Vi racconto una storiella da due righe.
Quando ero piccolo e mi affascinavano le cantine e le soffitte (come del resto il 99,99% dei bambini…), una di quelle tante volte che mi trovavo a rimestare in scatoloni coperti dalla polvere, sotto ad una mole incredibile di fumetti della Marvel e della D.C. Comics di proprietà di mio zio, ci trovai diversi 33 giri, tra cui, meraviglia delle meraviglie, anche uno con la copertina nera e uno strano omino vestito come una specie di astronauta a brandire una spada che a me, appassionato di certi generi di film, sembrava quella di Sandokan. Serve proprio che vi dica quale era il disco che mi trovai tra le mani?
Non credo, ma vi basti sapere che il mio primo contatto con il mondo del Rock e del Metal, lo ebbi proprio a sei anni, in quella scura e paurosa cantina che ai miei occhi sembrava chissà quale recondito recesso.
Mio zio, che tanta pazienza aveva nel tenermi a bada (e nemmeno mai incatenandomi al termosifone di casa per farmi stare fermo), dopo che io gli ruppi i timpani chiededogli e richiedendogli di quel mefistofelico e malefico disco, si decise a farmelo ascoltare, e, messe le mani su un vecchio giradischi da anni sessanta, mi fece ascoltare una canzone a caso: "Iron Man".
Da allora, quel giro di chitarra inconfondibile, quelle dannate parole che a me sembravano uscite da chissà quale universo a me sconosciuto, mi si stamparono a fuoco in testa, e le serbo ancora con me, amplificate e connesse sempre a quanto mi piace ascoltare, ricollegando poi i dischi che mi vengono davanti, sempre e comunque a "Paranoid" (parlo dell'album naturalmente).
Adesso che i dischi dei Black Sabbath li posseggo tutti e non li conservo come quell'iconoclasta di mio zio negli scatoloni in cantina, a ripensarci a queste cose mi vien quasi da ridere, ma poi, avendo scoperto l'immensa e pervadente influenza che i Sabbath hanno avuto sulla totalità di band Heavy Metal che sono di mio gusto, vien da pensare che non sono stato io il solo, né io il primo a osannarli e santificarli.
E la storia stessa di un certo qual genere musicale ne è testimone: praticamente non c'è band Che suonasse Rock, al mondo, che non abbia rifatto almeno una canzone della band di Birmingham; praticamente non ne esiste nessuna che non si sia dilettata a suonarne almeno due accordi, magari in jam-session, magari anche distrattamente. E se questo significa qualcosa, anche chi ne è fautore ne è rappresentante.
Non occorre che spieghi dunque la storia di questa band che diventò famosa ben 36 anni fa (anche perché non mi onoro di certo di possederne le capacità) con due capisaldi di un certo Hard Rock tinto di psichedelia e di atmosfere malate, tanto, sicuramente, l'avrete sentita, letta, narrata, e urlata voi stessi ai quattro venti "da" e "a" chiunque mastichi almeno un poco, un minuscolo pezzetto di Rock'n'Roll.
Occorre però dire che, per quanto mi riguarda, i Black Sabbath sono sempre stati un totem, una guida, uno strumento necessario per scavare nei solchi e in tutte le introspezioni sonore delle band che oggi ascolto, nello specifico, soprattutto concernendo quelli dell'era "Ozzy". Certo, nemmeno Tony Martin o Ronnie James Dio se la cavavano male (ma quì mi sa che sto bestemmiando quindi taglio corto), ma sapete, i Sabbath con Ozzy erano proprio qualcosa di trascendentale e di inesprimibile.
Milioni di fans in tutto il mondo allora, quando uscì questo doppio cd live (con in più due canzoni suonate in studio dalla band al completo), non riuscivano a credere ai proprio occhi e alle proprie orecchie. Tanta fu la sopresa, e tanta l'emozione per tanti che, giusto per dirne una, quando corsi dal mio negozio di cd per comprarlo, il gestore allargò le braccia sconsolato, dicendomi che solo nella giornata in cui io mi trovavo, ne aveva vendute 30 copie e aveva esaurito il cd.
