sabato, 25 febbraio 2006

REAME CON I PONTI ALZATI
CAUSA ISPEZIONE REALE
AI POSSEDIMENTI DI
FLORENTIA

SINE SATANÆ

SERBATEMI
SE POTETE
RICORDI
ED ARIA
BUONA

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venerdì, 24 febbraio 2006

In qualche giorno, forse, quando stelle si spegneranno verso me, e forse ancora, cieli mormoreranno di una vita vissuta. Credo che in un angolo, qualcosa si fermerà a pensare alla stella più brutta che luce al mattino, sfoglia e chiude le palpebre circondate da aloni malsani, per farle sue e portarle ad uno sconosciuto assiso nella fede della gente.

Tra qualche ora, nessuno saprà più proferir parola, per avvolgersi di un manto trasparente sporcato dalla superficialità del credere e non credere. Dire e non dire, assoluto.

E se non mi cercherai, io non ti cercherò e non ti ucciderò.
Perchè dalla stella più brutta si fugge sempre, senza accordargli pace.


LA STELLA DEL MATTINO

MORGENSTERN

Lei è tanto brutta che fa calare il buio
Quando sposta lo sguardo al cielo
La luce se ne spaventata
Brilla vergognandosene
E per questo deve nascondersi durante il giorno
Non vuole intimorire la luce
Vive nell'ombra fino a quando il bagliore del sole svanisce
Guarda una stella brillare nel crepuscolo e prega:
Dipingi di bellezza le mie guance

Stella del mattino, oh brilla
Sul mio viso
Spira una calda luce
Sulla mia faccia che fa spavento
Confidami di non essere sola
Brutta, tu sei solo brutta

Vago solitaria nella notte
Gli uccelli del giorno non cantano più
Ho visto i bambini affollarsi e chiassare nel sole
Ho pianto nei cieli imperlati di altre stelle

Stella del mattino, oh brilla
Per il mio amore
Spira una calda luce sul suo viso spaventoso
Dille che non è sola

Stella del mattino, oh brilla
Per la mia anima
Spira una luce calda
Su un cuore che si sta frantumando
Dille che sto piangendo
Perché tu, tu sei brutta
Sei semplicemente brutta
Gli uomini sono esseri con occhi
Per cercare e vedere solo belle cose
Ma tu, tu non sei bella, no

Stella del mattino, oh brilla
Per il mio amore
Spira una luce calda
Sul suo viso spaventoso
Dille che non è sola

E la stella vuole brillare
Per il mio amore
Riscalda il mio petto e bussa
Dove la vita palpita
Per mirare col cuore
Che lei è semplicemente bella

Prostrato da OzzyRotten alle ore 20:54
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diary of a madman

venerdì, 24 febbraio 2006

Una città che ho sempre amato, fuori di ogni cosa e di ogni dubbio, è stata Roma.
Nel mio immaginario, quando questa era il centro del mondo civilizzato, io mi trovavo sugli scranni del Senato ad ascoltare l'oratoria di Cicerone, ad osservare i congiurati che accoltellano Cesare, a meravigliarmi dell'austerità dei costumi di Catone che a gran voce e con fare ringhioso, proponeva di proibire l'esibizione del lusso e controbatteva all'addolcimento della società guerriera.
Roma grande, Roma come una mamma che ha nutrito e divorato i suoi figli come e meglio della lupa che ha allattato Romolo e Remo, i leggendari fondatori della città.
Roma dalle luci soffuse e dai borghi sporchi del ghetto ebraico. Roma dei baroni aspiranti papi e dei palazzi gentilizi in stile barocco.
Roma come una piovra che oggi come ieri ha nella sua gente il segno inequivocabile dell'appartenenza.

Per me, non esiste città più bella ed affascinante dell'Urbe.
Ogni volta che ci ritorno, e sono tante, mi affascina sempre percorrere la via dei Fori Imperiali, per fermarmi davanti all'Altare della Patria o magari sedermi sugli scalini a mirare il balcone da dove il duce ammaliava la folla e conduceva le briglie del destino di una nazione.
Che poi l'Impero si sia dissolto per la mollezza e l'ignavia dei governanti, e che il duce abbia procurato all'Italia tanti lutti e tanto dolore, è un affare che poco mi torna in testa quando, assorto nei miei pensieri, mi lascio trasportare dalla fascinazione di un luogo tagliato dai marmi di travertino e dalle steli trapiantate dall'Egitto. Anche l'aria, a Roma, ha un sapore diverso da ogni luogo. Ti entra nei polmoni con la prepotenza "dolce" dei momenti in cui, col cuore commosso, ti fermi su un balcone ed osservi con le lacrime agli occhi, quanto possa essere magnifico il perdersi nel genio e nella malvagità dell'uomo.

