mercoledì, 31 gennaio 2007

Oggi, dopo tanto tempo ho rivisto il mare.
Da questo, quasi come una folgore, mi è sembrato sorgere dall'acqua salata e dai sussulti invernali, la voragine dei ricordi che al mare stesso, alla sua spuma a volte malata e gialliccia, a volte pura e schiumosa, ho aggiunto pure in quei momenti passati di sfuggita tra un'uscita ed un'altra della strada, un altro pensiero.


Un pizzico di malattia fossilizzata i cui rimasugli si muovevano lenti e quasi invisibili al tatto, tra le giunture delle ossa, sulle nocche delle mie dita sporche del limo sabbioso sulla battigia, che mi portavano a disegnarci con le mani figure geometriche, tonde, perfette e abbondanti per la mia mente e per il mio compiacimento.

A queste che, dalla vita che corre e muore tra un increspato velare della superficie percorsa dall'acqua tiepida e un altro, io ho dato il nome di "Illusioni".

Quelle che mi sono fatto io stesso. Costruite in base a chissà quale svolazzo aulico o materiale, principio e fine dello stesso male, dello stesso brivido che adesso percepisco come malattia, ma che, allora, mi riverberava in petto abbozzando sulla mia faccia un sorriso appena spinto aldilà delle mie convinzioni.

In quegli attimi, io ne sono convinto, ognuno realizza la grandezza e la minuta volontà umana, il suo peso evanescente che corre dallo stomaco alle tempie come scarica impellente, il suo lasciarsi traghettare in un ibrido che non si capisce bene se sia di burrasca o di lieve vento dei desideri.

Ma alla fine, sono solo, lo sono state (e restano sempre), illusioni che non si riescono ad afferrare.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:28
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diary of a madman

lunedì, 22 gennaio 2007

Pensate che il Viking sia esclusiva prominente di band come Ensiferum, Amon Amarth, Borknagar e compagnia andando?
Vi sbagliate di grosso e, nello specifico, occorrerebbe quantomeno ridimensionare il valore di queste già nominate, e seppur eccelse band. Sì perché il loro primato è ormai insidiato da questi cinque aristi finlandesi, il cui moniker "Moonsorrow" fu più azzeccato che mai.

La loro musica è una commistione affascinante e mai banale di Black Metal della più ferale e minimale scuola, che prende spunto, tra gli altri, per esempio, da Emperor prima maniera e Burzum, e lo miscela con sapiente cattiveria ed epicità ad un folclore norreno davvero strepitoso. Se a tutto questo si aggiunge poi che i Moonsorrow, evidentemente consci della lezione ormai banale quasi a dirsi, secondo cui per comporre ottima musica non serve solo pigiare sul pedale dell'acceleratore o magari intercalare tra le parti massicce iniezioni di Power, ma serve anche e soprattutto "il sentimento", allora il gioco è fatto, e tra le mani, se avrete la fortuna e la buona volontà di procurarvelo, quando ascolterete questo "Verisäkeet" (che significa "versetti di sangue"), ne rimarrete estasiati, sempre, beneinteso, che vi streghino i paesaggi nordici, le terre ghiacciate e desolatamente deserte, i fantasmi che si muovono al limitare delle foreste nella notte boreale, ecc. ecc.

Forse però, anche per chi non è tanto avvezzo a queste cose, questo album potrà sembrare un esempio eccelso di intelligenza, attaccamento alla propria terra e alla propria cultura, e inventiva di soluzioni mai noiose e mai stancanti, seppure la durata del disco, di circa settanta minuti per sole cinque tracce potrebbe far sospettare, ma, in questo caso, niente di più sbagliato ed abbagliante: i pezzi sono tutti e cinque strutturati in una maniera maestosa ed intricata, con frequenti attacchi "alla baionetta" ma mai caotici, pur intingendo il proprio "nero senso" nel Black Metal, seppure svilendolo e trasformandolo in lunghe ed epiche saghe, dove l'immedesimarsi in quei paesaggi già detti, e in quelle atmosfere, è d'obbligo, ed il bello è che, oltretutto, avendo la musica una enorme caratura ed un peso suo impressionante e valido, non è nemmeno troppo difficile concentrarcisi o ascoltarlo chissà quante volte: le note vi cattureranno da subito, senza che possiate opporgli nessuna resistenza, potendo solamente rimanere asfissiati dall'alta tensione tragica che è il filo conduttore del disco e poi, afferrarvi alle ali del grande viaggio ancestrale che questi Moonsorrow propongono.

