lunedì, 27 novembre 2006

Passando attraverso la notte appena risorta, altrove, ci sono buchi piccoli e grandi che ricordano di cose che vanno e che vengono, pur essendo sole, pur esaurendosi nello stesso momento in cui nascono, crescono e sfioriscono.

Così le luci differenti: sfavillanti e turpi, aggressive e chirurigche, tenui e sommesse, del colore dell'ocra e del silenzio apparente che si percepisce, imbrogliando le orecchie, da lontano.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:43
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diary of a madman

sabato, 25 novembre 2006

Se qualcuno degli album che ho recensito su questo database v'intriga, allora, mi farebbe piacere che, mettendo a confronto le sensazioni che a me hanno comunicato, con le vostre, ci ritroviate qualcosa che si pensa si possa possedere "solo" ed "esclusivamente":

»»» Alastis - Revenge;

»»» Ancient Rites - Rubicon;

»»» Bloodbath - Breeding Death;

»»» Bloodbath - Nightmares Made Flesh;

»»» Borknagar - Origin;

»»» Death SS - The 7th Seal;

»»» Entombed - Wolverine Blues;

»»» Eternal Tears of Sorrow - A Virgin and a Whore;

»»» Eternal Tears of Sorrow - Before the Bleeding Sun;

»»» Eternal Tears of Sorrow - Chaotic Beauty;

»»» Kalmah - Tha Black Waltz;

»»» Moonspell - Sin/Pecado;

»»» Opeth - Blackwater Park;

»»» Pain - Nothing Remains the Same;

»»» Paradise Lost - Draconian Times;

»»» Sentenced - Amok;

»»» Shape of Despair - Angels of Distress;

»»» Sodom - Sodom;

»»» Soilwork - Stabbing the Drama;

»»» Testament - Low;

»»» Theatre of Tragedy - Velvet Darkness they Fear;

»»» Therion - Atlantis Lucid Dreaming;

»»» Therion - Lemuria;

»»» Therion - Sirius B;

»»» Therion - Vovin;

»»» Unleashed - Midvinterblot.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 17:05
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heavy rock, debaser

mercoledì, 22 novembre 2006

Il Rubicone è un fiumiciattolo che, se non fosse stato per i passati storici nefasti che procurò, sarebbe rimasto confinato in quel pezzo della bassa Padana che lo accoglie, e invece qui, un condottiero romano di nome Caio Giulio Cesare, basso, pelato e senza rivali in quanto ad maliziosità, decise di cambiare la Storia attraversandolo con le sue armate, ponendosi così in guerra con la Roma Repubblicana dei Senatori come Cicerone e degli altri generali a lui ostili come Pompeo, essendo, questo torrente, niente di meno che il confine tra l'allora Gallia Cisalpina e i territori dell'Urbe, che ancora non era un "Impero", e che proibiva ai propri Condottieri di entrarvi con al seguito i propri eserciti.

"Alea Jacta Est" borbottò Cesare passando le acque basse. "Il dado è tratto". E lo è, lo si può dire, anche per gli Ancient Rites, band belga raffinata e dall'intelligenza spiccata ed erudita che, con questo "Rubicon" propongono all'ascoltatore un mix di storie epiche e sentite, ma, bene inteso, non di fantasia né intrise della filosofia "Black", seppure a loro congeniale, essendone stati tra gli anfitrioni in tempi non sospetti, ma piuttosto tratteggiando caratteri e profili di epoche dimenticate e rievocate, qui, da rimembranze che si perdono nella polvere del tempo, considerate da molti come non valevoli di attenzioni.
In tal senso, gli Ancient Rites hanno realizzato una scelta coraggiosa, in tutti gli ambiti ed i solchi di questo lavoro. Non si sono accontentati di raccontare di battaglie sanguinose e di comandanti atroci ed efferati; hanno ribaltato il concetto di "epico" servendoci un piatto condito di "valori" ineluttabili e maestosi, che vanno dall'onore in guerra, alla caratura e al peso morale dei personaggi storici citati, al coraggio senza confini dei soldati e alla spregiudicatezza di certi squarci temporali. E la musica poi... Niente a che vedere con il Black Metal degli esordi che fecero loro guadagnare un folto stuolo di ammiratori, seppur in sotterraneo, ma piuttosto un micidiale cocktail di tempi spinti, doppie casse, batterie furibonde, chitarre dal taglio spiccatamente Heavy, voce che passa con disinvoltura dal sibilo malvagio e blasfemo del Death/Black al "clear" evocativo e liricheggiante comune a tante band "Power" ed "Epic".

