sabato, 30 settembre 2006

Non ho che te.
Tinto e cesellato, come di porcellana, costruisco sogni che saprò di poter realizzare.
Adesso forse, non sarà l'istante a correre e contare, ma più tardi, tu sarai mia.

Immancabilmente.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:42
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diary of a madman

sabato, 23 settembre 2006



In the dawn an angel was dancing
sorrounded by an aura of light
But in the shadows something was watching
and with patience awaiting the night
Angel whispers: "Mournful night, attractive night,
your dark beauty obsesses me"
An angel bewitched by the shadows
Seduced by the whispering lies

A spell was cast an the sky turned red
The angel's heart froze to ice
The blackness that falls is coming to stay
Under the snow lies angels so cold

Dusk has passed and a cold morning breeze,
is sweeping all over the plain,
On the ground lies an angel with skin so pale,
On her face an image of pain,
Snow is now falling to the frozen ground,
The angel is covered by white,
Frost is spreading across the plain,
to welcome the eternal night.

The dress is white with crystals of ice
and frozen roses so red
Roses of blood from an innocent soul
On the plain lies an angel dead

A spell was cast an the sky turned red
The angel's heart froze to ice
In the gloomy sky black clouds were gathering
The silence was broken by cries
A spell was cast an the sky turned red
The angel's heart froze to ice
In the gloomy sky - The silence where dead angels lie

Touch the snow...Caress the lifeless sculptures
Die!!!

The blackness that falls is coming to stay,
Under the snow lies angels so cold,
Yet with each crystal of frost that is falling,
another story is told,
A spell was cast an the sky turned red,
The angel's heart froze to ice,
In the gloomy sky - The silence where dead angels lie.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 23:24
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heavy rock

domenica, 17 settembre 2006

A volte è doloroso constatare che la lontananza, anche se solo per qualche giorno, mina cervello e cuore in maniera irreparabile.

Conto le ore, i minuti, le frazioni di secondo in un solo battito, e non ho nulla per consolarmi.
Nessuno potrà allontanarti da me.
Mai.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 20:34
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diary of a madman, bloodysucker

domenica, 10 settembre 2006

Ultimamente, mi è preso un pò il pallino del recensore. Più per passione che per altro, e dunque mi sto cimentando in questi giorni negli album che, negli ultimi giorni, più mi stanno assorbendo.

Le recensioni sono raggiungibili dal sito Debaser.it, oppure attraverso i link elencati quì di seguito:

»»» "Blackwater Park" - Opeth

»»» "Sin/Pecado" - Moonspell

»»» "Nothing Remains the Same" - Pain

»»» "Vovin" - Therion

»»» "Atlantis Lucid Dreaming" - Therion

Speriamo che qualcuno, leggendole, sappia cogliere il senso di quello che, maldestramente io, ho inteso comunicare con i miei pasticci.

Aggiornamento del 11/09/2006: Gli album recensiti, ormai in totale dipendenza dallo scrivere sono aumentati, di seguito i link per leggere le nuove recensioni:

»»» "A Virgin and A Whore" - Eternal Tears of Sorrow

»»» "Chaotic Beauty" - Eternal Tears of Sorrow

A queste, presto, si aggiungeranno:

"Sodom" - Sodom

"Lemuria/Sirius B" - Therion

"Before the Bleeding Sun" - Eternal Tears of Sorrow
Prostrato da OzzyRotten alle ore 16:30
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heavy rock, debaser

sabato, 09 settembre 2006

Beating
Heart still beating for the cause
Feeding
Soul still feeding from the loss
Aching
Limbs are aching from the rush
Fading
You are fading from my sight

Break of morning, coldness lingers on
Shroud me into nightmares of the sun

Moving
I am moving closer to your side
Luring
You are luring me into the night
Crying
Who is crying for you here
Dying
I am dying fast inside your tears

Plunging towards bereavement faster yet
Clearing thoughts, my mind is set
Devious movements in your eyes
Moved me from relief
Breath comes out white clouds with your lies
And filters through me
You're close to the final word
You're staring right past me in dismay
A liquid seeps from your chest
And drains me away

Mist ripples round your thin white neck
And draws me a line
Cold fingers mark this dying wreck
This moment is mine

Help me cure you
Atone for all you've done
Help me leave you
As all the days are gone
Night fall again
Taking what's left of me
Slight twist, shivering corpse
Ornated with water, fills the cracks
Clasped in my lims by tradition
This is all you need

"Bleak" -
Opeth, Blackwater Park

»»» Continua dal precedente....