Gracchiare di corvi, sibili di vento, chitarre acustiche date in una frequenza intensa e struggente che s'accordano a bui sospiri nella foschia accecante degli inverni senza fine, del crepitare del fuoco, con le sue fiamme che lambiscono l'aria gelida facendola schiava; a volte, lo Scream isterico ed acido di Ville Sorvali che non fa altro che sottolineare la paura, la tristezza, la catastrofe di popoli abituati a combattere valorosamente che si sono visti defraudare la loro cultura e le loro "Antiche Abitudini" da genti a loro estranee, in tempi che nemmeno la scrittura ricorda più, e che solo una casta di eletti, di persone animate da un senso "alto" e profondo delle proprie radici intende perpetrare.
Non dico che i Moonsorrow siano tra questi, ma certamente l'intensità, la vibrante e tragica passione, l'epicità apocalittica che profondono in questi cinque brani, certamente potrebbe far pensare che "non tutto è perduto, che non si è finito ancora di combattere".

Che cosa posso dirvi, dunque, d'altro ancora per convincervi ad acquistare, a procurarvi in qualunque modo questo album?
A nulla servirebbe il parlarvi di ogni canzone, solo perché non vorrei togliervi l'enorme e spiazzante sorpresa che potreste trovare ascoltandolo, e dunque mi affido alla fiducia e alla buona volontà di chi ci si vorrà provare e che certamente, ne sono convinto, non ne rimarrà deluso. Una promessa questi Moonsorrow. A buona ragione credo che molto presto se ne sentirà parlare più di quanto già se ne sente abbondantemente.

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Prostrato da OzzyRotten alle ore 17:57
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heavy rock, debaser

giovedì, 18 gennaio 2007

Non occorre che dica o spieghi a qualcuno quanto la carriera di questa band portoghese sia affastellata di cambi di rotta, contaminazioni, sperimentazioni, e, quel che più conta a nostro parere, enorme talento ed egocentrico estro.
Detto questo, serenamente, dopo che son passati ben quattro anni dall'uscita di questo album, se ne riescono a percepire, come in un magnifico percorso a tema, i grandiosi passaggi atmosferici, perlopiù cupi ma trasudanti un'anima mediterranea davvero affascinante, ma anche, e sarebbe ingiusto negarlo, i limiti che esso serba in se.

Scritto in un momento non di certo propriamente eccelso per i Moonspell che, vista la loro consueta abitudine a variare e non di poco, il loro suono, avevano creato una fitta coltre d'ansia dovuta all'attesa per la loro nuova fatica che poi, quando finalmente venne data alle stampe, venne, come al solito, da molti osannata, come del resto da parecchi pure stroncata e senza troppi complimenti. Ma questo è insito nella natura e nel giudizio che chiunque debba dare dei Moonspell pone, se non altro perché, e forse è una magra consolazione ammetterlo, sanno sorprendere ad ogni piè sospinto. A dispetto della peste e delle corna che si dicano dei lusitani, infatti, nessuno mai ha osato tacciarli di modesta originalità, e gliene va dato pieno atto, anche alla luce di episodi un pò contorti e forse un pò troppo fuori linea al loro stile, del passato. Ma non è certo di una cronistoria critica che quì si parla, ma di un lavoro che, per il sottoscritto, ha rappresentato egregiamente un certo qual periodo della propria vita; se sia stato bello o brutto non è rilevante, ma interesserà sapere che comunque fu dettato per la maggiore dalle note di questo "nero" e sfasato racconto.

Racconto sì, perché il disco, già dalla produzione e dalla sponsorizzazione che se ne diede, mirava ad accogliere un'aura maggiormente riflessiva e decadente, nonché intellettuale del genere Gothic; gli ingredienti erano tanti e pur bene attrezzati: lo scrittore José Luís Peixoto, amico del cantante Fernando Ribeiro che, ispirato dalla sulfurea e luciferina vena ispirativa dei Moonspell, diede alle stampe un suo racconto intitolato appunto "Antidote" che verrà venduto assieme al disco in un'edizione delux, con contenuti multimediali (che comprendono, oltre al racconto, anche il video del primo singolo "Everything Invaded"), due adesivi, un booklet ben fatto ed un poster dei Moonspell in, "straccionevole" e misantropica posa.

Dal punto di vista, invece, stringentemente musicale, i Moonspell quì, partorirono il loro disco più oscuro e claustrofobico della nuova era (quella che comprende, tra gli altri, anche "Sin/Pecado" e "The Butterfly Effect", nonché "Darkness and Hope" di cui, sia detto a dovere di cronaca, "The Antidote" è figlio), con partiture a metà strada tra un Gothic incazzato e magistralmente eseguito, ed una tribalità sottolineata dal lavoro pregevole del batterista Mike Gaspar e la cui eco si sente benissimo in episodi come "From Lowering Skies", "The Southern Deathstyle" e "In and Above Men", forse, tra l'altro, le canzoni più incisive di tutto quanto il disco, visto che, purtroppo, i Moonspell, con "The Antidote" non colsero propriamente il centro del bersaglio che si erano prefissi, arrivandoci comunque vicini.

