mercoledì, 28 febbraio 2007



«Tu credesti nei preti e sperasti in Dio, ma Dio fu sordo alle tue preghiere e i preti si allearono coi tuoi padroni e ingrassarono alle tue spalle.
Tu credesti nei patrioti, combattesti per conquistarti una patria, e la patria ti ha sfruttato, affamato, umiliato.
Tu credesti nella libertà, per la libertà cospirasti e combattesti; e la libertà si rivelò amara ironia, che solo ti lascia libero di morir di fame.
Tu credesti e credi ancora nei ciarlatani che, sotto il pretesto di fare il tuo bene, ti domandano l'appoggio del tuo voto e del tuo braccio; e i ciarlatani si fanno sgabello di te e saliti in alto ti opprimono, t'irridono, ti sfruttano.
Ancora una volta, rivoltati da te e per tuo conto.
Abbatti il governo, prendi possesso della terra, delle case, delle macchine, di tutto ciò che esiste, e organizza da te la produzione e il consumo per il maggior vantaggio di tutti.
Soprattutto, non rinunziare nelle mani di alcuni alla libertà che avrai conquistata.»

Manifesto del Congresso per la costituzione del "Partito Socialista Anarchico Rivoluzionario Internazionale" - 1° Gennaio 1891, Capolago

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diary of a madman

martedì, 27 febbraio 2007



He gave to her, yet tenfold claim'd in return -
She hath no life but the one he for her wrought;
Proffer'd to her his wauking heart - she turn'd it down,
Ripostéd with a tell-tale lore of lies and scorn.

Prophetess or fond?,
Tho' her parle of truth:
«I ken to-morrow - refell me if ye can!»,
Yet the kiss and breath - Apollo's bane -
Sëer of the future, not of twain,
«Sicker!», quoth Cassandra.

Still, is she lief and quaint in his eyne, a sight divine? -
A mistress fuell´d by his prest haughtiness -
If he did grant, wherefore then did he not foresee,
Belike egal as it to him might be?!

Prophetess or fond?,
Tho' her parle of truth:
«I ken to-morrow - refell me if ye can!»,
Yet the kiss and breath - Apollo's bane -
Sëer of the future, not of twain,
«Sicker!», quoth Cassandra.

'Or was he an æriéd being,
'Or was he weening - alack nay mo;
Her naysay' raught his heart,
Her daffing was the grave of all hope -
She beliéd her own words,
He thought her life, save moreo'er scourge,
She held him august, yet wee;
He left her ne'er without his heart.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:48
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heavy rock

lunedì, 26 febbraio 2007

Oggi pomeriggio sto perfezionando e mettendo su carta, in un tour virtuale ed immaginifico (per ora), i posti, gli itinerari e le mete che vorremmo, la mia ragazza ed io, visitare, percorrere ed interessare questa estate ventura.

Eh sì.
Perché non mi è bastata la lunga vacanza che mi sono concesso per le ferie di natale scorso in terra slava. Essendone rimasto completamente stregato e conquistato, dai posti incantevoli e ricchi d'arte e di storia, dalle vedute panoramiche alpine mozzafiato, dalle rimembranze tristi di un tempo ormai andato ma che io, ne sono certo, non dimenticherò mai, vorrò ritornarci, e magari dedicarci il maggior tempo possibile, per assorbirne l'aria e ricavarne poi, come è giusto che sia, le impressioni e le sensazioni che mi piacerebbe poter riordinare nel "palazzo dei miei ricordi", come un novello, ma non omicida Hannibal Lecter ante-litteram, per sempre.

L'itinerario, per grossi capi, dovrebbe comprendere, tempo e volontà permettendo, quattro nazioni del centro Europa, interessando l'Ungheria, la Croazia, L'Austria e la Slovenia stessa, magari pure, se proprio saremo in vena di strafare, anche la Germania Sud-Orientale.

Non sarà un'esperienza da poco. Ne sono convinto.
Certamente servirà per placare, almeno per un pò, la terribile nostalgia e tristezza che mi correranno appresso quando poi, costretto come tutti gli umani mortali a dover rientrare per lavorare, dovrò salutare la Mitteleuropa per tornarmene all'amena realtà di ogni giorno.
Ancora c'è tanto tempo, ma quello di organizzare le mie cose con largissimo anticipo e con puntiglio quasi impiegatizio, mi fa sentire un pò più vicino alla mia compagna, ed un pò meno lontano da quei luoghi che mi hanno rapito, estaticamente, cuore ed anima.
Il primo fattore interconensso al secondo, perché proprio è il caso di dirlo, riuscire a coniugare "Amore" con "Interesse" non è mai cosa da poco.