Altro discorso furono le mie bestemmie in cirillico ed aramaico, tante da convincere il povero uomo dietro al bancone a fare arrivare un corriere espresso per il giorno dopo con altre 50 copie, che, naturalmente, si esaurirono nemmeno per il tempo necessario e metterne esposta una in vetrina.
E a ragione, direi: in questo doppio album dal vivo, infatti, sono racchiuse tutte le canzoni più blasonate, quelle più famose, quelle che insomma hanno fatto la storia dei Black Sabbath e dell'Hard Rock - Heavy Metal poi.
"War Pigs" accolta da un rombo di grida da parte del pubblico, con il suo (purtroppo) attualissimo tema centrale, e poi (scusate se ne salto qualcuna, ma è giusto per rendere l'idea) "N. I. B.", il classico dei classici, eseguito in un clima che dire da trionfo sarebbe riduttivo, con quella sua linea di basso inimitabile ed inconfondibile, e la voce di Ozzy che ad ogni piè sospinto urla "O Yeah!", quasi fosse un rito collettivo, una maledizione che riesce ad intrappolare dopo che, perlomeno, un milione di volte è stata pronunciata.
Ma c'è n'è per tutti i gusti e per tutti in questo lavoro che, pur confezionato, si capisce, per intascare una montagna di sterline (come se già i Sabbath non ne avessero a loro disposizione), riesce sempre e comunque ad emozionare, ed usando i sani e genuini ingredienti che fanno grande il Rock: passione, sudore, amplificatori, chitarra, basso, batteria e una voce che, sì sono d'accordo, non è più quella di venti o trenta anni fà, non è più quella calda e particolare con la tipicissima inflessione "sudista" che arringava le platee di tutto il mondo, ma che è e rimane, tanto per essere chiari, la base e la fonte, non scordiamocelo mai, per tutto quanto è stato suonato, pensato, arricchito, svenduto o rivalorizzato in musica negli anni a venire.
Ozzy è sempre il solito mattacchione (magari un pò rincoglionito, ma si sà, "il lupo perde il pelo ma non il vizio") e coglie sempre occasione per mostrarsi come l'animale da palcoscenico che è: arringa, si muove da parte a parte del palco come se fosse invasato (magari un pò catatonicamente, ma basta il pensiero del resto…), grida, urla, innesta decine di volte i suoi famosissimi "Fucking", e tiene alta l'atmosfera con i suoi botta e risposta col pubblico. Certo, gioca in casa, visto che il Live è stato registrato a Birmingham, ma la passione e il coinvolgimento delle persone lì accorse si sentono che sono autentici, e tra queste persone, si riesce ad immaginare di scorgere il signore un pò attempato con la pancia e la barba, e l'adolescente con la maglietta dei Megadeth nelle prime file.
Ma i Sabbath non sono solo Ozzy, semmai, è lo stesso Ozzy a farcelo capire, presentando di volta in volta i suoi compagni di una vita: Geezer Butler al basso, Bill Ward alla batteria, e Tony Iommi alla chitarra, questo, sicuramente con i suoi baffi demodè e il suo fare calmo e posato, anche se poi dalle sue dita scaturiscono i riff che fanno sognare, quelli che non si dimenticano mai e mai nessuno penserà mai di mettere da parte.
Un discorso a parte poi meritano le due canzoni in studio registrate a Los Angeles: non sono niente di memorabile, né di particolare, ma diavolo! Ci pensereste che dietro agli strumenti e ai microfoni di questi due brani ci sono dei figuri che hanno cambiato la storia della musica?
Dico, logicamente, nulla di ché, essenzialmente perché il termine di paragone che "Selling my Soul" e "Psyco Man", appunto, devono sottendere è con pilastri di genere che non hanno temuto confronti per tutti questi anni, figurarsi poi per quelli a venire.
E dunque, se potete, e volete emozionarvi nuovamente, in memoria di qualche vecchio sputo di ricordo, anche insignificante, compratevi il Live, oppure, meglio ancora, trovatevi l'intera discografia dei Sabbath. Ne vale davvero la pena.