Certo, tutti i brani sono pensati, suonati e vibranti come dovrebbe essere ogni buon esempio in casa Moonspell, la produzione, affidata al magnate del Gothic europeo Waldemar Sorychta, è chiara, potente e cristallina (mentre, altra curiosità, il basso viene in questo disco suonato da Niclas Etelävuori già negli Amorphis), ma per certi versi alcune canzoni ce le potevano pure risparmiare, risultando alla fine di difficile assimilazione e un pò troppo monotone e monocorde nel loro cupo "avvolgersi su se stesse".
Non parlo, ovviamente della prima parte del disco, che si chiude con la title-track "Antidote", ma piuttosto della seconda parte, più seminale e raffinata, ma forse un pò troppo "rarefatta" e relegata a schemi stonati per una band di livello come i Moonspell, sicché "Capricorn At Her Feet", "Lunar Still", "As We Eternally Sleep on It", sembrano più degli accettabili spunti da utilizzare per brani più complessi che vere e proprie parti a sé stanti. Queste però sono eccezioni, che non valgono invece per brani come "Antidote" appunto, con il suo magnifico e desolante riff di chitarre nel ritornello, proprio di chiara matrice Moonspell e che contribuisce, da solo, ad alzare la media dei voti, o per le già dette "In And Above Men", "From Lowering Skies" e "Everything Invaded" che, oltre alle parti strumentali ben connesse che spirano oscurità e opprimenti sentimenti di desolazione da ogni poro, s'avvalgono della pregevole prestazione vocale di Ribeiro che quì, probabilmente, raggiunge l'apice della propria espressività, riuscendo a passare in un batter d'occhio, da sussurri appenna accennati e dati in "clear" a scream da squarciare la gola come solamente lui sa fare e che ritroveremo poi, ancora più amplificati, nell'ultimo lavoro della band "Memorial".

Dunque, naturalmente, se siete fans dei lusitani e ancora non possedete il CD, sia detto che vale la pena comprarlo, per gli altri invece, che vorrebbero conoscerli e farsene un'idea, di certo, forse, questo album non dovrebbe essere il primo e più rappresentativo da ascoltare. Comunque, queste certamente sono opinioni personali, che però, chi conosce i Moonspell da lunga data, li ha amati e ne è rimasto spiazzato in certi momenti, sa benissimo a che cosa si riferiscono, e quindi, di conseguenza, a cosa vanno incontro.

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Questi danesi, che per un certo periodo fecero ben sperare d'essere una promessa di sicuro impatto verso il pubblco Doom, pubblico di non certo facili gusti ed aspettative, questo lo si sa bene, presero a pubblicare i loro lavori sulla falsariga di band più blasonate e di certo successo come i My Dying Bride, ma, ciò che li distingueva (e li ha sempre distinti poi) dall'essere dei cloni inascoltabili è stata sempre la loro estrema originalità, unita ad un talento da far balzare davvero qualche produttore dalla sedia, e ad un estro talentuoso e mai scontato, che ne ha portato poi i componenti ad essere annoverati, prima che il loro ultimo "Veronika Decides to Die" venisse pubblicato dopo lungo tempo, come "entità nere" eppure super-influenti di un certo qual genere molto melodico ed orecchiabile, seppur rallentato e non rinnegato, e sempre ben saldo nella sua matrice originaria che si esprime nella formula "lentezza esasperante-umori catacombali-disperazione strisciante", ma, a questi necessari e immancabili ingredienti, i Saturnus aggiunsero, all'epoca di pubblicazione di questo album, il 1996, molti spunti derivati dal Gothic, un fluire che non è sempre e solo comunque catacombale ma anche onirico e "stellare", una trattazione di temi, a livello di songwriting, certamente originale ed intelligente.

Ed è questo che probabilmente li ha resi, poi, una gran band di culto, affascinante ed istrionica, facente capo a qualcosa che non si è mai riuscito bene a capire nei suoi sensi. Il loro genere, infatti, troppo teatrale per risultare "caustico" ed abberrante come l'attitudine tragica farebbe intendere, troppo leggero per essere legato agli schemi più "Funeral", troppo svincolato da contesti lirici per seguire la scia, ormai lunghissima, dei già citati My Dying Bride, si è attestato, col tempo, su lidi misteriosi e volutamente unici, scostanti eppure non insopportabili, decisi, ma non per questo forzati, anzi.

E allora, direte voi?
E allora nulla, rispondiamo noi.
Questo "Paradise Belongs to You" va ascoltato tutto d'un fiato, per assorbirne e sondarne tutte quante le sfaccettature, per lasciarsi dapprima condurre alla porta magica dei sogni che il cinguettare degli uccelli (sempre presente, e che forse in certi casi stonano un pò) dona, per poi penetrare in un mondo morboso ed in declino, questo sì certamente, ma sempre velato da un'atmosfera dolce ed ammorbante, affascinante perché multiforme e che non suggerisce mai noia, sostenuta, questo invece è certezza, da una sezione melodica che non fa la propria parte nel senso classico del termine, ma s'avvinghia, s'amalgama con gli umori ancestrali ed atipici del "mood" che ne deriva, a volte spiccando in quanto a melodicità ed ad espressività: una chitarra sempre presente che conduce lungo assoli infiniti, apocalittici e mai scontati, di sconcertante bellezza e di disarmante struggevolezza, che s'intona al growl profondo ma mai brutale del cantante, che, esprimendosi su temi che non possono essere che desolatamente depressivi, riesce a crearsi un'aureola particolare attorno a sé, è una trovata che quantomeno potremmo dire "originale".