La notte, cullandoci sul suo dolce seno, ci porta a quella condizione di stupore quando, ripercorrendo strade ormai batture e itinerari già conosciuti, sembra che li si scopra per la prima ed unica volta; svelandosi lo stretto necessario per alimentare presagi e desideri.
Quando il suo manto viene a coprire tutte quante le cose, l'animo umano sembra essere maggiormente predisposto e sensibile a percepire le increspature dei ricordi, delle passioni, che, come carta a cui si stia bruciando la testa, al venire di ogni alba, scompaiono, lasciando solo l'odore acre della cenere che si perde in gola e per l'aria, senza peso alcuno.

Quello che accade, la notte, nessuno può immaginarlo se non l'empirico senso delle illusioni e, forse, uno strano e variegato universo lunare che violenta la terra e il mare.

Di queste cose, a pensarci, viene una grande nostalgia perché non sempre queste sensazioni riescono a mutuarsi e, nella stessa misura in cui tornano, ciclicamente, alla testa, scompaiono nei reconditi recessi di processi mentali troppo complessi ed astrusi per poterli soppesare e poter giudicare.
Una cosa, però sicura è quanto accadde quella magica sera in cui, traversando la Litoranea, respirando completamente l'aria calda e pura di paesaggi che possiamo solo sperare di ritrovare intatti, quando li avremo rivisti nei giorni seguenti.

Arrivati che siamo, ci presentiamo ai nostri amici dopo aver attraversato il Lungomare scintillante di luci e di insegne ai bordi della strada. La gente s'affolla su quell'arteria andando in direzione del centro storico, dove sono ubicate decine e decine di botteghe artigiane, dove ai lati del viale ci si può sedere ai tavolini del bar e rilassarsi, dove le luci fioche e color ocra, fanno apparire i fabbricati, i vecchi balconi cesellati nelle architravi e con le ringhiere di ferro battuto arrugginito, come spettri accalcati l'uno sull'altro, nella sensazione di trovarsi davanti ad una lotta tra la natura e l'uomo perpetrata per secoli e rimessa lì, immobile, aspettando che i numerosi sguardi si posino su quelle rovine e su quelle ancestrali spade acuminate.

In lontananza, faraglioni sparsi appaiono prepotenti dall'acqua del mare, tendono al cielo e l'abbracciano con la viva pretesa di potersene impossessare e chi, alza lo sguardo dal basso, per riuscire a capire quanto in alto arrivi la loro illusione, deluso, deve riporre gli occhi a terra perché, non c'è nulla di palese che si possa percepire o carpire da quella sfida: solo l'immaginazione partorisce certi Titani immersi nel mare, la concezione di ognuno poi, li può inscenare.

Verso l'una di notte ci ritroviamo a casa, su quella bellissima e inimitabile terrazza che sembra mantenersi in bilico, anche se in posizione riservata e gentile, sul Mare Adriatico.
Parliamo del più e del meno, fumando e scherzando, con le nari investite dall'odore di cucina che proviene dalla sottostante piazza affollata.
La gente quì ci viene per godersi il fresco della sera e per lo straordinario paesaggio che si scruta verso l'orizzonte.
Una nave illuminata, solca le onde tranquille dei fondali bassi che sembrano essere impastati di blu scuro e d'argento. Il riflesso della luna sul mare disegna il contorno di quella pace tanto attesa e ansiosamente prospettata per tutto l'anno venuto prima.
Nessuno di noi, pur sentendosi sulle spalle la stanchezza del giorno e del viaggio, ha desiderio di andare a dormire. Tutti vorremmo tenerci quel legame saldo che ci lega a questo incantato posto, e la gente che passeggia per i marciapiedi, o per le piazze, fuggivamente s'accorge del caposaldo e tenta di arrampicarcisi sopra per continuare a sperare che niente svanisca.

Ma il giorno, come tutte quante le cose della natura e predisposte da essa, viene e ci trova ad essere immersi in un mondo, se possibile, ancora più bello e pittoresco.

La cittadina si anima, strilloni e turisti fanno sentire l'eco dei passi e delle grida per il ciottolato di pietre lastricate; affacciandomi dal balcone che sporge direttamente sulla "Chianca Amara", vedo coppiette fermarsi un momento e fare fotografie, uomini che camminano sicuri scrutando da una parte e dall'altra, camerieri affaccendati a preparare i tavoli per i ristoranti appena aperti, e la luce del sole che, sbarazzina, entra nelle case e per i vicoli stretti.

Finalmente, tutta l'ansia, lo stress, le cose che fanno più infuocare stomaco, fegato e cervello, sono alle spalle e per un pò di giorni saranno cosa estranea a quanto noi saremo.