Il risultato, se già sentite nell'aria puzza di "obbrobrio" e di "né carne né pesce" è invece, lasciatemelo dire, davvero eccezionale.
"Rubicon" è un album che non lascia un attimo solo, nemmeno lontanamente, annoiati. Si lascia ascoltare ed esplorare seppure in sé non è un concept, e dunque ad ogni traccia si passa da un'atmosfera all'altra: "Crusade" con le percussioni orientaleggianti e suadenti, ricordi di astri al crepuscolo fatti d'opale e impreziositi dalla lontananza delle distese sconfinate; "Templar" che, invece inizia strepitosamente e con piglio tecnico e velocissimo, per dimostrarsi cangiante e ancestrale, rimandando alle gesta delle Crociate in Terra Santa, a certe marcette medievali, fino a sconfinare nel Black Sinfonico della miglior fattura; e poi ancora ""Mithras" che sembra un omaggio al miglior Heavy Metal epico, seppur sostenuto da tempi e da basi stringentemente Thrash, la splendida "Thermopylae" che inizia con uno struggente giro di pianoforte, si infarcisce di tastiere e poi riverbera nella marcia delle armate Greche e Persiane, suscitando pena e sensazione per il sacrificio di Leonida e degli Spartani che lì si immolarono per dar modo ai loro compatrioti di approntare le difese adeguate all'imminente sbaraglio da parte dei nemici.

Di episodi come questo "Rubicon" ne è pieno, e non meravigliatevi del fatto che l'opera, così come è compiuta, pur nella sua eterogeneità, risulta essere sempre un "passo avanti" nel percorso nei meandri storici che trasborda nei lembi magistrali che emana, sapendo affascinare, stupefare, intristire, inorgoglire, e alla fine, dopo le decine di ascolti che vi costerà, se saprete bene "sentirlo" ed apprezzarlo, intrappolare, per significare, dopo tutto, che dagli eventi passati, si può e si deve imparare, altrimenti, il futuro ed il presente non rappresentano niente se non un susseguirsi di poche e miserabili cose.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:11
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heavy rock, debaser

domenica, 19 novembre 2006

E il cuore tremò d'invidiare tanta povera gente
che corre con fervore all'abisso spalancato,
e ubriaca del suo sangue, preferisce, tutto sommato,
il dolore alla morte e l'inferno al niente!”

Charles P. Baudelaire - I Fiori del Male

Prostrato da OzzyRotten alle ore 12:36
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darkening

sabato, 18 novembre 2006

"...When the oceans rise
and thunder calls
The shape of furious manners fall..."



Chi conosce e segue i Borknagar dall'inizio della loro carriera ed è conscio della poliedrica, multiforme, venatura compositiva che li anima, certamente potrà affermare con sicurezza che, riguardo alle sperimentazioni sonore, alle esplorazioni avanguardistiche e di folclore, questi non sono secondi a nessuno, e a nessuno sembrano voler dare conto. E allora, ecco che tra le mani ci troviamo questo nuovo "Origin" che, tanto per dirlo subito, di peculiare ha l'essere un lavoro totalmente acustico ed orchestrale, e quindi, ne consegue, che nulla ha del Black e del Metal di fondo, che quasi sempre ha accompagnato la band sin dagli albori della propria palingenesi.