Se da un lato, quindi, la prosecuzione dei fondamentali archetipi Doom viene seguita con grande interesse e disciplina, dall'altro il tutto viene stemperato da una leggerezza sottile ed evanescente, come se fosse un vortice d'acqua che in un batter d'occhio appare e poi prende ad essere inghiottito dal naturale fluire delle cose.
E questo, non scordiamocelo, in un lavoro che è debitore, per molte e variegate cose al genere inglese per eccellenza, considerandolo non come un punto di arrivo da cui poi seguire pedissequamente un discorso anacronistico che sicuramente saprebbe di "già sentito", ma come punto di partenza per arricchirlo, spogliarlo dagli aspetti più claustrofobici ed insopportabili, e riproporlo poi con un Pathos, un sentimento, che, sono pronto a scommetterci, pochi in verità possiedono.

Episodi come la prima canzone, appunto "Paradise Belongs to You" che si avvale di una forte componente tastieristica per poi sfociare in un balletto apocalittico dato al rallentatore, la seconda e più dinamica "Christ Goodbye" con le sue percussioni e la sua cadenza velata di epica poi, la settima "I Love Thee", forse la più feroce e asfittica della scaletta, la più propriamente Doom, la più atroce e straziante, che con i suoi cambi ponderati ed eclettici suggerisce di chiudere gli occhi e riaprirli su giorni dal sole pigro e non ancora guarito dall'inverno, su drappi di tristezza più tragici e raffinati di un lembo di seta, su ricordi belli ma scomparsi, per questo più dolorosi; queste, alla fine, non fanno che rafforzare il convincimento che poi quei pochi ma agguerriti che lo ascoltarono, si misero in testa, all'uscita di questo disco; quello cioè che ci si trovasse di fronte ad una band destinata a far scuola (come poi è stato negli anni a venire), e a non sopravvivere, di certo, di luce non propria, perché tanto, di immense e commoventi fondamenta poetiche, questa è già intrisa.

E allora, a nulla vale nessun'altra parola, solo l'ascolto, e la magnificenza delle melodie che questa band ha sempre saputo portare.

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Prostrato da OzzyRotten alle ore 17:49
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heavy rock, debaser

lunedì, 15 gennaio 2007

Vieni, ti prendo per mano.
Forse non vorrai, e protesti avere ragione, da queste riverbera forte il palpitare che mi cresce in petto, senza che questi voglia cessare, senza che voglia abbandonarmi oggi e sempre, come è stato forte per un tempo, lo sarà nel destino ignoto che conosceremo.

Inevitabilmente dovremo accettare le paure, le gioie, le pene e tutto quanto ancora, persi ma assolutamente vicini nell'ineluttabile svolgersi del tempo, che decresce a seconda degli umori, avvinghia, come fiera selvaggia, cuori solitari e complementari ubriachi di suffissi, sulla terra, ma magari anche oltre, e noi non sappiamo, non vediamo ma vorremmo perderci, anche se fosse per l'ultima volta, nell'abbraccio immortale, che non ha né il sapore dell'addio, né quello pericoloso, del lasciarsi anche se solo per un attimo.

Una volta vagheggiavo di futuri e di universi improvvisi, scintillanti nella loro corsa inavvicinabile; adesso, col senno in subbuglio, con il fiato spezzato dall'aria tiepida ed impropria, come se fossi Pindaro senza ali né parte, mi dibatto atterrito in un presente d'ordinario riflusso di sensazioni ammorbanti, di ricordi appena celati alla luce della penna e della carta, certamente importanti, fedelmente stampati nella mia mente con vampe furiose di dolore, e con la dolcezza di labbra un pò avariate dalla mia, irripetibile, innominabile, mancanza.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 18:52
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diary of a madman, bloodysucker

venerdì, 12 gennaio 2007

Le loro Altezze Reali, Kristian e Johan Niemann assieme a Christofer Johnsson, rispettivamente chitarra, basso e voce dei Therion, una delle band più ispirate e rappresentative di un certo qual Heavy Metal d'avanguardia che molto attinge dalla musica classica e sinfonica, nonché da certe squisite elucubrazioni decadenti e dotate di un'alta dose di genio, un giorno si misero in testa di dar vita ad un progetto che di complesso (come la musica della loro band richiede, si capisce) non aveva nemmeno lontanamente i connotati.

