Il tempo è brutto avviandomi da casa. Piove a dirotto, e così decido di avviarmi per tempo senza pranzare, visto che le calorie mi provocano una specie di rimbambimento simil-senile.
Prenderò qualche caffè per strada (quando sarò arrivato a Foggia di caffé ne avrò bevuti cinque e per nemmeno duecento chilometri...).
Avviarmi in anticipo (largo anticipo) non mi pesa. Ho lo stereo nuovo in macchina che gira una bellezza, e poi, mi son portato appresso i migliori cd che possedessi: Opeth, Moonspell, Iron Maiden, Rammstein, Trivium, Anathema, ecc. ecc.
Chissà perché, forse complice la pioggia che sbatte violentemente sul parabrezza, decido di mettere "Damnation" degli Opeth, e non immagino, né ho contato, le volte che ho mandato all'inizio il brano "Closure". Quel suo finale orientaleggiante mi mette i brividi, e, tra una sigaretta e un'altra, mi rilassa e mi predispone alla strada che devo percorrere.
Questa è completamente libera e sgombra da traffico o pianta fave.
Stranamente persino la SA-RC è libera e scorrevole, e, nel breve tratto che la percorro, sono tentato più volte di proseguire fino alla diramazione per la Napoli-Canosa-Bari, ma poi, sempre fedele al vecchio detto secondo cui "chi lascia la strada vecchia per la nuova....", esco e prendo la Statale per Potenza, attraversando i due paesi limitrofi al capoluogo che, oltretutto, sembrano essere investiti da un torpore soporifero: nessuno per le vie, nonostante il tempo si sia mosso al bello, bar deserti e strade ancora più deserte, con mio sommo piacere.
Lo stereo continua ad emettere note su note, e percorrendo la via che poi da Potenza porta fino alla Candela-Foggia, il tempo mi passa senza nemmeno accorgermene.
Mi fermo due o tre volte lungo gli Autogrill che trovo per la strada.
Certi Autogrill sono fantastici. Molto migliori di quelli che si trovano lungo le arterie principali.
Provate a fermarvici a qualcuno che non conoscete. Magari potreste imbattervi in un'area di servizio pulita, senza folla, senza camionisti puzzolenti e senza che alla cassa vogliano propinarti l'offerta del mese.
L'area di servizio che io trovo, subito prima di Foggia, non ha clienti, solo due ragazze dietro al bancone.
Una mi guarda, ha i capelli raccolti all'indietro e indossa una camicetta linda e bianchissima; vedendomi abbozza un sorriso, ma subito si china sul telefonino e pesta duro sui tasti. L'altra, a cui chiedo un caffè, sembra leggermi nel pensiero, e me lo serve "al vetro" in una specie di tazzina davvero curiosa.
Pagando, mi scorre l'occhio sui quotidiani del giorno e con mia grande sorpresa, mi meraviglio notando che hanno addirittura il Washinghton Post!
Chiedo, con la maggiore cortesia che mi riesce, anche se non mi è semplice dopo non aver parlato per tre ore, quanto disti Foggia; "è arrivato" mi fa lei, "Ancora mezz'ora...".
Davvero non mi ero reso conto di come mi sia passato il tempo, solo attraversando le vicinanze di Lagopesole, rallento ammirando il castello svevo che sovrasta il paese, e che è costruito come i classici bastioni normanni, con grosse torri circolari ai quattro lati, e nessuna china, ma tante enormi feritoie e tantissime finestre che si avvacciano lungo la vallata sottostante.
Lì, qualche secolo fa, torme di briganti bivaccavano e coltivavano sogni di secessione dal neonato Regno d'Italia. Forse, se mi fossi avvicinato, avrei ancora potuto respirarne l'aria piena e fragrante, le grida delle donne, gli schioppi dei fucili a retrocarica. Qualcosa che mi ha sempre affascinato, e che, purtroppo, molti ignorano.