Probabilmente ci avvieremo una qualche giornata da Lubiana e decideremo poi quale direzione prendere: se verso "Kranj" e quindi verso l'Austria, o se verso "Maribor" e quindi l'Ungheria.

In tutti e due i casi avremo un bel daffare, essendo le due nazioni il cuore pulsante e vivo (oggi più che mai) di un concetto d'Europa che io, per ora, ho potuto coltivare solo sui libri di Storia e nella mia mente.


L'Austria in special modo. Con la sua grandiosa capitale Vienna; i palazzi imperiali, la Storia grande seppur tragica degli Asburgo, le rive del Danubio, ed il fascino della sua vita culturale, dei suoi musei e monumenti, delle sue personalità e del suo stile di vita che, per secoli, hanno dato il "la" a milioni di individui sparsi per i domini dell'Impero Austro-Ungarico.



L'Ungheria invece, seppur più a portata di mano da Lubiana, riveste un ruolo non direi secondario, ma certamente di compartecipazione alle altre visite che vorremmo intraprendere.

Centro del viaggio in quella terra che i Romani chiamavano "Pannonia" e che costituiva l'estrema propaggine dell'Impero a Nord-Est, con le sue pianure estese a perdita d'occhio, il suo clima continentale eppure piacevole, le sue terme tra le più rinomate dell'antichità, non può essere che Budapest.
Budapest, la città di confine verso la "grande notte" dell'Est. Verso steppe, grandi freddi e popoli dalla lingua sconosciuta.

Tutto questo a me mettei brividi, naturalmente, nel senso "piacevole" del termine.
Esplorare, osservare, fermarsi a riflettere a decine e decine di chilometri da casa mia è una sensazione strana.
L'ho provato e mille scariche mi hanno punto il petto, facendomi sì sentire spaesato e lontano dagli affetti, ma certamente, con grand eimpressione, cittadino d'Europa più che del Mondo.


La Croazia la vorremmo visitare dalla parte di Zagabria, per poi addentraci nel suo territorio ed arrivare, infine, nella Dalmazia e risalire in un largo giro verso l'Istria, e quindi inevitabilmente, a Trieste e a Gorizia, per riprendere tutto daccapo.


Saranno giorni di fuoco per la mia povera e sfiancata macchina, ma sono certo che non mi tradirà, e che sarà compagna, con noi, del mio più grande desiderio odierno.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 16:50
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diary of a madman

domenica, 25 febbraio 2007

Una volta bevevo tanto tè verde per poterci mischiare, senza esser rimbrottato da nessuno, grandi quantità di Jack Daniel's (l'unica cosa americana che io abbia sempre sopportato).

Poco ortodosso e corretto, è vero. Ma me ne fregava dell'aroma del tè nella stessa misura con cui amavo il whiskye.

Oggi che bevo pochissimo whiskye, l'aroma del tè, per quanto mi riguarda, è quanto di più sopraffino e delizioso possa distinguere in un pomeriggio domenicale come questo, che non ha proprio nulla da regalarmi.

Ci sono tè pregiati, come quello bianco che una volta i plenipotenziari orientali solevano fare dono agli Imperatori; ci sono tè "occidentalizzati" dal gusto distinguibilissimo e dalle poche aspettative, a cui gli inglesi dedicherebbero volentieri un monumento.

Per me c'è il tè verde, dal colore quasi arancione, forte e pungente, leggermente amaro, che amo intervallare a frequenti pause usurpatorie, inframezzate immancabilmente di Marlboro, Black Metal e catarro che risale in gola, per poi affogarne il gusto in montagne di zucchero.

Nicotina e teina sono i miei migliori amici in questo pomeriggio.
Ma io non faccio altro che pensare a lei...
Prostrato da OzzyRotten alle ore 17:51
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diary of a madman

giovedì, 22 febbraio 2007

Non pensavo più all'allucinazine del suo sguardo. Non avevo orecchie che per i miei resti stracciati e tumefatti di paura.
Angoscia, ma perchè procurarmi le stesse pallottole che serviranno per uccidermi?
Ma tu non sei solo angoscia: per la mia testa, tutte le cose belle storcono il mareggiare olioso del mio "voler scoprire" malato ed eccessivo.