"Origin" è un prodotto sopraffino e raffinato, suonato e pensato in maniera talmente tanto ariosa e fantasiosa da risultare sconcertante. Nelle ombre che i suoni lasciano durante il dispiegarsi delle canzoni, si percepisce sempre e comunque il cosiddetto "mood" che ha fatto la fortuna dei Borknagar con il passare degli anni, e questo, alla fine, è l'unico punto di contatto che questo album ha con gli ottimi suoi precedenti.
Non bisogna mai dimenticare che quando si parla di questa band, si discute di personaggi del calibro di Øystein G. Brun, chitarrista preparato, serio, e soprattutto impegnato sino in fondo nel creare e plasmare la materia cosmica ed evanescente che i Borknagar partoriscono, e ancora, parliamo di Vintersorg, cuore pulsante di una direzione artistica che di scontato, lo si può dire forte, non ha proprio nulla, e chi lo conosce e lo segue già con i suoi "Vintersorg", appunto, o con gli "Otyg" sa bene di che pasta sia fatto, oppure, perché non citare anche Tyr, bassista talentuoso che molto deve alla scuola Black Sabbath e Seventies, e che è stato componente di pilastri del genere estremo scandinavo come Satyricon ed Emperor.


»»» Continua a leggere la recensione di "Origin" su Debaser.it

Prostrato da OzzyRotten alle ore 14:58
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heavy rock, debaser

 

mercoledì, 08 novembre 2006

Love Song

Whenever I'm alone with you
You make me feel like I am home again
Whenever I'm alone with you
You make me feel like I am whole again
Whenever I'm alone with you
You make me feel like I am young again
Whenever I'm alone with you
You make me feel like I am fun again

However far away I will always love you
However long I stay I will always love you
Whatever words I say I will always love you
I will always love you

Whenever I'm alone with you
You make me feel like I am free again
Whenever I'm alone with you
You make me feel like I am clean again

However far away I will always love you
However long I stay I will always love you
Whatever words I say I will always love you
I will always love you.


~The Cure~



Canzone d'amore

Ogni volta che sono sola con te,
mi fai sentire di nuovo a casa.
Ogni volta che sono sola con te,
mi fai sentire di nuovo completa.
Ogni volta che sono sola con te,
mi fai sentire di nuovo giovane.
Ogni volta che sono sola con te,
 mi fai sentire di nuovo divertente.

Non importa quanto lontano, ti amero sempre.
Non importa quanto a lungo ci staro, ti amero sempre.
Non importa quali parole usero, ti amero sempre.
Ti amero sempre.

Ogni volta che sono sola con te,
mi fai sentire di nuovo libera.
Ogni volta che sono sola con te,
mi fai sentire di nuovo pulita.

Non importa quanto lontano, ti amero sempre.
Non importa quanto a lungo ci staro, ti amero sempre.
Non importa quali parole usero, ti amero sempre.
Ti amero sempre.

~The Cure~
Prostrato da Bloodysucker alle ore 21:31
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bloodysucker

domenica, 05 novembre 2006

Cross my heart and hope to die
May my end come tonight
Across the dark, into the light
May death again us unite

Love, my fate
Will you wait for me there...where our autumn dawns?
There, beyond the dreary seas...

Prostrato da OzzyRotten alle ore 00:07
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diary of a madman, heavy rock

mercoledì, 01 novembre 2006

Gli Opeth, come ben si capisce, sono una band che ha sempre stupito. In tutto e per tutto.
Nati quando già la grande macchina del Metal estremo si era messa in moto da un pezzo e cominciava a mostrare i primi cedimenti in senso "contaminante", parlando d'ortodossia semplice e pura, s'intende, hanno saputo, in ogni momento della loro carriera, trarre il meglio del meglio dalle tendenze vecchie e nuove della musica, e hanno saputo tradurle, in maniera egregia, in un calderone stupefacente di sensazioni ed emozioni "forti" sì, ma con quel fondo sempre presente di malinconica ed evanescente raffinatezza che si può constatare in qualsiasi passaggio di qualsiasi loro canzone: dalla prima dell'album di debutto, sino all'ultima composta in "Ghost Reveries".
Da quando, nel 1995, pubblicarono il loro "Orchid", gli osanna alla vena artistica di questi cinque tipi sono cresciuti a dismisura, spazzando via tutte le accuse di ostracismo artistico ed eccessiva complicanza nelle partiture.

