Non pensavo più all'allucinazine del suo sguardo. Non avevo orecchie che per i miei resti stracciati e tumefatti di paura.
Angoscia, ma perchè procurarmi le stesse pallottole che serviranno per uccidermi?
Ma tu non sei solo angoscia: per la mia testa, tutte le cose belle storcono il mareggiare olioso del mio "voler scoprire" malato ed eccessivo.
Dalle sue gambe credevo di perdere ogni equilibrio, mareggiato dal volerla, ossessionato dal poter dividere il suo calore col mio.
Quando si scrive, si parla sempre di chiome fluenti e di abissi imperdibili, ma lei, oh no!
Lei non era così: perchè tutto il suo fremere magnetico sembrava irradiare piacere, come quando, nella mente, ci si costruisce l'architettura bionica di una donna morbida e piacente, capace di strappare la radice del piacere con il solo sorriso, con il solo distendere le mani e portarle verso il collo di qualsiasi uomo.
E quell'uomo volevo essere io.
Sapevo bene quanto tempo fosse passato dall'ultima volta che nitidamente le diedi un bacio. In quegli istanti pensai: "È vero, possederne il corpo non serve a nulla se non le si risucchia l'anima", e l'anima sua e quella mia si rincorrevano in meandri di ghiaccio, in uno spazio chiuso, occluso da pareti spesse dieci dita.
Io l'ebbi sapendo di poterla violare con un solo bacio, e per me era tutto quanto desiderassi.
L'irraggiamento della sua figura mi rese stolto, piegato, dolorante per la disperazione di non poter reagire a nessuna delle sue richieste non dette.
Lei desiderava il tempo che io non avevo, io desideravo estorcerle il bene più profondo che essa possedeva: la sicurezza di quanto lei fosse unica, la sua più intima soggettività.
Non potendola avere, la rabbia mi prese, e come sempre, distrussi tutto quanto faticosamente avevamo creato in tutti quei giorni di primavera.
Nel letto, sotto il calore tiepido delle coperte, respiri affannosi sembravano annaspare di pianto e di perdita, e ad allontanarci non erano le distanze, ma la caparbietà di non poterci donare completamente l'uno all'altra.
Siamo esseri perfettibili. La natura ci ha fatti così perchè desiderava fossimo unici. Perchè stravolgere l'empirica legge delle cose?
Accontentarsi dei corpi era sempre meglio che urlare al nulla tutto quanto rodeva il fegato e smembrava il cervello.
Così, tra baci glaciali e presentimenti di morte, rinasceva ogni volta la dissolvenza dei corpi, ed il seme malato scorreva in un senso e nell'altro, come piacere amaro, come piacere eterno.