Foggia non è una bella città. Perlomeno non lo è per la parte che io attraverso.
Ci sono stato due o tre volte, ma non ho la più pallida idea di dove sia la stazione ferroviaria; non è un problema comunque, ho tutto il tempo per cercarmela e, con un pò di fortuna, se è vero quello che dicono i telegiornali, dopo tanto blaterare di flussi di autoveicoli sulle autostrade e città deserte, potrò pure riuscire a raggiungerla in poco tempo.
E difatti così è. Di difficoltà per trovare la stazione, non ne ho per nulla. Già dall'uscita vedo cartelli da ogni parte che mi indicano il percorso da fare e quando mi trovo a parcheggiare la macchina e a pagare per la sosta, sono arrivato con tre ore di anticipo.
La stazione di Foggia è un grosso monolite di cemento armato rivestito di quel marmo che in epoca fascista si usava e consumava come noi oggi consumiamo il pane.
Un minaccioso orologio elettronico altro due metri e largo tre, sembra ergersi come un colosso sulla piazza antistante che di particolare non ha nulla: una fontana zampillante di acqua calda, palazzoni di sei piani tutto intorno, una rotatoria per svincolo, poche persone impegnate a bivaccare e a stravaccarsi sui prati e all'ombra delle palme, in cerca di frescura.
Io non mi sento per nulla bene. Morendo dal caldo e non avendo niente da fare, decido prima di fare una puntata in un bar vicino con i tavolini all'aperto, e poi di fare una camminata per il quartiere per rendermi conto di quale sia la strada per dirigermi verso Manfredonia o, forse Mattinata, o magari verso il Parco del Gargano.
Mi ritrovo a camminare forse per un'ora, forse per un'ora e mezza. Trovando subito le indicazioni per San Giovanni Rotondo, ho risolto il piccolo problema che mi affliggeva, e adesso osservo distrattamente le vetrine dei negozi chiusi, e gli ingressi delle banche, in un'afa terribile, con un sole che picchia duro, e lungo viali puliti e ben tenuti ma che, quà e là, rivelano sconnessioni e rappezzi.
Alle sei e un quarto mi avvicino al binario dove Lei arriverà.
Mi monta un'ansia pazzesca, e non riesco a stare fermo. Già di per sé non ci riesco in momenti di calma, figurarsi ad aspettare la persona a cui più tengo, la donna che mi ha rubato il cuore e ha bruciato le mie cellule celebrali.
Ancora l'afa mi affligge, e mi trovo a stendermi come un tricheco sulle panchine di marmo, cercando di cogliere l'ombra della tettoia in cemento, che piano piano, come una mano, s'addentra lungo le strisce gialle e lungo i binari.
La gente comincia a sedersi sulle panchine, e individui comparsi dal nulla, trascinano valigie pesanti o redarguiscono al cellulare madri o fidanzate ansiose.
È curioso osservare la gente in luoghi dove, dopo un'ora, questa rappresenterà solo un futile ricordo.
C'è lo yuppie con la borsa di pelle nera e gli occhiali della Rayban che legge distrattamente il giornale spiegazzato della mattina con l'auricolare del cellulare attaccato al lobo dell'orecchio, c'è la ragazza no-global con i sandali ad infradito (orribili. Mai sopportati e sempre schifati) che legge un mattone da quindici chili osservando con la coda dell'occhio il binario lontano; sembra non curarsi della gente che, passando, la osserva, ma lei, tradendo il suo stato strafottente, ogni cinque secondi si passa la mano per i capelli, si aggiusta gli occhiali (Rayban anche quelli, no?), si abbassa la maglietta aderente per nascondere l'ombelico col piercing d'argento. Poi ci sono i militari in licenza, con i borsoni enormi ma sgonfi, con le scarpe da ginnastica sporche e le magliette sudate che sorseggiano una birra da tre quarti e, vispi, si guardano attorno, forse per carpire lo sguardo della no-global snob, che, invece, li degna solo di un'occhiata schifata e si sposta.