Il punto era di misurarsi nel comporre un canonico Death Metal ben ancorato nelle compatte radici Thrash che lo generavano, cercando di proporre comunque un progetto originale, che non avesse grandi pretese sì, ma che potesse essere commercializzato e apprezzato come un'onesta prova di musica dal retrogusto forse dimenticato e trito, ma sempre schietta e genuina.
E, bisogna dirlo, i nostri quattro paladini (quattro, perché coadiuvati da Rickard Evensand, prima batterista dei Soilwork, poi successivamente nei Chimaira e oggi forse defezionario anche da questi), centrano in pieno il bersaglio a cui avevano mirato.

Questo album, infatti, risulta essere un bel cazzotto nello stomaco per chi lo ascolta, anche se, come scritto sopra, e come era negli intenti della band (anche se è giusto parlare di side-project in questo caso), non cela proprio nulla di particolarmente rilevante se non proprio l'essere ottimamente eseguito, magistralmente composto, arrangiato in maniera sublime e che, in più di un'occasione riesce a ben coinvolgere nella sua struttura poderosa, seppur lineare.

Death Metal a cui piace sconfinare in ambiti a questo affini, specie nel Thrash Metal della Bay Area, e in certi squarci, anche nel Brutal ed in partiture non propriamente ortodosse per il genere, richiamando, soprattutto per quanto riguarda le parti di chitarra, il suono tipico e ronzante dei Therion. Ma questo, naturalmente, non potrebbe essere altrimenti, visto che comunque i Therion stessi, agli albori della loro carriera appartenevano ad un genere estremo che molte affinità aveva con la creatura-figliastra Demonoid. Dunque se i Therion vi fanno impazzire, non di certo troverete di che felicitarvi in questo album, anzi.

Può darsi invece che, se per curiosità vi accosterete al disco, senza troppi preconcetti e senza troppa puzza sotto il naso, allora questo potrebbe pure piacervi; di episodi validi ce ne sono a iosa, per tutte le nove canzoni del cd, ognuna con una struttura propria e ben ponderata secondo uno schema abbastanza classico ma estremamente potente che parte dalla prima strofa, arriva al ritornello (o a qualcosa che potrebbe dirsi tale), sfocia in assoli tecnici di scuola Testament e Vio-lence, e riparte daccapo.
Naturalmente, anche la voce di Johnsson si allinea ai canoni impressi alla band, sfoderando un growl cupo e abbastanza feroce, non ai livelli di un Chris Barnes si capisce bene, ma che comunque sa dare la giusta prospettiva ad ogni brano, collocandolo in maniera sfavillante nell'ambientazione spirituale e teologica del lavoro, poiché questo, oltre a tutte quante le altre cose, è un concept basato su una miscela di narrazione a cavallo tra il genere Fantasy e la prospettiva intimista, ed anche questa probabilmente è una peculiarità propria della band madre, che nulla toglie, anzi aggiunge e affascina in misura ancora maggiore.

Per quanto riguarda gli episodi più significativi, vale segnalare certamente "Arrival of the Horsemen", con il suo attacco apocalittico che bene riesce a proiettare nel Purgatorio dipinto nei solchi di questo album e che poi procede in una maniera che più classica non si può riguardo al Death Metal; poi certamente "The Evocation" che, stupore dello stupore, verso la fine, in mezzo a Slayeriani umori, fa comparire anche la voce suadente di una donna, "Wargods" con l'egregio e devastante lavoro alla batteria di Ensaved e che, da preludio per un album che vuole essere certamente apprezzato dagli estimatori di genere, fa subito capire con che cosa ci si troverà a misurarsi.

Fate voi, ma certamente, se ogni tanto vi piace immergervi nel buon e vecchio Death di tanti anni fa, non vi dispiacerà all'ascolto.

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Perché, anche tra gli estimatori più attenti del Black Metal, quelli, intendo dalle vedute più ampie possibili e che non hanno sul comodino la sola "bibbia" del "True Norwegian-genere", nessuno ha mai avuto a cuore gli Opera IX?
Perché, la maggior parte di chi ascolti il Black Metal sinfonico, pensa che questo si fermi solamente (e superficialmente) solo a Cradle of Filth e Dimmu Borgir o a poche altre band straniere?

Oltre a queste due band-colosso c'è tanto altro, di più variegato e valido, per certi versi anche migliore e genuino, che non cede facilmente ai commercialismi ma che ne rifugge, non certo per scelta naturalmente, ma per attitudine propria ed originale, e per talento. Già, proprio per talento, visto che gli italiani Opera IX (originari di Torino), uniscono il gusto per il Black Metal ad un paganesimo che, scusate il paragone un pò fuori luogo, è "militante", e ad atmosfere celtiche e barbariche davvero affascinanti.
Forse proprio per questo vengono dai più ignorati: sono originali, hanno una valanga di attitudine e talento da vendere, sono colti, parlano e suonano per un pubblico d'elité e non svendono la propria immagine in facili spiccioli di vampirismo o licantropia, cercando di non scadere mai nella pacchianeria fine a se stessa.