Dalle sue gambe credevo di perdere ogni equilibrio, mareggiato dal volerla, ossessionato dal poter dividere il suo calore col mio.
Quando si scrive, si parla sempre di chiome fluenti e di abissi imperdibili, ma lei, oh no!
Lei non era così: perchè tutto il suo fremere magnetico sembrava irradiare piacere, come quando, nella mente, ci si costruisce l'architettura bionica di una donna morbida e piacente, capace di strappare la radice del piacere con il solo sorriso, con il solo distendere le mani e portarle verso il collo di qualsiasi uomo.

E quell'uomo volevo essere io.

Sapevo bene quanto tempo fosse passato dall'ultima volta che nitidamente le diedi un bacio. In quegli istanti pensai: "È vero, possederne il corpo non serve a nulla se non le si risucchia l'anima", e l'anima sua e quella mia si rincorrevano in meandri di ghiaccio, in uno spazio chiuso, occluso da pareti spesse dieci dita.
Io l'ebbi sapendo di poterla violare con un solo bacio, e per me era tutto quanto desiderassi.
L'irraggiamento della sua figura mi rese stolto, piegato, dolorante per la disperazione di non poter reagire a nessuna delle sue richieste non dette.
Lei desiderava il tempo che io non avevo, io desideravo estorcerle il bene più profondo che essa possedeva: la sicurezza di quanto lei fosse unica, la sua più intima soggettività.

Non potendola avere, la rabbia mi prese, e come sempre, distrussi tutto quanto faticosamente avevamo creato in tutti quei giorni di primavera.

Nel letto, sotto il calore tiepido delle coperte, respiri affannosi sembravano annaspare di pianto e di perdita, e ad allontanarci non erano le distanze, ma la caparbietà di non poterci donare completamente l'uno all'altra.
Siamo esseri perfettibili. La natura ci ha fatti così perchè desiderava fossimo unici. Perchè stravolgere l'empirica legge delle cose?

Accontentarsi dei corpi era sempre meglio che urlare al nulla tutto quanto rodeva il fegato e smembrava il cervello.
Così, tra baci glaciali e presentimenti di morte, rinasceva ogni volta la dissolvenza dei corpi, ed il seme malato scorreva in un senso e nell'altro, come piacere amaro, come piacere eterno.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:04
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diary of a madman

giovedì, 22 febbraio 2007

Torno a distanza di qualche giorno a riparlare dei Borknagar. Non che la mia sia una fissazione, oppure sì, fatto stà che in questo periodo non faccio che ascoltare altro, quando posso, e dunque mi sembra doveroso tributare le mie impressioni per una band che a mio parere molto merita, certamente per i contenuti e per lo straordinario talento artistico.

Fughiamo ogni dubbio: questo "Epic" che mi trovo a recensire (indegnamente direi) è forse per quanto mi riguarda, il meglio del meglio della loro già pregiata e multiforme discografia.

Occorre fare delle distinzioni per quanto riguarda i Borknagar: partiti da un suono che era saldamente ancorato al Black Metal sinfonico, con alle origini un album omonimo, questi, grazie alle doti innegabili di capacità e intelligenza del chitarrista Øystein G. Brun soprattutto, rivoluzionarono il concetto di estremismo musicale, legandolo indissolubilmente a quello che all'epoca era un filone del Black, ovverosia il Viking, derivato da diverse influenze, non ultime quelle dei Bathory.
Il concetto che stava alla base della formula artistica dei Borknagar era quello, semplice, ma poco prospettabile, di uno svincolarsi del Viking propriamente detto, d'affermarsi come genere a sé stante, non rinunciando ai necessari puntelli d'origine estremi che comunque facevano parte del songwriting della band.

Lentamente ma inesorabilmente, grazie anche all'apporto di magnifici cantanti come Garm e I.C.S. Vortex, i Borknagar si conquistarono una fetta affezionata e "d'elite" di fans in ambiti estremi, e lo fecero ricorrendo quasia sempre a commistioni sempre spiazzanti e stupefacenti di diversi generi. Prima venne il Black, poi a questo si aggiunse il Viking, e non finì quì, visto che poi una flebile ma indiscutibile vena Progressive che richiamava alla mente gli anni settanta s'aggiunse, ed infine, ultima, ma non per importanza, pure un'avanguardia musicale dove si correva sempre il rischio di rompersi l'osso del collo per cercarne definizioni compiacenti e calzanti, nettamente si faceva chiara.