Ricordo una delle prime volte quando mi sedetti sulle scale di Trinità de'Monti, di fianco alla lapide commemorativa di John Keats e sotto ai piedi avevo centinaia e centinaia di persone che facevano il giro tra l'uscita della stazione metropolitana ed il centro della Piazza di Spagna, ruotando o fermandosi un attimo attorno alla barca in marmo della fontana principale. Il tutto, al crepuscolo, quando le luci assumono quella tonalità tra l'ocra scuro ed il blu dalle mille sfumature, e con lo sguardo che volge oltre tutti i caseggiati e le numerose croci sulle chiese, oltre tutto, vicino alla Cupola di San Pietro.

Ed ancora, le passeggiate in una Trastevere in cui l'immobilismo del tempo cozza con le macchine che la soffocano lungo le vie principali, seduto, sotto al piedistallo della statua di Gioacchino Belli, il poeta della Roma popolaresca di vicoli e quartieri malsani, a chiaccherare e a sentire, oltre all'indicibile caos, il fluire dell'acqua malata del Tevere.

Roma in una parola, è una magia che da millenni consacra eroi, tradimenti e popolani affezionati.
La casa della gente proletaria e dei gran signori chiesa e bordello. La strada di straccioni, rigattieri e grandi filosofi e mecenati, quella dei "destini che debbono compiersi" e dell'edulcorato sapersi vivere e guardare attorno con gli occhi della semplicità.

Un libro che ho letto con passione ed in poco tempo, riguarda proprio la Roma che fino a qui ho descritto.
Narra dei "Segreti di Roma" ed autore ne è Corrado Augias, conduttore raffinato ed intelligente, uno dei pochi che si salvi dalle battaglie dello share e che con la sua solita ed eclettica raffinatezza di signore d'altri tempi, sa ben descrivere e parlare alla semplicità di chi certi piaceri tutti visivi, artistici ed intellettuali, li accoglie in pieno.

Nel libro, attorno a descrizioni affascinanti di luoghi e cose perdute e che non tutti conoscono, nemmeno i "veri" romani, si narrano le vicende ed i vizi di una città che ha dato e nascosto tutto ed il contrario di tutto.
Dalle mura aureliane alle chiese medievali, dall'Eur e l'architettura razionalista ed "autarchica" all'abitazione di Ettore Muti, dal ghetto ebraico a San Pietro, dal vociare dei mercati rionali, alle macerie di una guerra con i conseguenti eccidi da parte dei nazisti per una città che solo per il nome che porta, dovrebbe considerarsi sacra sia in senso laico che cristiano del termine.
Affascinante perdersi in uno spicchio di luce dato da un posto, da una cappella, per poi ritrovarsi con le impressioni per una Capitale mondiale che non c'è più e che la si può solo immaginare nelle rovine del Circo Massimo e delle terme, su una superficie che ancora oggi i ruderi suggeriscono immensa.

Quegli stessi chiaroscuri, quelle stesse mani popolari e quegli stessi despoti disposti a combattersi per qualsiasi cosa, li si può ben idealizzare nel percorso storico e sociale della città descritta nel libro di Augias ed io, che di queste cose me ne innamoro sempre, non posso che leggerle e rileggerle con avidità: a pezzetti, per intero, per frasi o solo per sillabe.

Roma è grande. Niente gli si può accostare.

“Mi piacciono di Roma gli angoli nascosti. Se mai avrò l'occasione di scrivere un libro su "I segreti di Roma", vorrei raccontarne angoli che pochi conoscono, storie strepitose, leggendarie, legate a certi vicoli o a certe case, figure dirompenti e dimenticate, le avventure della Roma fascista, certi angoli dei Prati o dei Parioli, anche però certi aspetti misteriosi, quasi sempre ignorati, dei grandi monumenti.” - Corrado Augias -