Ma, messe da parte tutte quante le cose che concernono l'immagine della band, che comunque sono concetti futili e relativi, si può ben dire che gli Opera IX siano una realtà che, se fosse ben sostenuta, potrebbe rappresentare una punta d'orgoglio per quanto riguarda la scena estrema italiana.
Il loro suono particolarissimo, la loro tecnica sopraffina, il loro songwriting complesso, ermetico e fuggevolmente delirante e ancestrale sono stupefacenti. Ogni canzone di questo album è una perla nera, complessa, sorretta da una base di tastiere e synth che si amalgamano alla perfezione ai numerosissimi cambi di tempo delle chitarre e della batteria, alle sfuriate tipiche del genere, agli scream acidi e ben strutturati del cantante, ai momenti poi epici, sfocati, lugubri e malsani, seppur non stereotipati.
Ma tante cose si possono trovare nella band che una volta annoverava tra i suoi componenti anche Cadaveria (oggi nel gruppo omonimo) e che già dalla primissima prova mise in risalto un'originalità fuori dal comune, seppure fosse figlia di concetti e modi tipici del Black Metal.

Ma i giorni di Cadaveria sono passati; oggi il maggior compositore della band (e mente pensante) Ossian, sembra aver intrapreso un discorso che molto si discosta dalla proposta blasfema delle origini, e mette a disposizione di tutti quanti siano disposti a farsi avvolgere dal suono degli Opera IX, brani del calibro di "The Serpent's Nemeton", "In Hoc Signo Sanguinis", o l'infinita ispirazione celtica di "Scell Lem Duib", cantata interamente in Gaelico e che riprende nella sua base, proprio una nenia popolare di quella tradizione, dotandola poi di una vena malinconica e sciamanica affascinante e avvolgentemente sublime, o infine "One Road in Asa Bay", cover dei Bathory, ed eseguita in una maniera che, per una volta, non fa rimpiangere la seppur pregevole originale.

E allora, per non dilungarmi più, perché è certamente inutile, perché non vi fate un favore e correte a cercarvi questo album, o magari qualcuno dei precedenti (di cui, se ne avrò la volontà parlerò certamente), facendovi il favore di non pensare per una volta, che le band italiane non siano capaci di comporre musica che è sui livelli di quelle albioniche o scandinave?
Se pensate questo, allora di certo, scoprendo gli Opera IX è probabile che potreste cambiare idea; in caso contrario, comunque avrete supportato e vi sarete deliziati di un album certamente fuori dal comune e che non è "da tutti i giorni", anche se nessuno corre mai ad impalmarlo o a tesserne le sperticate lodi.

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Prostrato da OzzyRotten alle ore 16:23
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heavy rock, debaser

giovedì, 11 gennaio 2007

“Il passato è il posto più difficile a cui tornare. Jim Mackenzie, pilota di elicotteri per metà indiano, lo impara a sue spese quando si ritrova dopo parecchi anni nell’immobile città ai margini della riserva Navajo in cui ha trascorso l’adolescenza e da cui ha sempre desiderato fuggire con tutte le sue forze. Jim è costretto a districarsi fra conti in sospeso e parole mai dette, fra uomini e donne che credeva di aver dimenticato e presenze che sperava cancellate dal tempo. E soprattutto è costretto a confrontarsi con la persona che più ha sfuggito per tutta la vita: se stesso. Ma il coraggio antico degli avi è ancora vivo ed è un’eredità che non si può ignorare quando si percorre la stessa terra. Nel momento in cui una catena di innaturali omicidi sconvolgerà la sua esistenza e quella della tranquilla cittadina dell’Arizona, Jim si renderà conto che è impossibile negare la propria natura quando un passato scomodo e oscuro torna per esigere il suo tributo di sangue.”

Un passato fatto di terre di frontiera e di polvere acre che s'infila in gola, sembra tornare ai nostri giorni.

Un massacro occorso più di cento e rotti anni fà torna a rilasciare le sue vibrazioni negative in un'America odierna che dei vecchi pionieri, delle carovane nel deserto e della ferrovia ancora in costruzione, sembra non avere più nulla.
Eppure i germi di una retrospettiva, seppur tragica, seppur dolorosa, sembrano contaminare un gruppo di persone diverse tra loro, ma accomunate dal senso comune di smarrimento e dalla voglia catastrofica (è proprio il caso di dirlo) di partire, di cambiare, di rinnegare quello che si è stati e che non si vorrà più essere.

Sembra un film di Sergio Leone, e invece è il filo che lega i protagonisti dell'ultimo romanzo a tema di Giorgio Faletti, "Fuori da un evidente Destino".