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Volere o volare i Samel, grazie alla loro mistura apocalittica di Industrial, Dark, Elettronica e basi Black (qui totalmente assenti, anche se se ne carpisce bene l'eco del genere in ogni solco), non dico che abbiano inventato un genere che potrebbe chiamarsi "Elettro-Metal", ma quantomeno, se la definizione esistesse e fosse canonica, di certo annovererebbe tra i suoi fautori proprio questi svizzeri, che dalla propria madrepatria hanno saputo estrapolare il meglio del meglio, pescando dalle esperienze precedenti di Hellhammer/Celtic Frost e Coroner, tanto per citarne due, e poi influenzando band che si sono mosse sulla loro stessa falsariga, come gli Alastis, che poi però, soffocati dallo stesso avanguardismo estremo che li aveva generati e influenzati, non avendo le capacità mostruose dei Samael, sono scomparsi in maniera abbastanza ignominiosa.
Ed "Eternal" è il testimone perfetto del percorso coraggioso e cupo che i sei in questione avevano intrapreso già con "Passage" e che li ha poi portati a pubblicare la summa ed il registro delle loro mire con "Exodus" e "Reign of Light".
A differenza di "Passage" però, questo album si muove su coordinate maggiormente catastrofiche e meno intimistiche, tralasciando per un pò la cattiveria abominevole per lasciarsi coinvolgere nei buchi neri dell'elettronica e dei synth ad ogni costo. E questo si è dimostrato come un'arma a doppio taglio: se da un lato il prodotto finale infatti, è certamente degno di lode riuscendo sempre ad entusiasmare e ad eccitare la fantasia dell'ascoltatore, riuscendo, ancora, a tenerlo incollato allo stereo per tutta la durata del cd, dall'altro stanca un pò, proprio perché, essendo ricercatissimo nella produzione, essendo stato mixato in maniera colossalmente grandiosa e perfetta, toglie ai pezzi molta "atmosfera", riducendoli poi a sembrare niente altro che esperimenti sterili l'uno diverso dall'altro, e questo, per una band come i Samael non è certo un punto a favore.
Non sono un "defender" del cosiddetto "True Metal" ci mancherebbe.
Affermo solo che, forse, qualche campionamento di meno, qualche effetto tolto e qualche dose massiccia di pazzia in più avrebbero fatto di "Eternal" l'ennesimo capolavoro a cui si sarebbero elevati osanna interminabili. Certo, le fanzine specializzate e tutti quanti ne hanno carpito l'essenza si sono sciolti comunque la lingua ad impalmarlo come il tentativo "estremo" di portare il Metal su di un altro livello fino a quel momento mai battuto (e ci sarebbe da dire tanto anche su questa affermazione…).
Ma io mi chiedo: e se poi, invece, di tentativi estremi se ne volessero certo, ma in dosi tali da non de-naturalizzare l'essenziale passione che anima questo genere di musica? Che cosa cambierebbe?
Tutto e niente. Visto che comunque, anche sotto questo aspetto i Samael sembrano essere prevenuti, vista la incostanza con cui hanno voluto proporre di proposito questo album, senza che se ne avvertisse la sfrontatezza e le forza, ma se ne riuscisse ad intravedere solo l'ombra, mastodontica, che ne discende.
Se fosse così, come io credo in definitiva, allora mi troverei a sbagliare clamorosamente, ma forse non è detto che commetta errore; certamente, purtroppo, devo affermare che due o tre buone canzoni che mi sono piaciute su di un album che ne conta dodici in tutto, non possono farmi dire che questo sia un capolavoro. Semmai una prova buona, ottima in certi frangenti ("Supra Krama", "Together") stupefacente addirittura in "The Cross", mediocre in altri ("Us", "Nautilus and Zeppelin", "Infra Galaxia"), ma certamente non sui livelli di "Passage" dove ogni canzone era un piccolo diamante nero che si incastonava alla perfezione nella struttura granitica ed audace del disco.
Dunque, stavolta non grido al "miracolo" e nemmeno al "capolavoro".
Onestamente mi sento di consigliare il cd ai fans affezionati della band svizzera, ma a chi, certamente vorrebbe conoscerli per quello che veramente sono, allora, non posso dire che di procurarsi "Reign of Light" e "Passage" e di iniziare il viaggio nelle profondità dell'universo che i Samael tanto bene sanno esplicare.
