venerdì, 30 marzo 2007

Creator of life. Guardian of the dead.
Goddess of battle and war,
All of ye watch me. My sword by my side.
Proudly I sit on my horse.

And I wait for the sign in the sky to appear.
telling me that the moment has come
For me to ride beyond the edge of this world
into the realms where the shadows are strong

Gods of Thunder of Wind and of Rain
Valkyries my soul is yours should I fail.
Let my beheaded and battered corpse lay
and take me where you bring all nordsmen slain.


Gods of Thunder of Wind and of Rain.
Hugin and Munin my eyes in the sky.
Heart of mine thrown in the pit of the snake
I will not need no heart where I go should I die.


Realms of the shadows bring me no fear
I may stand or be beaten and torn
The mountains will stand. But the life of a man
was decided long before he was born.

Leaving the plains where my ancestors hunted
for meat and for hides against the cold.
Here the fire was tamed. Here our sword were made.
And here the elders amazing takes told

I ride into land few have seen or returned from
to tell of it's bleakness and dark
I see nothing but mist and the mountains so tall
I can't tell them and the sky apart

Realms of the shadows bring me no fear
I may stand or be beaten and torn
The mountains will stand. But the life of a man
was decided long before he was born.

Gods of Thunder of Wind and of Rain
Valkyries my soul is yours should I fail.
Let my beheaded and battered corpse lay
and take me where you bring all nordsmen slain.

Gods of Thunder of Wind and of Rain.
Hugin and Munin my eyes in the sky.
Heart of mine thrown in the pit of the snake
I will not need a heart where I go, should I die.



- Ace Börje Forsberg -
Quorthon
(A.S. 1966 - 17 Febbraio – A.S. 2004 - 7 Giugno)
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heavy rock

giovedì, 29 marzo 2007

Questi giorni un pò caustici ed un pò dominati dalla sregolatezza del capriccio, non si possono classificare.
Né fiori per le distese, d'altronde queste ancora di un colore arcigno e malandato, né pensieri mediamente positivi che si possanno scorgere lungo i lembi del sole malato che sorge sulle città, per le campagne, su tutte quante le cose.

Con occhi stanchi da nottate quasi sempre insonni, in questo periodo, faccio perdere il mio sguardo nella lontananza della foschia che s'addensa come coltre sui bacini d'acqua grigia e stagnante delle mie contrade.

Alla mattina è sempre troppo presto per dover pensare a certe cose.
I progetti futuri, la voglia di cambiamento, il desiderio di pace e serenità estranea e lontana come la fuliggine laggiù, nei fossi solcati come nervi scoperti e palpitanti, lungo i pendii che tra il bianco opaco e il nero scadente, percorrendoli con la macchina, non sanno cosa scegliere con definitività.
Un sacco di cose. Tante da non farmi dormire la notte, e non per una qualche insistenza esterna: son solo dubbi che mi assalgono e mi lasciano, esausto, al primo chiarore al di là delle imposte semi chiuse.

Io serbo sempre i miei appigli per quanto riguarda la mia determinazione.
Conosco il disappunto, e a volte la dolorosa constatazione delle scelte sbagliate, degli errori, volte inevitabili e volte no, che mi si parano davanti: ostacoli che sembrano insormontabili ma che poi, a scomporli e a dividerli con un ferro da chirurgo, diventano impalpabili come la cenere accumulatasi e poi dispersasi lungo le braccia fluenti, spigolose e ruvide, eppur forti e intoccabili, del vento cattivo di questa non-stagione.

Alla mattina, è vero, è sempre troppo presto per pensare ad un futuro insieme a qualcun'altra.
Saprò dedicarmi a lei?
Chiedermelo, sono sicuro, non è affatto un errore grave.
Rispondermi con la paura del vuoto, ecco, questo lo eviterei volentieri. E questo farò.