Un "mezzosangue" con gli occhi di colore diverso, una giornalista agguerrita con figlio a carico che però sembra volersi sciogliere nei ricordi che la legano all'unico uomo che ella abbia sempre amato e che mai dimenticherà, un poliziotto scettico che dovrà ricredersi e diventerà un convinto assertore di quanto, i fatti incredibili su cui si troverà ad indagare, gli suggeriranno, un vecchio (e defunto) capo Navajo che lascia in eredità al nipote una serie di strani oggetti, un banchiere senza scrupoli deciso ad appropriarsi di una proprietà per ricavarne milioni di dollari e suo figlio, invalido di guerra, ex militare, che vorrebbe tanto, anche lui, dimenticare il suo passato, visto che gli sarà negata la possibilità di fuggire dai propri demoni, e, infine, un'Ombra.

Un'ombra persa nei respiri del vento caldo e nei canion dalla superficie bruciata dal sole. Qualcosa che fa incetta di vite e le inghiotte come in una voragine, camminando "sotto gli uomini" e lasciando, attraverso i suoi sentieri, assassinii brutali ed efferati, cose che mai si sono viste a Flagstaff, e che mai nessuno vorrebbe vedere.

Un romanzo "ad effetto" con una base portante storica che ben regge e s'amalgama perfettamente con l'ordinarietà dei giorni nostri.
Faletti sembra che non sbagli un colpo, anche se i suoi precedenti due romanzi si attestavano su livelli che maggiormente erano parenti del Thriller puro, mentre quì, meraviglia delle meraviglie invece, ci si trova a leggere e ad affrontare di cose che vanno "aldilà" di ogni concezione razionale e di ogni suffisso logico.
Se, come soleva dire Sherlock Holmes, magnifico personaggio uscito dalla penna di Sir A.C. Doyle, "in un fatto, scartate tutte le ipotesi plausibili, ciò che rimane, per improbabile che sia, è la spiegazione più calzante", allora anche quì ci troveremo a dover ammettere che certe cose, certe rimembranze, per incredibili che siano, siano pericolose al solo nominarle, al solo sentirle, e dunque, per certi versi, è sempre utile che non se ne serbino i segni, perché potrebbero far impazzire, perché potrebbero essere estremamente pericolose.

Ho finito di leggere il libro già da qualche pò a questa parte, ma volevo riservarmi un altro poco di tempo per poterlo giudicare in maniera abbastanza oggettiva, e credo che adesso le circostanze lo permettano.
Pur apprezzando maggiormente i lavori precedenti dello scrittore astigiano, debbo ammettere che la fantasia ed il talento non gli mancano affatto, quello che semmai manca, in questo romanzo, è forse il "coinvolgimento attivo", la necessaria "suspence" che tiene attaccato il lettore al libro dalla prima all'ultima pagina.
Ma probabilmente questa è solo una mia impressione, e, per non scadere sempre nel classico, ed oltremodo demagogico "De gustibus...", consiglio a tutti vivamente di leggerlo, se non altro per assorbirne le atmosfere tinte di western e di magia, che l'autore ha ben descritto e che riescono magnificamente a riportare chi legge all'epica di certi film anni '70 e di certi romanzi ottocenteschi.
Un bravo meritato, dunque, e l'augurio che ci si trovi, tra qualche tempo, a rileggere qualcosa di più "standardizzato" per Faletti.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 11:25
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darkening

martedì, 09 gennaio 2007

AVVISO: Mi è stato da più parti fatto notare che i commenti sembrano non funzionare.
Da una verifica che ho fatto, risulta che non funzionano quelli in finestra pop-up utilizzando IE, mentre per Firefox il problema non sussiste.

Siccome il template di questo blog è stato fatto e pensato per funzionare con Firefox e con Opera, usate uno di questi due browser e mollate IE che non serve proprio a nulla.

Coming Soon...
Prostrato da OzzyRotten alle ore 13:58
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lunedì, 08 gennaio 2007

Sono tornato a casa.
Ci sono tornato col cuore in brandelli, perché per lunga che possa essere una vacanza non potrà mai essere infinita (e quì sto scadendo nel demagogico, non vogliatemene), e ti lascerà sempre qualcosa che avresti voluto fare, dire o vedere e che non hai fatto, detto o visto.

Me ne sono andato dopo quindici giorni che sono stati, lo dico subito, tra i più belli che io ricordi da tanto tempo a questa parte, e, tolti tutti i ringraziamenti di rito che non smetterò mai di formulare a tutti quanti quelli che ho conosciuto e che si sono dimostrati inaspettatamente disponibili e cortesi, il mio pensiero non può che correre alla mia dolce compagna e a tutta la sua straordinaria famiglia, a cui va tutto il merito di avermi fatto passare giornate indimenticabili, talune gioiose e spensierate, talune altre invece tristi e commoventi (ma non è dipeso certo da loro, ma da altre circostanze che quelle terre oggi straniere ma un tempo nostre, italiane, serbano) nei ricordi coperti dalla polvere del tempo e della Grande Guerra.