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Siccome constato certamente che gli estimatori del Doom Metal, almeno in questo contesto, siano pochi, pochissimi, tanto pochi da poterli contare "sulle dita di una mano monca", io mi trincero nel carattere ancora più sotterraneo e pestifero del genere, ossia il "Funeral" e ne rimango sempre "contento" ed affascinato.
Non lo faccio per ripicca a nessuno, ci mancherebbe (anche se scommetto che il povero Sfascia già si stia toccando gli attributi e che, invece, qualcun altro abbia deciso di farmi ingoiare un certo qual freesbee arancione), ma solamente perché ritengo che questa "ramificazione" sia per certi versi a me molto congeniale. Congeniale perché, manco a dirlo, estremamente basata su concetti immutabili e cinerei, niente a che vedere dunque con la faciloneria di certi coretti da operetta ripetuti sino alla nausea almeno tremila volte in nemmeno tre minuti.
Certo, a volte ci vogliono pure quelli per darsi una bella scossa, ma a volte, la musica, e parlo nello specifico proprio del Funeral Doom, deve essere per forza intimistica e apocalittica, per far pensare, per far riflettere, forse pure addirittura per far riuscire ad esorcizzare paure e angosce latenti o pseudo tali che siano.
Allora, in questi momenti, non si può fare affidamento che su qualcosa che abbia la stessa durezza granitica e la stessa pesantezza insopportabile di un monolite di cemento armato, lo stesso spessore infinito di certe rimembranze tanto care eppure tanto dolorose, gli stessi lembi semitrasparenti, evanescenti e non-finiti delle cose che appaiono per un attimo nel cervello e poi scompaiono in men che non si dica.
I ricordi, gli Amori perduti, quelli che si credevano infiniti eppure decapitati in un paio di mesi, la perdita di una persona cara a cui eravamo estremamente legati, la frustrazione dell'impotenza, la disperazione del non-essere e del non-rappresentare che il "Niente", inteso nella sua forma più parossistica e grottesca, il decadimento morale e fisico, l'indolenza del carattere, dell'anima e dei reconditi recessi dei processi mentali.
Tutto questo, e molto altro, io riesco a carpirlo solo in melodie lentissime, catacombali, sotterranee e annichilenti, tutte o quasi, racchiuse in canzoni che durano la media di dieci minuti e che, quando finiscono, lasciano tracce di presagi d'ansia e di paure appena accennate.
A differenza di quanto si creda, suonare al rallentatore non è per nulla semplice, specie se, come in questo disco, si ha l'ambizione poi di ricamarci attorno fraseggi struggenti e per certi versi addirittura minimali, correndo il rischio, sempre strisciante, di scadere nella noia e dunque, di conseguenza, nel dimenticatoio e nelle coltri di polvere degli scaffali.
Ebbene, per i Doom:VS questo rischio è inesistente.
Progetto musicale partorito in questo 2006 dall'istrionico Johan Ericson (e chi conosce i Draconian sa benissimo a chi mi riferisco), che qui si dedica, oltre che alla chitarra sua passione, anche a quasi tutti gli altri strumenti e alla produzione, senza tralasciare, come è naturale, i "grunts" dati in misura industriale e mai risparmiati nei solchi di "Aeternum Vale".
Ericson è fautore di un'opera che si pone su livelli certamente alti e molto d'impatto, non rinunciando alla creazione di atmosfere gotiche, e questo pure grazie alle numerose parti di tastiera a corollario di un "mood" davvero ancestrale, mortifico e ben strutturato. Certo, non siamo ai livelli olimpionici di altre patrie glorie del Doom, ma se non li si raggiungono è solamente per il fatto che il disco, pur rappresentando una bella botta di tutte quante le più brutte cose possano capitare ad un uomo, investe di più sui ritmi e sulla sincronicità delle parti che non sull'introspettivo senso di malore intestino che anima (o animava) band ben più blasonate di questa, come Shape of Despair, Skepticism, Morgion e altri ancora.
E così, accanto alle claustrofobiche stanze chiuse e mai investite dalla luce che sempre sono ben presenti in ogni angolo, s'affiancano piangenti e ridondanti accordi di chitarra che sembrano arrampicarsi per chissà dove, o che vogliano sprofondare in chissà quale voragine, piccoli interludi di pianoforte e riflessi elettronici posti nelle parti più caustiche e criptiche del cd. In certi momenti sembra persino di trovarsi a dover riconoscere i primissimi Anathema, come in "The Crawling Inserts", o i Candlemass nella loro migliore forma.