A me, invece, nel petto sento che mi sta caricando una batteria di artiglieria.
Una marlboro dopo l'altra e ai miei piedi sembra di assistere ad un cimitero di tizzoni spenti.
Non sopporto il caldo, non sopporto la gente attorno, non sopporto i messaggi di servizio di Trenitalia, non sopporto aspettare, non sopporto nulla.
Mi sta assalendo una paranoia violenta che mi stringe la bocca dello stomaco, e la mia mente partorisce pensieri inutili e viziosi: chissà, se potessi salire su quel treno con un biglietto col posto riservato, e magari, attraversando gli scompartimenti pieni come uovi, potrei accorgermi che il mio posto è occupato dalla signora settantenne che non può muoversi e dalle gambe gonfie; chissà come mi piacerebbe farla sloggiare e sentirla borbottare e vederla muoversi con difficoltà, mentre io, giovane e pieno di energie, non la degno nemmeno di uno sguardo o di una gentilezza offendomi di prenderle la valigia dal portabagagli, e mi siedo, comodo, circondato dagli sguardi assassini degli altri viaggiatori. Ah! Se solo potessi!
Ma per ora, non è il mio caso, e da sadico maltrattatore di vecchiette, non posso altro che prendere atto della mia condizione di derelitto che vuol giocare a fare l'adolescente innamorato e che si rode fegato e bile nell'attesa di qualcosa che verrà.
E quel qualcosa, Lei, arriva. Stranamente puntuale, quando il crepuscolo ormai sta prendendo possesso delle cose che si muovono e di quelle che stanno ferme.
Dapprima, non riesco a scorgerla, non la vedo, non la sento vicina, la gente mi passa vicino e qualcuno incespica con i suoi bagagli tra le mie gambe.
Bestemmiando e maledicendo qualche dio oscuro, le mitraglie d'artiglieria mi bombardano il petto e le tempie. Mi carica un senso di stupore e di rabbia, tutto sembra alzarsi verso il cielo per voler scomparire, ed io non riesco ad afferrare la mia parte, il mio piccolo mondo di sorrisi e abbracci, di rivelazioni e illusioni.
No, non c'è. Sono basito, sono affranto, sono vinto.
Sembra passare un'eternità e invece, nemmeno un minuto dopo, scorgo i suoi capelli rossi.
È lei. È lei e non c'è ombra di dubbio. Lei e nessun'altra.
Quando mi avvicino velocemente, abbozzando un sorriso che lei mi ricambia, mi è sembrato di sentire il deflagrare dei palazzi che s'innalzavano per aria e che adesso hanno toccato terra, sbattedoci. Un timido saluto, e mi offro di portarle la valigia.
Persino i sadici pensieri di prima non sono altro che ricordi buttati che non servono a nulla.
Lei è con me, e ci sarà sempre. Lei è con me, e io non intendo dividermene, né spartirla con nessuno. Lei è mia.
Ci avviamo cianciando verso la macchina, e, usciti dalla stazione, un tramonto caldo e un leggero venticello, ci prendono per mano, per portarci in un posto che, ne sono sicuro, sarà suggello della nostra storia.
Incamminandoci con la macchina, la notte ci prende quando ancora mancherà un'ora o forse più per arrivare.
Decido di prendere la Litoranea anziché la strada interna proprio per rubare alla notte uno spicchio di mare, o la fragranza della macchia e degli alberi di sughero lungo la strada ma, nello scuro, non si riesce a vedere che la strada illuminata dai fari, e gli stop delle macchine che ci precedono lungo il nastro d'asfalto tortuoso.
Sono contento, e mi sono calmato. Ci aspettano dieci giorni di completo ozio, di riposo e di ferie.
Speriamo solamente che la notte, per ora, riesca ad aprire un varco, magari solo per noi, un varco dove riflettere l'acqua del mare...