La prima cosa di cui mi preoccupo, è piazzare il pc e mettere su qualche cd. Naturalmente, visto il periodo, gli Opeth girano a palla, e forse per duecento volte per quel giorno, ed anche per i successivi, "Bleak" rappresenta la colonna sonora a tutto quanto noi facciamo o mettiamo in programma di fare.

Da indolente, non intendo fare altro che stravaccarmi nel letto, sulle lenzuola blu violentate dal poco sonno della notte precedente.
Però usciamo, camminiamo oziosamente guardando le vetrine dei negozi, vorremmo perderci completamente in quel dedalo inestricabile di vie e viuzze, di mare in lontanaza che scintilla, di voci e suoni che si rincorrono, poi rincasiamo e pensiamo a che cosa cucinare e fare per il dopo cena alla sera.

Il tutto, intervallato dagli attimi più dolci che io possa mai ricordare.
Io non ho un bel carattere, e non ho nessun problema ad ammetterlo, al di là della mia indolenza e certe volte, della mia protervia, non vorrei fare altro che starmene rimbambito, seduto a qualche sedia, davanti ad un tavolo, a fumare i miei sigari (puzzolenti? Non lo so. Ma ribadisco il concetto: sigari che costano sei euro l'uno non possono puzzare...) e a fantasticare ascoltando i growl che provengono dal media player del cd.
Capisco però che quanto io desideri fare cozzi con quanto in realtà sia mio dovere, e piacere fare.
Così, pur non frequentando assiduamente il mare e le spiagge, ci piace pure prendere la macchina e farci camminate lungo le strade che non conosciamo, per poi, all'imbrunire, ritrovarci seduti nuovamente su quella terrazza magica a discutere di svariati argomenti; e di carne a cuocere, con le persone giuste a cui siamo stati onorati di essere accompagnati, c'è n'è in abbondanza; si parla delle dinamiche politiche, di libri letti e cose scritte, di esperienze fatte e di esperienze che si desiderebbe fare, di rapporti interpersonali e di come coltivarli sapientemente, di pace e di guerra, di problemi e di diversità. Niente di meglio.
Niente di meglio io avrei potuto mai desiderare.

E poi, la dolce e raffinata sirena delle ore tarde che col suo canto ci fa sprofondare in profonde esalazioni pure e definite dai contorni dell'Amore.
Noi due ne siamo i carcerieri e gli intrappolati: siamo sicuri di tenere le chiavi di questo nostro mondo in mano, mentre questo ci inghiotte deliziandoci, e sono ancora baci e carezze e parole pure, dette semplicemente perché vanno dette, parentesi anonime in un mondo che circuisce d'incapacità ogni cosa, anche la più piccola.

Più di una volta, mi è sembrato di ritrovarmi come se fossi stato un fuscello sfiorato dalle cose invisibili, completamente trasportato dalla forza dei sentimenti e della Volontà. E questo, lungo il durare delle ore e dei giorni, mi si è parato dinnanzi innumerevoli volte, sempre meglio, sempre più definito.

Continua....
Prostrato da OzzyRotten alle ore 16:32
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diary of a madman

sabato, 09 settembre 2006

Il tempo è brutto avviandomi da casa. Piove a dirotto, e così decido di avviarmi per tempo senza pranzare, visto che le calorie mi provocano una specie di rimbambimento simil-senile.
Prenderò qualche caffè per strada (quando sarò arrivato a Foggia di caffé ne avrò bevuti cinque e per nemmeno duecento chilometri...).
Avviarmi in anticipo (largo anticipo) non mi pesa. Ho lo stereo nuovo in macchina che gira una bellezza, e poi, mi son portato appresso i migliori cd che possedessi: Opeth, Moonspell, Iron Maiden, Rammstein, Trivium, Anathema, ecc. ecc.
Chissà perché, forse complice la pioggia che sbatte violentemente sul parabrezza, decido di mettere "Damnation" degli Opeth, e non immagino, né ho contato, le volte che ho mandato all'inizio il brano "Closure". Quel suo finale orientaleggiante mi mette i brividi, e, tra una sigaretta e un'altra, mi rilassa e mi predispone alla strada che devo percorrere.