E proprio quest'ultimo periodo che ancora oggi perdura, grazie pure all'apporto prezioso di un artista come Vintersorg, in pianta stabile nella band, e che con questa ha pubblicato "ben" tre dischi: il tanto osannato "Empiricism", questo di cui scrivo "Epic" e l'ultimo, totalmente acustico "Origin".
Grazie a Vintersorg i Borknagar hanno acquisito un gusto eclettico e differente, "universale" potrebbe dirsi, alla musica.

Quì le parti feroci e "alla baionetta" costellate di scream malefici ci sono eccome, ma molto spesso lasciano spazio ad ariosi momenti Progressive, mettendo in risalto organi hammond, pianoforti e tastiere (meritorio lavoro di un certo Lars A. Nedland, detto "Lazare" membro, per i pochi che non lo sapessero degli altrettanto indecifrabili "Solefald"), il tutto condito sempre e comunque, da quell'aura debordante e ciclopica di epicità distinguibilissima ed originale che la band stessa ha inaugurato in tempi non sospetti.

Dunque con questo "Epic" e precedentemente con lo straordinario "Empiricism", la band prende una direzione indefinibile ma forbita ed affascinante che, per chi ama gli archetipi "pensati" e mai noiosi, certamente fa molto pensare alle similitudini in sede strumentale che i Borknagar hanno in comune con un'altro pilastro estremo scandinavo: gli Opeth.

State tranquilli, non intendo bestemmiare, nè vorrei che mai mi si facesse notare quanto diverse e variegate, non paragonabili, "distinguo" si possono trovare in una band e nell'altra, ma certamente, al di là di tutti i discorsi sui generi "madre" totalmente differenti tra le due componenti, è innegabile che lo stesso "pathos", lo stesso sentimento, la stessa atmosfera decadente e articolata le accomuni, e tutto, naturalmente, senza che si possa parlare né di plagi né di "biunivoche" direzioni, anzi.

I Borknagar sono e rimarrano (almeno così si crede) una band estrema dedita ad un Black Metal pur denaturato e strutturato diversamente rispetto alla maggior parte delle band dello stesso filone, e gli Opeth certamente ancora si possono rimandare ad un Death Metal profondo, caustico ed oscuro; i punti di contatto, comunque, ci sono e sarebbe da ipocriti non evidenziarli, proprio perché sono questi ad impreziosire e a rendere "unico" il suono dell'una e dell'altra.

Nello specifico, per quanto riguarda i Borknagar, credo a buona ragione che episodi come "Origin" (la canzone e non il disco), "Seales Chambers of Electricity", la bellissima e strumentale "The Weight of Wind", non sarebbero stati tali senza l'apporto del serpeggiante sentimento "seventies" di fondo, surplus di una composizione artistica da ascoltare con calma per assimilarne la complessa e sensibile struttura poco per volta, senza dover per forza prestare diecimila attenzioni allo stesso brano per convincersi della sua bontà.

Niente di tutto ciò.
Se andate cercando "feeling" e soggettivismo, quì ne troverete a iosa e nessun cantante come Vintersorg saprà come svelarvelo, con la sua voce sempre particolare: atroce nei passaggi in scream e dolorante, quasi spezzata, nelle parti in chiaro, riuscendo grazie alle sue doti, ad intersecare continuamente gli uni con gli altri supportati da passaggi di forza tra lavori tastieristici eseguiti con padronanza ed eccellenti doti, chitarre variegate e fantasiose che mai s'abbandonano, come tradizione minimale del Black Metal vorrebbe, ad orge di suono indefinibili ed impastate.
No!
Questo dai Borknagar non potrete aspettarvelo, perché sarebbe troppo semplice, troppo scontato e troppo prevedibile per una band che, nessuno lo può negare, ha sempre elaborato i propri canoni ed i propri standard in maniera sempre diecimila chilometri al di sopra di ogni altra componente estrema.

Gli esempi di tutto quanto fin quì detto, per quanto riguarda "Epic", sono insiti in tutti quanti i brani, molti dei quali, come "Resonance", "Cyclus" e "Future Reiminescence" sono autentiche coltellate di cattiveria e di nichilismo su note, mentre altri, come "Quintessence", "The Inner Ocean Hypothesis" e "The Wonder" invece, mettono in luce l'aspetto più seminale, intimo, quasi "sciamanico" d'approccio alla musica dei Borknagar e, se proprio volete un consiglio, dato da una persona che in genere storce il naso quando deve darne, procuratevi il disco, ne vale certamente la pena.
Ovvio, per chi naturalmente, certe finezze, certi parossismi, certi paradigmi, li ama e vorrebbe sempre farli suoi.