Ogni tassello, ogni passaggio, ogni vocalizzo, sia esso bestiale e cupo che chiaro e lontanamente claustrofobico, è un mattone posto dalle fondamenta sino ai pinnacoli del castello Opeth. E non solo in senso strettamente figurativo.
Dei genii, persone dotatissime di "pathos" invidiabile, con egregia attitudine e squisiti solipsismi, si è detto.
E tutti quanti coloro che li seguono non hanno che parole di giubilo e di estasi ad ogni loro uscita discografica, mentre, dal canto loro, i detrattori se ne escono con le solite accuse di "noia mortale" di "troppi intricati archetipi", di assoluta "ripresa di cose già sentite". Ma questi, se mi si permette, sono i soliti argomenti di chi intende la musica "pesante", solo ed esclusivamente come una barriera invalicabile di suoni e potenza, facile nelle attitudini come nei costumi, gente che non potrà mai apprezzare la ferocia d'annata condita da un intimismo sempre latente dell'arte degli Opeth.

Forse, di controcanto, nemmeno i più ortodossi e "puristi" del genere "Death" saprebbero bene apprezzare quanto questi Scandinavi propongano: per loro, Death Metal significa solo ed esclusivamente "assalto alla baionetta", tecnicismo (il più delle volte fine a se stesso), tetre riflessioni sugli anditi oscuri della vita e della Morte, e niente altro più.

Questa è, a parere di chi scrive, la caratura che distingue gli Opeth dal resto dei musicisti mondiali: il loro maggior pregio è, senza ombra di dubbio, l'aver saputo rielaborare e reinventare un genere stanco e zoppicante, che sì ha avuto parecchi scossoni stilistici ma che, con l'andare del tempo, si capisce, si sarebbe inevitabilmente esaurito ed involuto.
Piaccia o no.
E quando un colossale pilastro della musica estrema sente aleggiare sul collo il fiato del disfacimento, pensa bene di mescolarsi, camuffarsi, imbastardirsi e, definitivamente "contaminarsi" in qualcosa di più ampio, di meno caustico e di maggiormente attecchibile alle orecchie di chi ascolta, con risultati spesso discutibili, ed in questo sta la discriminante, tra gli Opeth, e tutto quanto il resto.

In tal senso, gli Opeth hanno saputo egregiamente tradurre in musica un umore latente e peregrinante, cui tanta fortuna ha loro procurato, ma che li ha anche indirizzati verso lidi e mete che, fino al momento del loro debutto, sarebbero state poco battute o addirittura, per certe frange, inimmaginabili.
Chi avrebbe mai potuto credere, infatti, che si potesse comporre in uno straordinario crogiuolo di emozioni, tirate al limite della bestialità, malinconia sofferta e mai plateale, chiaroscuri evanescenti e pezzetti di vita soggettiva e disperata, il tutto in composizioni che non è raro superino i dieci minuti (o addirittura i venti, se si pensa, per esempio, a quel capolavoro gotico e barocco che è "Black Rose Immortal").

A tutto quanto detto, si aggiunga pure, e non è poco, la grande versatilità e voglia di crescere che, portò i nostri, nel biennio 2002 - 2003, a pubblicare in distinte fasi due lavori che erano l'uno l'antitesi dell'altro ma che derivavano dalla stessa radice psichedelica e "Seventies".
Parlo, naturalmente di "Deliverance" e "Damnation".
Due gioielli che per molto tempo hanno oscurato la seppur grande ed eccelsa bellezza degli album precedenti a questi, e che sancirono, confermando la tendenza intrapresa con "Blackwater Park", in maniera definitiva, il cambiamento in senso "Progressive" della band, distaccandosi definitivamente dai canoni classici ed omogenei del genere Death.

Il primo ad essere pubblicato fu, nel 2002, "Deliverance", l'album del decadimento morale e della rabbia mortale che ha animato i sogni criptici ed apocalittici di Mikael Åkerfeldt e compagni, grazie a canzoni piuttosto circoscritte nell'area gotica e prettamente "Death" ma che non mancano e non si stancano d'emozionare e di stupire come solo gli Opeth hanno sempre saputo fare.
"Wreath", "Deliverance", "Master's Apprentices" sono esempi plateali del corso pressoché perfetto nella forma e irato nei contenuti dell'album.