Questa è completamente libera e sgombra da traffico o pianta fave.
Stranamente persino la SA-RC è libera e scorrevole, e, nel breve tratto che la percorro, sono tentato più volte di proseguire fino alla diramazione per la Napoli-Canosa-Bari, ma poi, sempre fedele al vecchio detto secondo cui "chi lascia la strada vecchia per la nuova....", esco e prendo la Statale per Potenza, attraversando i due paesi limitrofi al capoluogo che, oltretutto, sembrano essere investiti da un torpore soporifero: nessuno per le vie, nonostante il tempo si sia mosso al bello, bar deserti e strade ancora più deserte, con mio sommo piacere.
Lo stereo continua ad emettere note su note, e percorrendo la via che poi da Potenza porta fino alla Candela-Foggia, il tempo mi passa senza nemmeno accorgermene.
Mi fermo due o tre volte lungo gli Autogrill che trovo per la strada.
Certi Autogrill sono fantastici. Molto migliori di quelli che si trovano lungo le arterie principali.
Provate a fermarvici a qualcuno che non conoscete. Magari potreste imbattervi in un'area di servizio pulita, senza folla, senza camionisti puzzolenti e senza che alla cassa vogliano propinarti l'offerta del mese.
L'area di servizio che io trovo, subito prima di Foggia, non ha clienti, solo due ragazze dietro al bancone.
Una mi guarda, ha i capelli raccolti all'indietro e indossa una camicetta linda e bianchissima; vedendomi abbozza un sorriso, ma subito si china sul telefonino e pesta duro sui tasti. L'altra, a cui chiedo un caffè, sembra leggermi nel pensiero, e me lo serve "al vetro" in una specie di tazzina davvero curiosa.
Pagando, mi scorre l'occhio sui quotidiani del giorno e con mia grande sorpresa, mi meraviglio notando che hanno addirittura il Washinghton Post!
Chiedo, con la maggiore cortesia che mi riesce, anche se non mi è semplice dopo non aver parlato per tre ore, quanto disti Foggia; "è arrivato" mi fa lei, "Ancora mezz'ora...".

Davvero non mi ero reso conto di come mi sia passato il tempo, solo attraversando le vicinanze di Lagopesole, rallento ammirando il castello svevo che sovrasta il paese, e che è costruito come i classici bastioni normanni, con grosse torri circolari ai quattro lati, e nessuna china, ma tante enormi feritoie e tantissime finestre che si avvacciano lungo la vallata sottostante.
Lì, qualche secolo fa, torme di briganti bivaccavano e coltivavano sogni di secessione dal neonato Regno d'Italia. Forse, se mi fossi avvicinato, avrei ancora potuto respirarne l'aria piena e fragrante, le grida delle donne, gli schioppi dei fucili a retrocarica. Qualcosa che mi ha sempre affascinato, e che, purtroppo, molti ignorano.

Foggia non è una bella città. Perlomeno non lo è per la parte che io attraverso.
Ci sono stato due o tre volte, ma non ho la più pallida idea di dove sia la stazione ferroviaria; non è un problema comunque, ho tutto il tempo per cercarmela e, con un pò di fortuna, se è vero quello che dicono i telegiornali, dopo tanto blaterare di flussi di autoveicoli sulle autostrade e città deserte, potrò pure riuscire a raggiungerla in poco tempo.
E difatti così è. Di difficoltà per trovare la stazione, non ne ho per nulla. Già dall'uscita vedo cartelli da ogni parte che mi indicano il percorso da fare e quando mi trovo a parcheggiare la macchina e a pagare per la sosta, sono arrivato con tre ore di anticipo.
La stazione di Foggia è un grosso monolite di cemento armato rivestito di quel marmo che in epoca fascista si usava e consumava come noi oggi consumiamo il pane.
Un minaccioso orologio elettronico altro due metri e largo tre, sembra ergersi come un colosso sulla piazza antistante che di particolare non ha nulla: una fontana zampillante di acqua calda, palazzoni di sei piani tutto intorno, una rotatoria per svincolo, poche persone impegnate a bivaccare e a stravaccarsi sui prati e all'ombra delle palme, in cerca di frescura.

Io non mi sento per nulla bene. Morendo dal caldo e non avendo niente da fare, decido prima di fare una puntata in un bar vicino con i tavolini all'aperto, e poi di fare una camminata per il quartiere per rendermi conto di quale sia la strada per dirigermi verso Manfredonia o, forse Mattinata, o magari verso il Parco del Gargano.
Mi ritrovo a camminare forse per un'ora, forse per un'ora e mezza. Trovando subito le indicazioni per San Giovanni Rotondo, ho risolto il piccolo problema che mi affliggeva, e adesso osservo distrattamente le vetrine dei negozi chiusi, e gli ingressi delle banche, in un'afa terribile, con un sole che picchia duro, e lungo viali puliti e ben tenuti ma che, quà e là, rivelano sconnessioni e rappezzi.