Anche se comunque questo è un prodotto squisitamente "Funeral" e che si può benissimo collocare al centro di questo genere, dunque non mancano necessarie e variegate attitudini che nulla sviliscono e niente mettono in ombra in quanto ad impatto emotivo e sonoro. Basta ascoltare, a caso, la bellissima "Empire of the Fallen" incastonata in una cornice gotica che farebbe invidia ai My Dying Bride, e che, non a caso, è uno dei brani meglio riusciti dell'opera, o il growl spaventoso, da far accapponare la pelle, introdotto dalle note cadenzate e "larghe" di un pianoforte su "Oblivion Upon Us".
Tanto di meglio se poi tutte le canzoni (mastodontiche, occorre sempre ricordarlo), hanno un piglio particolare ed eclettico che, non può che ammaliare, sempre che ci si fermi a pensarle e non solo ad ascoltarle, e sempre che, come al solito riguardando questo genere, non vi colga il "magone" e la voglia irresistibile di uscire all'aperto per prendere una boccata d'aria fresca.
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I Daemonarch apparsero e contemporaneamente sparirono dalla scena "Black" europea nel 1998 con questo "Hermeticum", per poi non sentirsi mai più in giro.
Detta così, potrebbe essere la calzante descrizione di una delle miriadi di realtà sotterranee che costituiscono una costellazione del genere estremo specialmente se scandinavo, e invece, c'è più di una caratteristica a rendere particolare questa band.
Non di certo il suono e la parte "cattiva" del disco che, bene inteso, è comune e canonica per quei tempi e per quel determinato genere, ma bensì per il suo organigramma: i Daemonarch infatti, non furono altro che l'incarnazione più blasfema e dissacratoria di un'altra band, pilastro dell'Heavy Metal europeo, ossia i Moonspell, di più, naturalmente, non si riferirono ad una realtà nordica ma bensì sud europea, portoghese per la precisione.
I componenti, infatti, non sono altro che Fernando Ribeiro, Ricardo Amorim, Sérgio Crestana e Pedro Paixao, che, probabilmente presi da una incontenibile voglia di strafare e di cedere alla loro anima più brutale e morbosa, misero insieme questo progetto che prese forma grazie all'attenzione della Century Media e che non può essere classificato altrimenti come "Black Metal".
Le nove canzoni di questo album, infatti, pescano a piene mani dall'angoscioso e quanto mai variegato terreno di base dei Moonspell stessi, e lo elaborano in una formula che di originale non ha proprio nulla, e che sicuramente avrà fatto sorridere chi è abituato ad ascoltare lavori di ben altro spessore in questo ambito, cose del tipo Burzum, Mayhem ecc. , ma è certamente lodevole e interessante, a riascoltare il disco, capire e carpire chiaramente le influenze che hanno fatto dei lusitani una band certamente fuori dagli schemi, ma che sicuramente sa emozionare e stupire ad ogni uscita, non ultima quella di "Memorial", il lavoro che forse, odiernamente, più si avvicina a questo Hermeticum, almeno e solo per la maniera di cantare dell'istrionico Ribeiro.
Scream feroci e batteria impazzita in certi frangenti (qui affidata ad una buon programmata drum-machine), sussurri malvagi e andirivieni claustrofobici per le composizioni che in ambito di songwriting sconfinano nella parte più misantropa, crudele e blasfema del cantante che, all'epoca dell'uscita del disco, dichiarò fosse frutto di sue composizioni giovanili, e dunque che certamente peccano di ingenuità e di faciloneria ma che, eseguite quando ormai i Moonspell cavalcavano l'onda dei loro successi, non possono che risentire della gran classe di cui la band è stata da sempre portatrice.
"Lex Talionis" e "Samyaza" ne sono esempi più che palesi. Incedere vorticoso, chitarre raschianti e tendenti al minimalismo Black (pur non risultando essere poi tanto orientate in tal senso, merito, o demerito, della produzione più che buona), la voce di Ribeiro che renderebbe animato persino un mucchio di sassi, un ritornello bellicoso e facile da imprimere a memoria, e tutto il resto che si attesta su livelli di "già sentito", "già assimilato", ma che è comunque buono ed ammirevole.