Prostrato da OzzyRotten alle ore 16:58
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diary of a madman

giovedì, 23 febbraio 2006

Stamattina, dopo che il sonno mi è passato abbastanza tardi trascorso sotto una fuliggine di pioggia e nebbia opprimente, ho acceso la televisione.
I programmi della mattina sono insopportabili. Nessuno che possa dire che non siano costruiti ad uso e consumo di massaie annoiate ed insoddisfatte che passano il loro tempo a piegare camicie a mariti impegnati nel loro rampantismo e, tra una piega ed un'altra ancora, trovano anche il tempo per alzare lo sguardo e volgerlo al mediocre target della mattinata televisiva.
Televendite di materassi in cui il materasso è un regalo tra i tanti, ricette che al solo sentirle il fegato marcisce, spettacoli obbrobriosi in cui si mette in evidenza il disagio ed il dolore spettacolarizzandolo e rendendolo merce da vendita.
Il liberismo vuol dire anche questo. In campo economico e concorrenziale, sbranarsi, sul terreno sociale, svilirsi e vendersi al miglior offerente, sempre che questi abbia denti abbastanza acuminati per divorare la carne dei propri patimenti. Quelli piccoli, minuti, orgasmatici però per chi li osserva aldilà di uno schermo a trentatrè pollici. Un minuscolo moscerino richiamato dall'odore della putrescenza dei soldi che si ingigantisce e diventa un castello assediato da domande e bombardamenti mediatici.

Tutto questo mentre scorrono file e file di strisce pubblicitarie, nervose come una dose di cocaina, irreali e misitificatrici che nascondono il nerbo di una popolazione che non arriva alla fine del mese, che però non intende lasciarsi scappare una lacrima pesante di una madre che ha perso la figlia, o che si felicita per la facile carità fine a se stessa della gente africana, che fa sette, otto, dieci figli e che non ha di che nutrirli, che segrega le donne e le confina in parti di fabbricato dove non possano venire a contatto con gli uomini.
Quelli sempre, con lo scettro del potere-miseria in mano. Ad opprimere e seviziare, annullare e annichilire. In Africa come anche qui da noi.

Tra i tanti inutili polpettoni quello più indigesto è, forse, il Maurizio Costanzo Show che una volta lo si vedeva sempre in seconda serata poi, dopo anni di predominio della tv, confinato alla mattina alle nove meno dieci (quando, nei tempi che furono, a quell'ora andava in onda la replica della sera prima) con il Costanzo-Docet dietro ad una scrivania intarsiata a mò di professore anti-gentiliano che non ha perso l'abitudine di sbavare sui numerosi fogli e foglietti che adornano l'arredamento del suo studio.
Gli ospiti, selezionati tra il meglio del meglio della media borghesia italiota, a corto di idee che non siano già trite e ritrite, chiaccherano col pepe al culo del conduttore che li pungola come se fossero sul bilico di un enorme spiedo mediatico e che, si sa, in queste situazioni anche un premio Nobel direbbe delle sciocchezze, rimangono contriti ad ammuffirsi nella loro composta posizione di gambe accavallate.

La sorpresa di oggi però, è stata il vedere tra gli ospiti della trasmissione tal Amélie Nothomb, scrittrice belga e di nazionalità francese, figlia di un diplomatico in servizio in giappone che, dietro l'aria egocentrica e simil-dark che la contraddistinge, si è rivelata essere, negli ultimi anni, una prolifica ed assai letta scrittrice.
La signora Nothomb, con l'aria di chi non comprenda bene perchè si trovi in un luogo così stupido ed inutile, con annessa interprete che le traduceva persino i testi delle canzoni strimpellate dagli autori invitati e che, con molta probabilità le ha causato un terribile mal di testa, era lì per presentare il suo ultimo libro, in uscita proprio in questo mese e presentato a Venezia qualche giorno fa.

Acido Solforico è in scrittura quello che gli Slayer misero in musica con "South of Heaven".
Un romanzo che, con poca o assente ironia e tanto e profuso cinismo mette in evidenza il sistema malato dei media occidentali.
Un gruppo di persone viene raccattato per le vie di Parigi e condotto in vagoni piombati in una sorta di "campo di concentramento" del terzo millennio dove, al posto delle SS armate vigilano telecamere dappertutto a spiare la vita magra e misera dei personaggi coinvolti che si uccidono tra loro a colpi di televoto, proprio come in un Reality-Show odierno.
A trasparire, dall'occhio della televisione è la sofferenza di ognuno che combatte per essere primaria rispetto a quella degli altri, con i Kapò a spadroneggiare sulle vite e le abitudini dei disgraziati, e con autori sadici che tramutano il prodotto dell'equazione "morte tua=vita mia" in uno spettacolo crudele e madido di cinismo.