Alle sei e un quarto mi avvicino al binario dove Lei arriverà.
Mi monta un'ansia pazzesca, e non riesco a stare fermo. Già di per sé non ci riesco in momenti di calma, figurarsi ad aspettare la persona a cui più tengo, la donna che mi ha rubato il cuore e ha bruciato le mie cellule celebrali.
Ancora l'afa mi affligge, e mi trovo a stendermi come un tricheco sulle panchine di marmo, cercando di cogliere l'ombra della tettoia in cemento, che piano piano, come una mano, s'addentra lungo le strisce gialle e lungo i binari.
La gente comincia a sedersi sulle panchine, e individui comparsi dal nulla, trascinano valigie pesanti o redarguiscono al cellulare madri o fidanzate ansiose.
È curioso osservare la gente in luoghi dove, dopo un'ora, questa rappresenterà solo un futile ricordo.
C'è lo yuppie con la borsa di pelle nera e gli occhiali della Rayban che legge distrattamente il giornale spiegazzato della mattina con l'auricolare del cellulare attaccato al lobo dell'orecchio, c'è la ragazza no-global con i sandali ad infradito (orribili. Mai sopportati e sempre schifati) che legge un mattone da quindici chili osservando con la coda dell'occhio il binario lontano; sembra non curarsi della gente che, passando, la osserva, ma lei, tradendo il suo stato strafottente, ogni cinque secondi si passa la mano per i capelli, si aggiusta gli occhiali (Rayban anche quelli, no?), si abbassa la maglietta aderente per nascondere l'ombelico col piercing d'argento. Poi ci sono i militari in licenza, con i borsoni enormi ma sgonfi, con le scarpe da ginnastica sporche e le magliette sudate che sorseggiano una birra da tre quarti e, vispi, si guardano attorno, forse per carpire lo sguardo della no-global snob, che, invece, li degna solo di un'occhiata schifata e si sposta.
A me, invece, nel petto sento che mi sta caricando una batteria di artiglieria.
Una marlboro dopo l'altra e ai miei piedi sembra di assistere ad un cimitero di tizzoni spenti.
Non sopporto il caldo, non sopporto la gente attorno, non sopporto i messaggi di servizio di Trenitalia, non sopporto aspettare, non sopporto nulla.
Mi sta assalendo una paranoia violenta che mi stringe la bocca dello stomaco, e la mia mente partorisce pensieri inutili e viziosi: chissà, se potessi salire su quel treno con un biglietto col posto riservato, e magari, attraversando gli scompartimenti pieni come uovi, potrei accorgermi che il mio posto è occupato dalla signora settantenne che non può muoversi e dalle gambe gonfie; chissà come mi piacerebbe farla sloggiare e sentirla borbottare e vederla muoversi con difficoltà, mentre io, giovane e pieno di energie, non la degno nemmeno di uno sguardo o di una gentilezza offendomi di prenderle la valigia dal portabagagli, e mi siedo, comodo, circondato dagli sguardi assassini degli altri viaggiatori. Ah! Se solo potessi!

Ma per ora, non è il mio caso, e da sadico maltrattatore di vecchiette, non posso altro che prendere atto della mia condizione di derelitto che vuol giocare a fare l'adolescente innamorato e che si rode fegato e bile nell'attesa di qualcosa che verrà.

E quel qualcosa, Lei, arriva. Stranamente puntuale, quando il crepuscolo ormai sta prendendo possesso delle cose che si muovono e di quelle che stanno ferme.
Dapprima, non riesco a scorgerla, non la vedo, non la sento vicina, la gente mi passa vicino e qualcuno incespica con i suoi bagagli tra le mie gambe.
Bestemmiando e maledicendo qualche dio oscuro, le mitraglie d'artiglieria mi bombardano il petto e le tempie. Mi carica un senso di stupore e di rabbia, tutto sembra alzarsi verso il cielo per voler scomparire, ed io non riesco ad afferrare la mia parte, il mio piccolo mondo di sorrisi e abbracci, di rivelazioni e illusioni.
No, non c'è. Sono basito, sono affranto, sono vinto.

Sembra passare un'eternità e invece, nemmeno un minuto dopo, scorgo i suoi capelli rossi.
È lei. È lei e non c'è ombra di dubbio. Lei e nessun'altra.
Quando mi avvicino velocemente, abbozzando un sorriso che lei mi ricambia, mi è sembrato di sentire il deflagrare dei palazzi che s'innalzavano per aria e che adesso hanno toccato terra, sbattedoci. Un timido saluto, e mi offro di portarle la valigia.
Persino i sadici pensieri di prima non sono altro che ricordi buttati che non servono a nulla.
Lei è con me, e ci sarà sempre. Lei è con me, e io non intendo dividermene, né spartirla con nessuno. Lei è mia.