Certe cose sono sempre più forti di qualsiasi malumore. Lei, di sicuro è compresa in queste.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:00
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diary of a madman

lunedì, 26 marzo 2007



“Born from young maiden's hair

Was watered by the children's tears
The tree is rising about the ghosts
And its leaves will never fall
Once the sky was full of flames
The sinister rain was stained fields
But cherry blossoms were all whitened
By the souls of blameless ones”

“Nato dai capelli di una giovane vergine,
bagnato da lacrime di bambini.
Un albero cresce sui fantasmi,
e le sue foglie mai cadranno.
Una volta il cielo era carico di fiamme.
Una cupa, oscura pioggia bagnava i campi,
e i fiori di ciliegio sbiadivano
come anime trasparenti.”

»»» Eternal Tears of Sorrow
-Sakura No Rei-
Before the Bleeding Sun
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diary of a madman

domenica, 25 marzo 2007



63 anni fà. Mica ieri. Ma, allora le cose erano diverse da ora.

Gli italiani non potettero imprecare, allora. C'era la Guerra, si capisce.
C'era l'occupazione tedesca a Roma, allora.
C'erano tedeschi armati fino ai denti che scorrazzavano per le strade, allora. Nazisti che consideravano il nostro paese come gli imperatori romani consideravano le colonie da loro occupate e che, per salvare le apparenze, chiamavano Protettorati.
C'erano i fascisti impettiti della prima ora, i “Sansepolcristi” come si chiamavano, e quelli dell'ultima invece. Molto più lesti a saltare sempre sul carro del potente di turno prima degli altri.
C'erano i partigiani a Roma, allora. Quelli che tramavano all'ombra della clandestinità e che organizzavano attentati di guerriglia.

C'erano pure, fino al 24 Marzo del 1944, le 335 vittime dell'eccidio alle Fosse Ardeatine.
Fosse, o per meglio dire, cave di Pozzolana poco fuori dell'Urbe che da quella data sono diventate un monumento nazionale, elogio e monito alla follia degli uomini.
Strano destino per delle fatiscenti pozze scavate nel ventre delle colline per crearne calce.

C'erano pure le mamme e le spose con non potettero fare a meno di piangere e di disperarsi.

Oggi, invece per noi 63 anni sono più di un millennio. E la Memoria in tanto tempo svanisce, ora.

»»» 24 marzo 1944 - Strage alle Fosse Ardeatine, cave di pozzolana situate a due chilometri oltre Porta San Sebastiano, prescelte da Kappler per compiere la vendetta decisa da Hitler e dal comando militare tedesco in Italia, per l'attacco partigiano di via Rasella. Vengono uccisi con un colpo alla nuca, nei tempi calcolati e programmati con meticolosità, in circa cinque ore, dal primo pomeriggio alle venti, 335 italiani, di ogni età e di varia condizione sociale, patrioti e rastrellati per caso, 75 ebrei soppressi solo per odio razziale. Undici delle vittime sono rimase senza nome, per due non si è certi della identità attribuita. Una strage da tenere segreta, la notizia diffusa solo il giorno dopo senza comunicare i nomi degli uccisi e il luogo dell' esecuzione, gli ingressi delle gallerie preclusi e celati dal crollo del terreno provocato facendo esplodere per quattro volte cariche di dinamite....⇒ Centro studi della Resistenza

»»» Blogfriends
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darkening

venerdì, 23 marzo 2007

L'agenzia di stampa Adnkronos pubblica una notizia di cinque giorni fà che recita:

«Sydney, 18 mar. Un ricercatore australiano ha stimato, sulla base delle cifre ufficiali di Unicef, Divisione Popolazione delle Nazioni Unite (Unpd) e della relativa letteratura medica in materia, che ammonta alla cifra tonda di 1 milione il totale delle vittime di quattro anni di guerra in Iraq.

Il calcolo del professor Gideon Polya è di gran lunga superiore a quello già ragguardevole rilasciato lo scorso 11 ottobre dall'autorevole rivista medica britannica 'The Lancet' che, cinque mesi fa, parlava di 655mila morti. "Ricorrendo alla più ampia e autorevole letteratura medica, integrata dagli studi demografici realizzati dalle Nazioni Unite, si giunge alla conclusione che sono 1 milione i morti in Iraq dall'inizio dell'invasione militare", ha affermato Polya.»