Ma non è solo nelle tirate truci che questo album viene valorizzato; vi sono in esso un sacco di episodi che mettono in mostra una corposa base Heavy e la sfruttano appieno, riuscendoci persino ad intercalare, nel mezzo, assoli e rimandi all'epicità tipica dei Moonspell più tribali, come in "Nine Angles" e "Corpus Hermeticum".
Certo, accostare un certo qual senso di appartenenza per questo cd è come scoprire un pò l'acqua calda. Si capisce benissimo che, pur volendo confezionare un album violento e senza compromessi, le attitudini e i giri strumentali su cui si basa non possono essere che quelli canonici e distintivi della band madre, e forse, se i Daemonarch in tal senso avessero maggiormente calcato la mano, allora ne avrebbero ottenuto certamente un risultato più apprezzabile e meno abbozzato in certi sensi, senza la latente sensazione di aver messo in campo solo degli spunti e poi di non averli saputi tradurre in stesure compiute e piacevoli.
Ma, come ho detto prima, l'attitudine c'è tutta e la si può bene sentenziare se si è dei fan sfegatati dei Moonspell; non mancano nemmeno gli episodi davvero opprimenti e claustrofobici che rimandano immediatamente alla scena più torbida e maniacale del Black, come ben si presentano in "Call From The Grave", "The Seventh Daemonarch" e nell'atmosferica e satanica "Hymn To Lucifer", che tra gli episodi più "classici" di certo ne è la testa e l'intero cuore, pur restando sempre in bilico tra epicità mediterranea (che tanto ricorda certi interludi di "Irreligious") e glaciali umori notturni in foreste battute dal vento e dal nichilismo misantropico di Ribeiro e compagnia.
Per finire, se certamente siete estimatori dei Moonspell e vi viene l'ansia ad ogni loro uscita, allora questo sarà un album che conserverete gelosamente e riascolterete con piacere, se invece siete fanatici del Black Metal, specie di quello denominato "True Norwegian", allora fatte un ghigno, satanico naturalmente, tornate a rispolverare i vostri idoli di sempre, e passate oltre.
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Senza parola proferire, mi sei mancata.
La mia non è commiserazione, non è inutile commiserazione tinta di banalità, sei solo tu a scomparire e riapparire, come la nebbia di primo mattino, come la fuliggine negli occhi scontati, eppure spostati da qualche altra, qualsivoglia cosa.
Stasera, hai il profumo dolce delle rose d'inverno, che non vuoi lasciare, né dimezzare nell'universo di ricordi e recessi, che solo tu sai, che solo a me è permesso penetrare.
Questa band dimostra forse più di ogni altra cosa, e senza facili e grottesche ruffianerie, quanto possa essere caustico ed oscuro il cammino di ogni essere umano lungo la linea della propria vita. Nel caso specifico, "miserevole".
E non è proprio per nulla un eufemismo facile ma piuttosto un sottolineare, ancora una volta, e se ce ne fosse bisogno, la fatalità degli eventi razionali, solo quelli, nudi, spogliati di ogni loro ragion d'essere e di ogni loro significato ancestrale, e di quanto sia impossibile ed ineluttabile non sfuggire al proprio cruento e distorto destino, di quanto sia abominevole essere dotati di sentimento e sensazioni, e non solo d'istinti bestiali.
Non illudetevi, se state pensando che i concetti fin qui espressi siano solo sciocchezze buone nemmeno per un racconto d'appendice; state sbagliando e non di poco, e gli Shape of Despair sono qui, adesso, tra i solchi della loro crudele e atroce musica, per spiegarvelo nella migliore e tediosa maniera possibile.
Non c'è luce in questo album, se non qualche spiraglio abbozzato che si allontana dal color del nero che pervade ogni angolo, per rifuggiarsi in un poco permeabile grigio, e in un poco rassicurante minimalismo Dark e Ambient che non potrà non trasportarvi ancora più lontano dai meandri mefistofelici dei turpi e tristi intenti per poi ributtarvici a forza, e senza che voi possiate coltivare, in cuore vostro, una seppur flebile speranza di sopravvivenza.