Ci avviamo cianciando verso la macchina, e, usciti dalla stazione, un tramonto caldo e un leggero venticello, ci prendono per mano, per portarci in un posto che, ne sono sicuro, sarà suggello della nostra storia.

Incamminandoci con la macchina, la notte ci prende quando ancora mancherà un'ora o forse più per arrivare.
Decido di prendere la Litoranea anziché la strada interna proprio per rubare alla notte uno spicchio di mare, o la fragranza della macchia e degli alberi di sughero lungo la strada ma, nello scuro, non si riesce a vedere che la strada illuminata dai fari, e gli stop delle macchine che ci precedono lungo il nastro d'asfalto tortuoso.

Sono contento, e mi sono calmato. Ci aspettano dieci giorni di completo ozio, di riposo e di ferie.
Speriamo solamente che la notte, per ora, riesca ad aprire un varco, magari solo per noi, un varco dove riflettere l'acqua del mare...
Prostrato da OzzyRotten alle ore 00:50
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diary of a madman

mercoledì, 06 settembre 2006

Edgar Allan Poe morì il 7 ottobre 1849, all'età di quarant'anni, in una bettola di Baltimora che fungeva anche da albergo, in circostanze alquanto misteriose.
Il medico che fu incaricato di redigere un rapporto sulle cause del decesso dello scrittore statunitense, affermò che Poe era morto in seguito ad un trauma provocatogli dall'assunzione di forti dosi di alcool o forse, di laudano.

Il poeta, che il 27 settembre  era partito da Richmond in Virginia per arrivare a New York dove vi risiedeva, aveva previsto di fare tappa, lungo il viaggio, a Filadelfia dove, dietro compenso, doveva correggere le bozze per un libro di una giovane poetessa, tale Marguerite St. Leon Loud.
Prima di partire, Poe aveva chiesto a sua suocera, la Signora Maria Clemm, di spedirgli una lettera a Filadelfia, indirizzandola ad un suo pseudonimo, E. S. T. Grey.

Che cosa sia successo tra il 27 settembre ed il 7 ottobre di quell'anno, al poeta, nessuno è mai riuscito a scoprirlo.
Forse Poe fu aggredito e derubato, costretto a fermarsi a Baltimora (che pure era una città che non gli era estranea, visto che vi aveva dimorato in gioventù e dove, oltretutto, vi risiedevano anche suoi parenti che, comunque in quella circostanza, ignoravano della presenza del poeta in città) in circostanze che non è dato sapere; o forse venne attirato in una trappola, architettata da ignoti, con la scusa di un incontro, presunto, con qualcuno disposto a finanziare la rivista letteraria (The Stylus) che lo scrittore stava cercando, faticosamente, di aprire.

Ancora oggi, a distanza di decenni dalla morte di Edgar Allan Poe, gli storici, i critici, gli studiosi, e chiunque si sia interessato della vita dello scrittore, non sanno che formulare congetture riguardo a quei cinque giorni o poco più, in cui lo stesso, in buona salute e con obiettivi precisi, venne poi rinvenuto in una taverna in stato di totale incoscienza.

Questo è il cardine su cui ruota il romanzo "L'Ombra di Edgar" di Matthew Pearl, l'autore del "Circolo Dante" che tanto viene osannato dalla critica d'oltreoceano.
Nel libro, un brillante e promettente avvocato di Baltimora, tale Quentin Clark, appassionato delle opere poliziesche di Poe, con i nervi scossi per aver assistito al desolato e austero funerale dello scrittore, decide di indagare per conto proprio sugli ultimi giorni di vita di questi, e, dopo essere stato frustrato dal fallimento nel reperire informazioni in America, decide che, l'unica maniera per svelarne il mistero è quella di affidarsi ad una mente analitica e raffinata, quella del personaggio che ha ispirato a Poe il suo C. Auguste Dupin, l'investigatore che nei "Delitti della Rue Morgue", nello "Scarabeo d'Oro" e nella "Lettera Rubata", riesce, grazie a ragionamenti razionali e logici ai limiti dell'inverosimile, a capirne le dinamiche e a scoprirne gli esecutori.
E così, il protagonista si mette in viaggio, e sbarca, nella Francia dell'Imperatore Napoleone III, che, in quel frangente ancora non ha assunto i poteri dittatoriali.
Quì, a Parigi, egli riesce a scoprire il domicilio di un certo "Duponte" che, secondo quanto egli ne sa, è dal vero, l'investigatore che ispirò Poe per i suoi racconti.