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heavy rock, debaser

martedì, 20 febbraio 2007

«Anche per chi è affatto perduto, per i quali vita e morte sono null'altro che burla, vi sono argomenti che non tollerano burle.*»


E così si seppe che quella era la Morte Rossa, giunta come ladrone di notte.
E ad una ad una caddero le maschere festose nelle sanguinose sale della festa, e ciascuna spirò nella disperata positura della caduta.
E la vita del pendolo d'ebano si estinse con l'ultima vita dei lieti cortigiani.
E spirarono le fiamme dei tripodi.
E le Tenebre e il Disfacimento e la Morte Rossa tennero illimitato dominio sopra ogni cosa.
Il principe levava alta la spada sguainata, e con veloce impeto aveva ormai raggiunto la figura che continuava a procedere, quando questa appunto, fermatasi in fondo alla sala di velluto, subitamente si volse a dar la fronte all'inseguitore. Si udì un alto urlo e sfavillando la spada cadde sul tappeto color tenebra, sul quale, dopo un attimo, cadde il principe Prospero, prostrato nella morte.
Allora, trovando il furore della disperazione, una folla variopinta si precipitò nella sala nera, e stese le mani sull'alta figura mascherata dritta e immobile all'ombra del pendolo d'ebano; e inorridita, senza fiato, scoperse che le funebri bende, e la maschera cadaverica che ora maneggiava con ruvida irruenza, erano deserte di qualsiasi forma tangibile.⇒⇒⇒

Tratto da "I racconti di Edgar Allan Poe", ed. Einaudi, Torino, 1983

*Ozzy augura a tutti buon Carnevale, sempreché, beneinteso, rimaniate vivi abbastanza per raccontarlo...
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darkening

lunedì, 19 febbraio 2007

Chi mi conosce, sa benissimo che per farmi arrabbiare (intendo arrabbiare davvero, non farmi bestemmiare. In quello ce ne metto già di mio d'impegno...) come minimo dovrebbe trucidare la mia donna.
Ritengo che arrabbiarsi, in fin dei conti, serva a poco o niente, perché il buon senso e la mia civiltà mi suggeriscono di conservare la calma e la necessaria lucidità di pensiero, onde evitare inutili pasti a base di bile e fegato.

Questo pomeriggio però, sono stato costretto a fare non una, ma ben due eccezioni:

Una settimana fà, visto che avevo distrutto la mia SIM card TIM, vado in un negozio di telefonia "Tre", e memore delle informazioni reperite da internet, chiedo al gestore del negozio se sia possibile acquistare una USIM TRE, usufruendo del piano tariffario Super 3, e magari prendendo pure un videofonino in comodato d'uso.
Il gestore mi propone un Samsung SGH-P910, che, come mi descrive, mi permetterà di navigare con il wap di tre, vedere la tv sul telefonino, e usufruire di numerosi altri servizi che non sto quì ad elencare, il tutto, naturalmente, senza tirar fuori una lira, ma acquistando la sola USIM al "modico" prezzo di 19,90 € più 20€ di ricarica.
Stipulando un contratto con la H3G dovrò ogni mese ricaricare o effettuare "minimo" 20 € di traffico al mese, pena la detrazione della cifra dal mio conto corrente.
Quì stà l'inghippo.

Nelle condizioni generali di stipula, la H3G si riserva di applicare una penale di 250 € se io dovessi, per un qualsiasi motivo, cessare il rapporto commerciale con la società.
Di più, il gestore ripetuttamente (e dopo dieci tentativi al centro operativo che non voleva rilasciare gli estremi del contratto con i miei dati bancari) mi richiede il numero di carta di credito, dicendomi, beatamente, che se ne fossi in possesso e volessi fornirgli il numero, tutto sarebbe più semplice e veloce.
Al mio rifiuto questi sbuffa, sbraita con il centro servizi Tre, e alla fine, dopo mezz'ora di imprecazioni in aramaico, riceve la notifica per la stipula.
Fornisco tutti i miei dati, e lui mi prende un videofonino.
Però il videofonino è grigio.
A me il grigio metallico fa schifo: voglio un videofonino nero! Dopotutto, sono o non sono il fottuto "Principe del Buio"? E allora che mi si dia un videofonino consono al mio senso estetico.
Il nero-cellulare, salta fuori alla fine, ma manca della mascherina posteriore per la batteria dello stesso colore, e quindi dovrò ripassare per farmela cambiare (che rottura di scatole per Odino!).