Secondi il sito IBC (Iraq Body Count), cui va il merito di portare avanti una campagna di conoscenza e censimento delle vittime civili della guerra in Iraq, le cifre dei decessi di persone non attivamente coinvolte nei combattimenti e quindi escludendo militari, miliziani, ecc. ecc., alle ore 15.13 di oggi, variano tra i 59.408 (dato minimo) e i 65.246 individui morti (dato massimo), con una “forbice” di circa 6.000 persone.

Dati che comunque risultano essere sottostimati, a leggere le notizie brevi dal sito “Peace Reporter”, in cui si scrive, a proposito di un attentato fresco fresco, datato oggi, 23 Marzo a Sadr City che ha provocato 5 morti e 20 feriti, che «La guerra in Iraq, scoppiata nel marzo 2003, ha provocato almeno 68.000 vittime.»

Circa Tremila in più di vittime civili, dunque, rispetto al dato massimo fornito da IBC.

Ma parliamo invece dei militari impiegati nello stesso scenario bellico Irakeno.

Secondo quanto pubblica il sito del giornale “La Repubblica« In poco più di tre anni, sono 2.500 i militari statunitensi morti in Iraq. E' stato il Pentagono a stilare il triste bilancio dall'inizio della guerra nel marzo del 2003: 2.500 morti e 18.490 militari feriti.

Le perdite militari americane s'avvicinano ormai al totale delle 2.833 vittime degli attacchi terroristici kamikaze dell'11 Settembre 2001 contro New York e Washington.

Con 31 morti, l'Italia è, dopo la Gran Bretagna (115), l'alleato che ha subito più perdite. In totale le forze di coalizione hanno pagato la partecipazione all'operazione militare americana con 225 caduti.»

Dunque adesso sappiamo, ma lo ricordiamo, e a dire il vero già lo si aveva chiaro da tempo, che la guerra in Iraq, intendendo il solo secondo conflitto che perdura dal 2003 e che, a dispetto di quanto gli americani vogliano far credere o illudere, ancora non è proprio per nulla cessato, si è dimostrato essere nientedimeno che un carnaio bello e buono di vite umane da una parte e dall'altra dei contendenti.
I primi sono la coalizione propagatrice della “Libertà da asporto” capitanata dall'asse Anglo-Americano e di cui anche il nostro paese ha fatto parte, che si fregiano, appunto, del titolo di “Liberatori” e non, come logica dei fatti passati e presenti vorrebbe (e che sarebbe tedioso elencare, ma vi rimando a Questa voce su Wikipedia per cercare di capirne qualcosa), come “Usurpatori”.
I secondi invece, sono rappresentati dai network occidentali e fedeli alla filosofia egemone americanizzante, come “ribelli”, “assassini senza scrupoli”, “tagliateste”, feroci aguzzini, terroristi, barbari atroci e crudeli faccendieri al soldo di Al-Qaeda che ne fomenta i turpi scopi eversivi, ecc. ecc.

Si capisce bene, al di là dei pochi numeri che ho voluto evidenziare e che non hanno colore, né odore, se non quello pestifero della morte, che invece se si dovesse parlare di Guerra, allora si dovrebbe quantomeno giudicare in maniera non impari le due parti in conflitto.

Quindi gli Anglo-Americani io dovrei e potrei chiamarli, se mi garbasse, tranquillamente “Usurpatori” e i ribelli Sciiti e Sunniti “Resistenti”.
Ma questo non si può fare, perché non è corretto, non è standardizzato nei canoni della libera opinione che però deve per forza di cose scaturire da una sola campana: quella americana che, non dimentichiamolo, è stata da anni portatrice, in maniera diretta o indiretta, di inenarrabili atrocità.

Non serve che ci si ribelli, tanto la partita che si gioca in Iraq come in Afghanistan, è già stata data per vinta da una parte e persa, di rimando, da un'altra; salvo poi che il vincitore alla fin di tutti i conti, non voglia abbandonare il tavolo per farlo sprofondare nel baratro da guerra civile che egli stesso ha contribuito ad aprire.