E dunque, tanto per non fare il solito sproloquio enciclopedico riguardo agli itinerari, alle impressioni, ai modi e alle culture diverse dalla nostra, elenco solamente le cose che più mi hanno colpito e che ho scoperto, non sapendole così, o solamente immaginandole come, alla fine, erano:

- Ho scoperto, anzitutto, che la mia vecchia macchina, se rimessa in ghingheri come le è dovuto, va ancora meglio di quando fosse nuova;

- Ho scoperto che la Tangenziale di Venezia-Mestre è un vero bordello a cielo aperto, oltreché una fogna pestifera che vomita in aria tutto quanto di più tossico possa esserci;

- Ho scoperto che il Friuli Venezia Giulia, invece, è una Regione tra le più belle d'Italia e io l'avevo sempre ignorato;

- Ho scoperto, anzi mi è stato di riconferma, che il caffè negli Autogrill è veramente un attentato alla Costituzione;

- Ho scoperto che il mondo non si esaurisce aldiquà del Piave, ma continua oltre, e probabilmente è anche meglio;

- Ho scoperto che in Slovenia tutti rispettano i limiti di velocità (oh! Questa è davvero strana per uno come me che proviene da città dove infrangere il CdS è una norma invidiabile);

- Ho scoperto che i distributori di benzina, oltre ad essere più convenienti che in Italia, sono anche meglio attrezzati e con personale cortese e affabile;

- Ho scoperto che il mio inglese è molto peggio di quanto io potessi immaginare, e dunque mi sono ripromesso di rimettermi a studiarlo approfonditamente;

- Ho scoperto che noi italiani siamo delle capre ignoranti e niente altro;

- Ho scoperto, che in Slovenia, il ragazzo/a più scemo, quello che non gli daresti un centesimo per quanto è quadrato, parla almeno un'altra lingua oltre alla sua, e, in molti casi, oltre che all'Inglese (che pure i muri comprendono lì), molti parlano l'Italiano in una maniera correttissima, e se non lo sanno parlare lo comprendono benissimo;

- Ho scoperto, che, aldilà delle mie antipatie storiche (e a ragione direi), il retaggio Austro-Ungarico di Lubiana la rende una Capitale Europea piccola ma agguerrita e molto affascinante, specialmente di notte.

- Ho scoperto che gli autobus in città (fuori non saprei proprio), viaggiano tutti in orario, e nessun automobilista invade la loro corsia preferenziale;

- Ho scoperto che il miglior album del 2006 passato è stato quello dei Katatonia, "The Great Cold Distance" (non c'entra nulla, ma l'ho ascoltato tutto solo a casa, quindi...);

- Ho scoperto che ancora oggi, a distanza di cento anni, mi veniva da piangere quando siamo stati al Sacrario di Caporetto, a quello di Redipuglia e a quello di Oslavia;

- Ho scoperto che l'Isonzo ha davvero quel colore verde e cristallino che si vede sulle cartoline;

- Ho scoperto che il caffè, come lo bevono gli Sloveni, è veramente da mal di pancia;

- Ho scoperto che le tazzine da caffè espresso al Supermercato non ci sono;

- Ho scoperto che, alla lunga, sono un italiano come un altro, e che dunque mi manca la pasta;

- Ho scoperto che i crauti, alla fine, non è che mi facciano proprio del tutto schifo;

- Ho scoperto che girare per casa senza gli anfibi è "fichissimo";

- Ho scoperto che la Polizia di Frontiera ruba i soldi ai contribuenti (Sloveni e Italiani);

- Ho scoperto che le Marlboro costano molto meno, ossia circa 2,50 €;

- Ho scoperto che la benzina da usare per la mia macchina è l'Eurosuper 98;

- Ho scoperto che la TV e Internet via cavo sono una "ficata";

- Ho scoperto che la gente che incontro, le persone che ci accolgono, gli individui che percorrono le strade sono di una gentilezza disarmante;

- Ho scoperto che stranamente il centro di Lubiana assomiglia mostruosamente a quello di Vienna, ma con minor caos;

- Ho scoperto, con meraviglia, che nessuno usa il clacson;

- Ho scoperto che quasi nessuno, pur nell'incomprensibile idioma slavo, sfotte gli italiani, ma anzi li tratta con rispetto;

- Ho scoperto che Tito è ancora molto amato;

- Ho scoperto che il Socialismo quì viene da molti, anzi dalla maggiornaza, rimpianto, e non a torto;

- Ho scoperto che i regali di Natale quì li donano col cuore, pur non potendosi permettere chissà che cosa;

- Ho scoperto che so preparare l'assenzio anche senza il cucchiaio forato;

- Ho scoperto che giocare a poker con i soldi del monopoli poi non è tanto male;

- Ho scoperto che gli amici che mi sono fatto sono sinceri e leali, e se potessero, mi darebbero la luna;

- Ho scoperto, in definitva, che amo la mia compagna come nessun'altra mai, che voglio stargli sempre vicino, a dispetto del mio carattere "brutal", che ogni giorno che passa mi manca sempre più e che i suoi abbracci e i suoi baci sono più dolci del più raffinato miele.

- Ho scoperto, infine, che quanto prima, mi trasferirò da quelle parti.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 15:59
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