Fin quì, nulla di particolarmente insidioso. Tutto quanto si è svolto secondo i miei programmi, visto che prima di stipulare un contratto nuovo, ho navigato ore e ore in Internet per informarmi di clausole e trabocchetti, e quindi sono partito già con una buona base di conoscenza.

Arrivo a casa, scarico tutte le cosidette "stringhe" di codice per abilitare il mio videofonino alle chiamate ed ai servizi. Perdo due ore di tempo, e alla fine però ho configurato il tutto secondo gli standard.

Alla sera mi viene in mente di inviare un sms (un semplice fottuto sms, si badi bene, visto che nella mia zona ancora non si può usufruire né di videochiamate, né di mms, visto che la tanto decantata H3G ancora non è presente in copertura al mio paesello sperduto in culo al mondo) alla mia ragazza che, come molti sapranno, abita in Slovenia, e che quindi io dovrei chiamare secondo tariffe di roaming internazionale esose e che atterrerebbero persino un toro, ma di questo non mi lamento: in fin dei conti sono stato io a trovarmi la donna all'estero, che colpa ne hanno i gestori telefonici?

Al momento di inviare l'sms, me ne arriva uno sul videofonino dicendomi che "l'invio è sospeso".
E quì cominciano le incazzature e le bestemmie in cirillico: ho dimenticato di farmi abilitare il cellulare al roaming internazionale!

Cazzo.

Provo a chiamarla secondo la stringa che la Tre mi suggerisce, pagando così 30 cent/€ min. più scatto alla risposta, ma la chiamata non mi viene attivata e sul display del tivufonino mi appare la scritta "servizio di limitazione delle chiamate attivo".

Cazzo. Ormai ho un diavolo per capello.

Per quanto giri e rigiri nelle applicazioni, nelle impostazioni, nei numeri di centro servizi, non c'è verso di risolvere il problema.

E veniamo ad oggi dunque.

Vado al negozio Tre.
Chiedo delucidazioni in merito, e prima d'ogni cosa mi consegnano la mascherina nera del mio cellulare.
Buone novelle quindi.
Il gestore poi compone il numero del centro servizi, mi fa parlare con una operatrice dalla voce tra lo sbracato e il diabetico, e questa mi resetta la password del tivufonino e mi detta una stringa da digitare sul cellulare per abilitarlo alle chiamate e agli sms da/verso estero.

Digito una prima volta la stringa.
Niente.

La ridigito una seconda volta.
Niente.

Una terza, quarta, quinta, sesta, settima volta.
Niente.

A questo punto ho gli occhi che sembrano due tizzoni, e una voglia irresistibile di prendere a sassate il gestore, la bulimica telefonista, il cellulare e pure la gente in negozio.

Spengo il telefonino e poi lo riaccendo.
Riprovo a digitare la stringa.
Funziona!

Urla di giubilo. Campane che suonano, cannoni che esplodono colpi, ragazze pon-pon che fanno capannello attorno a me.
Sono contento. Ho risolto un problema.

Saluto tutti e me ne vado a prendere un caffè.

Dopo poco, provo a chiamare la mia ragazza, e sul display del tivufonino mi appare il maledetto messaggio: "servizio di limitazione delle chiamate attivo".

Bestemmio, impreco pure in cinese mandarino, mi urto, m'incazzo, preparo l'altare per un sacrificio umano che grida vendetta, prego Thor perché fulmini tutti i fottuti bastardi della H3G e che li incenerisca indistintamente nel momento stesso in cui io, sfiduciato, chiedo il suo aiuto.

Tra le altre cose, la bulimica operatrice telefonica, prima che Thor abbia provveduto a dar corso alle mie preghiere, s'è dimenticata di darmi la nuova password e quindi mi tocca andare su Internet, modificarla e settare da capo tutte quante le operazioni del cellulare.

Ma Thor avrà fatto ciò che gli ho chiesto. Quindi non dispero.

Decido di tagliare la testa al toro, e dunque, sconsolato, prendo la macchina e vado in un centro TIM ad acquistare una scheda con un numero nuovo.

Il centro in cui m'imbatto è autorizzato anche Telecom Italia e "Il telefonino".
Entrando, devo prima scavalcare la signorina con la 38 di taglia che mi propone offerte vantaggiosissime per l'ADSl con Alice a 2 Mega.