Ma, la storia, a questo punto, comincia a farsi pericolosa e ingarbugliata, soprattutto per merito di un altro personaggio che rivendica egli stesso d'essere il Dupin letterario. Si tratta del Barone Claude Dupin, avvocato con innumerevoli successi giudiziari alle spalle, nonché dandy impenitente sommerso dai debiti, che s'accompagna ad una alquanto volubile signora, che si fa chiamare "Bonjour" che lo protegge e ne risolve i problemi.
Il Barone, conscio del polverone che si sta alzando per la morte di Poe, decide di indagare egli stesso sulle oscure circostanze della morte dello scrittore, contando poi di pubblicare le sue conclusioni e quindi, di ricavarne un bel guadagno.

Il romanzo, come tutte le opere dello stesso genere, si legge speditamente, ed è veramente ben fatto.
Se non altro, Matthew Pearl, si documenta approfonditamente sui recessi storici veri della morte di Poe, trasmutando poi i suoi dati, in un mondo letterario affascinante sia per ambientazione storica, che per dinamiche dei fatti.
Una discreta dose di suspence riecheggia dalla prima all'ultima pagina, percorrendo gli ingarbugliati (e forse ostici) percorsi narrativi della storia.
Affascinante è, ancora, ripercorrere, con la certezza di fonti attendibili, la vita e le opere, i percorsi e le frustrate delusioni dello scrittore americano che, anche oggi, pur essendo considerato universalmente uno dei padri della letteratura moderna americana, nonché l'iniziatore di un certo qual genere poliziesco e "noir", è dipinto come un reietto della società, un lercio ubriacone e drogato che non seppe sfruttare a pieno il proprio genio creativo.

Debbo dire che però, avendo letto anche il "Circolo Dante", questo secondo libro di Pearl mi ha lasciato un pò con l'amaro in bocca, forse perché, in maniera sibillina, non ha la sola pretesa di intrattenere, come sarebbe giusto, ma si districa in quel confine labile che delimita la realtà storica, dalla pura fantasia, non amalgamandosene, ma rimanendone sempre distinta.

Commenti a parte, il libro vale la spesa che occorre per comprarlo, ed anzi, non sarebbe brutto se, dopo averne letto le pagine, molti si interessino all'opera di Poe, che, nonostante i decenni dalla sua pubblicazione, è sempre avvincente ed appassionante.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:46
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darkening

martedì, 05 settembre 2006

Era una cupa mezzanotte e mentre stanco meditavo
su bizzarri volumi di un sapere remoto,
mentre, il capo reclino, mi ero quasi assopito,
d’improvviso udii bussare leggermente alla porta.

"C’è qualcuno" mi dissi " che bussa alla mia porta
Solo questo e nulla più."

Ah, ricordo chiaramente quel dicembre desolato,
dalle braci morenti scorgevo i fantasmi al suolo.
Bramavo il giorno e invano domandavo ai miei libri
un sollievo al dolore per la perduta Lenore,
la rara radiosa fanciulla che gli angeli chiamano Lenore
e che nessuno, qui, chiamerà mai più.
E al serico, triste, incerto fruscio delle purpuree tende
rabbrividivo, colmo di assurdi tenori inauditi,
Sebbene ripetessi, per acquietare i battiti del cuore:

"E’ qualcuno alla porta, che chiede di entrare,
qualcuno attardato, che mi chiede di entrare.
Ecco: è questo e nulla più"

Poi mi feci coraggio e senza più esitare
"Signore," dissi "o Signora, vi prego, perdonatemi,
ma ero un po’ assopito ed il vostro lieve tocco,
il vostro così debole bussare mi ha fatto dubitare
di avervi veramente udito". Qui spalancai la porta:
c’erano solo tenebre e nulla più."

Nelle tenebre a lungo, gli occhi fissi in profondo,
stupefatto, impaurito sognai sogni che mai
si era osato sognare: ma nessuno violò.
Quel silenzio e soltanto una voce, la mia,
bisbigliò la parola "Lenore" e un eco rispose:
"Lenore". Solo quello e nulla più.

Rientrai nella mia stanza, l’anima che bruciava.
Ma ben presto, di nuovo, si udì battere fuori,
e più forte di prima. "Certo" dissi "è qualcosa
proprio alla mia finestra: esplorerò il mistero,
renderò pace al cuore, esplorerò il mistero.
Ma è solo il vento, nulla più."

Allora spalancai le imposte e sbattendo le ali
entrò un Corvo maestoso dei santi tempi antichi
che non fece un inchino, né si fermò un istante.
E con aria di dama o di gran gentiluomo
si appollaiò su un busto di Pallade sulla porta
si posò, si sedette, e nulla più.
Poi quell’uccello d’ebano, col suo austero decoro,
indusse ad un sorriso le mie fantasie meste,
"Perché" dissi "rasata sia la tua cresta, un vile
non sei, orrido, antico Corvo venuto da notturne rive.
Qual è il tuo nome nobile sulle plutonie rive?"