Buio che genera soltanto altro buio. E non è una cosa bella, non di certo se si pensa che questi finlandesi, pur producendo e suonando una musica che non a caso viene denominata come "Funeral Doom" che potrebbe benissimo essere giudicata dall'alto al basso della produzione che perpetra, ed essendone tra i protagonisti indiscussi, colpiscono ad ogni passo sempre e soltanto dove fa più male, dove le ferite sono ancora acerbe di sangue che non vuole coagularsi, dove albergano lacrime ed inutuli grida perse in un silenzio di tomba raccapricciante.
Pur avendo abbandonato, ma solo in parte, quel gusto masochistico al dolore e alla sua interpretazione più cruda e tombale che caratterizzava il precendente "Angels of Distress", qui gli Shape of Despair decidono di abbandonarsi al lato sommesso e impastato di costernazione della paura, della morte, del, semplicemente, non essere che pulviscolo evanescente che si perde nell'umido sonno della nebbia autunnale, quasi sconfinando per certi versi nel Gothic più puro e calustrofobico, quello che, tanto per dire, fece la fortuna dei primi amatissimi Anathema e Paradise Lost.
Canzoni per dover essere costretti a ricordarsi di essere impotenti; macigni che rotolano nell'Inferno muto e silenzioso dell'indifferenza, a volte sbattendo fragorosamente contro il proprio nichilismo, a volte incespicando per sentieri intricati, soggettivi ed intimistici che però, alla fine, non mostrano che una sola via, quella che, inesorabilmente, porta al disfacimento morale e fisico, e che non contempla scappatoie di ritorno se non quelle, canoniche e sfibranti della Morte.
E' inutile e superfluo parlare delle canzoni trattandole una ad una. E' semplicemente fatica sprecata, perché questo lavoro rappresenta una massa monolitica ed omogenea di suono, in tutte le sue sfaccettature tinte sino all'inverosimile di pece e di spine avvelenate.
Anche le voci, i "grunts" come si dice qui, opera di Pasl Koskinen (ex Amorphis ed ex Ajattara) sono un corollario all'umore pervasivo, sottile eppur velenoso, della band, aggiungendo in più, quella dose esponenziale di alienazione necessaria a ché tutto sembri immobile, sfatto, finito, senza peso umano alcuno. Ma pure la voce femminile (opera di Natalie Koskinen) che, in qualche frangente fa da contrappeso all'orrore insopportabile (come in "Still-Motion"), ne è parte integrante. Non a caso, a mio parere, gli episodi più riusciti sono proprio quelli in cui l'improbabile duo si mischia e confonde i propri caratteri, non sapendo mai dove inizi l'uno e dove finisca l'altro ("Curse Life"), né dove andranno a parare le altri parti strumentali ("Illusion's Play"), e nemmeno che cosa, precisamente, vogliano far trasparire chiaramente nella loro lentissima e abominevole cadenza.
Chiaramente no, perché poi invece, tra le righe numerosissime e svirgolate dei lunghissimi brani (e non potrebbe essere altrimenti), si capisce benissimo a che cosa si tenda sempre: il Limite; il sottile confine che demarca l'inizio senza parola e senza orecchi e la fine tragica e arzigogolata di ogni cosa mobile o immobile del mondo.
Niente compromessi, dunque.
Niente che possa somigliare a rivalsa o voglia di sperare, ancora una volta, solo incubo e destino, a ricamare una favola nera e crepuscolare che dura un'ora buona e che sradicherà chi l'ascolta da ogni sicurezza e da ogni serenità futile e passeggera. Lasciatevene pervadere. Ne varrà davvero la pena, e magari vi consumerete l'anima anche voi nello struggervi e trastullarvi in sogni di creature amorfe e senza parvenza di collera, pensando sorridendo che siano solo, appunto, immagini partorite dalla vostra fantasia, ma che, appena aprirete gli occhi, riconoscerete come vostre, guardandovi allo specchio del vostro carattere, e constatando, alla fine, che tanto è inutile desiderare, amare, sperare, ridere e gioire, tanto il tempo, prima o poi, vi porterà all'immancabile destino di cui gli Shape of Despair sono gli anfitrioni.