Non ho ancora letto il romanzo della quarantenne autrice dalle gonne e dai cappelli da strega.
Ho letto invece il suo "Antéchrista" e mi piacque molto. Una maniera per destabilizzare e scandalizzare i lettori che corrispondono poi anche ai telespettatori, mediante la scrittura e non il thrash televisivo.
Esperimenti, ecco quelli che sono queste scritture. Esperimenti per far provare ribrezzo della società a chi legge le sue pagine e, se bisogna ammettere che la signora Nothomb è parte di quello stesso business mediatico che tanto aborrisce, bisogna anche dire che, a leggerla, si prova l'irrefrenabile desiderio di distruggerla quella tanto malefica e squallida televisione.

“Venne il momento in cui la sofferenza altrui non li sfamò più: ne pretesero lo spettacolo.

Per essere fermati non serviva alcun requisito. Le retate si verificavano ovunque: chiunque veniva portato via, senza possibilità di appello. L’unico criterio era l’appartenenza al genere umano.
Quella mattina Pannonique era uscita per fare una passeggiata al Jardin des Plantes. Arrivarono gli organizzatori e setacciarono il parco. La giovane si ritrovò su un camion.
Non era ancora andata in onda la prima puntata: la gente non aveva idea di cosa gli sarebbe successo. Erano tutti indignati. Alla stazione, li stiparono su un carro bestiame. Pannonique vide che li stavano riprendendo: li scortavano numerose telecamere che non perdevano una virgola della loro angoscia.
Comprese allora che ribellarsi non solo non avrebbe affatto giovato, ma sarebbe risultato telegenico. Rimase dunque di marmo durante il lungo viaggio. Intorno a lei i bambini piangevano, gli adulti ringhiavano, i vecchi soffocavano.
Li scaricarono in un campo simile a quelli, non poi così remoti, di deportazione nazista, con un’unica eccezione: telecamere di sorveglianza erano installate dappertutto.”--------->

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darkening

mercoledì, 22 febbraio 2006

Io, meridionale con scarpe fine e cervello ancora più fino. Io con i mei difetti e la mia pelle spessa tre dita come quella degli orsi, io che evanescente passo da un sogno all'altro, da un incubo ad un altro.
Io che sono geloso, possessivo, ipocrita, violato e violentatore.

Io che sono un mostro di cinismo e che colpisco senza nemmeno accorgermi di aver avvelenato le mie frecce aduche. Io che non ho occhi per guardare il trapassare di un mondo infarcito di ipocrisia e melenso perbenismo.

Io che sono capace di distruggere tutto quello che di bello mi si prospetta, tutto quello che mi capita, tutto quello che sento o credo di sentire, tutto quanto gli altri mi dicono, mi suggeriscono bastonandomi la schiena e polverizzando la mia maniera d'essere.

Io, pateticamente, come una macchia d'inchiostro sbiadita dall'indifefrenza. Io vi chiedo scusa.

Chiedo scusa a tutti ed a tutte. Chiedo scusa per essere stato come un lupo feroce che alla fine ha finito per sbranarsi la coda.

Io vi chiedo scusa per quello che ho detto e per quello che non ho detto. Per quello che so e per quello che non so.
Per chi mi ha voluto bene, per quelle che mi hanno amato e da me hanno sentito rispondersi solo parole al vetriolo e il secco vento della strafottenza.

A tutti voi, a tutti, quelli che ho trattato con noncuranza e veleno, io chiedo scusa.

Io, che non posso nemmeno chiedere che mi si spieghi, che mi si dica che cosa posso aver fatto di male, chi abbia potuto uccidere o umiliare, cosa abbia potuto violare.
Io, condannato a morte da tutti e da tutte che non ho diritto nemmeno alla lucidità degli ultimi momenti di vita e ad una spiegazione d'odio e di disprezzo, perchè anche quello conta, perchè anche quello è basilare, perchè anche per quello noi lottiamo brancolando nel Buio che io ho sempre tanto amato.