A questo punto, penso proprio che qualcuno, lassù, ce l'abbia con i clienti di telefonia.

La mia zona non è coperta da ADSL, cosa che a me fa girare letteralmente le granseole, e quindi devo accontentarmi di una connessione dial-up lentissima e che ogni tanto salta.
Chiedo alla gentile signorina di levarsi dalle palle, perché ad essere preso per il culo non mi va, a dire pure che "mi piace" poi, non ci penso minimamente, piuttosto le chiedo se e quando mi attiveranno l'ADSL, ma lei, sbiancata per la mia reazione, non sa dirmi altro che la mia zona risulta essere "non commerciabile" e che quindi, non sa quando e come attiveranno la connessione super (???) veloce.

Sento montarmi una rabbia che non riesco a trattenere.
Le dico che appena avròò la possibilità, concluderò tutti i contratti con telecom, ne avvierò uno con una compagnia misconosciuta thailandese e che dei miei fottuti soldi loro non avranno nemmeno più il sentore, come quelli di tutti quanti a gran voce richiedono il servizio e che si sentono rispondere da Telecom "che stanno provvedendo" ma che, nel frattempo, possono stipulare il contratto Flat o a consumo, visto l'imminente ingresso del servizio.

Comunque, cerco di calmarmi e mi dirigo al bancone dei telefonini.
Compro una scheda con un nuovo numero e me la faccio attivare.

Forse avrò la rottura di dovermi portare due telefonini appresso, ma quantomeno potrò sentire la voce della mia amata.
A casa, poi, configuro il mio vecchio Nokia, e provo a fare una telefonata.

Niente.
"Scheda non attiva".
M'incazzo di nuovo.

Amaramente mi metto a spulciare in tutte le applicazioni, e alla fine, allibito dalla fallimentare esperienza, chiamo il 119.

L'operatrice che mi risponde stavolta ha la voce da porca.
Meglio così.

"Ma lei sa che con la sua tariffa può usufruire di un tivifonino a 49 €?"

Basta. È il colmo. Non voglio sentir più parlare di tivufonini. Né di servizi aggiuntivi, né di UMTS, PCP, TCH, HSH, sms, mmm, mms e 'fanculo tutte le sigle del cazzo che le compagnie hanno inventato.

Io voglio solo il numero del centro servizi per finire d'impostare il mio cellulare.
Ma sembra che l'operatrice da quell'orecchio non ci senta, e dopo avermi proposto ancora una volta contratti di dubbia trasparenza, si decide a darmi il numero agognato.

Io chiudo senza nemmeno salutarla, e mi auguro che un macigno le apra la scatola cranica appena finirà il suo turno di lavoro.

Morale della favola: ho perso un pomeriggio intero appresso a cose inutili, a cercare di farmi dare servizi semplici ed immediati, a cercare di capire qualcosa in mezzo a sigle che sembrano scritte in esperanto, e alla fine, forse, ci sono riuscito.

Ma la mia bile ormai s'è esaurita, e intanto continuo a pregare Thor perché li incenerisca tutti.

'Fanculo...
Prostrato da OzzyRotten alle ore 20:14
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diary of a madman

domenica, 18 febbraio 2007

Facciamo un salto indietro nel tempo. A dieci anni fà, per la precisione.

A quell'epoca i Borknagar non erano né più e né meno che una band come un'altra, ma che prepotentemente stava facendosi strada nella scena estrema scandinava ed europea e questo grazie, anche e soprattutto, al di là di ogni ammirazione che si possa o non possa avere per i vari suoi appartenenti, alla straordinaria originalità che questa profondeva (e profonde tuttora) negli album che ne hanno presentato i connotati in una misura cangiante, piuttosto "fuori le righe", senza dover per forza rinunciare alla propria matrice estrema che li collocava, all'inizio della loro carriera, come un connubio abbastanza riuscito di "Viking" e "Black Metal" ferale e della migliore specie.

Il tempo ha poi mutato la direzione stilistica dei Borknagar, ammorbidendone i tempi e largheggiando in epicità, questa mai assente in tutta la loro discografia, anzi costituendo la spina dorsale, la colonna portante di tutta quanta la produzione musicale dei cinque.

"The Olden Domain" fu il primo passo reale, vero e palese, verso lidi che prima dei Borknagar pochi avevano osato pensare: staccarsi dal Black Metal per rimaneggiarne il "mood" senza snaturarlo e renderlo partecipe e asservito all'intelligenza di una componente lirica ed epica che non ha risparmiato di affascinare altre band, e altri personaggi, poi resi celebri dallo stesso filone (Ensiferum su tutti).

