riferimento ("Permalink") al suo gemello nel blog comune. Naturalmente questa non è una regola ma sappiate che Splinder ultimamente fa molte bizze e non vorrei che qualche vostra cosa a cui tenete molto un giorno possa andare persa. Se invece non vi frega un tubo di quello che potrebbe perdersi, allora postate tranquillamente come meglio credete.
- I post, gradirei e dico gradirei, che fossero scritti in un italiano corretto senza quei fastidiosissimi puntini sospensivi che intervallano le parole dovuti alla cattivissima e per me strana abitudine di non rileggere quello che si scrive.
Credo si debba sfatare il "mito storto" dei metallari e dark ignoranti come capre e quindi, per favore, evitate di scrivere parole inflazionandole di maiuscole e minuscole come fanno le dodicenni-deficienti, evitate di formattare il carattere troppo grande o troppo piccolo (nel caso, nel boxino per la dimensione, non inserite nessuna variabile, il testo già di per sé è formattato secondo il font Georgia e secondo una dimensione predefinita di 11punti), o magari con lo sfondo colorato. Se potete, oltre naturalmente ai testi di canzoni ecc. che ci impongono di usare una lingua diversa dalla nostra, evitate gli inglesismi e le abbreviazioni da SMS. Insomma, parlate come mangiate, scrivete pure alla stessa maniera senza però il boccone pieno.
- Chi voglia far parte del blog comune dovrebbe farlo con un certo impegno, sia a livello di "conoscenza" da parte di altri utenti, sia per quanto riguarda il postare che, non pretendo debba essere quotidiano, ma che non diventi nemmeno una cosa di cui scordarsi.
A tal proposito ho intenzione di attivare una funzione che ho trovato in un magnifico sito con cui, chi non posterà per venti giorni di seguito, verrà automaticamente estromesso da qualsiasi azione.
Il metal è per la gente attiva che pensa ed è pragmatica, che ama le proprie cose ed intende portarle avanti con forza. I fannulloni ed i perdigiorno, nonchè tutti quelli che potrebbero ritenersi offesi dagli argomenti trattati, stiano alla larga. Il martello di Thor è sulla cima proprio apposta: una botta in testa e passa il pensiero. Datevi da fare.
E dopo tutta questa manfrina, vi passo a postare l'intestazione del Ragnarök, spero vi piaccia. Datemi tempo e lo migliorerò. Creerò Antipixel ed adesivi apposta per chiunque li voglia usare, e sarò sempre in attesa di tutti i consigli, le bestemmie e le maledizioni vorrete mandarmi.