Io che sono niente. Per l'ennesima volta. Che devo considerare inesistenti i pezzi più importanti della mia vita solo perchè afflitto dal mio male, che è grande, e che non ho saputo guardare ad altro male che sia stato diverso dal mio.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 14:25
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diary of a madman

martedì, 21 febbraio 2006

Niente orizzonte. Nessuna linea aldilà di un buio che si è fatto carne.
Violata carne.
Nessun desiderio da mantenere vivo. Solo Morte e disperata agonia.
La mia pena coincide con un sacro lambire di fiamma, dato in boschi infatuati e poi rimossi.
Non c'è carezza, né fosche e mirate parole.
Niente fascinazione.

Quando scrivo parole che mi baluginano nella testa, conscio del fatto che solamente io posso ben comprenderle e percepirle per il nudo senso, scarno e volubile, metà del cuore muore, l'altra metà, forse, chissà... Io l'ho persa e cerco affannosamente di riconoscerla nel lambire ferocemente evanescente dell'anima di qualcun'altro. Come un connubio per un male che si aggiunge ad un altro.

Addiziono carne a carne, senso a senso, dolore a dolore.
I ricordi non sono che una cornice distrutta, un'infausta percezione di ciò che si è disfatto, poi è riemerso nel brodo acido del mio stomaco perforato, poi declinato, ed infine scomparso per le stesse putride strade da dove è venuto.

Non si può vivere di ricordi, non ci si può nutrire di arcane e lontane, probabilmente sfocate, disillusioni.

Solo Morte e disperata agonia.
L'uomo vive in un giardino di dolore, senza fiori né odori, senza occhi per mirare o angeli da adorare, solo, nascosto e etereo.

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diary of a madman

domenica, 19 febbraio 2006

“I colori complementari sono quelli che mescolati insieme nella giusta quantità danno come risultato il grigio assoluto. Questo non può succedere con l'oscurità.
 « Il buio genera solo altro buio...»

»»» Giorgio Faletti - Niente di Vero tranne gli Occhi

Benvenuta, qui dove questo assioma è rispettato e venerato.
Qui, dove i balocchi uccidono...
Benvenuta in questo Reame di Ozz.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:51
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domenica, 19 febbraio 2006

Sulla carne spietata come una febbre, ho trovato un piccolo sogno che solo a me parlava e non aveva occhi e non aveva lingua.
Solo rammarico, solo amarezza, solamente il vestito stracciato delle brutte occasioni e dei cruenti incontri con il mostro della realtà.

Su montagnole spazzate dal vento arido della delusione, io non l'ho saputa trovare la casa accogliente della mia serenità, né ho potuto cercarla: il mio sogno non aveva ali per librarsi in alto ed osservare la superficie increspata, trasparente e di una luce lontana e morente che ho rincorso con i polmoni che mi scoppiavano.

Nemmeno io ho occhi, né nessuna colpa.
Neanche la consolazione di poter affondare il muso e di mordere con i denti, su quelle spalle ricurve dal riflesso opaco lambito dalla fiamma d'un sentimento.
Nemmeno il profumo dell'evanescenza di quella carne e di quel piccolo e discreto sogno che si è messo in croce al roboante rumore delle mie cattiverie.

Non ce la faccio.

Dovrò uccidere i miei sogni e la loro carne putrescente per riavere il fiato nei polmoni ed un palpitare nuovo di zecca.

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diary of a madman

sabato, 18 febbraio 2006

I Remember
Northern Side
Were The Frozen
Is The Keeper Of My Hopes

And In This Place Of
Sacred Peace
There Is No Words
To Tell About This World

Cold, Father Of My Blood
Redemption Of My Soul.

Vault Of Desperation 

But The Story
Makes Me Fall
In Your False Light
Surrounded By Rainy Lies

In This Journey
I'm Looking For
Stroke Of Love
That I Lost Along The Time

Love, Reflection Of The Past
Sad Melodies Of You.

Vault Of Desperation
Dark Season's Singing From The Sea Of Inner Missing,
From Inside The Secret Story To The End Of Human Glory,
I Remember Your Frozen Tears,
I Remember My Northern Star.

Dark Season's Blowing From The Hills Of Weeping Willows, 
By My Tears The River's Flowing To The Sea Of Dying Quiet,
I Remember Your Frozen Tears,
I Remember My Northern Star.

Our Spirit
Has Lived Free
But You Wanted
The Light Of Not Believe

You Are Rowing
Without Past
But I Can't, I Can Never Say Goodbye
Cold, Still Will Be My Friend
I'll See Your Frozen Tears.

Vault Of Desperation.