Disse il Corvo: "Mai più".
Ma quel corvo posato solitario sul placido busto,
come se tutta l’anima versasse in quelle parole,
altro non disse, immobile, senza agitare piuma,
finché non mormorai: "Altri amici di già sono volati via:
lui se ne andrà domani, volando con le mie speranze"
Allora disse il Corvo: "Mai più".

Trasalii al silenzio interrotto da un dire tanto esatto,
"Parole" mi dissi "che sono la sua scorta sottratta
a un padrone braccato dal Disastro, perseguitato
finché un solo ritornello non ebbe i suoi canti,
un ritornello cupo, i canti funebri della sua speranza:
Mai, mai più".

Rasserenando ancora il Corvo le mie fantasie,
sospinsi verso di lui, verso quel busto e la porta,
dna poltrona dove affondai tra fantasie diverse,
pensando cosa mai l’infausto uccello del tempo antico.
Cosa mai quel sinistro, infausto e torvo anomale antico
potesse voler dire gracchiando "Mai più".

Sedevo in congetture senza dire parola
all’uccello i cui occhi di fuoco mi ardevano in cuore;
cercavo di capire, chino il capo sul velluto
dei cuscini dove assidua la lampada occhieggiava,
sul viola del velluto dove la lampada luceva
e che purtroppo Lei non premerà mai più.

Parve più densa l’aria, profumata da un occulto
turibolo, oscillato da leggeri serafini
tintinnanti sul tappeto. "Infelice" esclamai "Dio ti manda
un nepente dagli angeli a lenire il ricordo di Lei,
dunque bevilo e dimentica la perduta tua Lenore!"
Disse il Corvo "Mai più".

"Profeta, figlio del male e tuttavia profeta, se uccello
Tu sei o demonio, se il maligno" io dissi "ti manda
o la tempesta, desolato ma indomito su una deserta landa
incantata, in questa casa inseguita dall’Onore,
io ti imploro, c’è un balsamo, dimmi, un balsamo in Galaad?"
Disse il Corvo: "Mai più".

"Profeta, figlio del male e tuttavia profeta, se uccello
Tu sei o demonio, per il Cielo che si china su noi,
per il Dio che entrambi adoriamo, dì a quest’anima afflitta
se nell’Eden lontano riavrà quella santa fanciulla,
la rara raggiante fanciulla che gli angeli chiamano Lenore".
Disse il Corvo: "Mai più".

"Siano queste parole d’addio" alzandomi gridai
"uccello o creatura del male, ritorna alla tempesta,
alle plutonie rive e non lasciare una sola piuma in segno
della tua menzogna. Intatta lascia la mia solitudine,
Togli il becco dal mio cuore e la tua figura dalla porta"
Disse il Corvo: "Mai più".

E quel Corvo senza un volo siede ancora, siede ancora
sul pallido busto di Pallade sulla mia porta.
e sembrano i suoi occhi quelli di un diavolo sognante
e la luce della lampada getta a terra la sua ombra.
e l’anima mia dall’ombra che galleggia sul pavimento
non si solleverà "Mai più" mai più.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:57
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darkening

lunedì, 04 settembre 2006

Ed ecco, a tre anni di distanza dal precendente "Dance of Death", che anche gli Iron Maiden si rifanno vivi, e lo fanno alla loro maniera che, lo dirò subito, non è certamente facile da perseguire, anche se, naturalmente, tutti quanti i marchi e gli stili inconfondibili del gruppo inglese, ci sono e sono palesemente riconoscibili.

Si chiama "A Matter of Life and Death", il nuovo lavoro tragato 2006 dei Maiden, e si presenta a chi lo ascolta come un'opera dalla duplice faccia: se da un lato le canzoni si sganciano in un certo qual modo dai "barocchismi" degli ultimi tempi, certamente mostrano la loro inoppugnabile voglia di sperimentare nuove soluzioni e nuovi stilemi, in architetture sonore e artistiche che, certamente, non sono di facile assimilabilità, né digeribilità. Ciò non toglie che, a mio giudizio, dopo reiterati ascolti, il lavoro sia più che positivo.

Chi scrive, pur seguendo come è logico, i Maiden da tempo immemore (ricordo che il primo album heavy che io abbia mai posseduto, sia stato proprio "Fear of the Dark"), via via cercando di tornare sempre a ritroso nel tempo, per scoprirne tutti gli aspetti e tutte le poliedriche vene della band, è sempre stato un acceso estimatore di quanto i Maiden hanno composto da "Brave New World" a seguire.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:59
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heavy rock