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Da sopra la mia scrivania, l'ultimo pachetto di marlboro che ho comprato e che comprerò, ammicca malizioso tra la mole di carte sparse, i cd disordinatamente gettati sul piano, e le tazzine di caffè vuote come sepolcri imbarazzati.
Fumo da quando avevo 13 anni, adesso ne ho 28 e ho deciso di darci un taglio, netto e preciso; sperando solamente che possa durare.
I danni che ho constatato di persona e che il fumo mi ha provocato sono tanti, comincio da quelli meno significativi e proseguo per quelli più gravi, a mio vedere:
- secchezza della gola;
- alito cattivo;
- denti giallastri;
- raucedine alla voce;
- occhiaie che nemmeno con il miglior trattamento vanno via;
- opacità della pelle;
- difficoltà respiratorie (la mia ragazza dice che, specialmente la notte, russo come un concerto di tromboni stonati, e io, non sapendolo, mi sono pure meravigliato!);
- naso perennemente chiuso;
- irritabilità e apprensione;
- ansia;
- tremore alle mani;
- disturbi del sonno (specialmente nell'ultimo periodo dove mi trovo spesso sotto pressione, ho difficoltà ad addromentarmi la notte, e a risvegliarmi al mattino pur se vorrei scattare come una molla dal letto, e sonnolenza durante il giorno che mi costringe a sonnecchiare in malo modo, non trovandomi riposato al risveglio);
- disturbi allo stomaco e ai reni (la mia vecchia ulcera, se smettessi di fumare, prenderebbe armi e bagagli e si trasferirebbe in Tibet);
- disordini alimentari;
- abuso di caffeina;
- svogliatezza e pigrizia indolente;
- danno economico (ho calcolato che, se non avessi mai fumato in vita mia, il mio conto in banca sarebbe dieci volte accresciuto);
Dunque ho deciso di smettere.
In maniera definitiva, e spero che la forza di volontà mi sorregga e non mi dia picche proprio quando ho più bisogno di lei.
Se ci riuscirò ne sarò orgoglioso, altrimenti mi considererò un coglione come un altro, incapace non di fare delle scelte, ma di mantenerle tali.
Speriamo bene.

Själafränder, norden rungar
Vapenbröder vid Svea strand
Stridskamraters kamprop ljungar
För upphöjd kung och fosterland
Ett härnadståg svor ed
I tätt uppslutna led
Till den älda hembygdsprakt
Till moder jords omdrömda trakt
Från korpgudslärans borg
Och norrskenrikets horg
Trofasthetens frejd
Göts i bröst för strid och fejd
Med oblid eldsblick de betraktar
Hjältelandets offerbål
Den sammansvurna hären vaktar
Nu segervissa lag
Till taktfast trummas slag
Styr stolta Naglfar
På vikingsfärd de vreda drar
I djärva stormars fång
Fylld av tordönsång
Av forna gudar krönt
De, som ledsjärnan utrönt
När fiende fallit, varhelst de än finnes
Konungen kallar mannarna till
När norden omnämnes, smärta minnes
Ty bloddränkta bredsvärd är vårt sigill
Ett härnadståg svor ed
I tätt uppslutna led
Till den älda hembygdsprakt
Till moder jords omdrömda trakt
Från korpgudslärans borg
Och norrskenrikets horg
Trofasthetens frejd
Göts i bröst för strid och fejd

Quando il destino inghiotte ingordo e famelico tutte quante le anime, non saprai distinguere sangue da sangue, furore da furore. Saprai solo bisbigliarne il nome, nascosto dall'indifferenza del potente mondo che ti ha generato e che ti tiene legato a sé.
Non puoi distruggerlo, non puoi rinnegarlo, non puoi sputarci sopra e poi cancellarlo. Non hai consapevolezza che non sia di cose morte e mai risorte.
Sai di quelle impressioni che ti nascono nel petto e che vorresti rimanessero trofei abortiti di un'ingiusta e tombale vita.
Non ti rimane che toccarti nell'andito più recesso del tuo spirito e intristirtene, nell'attesa che il Destino, come la Morte, ti falcino, senza pietà alcuna.