Nothing, All Around Me
Nothing, All Around Me

All Around Me, Just A Vision
Just A Vision, Slowly Kills Me

Slowly Kills Me, From Inside

All That I Can See
Lost In Memory
The River's Flowing In To The Sea
The River's Flowing In Dying Quiet

Wishing You
To Take My Cry
I Keep On Seeing
In Other Eyes

I Keep On Seeing
In The Heart Of Nothing
Where The Lies
Trapped Your Spirit

Rumours Of Darkness
From Northern Story
Taking The Painting
Of Distant Lovers

I Sing In The Winter
Because I Need You
I Sing In The Winter
In The Frozen Memories.

Dark Sirens In My Eyes.


RICORDI GHIACCIATI

Ricordo
La terra a Nord
Dove il gelo
È il guardiano delle mie speranze

E questo posto
Questo posto di sacra pace
Non ha parole
 Da proferire per questo mondo

 Il freddo, Padre del mio sangue
 Redentore della mia anima.

Tomba della disperazione 

La storia
 Mi ha fatto cadere
 Nella tua falsa luce
 Portata da piogge di bugie

 Questo giorno
Dove osservo
dissolversi l'amore
che ho perso da molto il tempo

 L'amore, il riflesso del passato
 Tristi melodie di te.

 Tomba della disperazione
 Una Stagione oscura viene dal mare profondo in cui ti ho cercata,
 Come profonda e segreta storia della fine dell'umana gloria
 Io le ricordo le tue lacrime ghiacciate,
 Io la ricordo la mia stella del Nord.

 La stagione oscura spira dalle colline coi salici piangenti,
 Dalle mie lacrime nasce un fiume che sfocia nel mare che quietamente muore.
 Io le ricordo le tue lacrime ghiacciate,
 Io la ricordo la mia stella del Nord.

Il nostro spirito
Ha vissuto libero
Ma tu cerchi
 La luce a cui non credi

Hai remato
 Senza passato
 Ed io non posso, io non posso salutarti
Gelo, continua ad essermi amico
 Io le vedrò le tue lacrime ghiacciate.

 Tomba della disperazione.

 Nessuno, attorno a me
 Nessuno, attorno a me

 Attorno a me, solo un fantasma
 Solo un fantasma, che muore lentamente

E che lentamente mi uccide, Da dentro

Tutto quello che posso vedere
Perso nel ricordo
Del fiume che si riversa nel mare
Nel fiume che fluisce in un quieto morire

Ti desidero,
per riprendermi le mie lacrime
Cerco di tenermi
Altri occhi

 Cerco di mantenermi
 Nel cuore di nessuno
 Dove le bugie
 Intrappolano il tuo spirito

 Rumori nell'oscurità
 Dalla storia del Nord
 Tinta dei colori
 Di amanti lontani

 Canto nell'Inverno
 Perchè ho bisogno di te
 Canto nell'Inverno
 Di ricordi ghiacciati.

Sirene oscure nei miei occhi.



»»» Leggi il Post nel Ragnarök

Prostrato da OzzyRotten alle ore 00:39
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heavy rock, ragnarök

sabato, 11 febbraio 2006

Eccolo lì. Sempre quello, sempre quello dannato che sfianca le giunture. Poi colpisce il cupo organo dei sensi, poi rimbomba, poi finisce.
Per rinascere in tempi non sospetti di quiete.

Io lo so come si fa a camminare nel cielo scuro ed in quello chiaro, e come si fa a cadere sulla terra profonda, scavata e dura.

Io conosco quale mente senza regole e ammorbata e senza fiato permea tutte le cose, e la voce piena dell'aria che rinsavisce e quella che distrugge.
Io lo so quale sia il contorno per questo nero vascello senza vele, né lubrificante, immobile in acque senza bussola di simbiosi;

s'insinua senza farsi annunciare per gli strali, per le case basse e per eruttare furioso senza sogni, né speranze.
Non vivrò senza te.

Per una mano lieve e leggera nel tocco che ti sfiora, e per un cervello che perde catene, rabbia, livore e freddezza.
Per una pelle come scorza che non sa che farsene di spessi strati di brunire, e per quello che le ali consumate in cenere non riescono più a raggiungere.

Note per il silenzio, quello che tu ami non è un abisso né un delitto, né nessuna cosa di questo mondo.

Non vivrò senza te.

Solo per te.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 23:04
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