Il disco si muove su due binari essenziali.

Il primo, imprescindibile, è l'apporto dell'estroso chitarrista, nonché mente pensante del gruppo Øystein G. Brun, che grazie alla sua cultura, alla sua magnifica tecnica e al suo sentimento, riesce a cesellare come se fosse un orafo, accordi su accordi, imbastiti su tessuti armonici mutevoli e mai scontati, aggiungendoci, se anche non bastasse di suo, un alone sempre triste e angoscioso, nonché drammatico e ancestrale che non può che rimandare alla mente presagi di un inverno infinito, di un qualche elemento che abita nel cosmo ma che è troppo grande per poter essere descritto potendo, e non è poco, solo essere abbozzato sommariamente; immaginato e portato alla mente dalle note di canzoni come "The Winterway", "A Tale of Pagan Tongue" o come "The Dawn of the End".

Il secondo è invece l'apporto del cantante Garm, che gli appassionati di Avantgarde ritroveranno negli Arcturus di "La Masquerade Infernale", tanto per fare un esempio, o nella sua creatura Ulver.
Sulla straordinaria prestazione vocale che questi profonde in ogni solco del disco non c'è obiezione che tenga: Garm è semplicemente dotato di strabilianti timbri vocali che ne hanno fatto una specie di semi-dio in certi ambiti, e non a torto direi.
Si capisce perché poi, in sua sostituzione, i Borknagar non abbiano potuto trovare soluzioni di ripiego che ne costituissero degna continuazione, ma si siano dovuti rivolgere ad altri cantanti della stessa mole come I. C. S. Vortex (oggi nei Dimmu Borgir come bassista, ma anche negli Arcturus, in sostituzione dello stesso Garm) o Vintersorg (altro pilastro estremo dall'ugola d'oro, in azione negli Otyg, nei Vintersorg appunto, e nei Cronian); tutta gente che ha stupefatto, ha saputo infondere sempre nuove sfaccettature alla straordinaria opera della band, ma che, onestamente, e lo dico a malincuore visto che sono artisti che io amo più di ogni cosa, non sono la stessa cosa di Garm.

Il phatos di questi è inimitabile, i suoi "duetti" tra Scream feroci ed encomiabili vocalizzi in "chiaro" puliti, evocativi e magistrali sono all'ordine del giorno in questo album, e questo viene dimostrato eccellentemente in brani come "Grimland Domain", "The Eye of Oden", "To Mount and Rove", che sono esempi più che lampanti di quanto i Borknagar si siano spinti avanti e senza troppa presunzione, in territori sconosciuti, nelle selve nordiche sferzate dal freddo e bagnate da un mare glaciale che ne fa da corona e da limite; un limite che occorre sempre scrutare, e che, agli occhi di chi ha saputo guardare "oltre" questo lconfine, riecheggiano nelle note di questo disco: nella commovente "Om Hundredeaar er Alting Glemt" dove un piano che sembra essere sospeso in aria porta la mente a viaggiare su qualcosa di decadente, di antico, di morboso, osservandone i tratti con l'aiuto della memoria di un popolo come quello scandinavo che ha attraversato imperi e culture diversissime e sconosciute, a volte soggiogandole, a volte barattandoci qualcosa, a volte subendone l'impulso e confondendosi con esse.

Ancora, ci sarebbero pagine e pagine di pensieri da scrivere riguardo a "The Olden Domain", ma è superfluo che io continui, potendovi solo pregare, se mai ne avrete occasione, di procurarvi il disco, di farlo vostro, di ascoltarlo più e più volte, per assorbirne la straordinaria energia, il fascino strano e la forza e i suffissi, senza dover per forza scadere, come molte volte si è fatto, nel facile satanismo e nelle stupidaggini commerciali e pacchiane di molte altre band di genere Black Metal (con tutto il rispetto pure per queste, ci mancherebbe!).

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Prostrato da OzzyRotten alle ore 17:15
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heavy rock, debaser

mercoledì, 14 febbraio 2007

Tanti auguri di buon San Valentino in modo un' po insolito. E' San Valentino divertiamoci. Comunque gia' lo sai che sfortunatamente non potremmo passarlo assieme, ma alla fine chi se ne frega,. Ci rifaremo appena possibile ;-).

 
Prostrato da Bloodysucker alle ore 10:56
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bloodysucker