Nichilismo diffuso nei testi e sofferenti dipinti di tragedie umane e solitarie, parti strumentali che rasentano l'odiosità per quanto sanno essere complicate e precise, suoni che meglio prodotti non s'erano mai sentiti e che calcano devastazione su devastazione, e poi, infine, il growl di Åkerfeldt mai stato tanto cupo e brutale, seppur affascinante e grottesco nei suoi passaggi disarmanti con il "clear" più pulito e raffinato.
Non si può dire che sia il loro migliore lavoro perché come termine di confronto abbiamo, riguardando il nuovo corso, colossi del calibro di "Blackwater Park" prima, e di "Ghost Reveries" dopo. Ma se non è certezza che sia il loro picco espressivo, in quanto a brutalità e attitudine, poco ci manca, e comunque, pur sempre ricalcando un terreno che, s'è detto, è terribilmente truce ed affettato, di contro, nello stesso lavoro, la band produce anche elucubrazioni allucinate e quindici spanne aldisopra di ogni cosa, con la magnifica "A Fair Judgement", canzone che, se non si fosse capito fino ad ora, per quanto ho scritto e detto, potrebbe tranquillamente rappresentare un manifesto per quei due o tre scalmanati che ancora non conoscono gli Opeth.
Preciso, calzante, tragico e feroce, bello in qualasiasi fronte e in qualsiasi verso lo si giri, questo lavoro è una summa architettonica di Heavy Metal e commistioni troppo intime e soggettivanti per essere descritte appieno, e solo ascoltandolo, dopo numerose e numerose camminate nei suoi meandri sfocati di grigio, si può capire la grandezza e la maestosa decadenza delle sue canzoni.
Immani, magnifiche.

"Damnation" invece, è il capitolo più controverso e discusso di tutta quanta la carriera degli Opeth.
Forse assuefatti dalla pesante brutalità del precedente, forse ammaliati dalla sirena del genio estremo della band, i fans si trovarono in mano un lavoro spiazzante ed eclettico che degli Opeth intransigenti e capo-scuola dello Swedish Death Metal, ha solo l'oppressione che scaturisce dalle righe del pentagramma: nessuna, o quasi, chitarra distorta, nessun tempo tirato o a doppia cassa, nessun urlo lancinante o growl bestiale; solo pura e semplice espressione di disagio in semplici passi acustici e semi-acustici, che, probabilmente, molto furono influenzati dal produttore, nonché amico e mentore della band, Steven Wilson, anima e corpore dei Porcupine Tree, che impresse decisamente nella produzione, come nei cori tutti suoi, l'impronta "Seventies" e pink-floydiana del disco.

Ed è un piacere sottile e tutto sommato "di pace" ascoltare brani che suonano semplici e lineari, come "Windowpane", "Closure", "In my Time of Need", ed immaginarsi invece la grande sofferenza e la pura e palese distrazione eclettica e disturbante dei testi e dei contenuti.
Nessuno aveva mai osato tanto. Nessuno, naturlamente, che non sia sceso a patti con la "commercializzazione" e la svendita della propria anima artistica. Ma, per gli Opeth, non ha senso parlare di queste cose perché essi sono stati, sempre e comunque, un passo aldilà di qualsiasi diatriba, rappresentando un prologo ed un monologo eccellente alla libertà artistica ed espressiva. E di questo gli va dato atto, e nessuno può esimersi dal farlo.

A riascoltarli, questi due album, non si nota la stanchezza né la svogliatezza con cui, certe volte si viene investiti mentre si ripercorrono strade intricate e intrise di "non sense" di parecchie band.
Nessun cumulo di polvere e nessuna noia.
Sono gli Opeth e nient'altro, e, sono sicuro che il giorno in cui questi decideranno di sciogliersi, più di uno rimpiangerà amaramente i picchi lontani e le derive sensazionali che questi ci hanno dati finora.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 11:59
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heavy rock