E allora, a chi mi chiede perché io sia contrario alle guerre, io rispondo con le cifre, non con le congetture.
E a chi vorrebbe darmi giustificazioni parecchio discutibili, ai conflitti in essere in tutto il Medio-Oriente da parte degli americani, io rispondo con un vibrante cazzotto in un occhio, a mò di ammonizione e di penitenza, pur non essendo prete, pur non potendo distribuire penitenze a nessuno.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 16:39
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diary of a madman

mercoledì, 21 marzo 2007

“Un fanatico è semplicemente un idealista di cui non condividi le idee, mentre un idealista è semplicemente un fanatico di cui le condividi.”

Varg Vikernes
 
Burzum

Sordido, lascivo ed esasperato.

Questo è un bacio, dato alla luce o nello scuro degli angoli nascosti, che cosa conta?

Se di spine, o di idromele lo si voglia circondare, non conta.
Perché sempre di braccia che ti accolgono e di parole soffocate in gola si tratta.
Sempre e solo di attimi strappati agli occhi inverecondi del mondo, marcio o in conflitto, che turbina e crea rumore.
Ciò non toglie che le braccia, il cuore, il petto, l'anima e la persecuzione dell'Amore, siano, seppur illusione, almeno durature e niente affatto flebili.

Perché certi momenti sono qualcosa da non dimenticare, né da vivi né, probabilmente, da morti.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 20:31
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diary of a madman

martedì, 20 marzo 2007



Deify the depths of intimate caprice
The noble morsel of the grand eternity
Face the furious and black domain
From where all the wisdom once came
As a weak and stunning flare
Yet so completed and clear

In the eyes of the elementary existence
May the fallen of eternity explode
As primal instincts of devotion
Where the seeds of chaos blow
Where the almighty substance flow

When the oceans rise
And thunder calls
The shape of furious manners fall
Where the oceans rise


Between dimensions asunder
The maze of fragmented flare
Harvest the pain of the will and despair
Where the seeds of chaos grow
Where the almighty substance bow

Milleniums are falling
Milleniums are calling
Hail!
The dawn of a new era


Questa non è una canzone. È la voglia di cavalcarlo quel dannato tuono che ti reclama, è la prepotenza del mare nordico che ti trascina nei gorghi bui come la peste della conquista, delle cose ancestrali ormai perdute, di tutto quanto per qualcuno possa rappresentare qualcosa, vicino o lontano che sia.

Se c'è una canzone a cui io non sò darlo lo spirito alle parole, questa è proprio quella di cui scrivo.
E non è niente al confronto delle botte al cuore e al cervello che mi dona.
Proprio niente.
Per cui, se magari foste curiosi, fatevi un favore e trovatevela.

Magari, se lo vorrete, scrivetemi che cosa significa per voi, per me sarebbe una grande contentezza, perché saprei proprio che non sono l'unico a saper chiudere gli occhi e ad immaginarmeli tutti quei tumulti dei flutti, tutte quelle spade incrociate, tutte quelle navi alla fonda, tutte quelle acque scure tinte dal tempo...

Questo è il Viking.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:39
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diary of a madman, heavy rock

domenica, 18 marzo 2007

Si chiama “Hannibal Lecter” e come sottotilo, o parte integrante di esso (fate voi), ha “Le origini del male”.
Eh sì. Proprio così.
Non bastava l'aurea di leggenda cinematografica che già avvolge come una spirale il personaggio di Anthony Hopkins nel “Silenzio degli Innocenti”, non bastava il suo sguardo allucinato nella scena in cui Clarence Starling, interpretata da Jodie Foster, lo va ad interrogare nel manicomio di massima sicurezza in cui è rinchiuso, scena che poi, ad oggi dal 1991 quando uscì la pellicola, consacrò il film a cinque premi Oscar e alla storia del Cinema, quello con la “C” maiuscola. No.

Certamente il film, ed il libro omonimo del 1988 da cui fu tratto, hanno fruttato a Thomas Harris, lo sceneggiatore e l'autore, milioni di dollari e fama internazionale.
Questi però oggi è diventato lo zimbello della letteratura Thriller ed Horror mondiale, proprio perché è rimasto schiacciato dalla “Sindrome del replicante”, avendo scritto un libro e voluto un film che del blasonato suo precursore non ha proprio nulla. Ma proprio niente di niente.
Solo un brutto film come se ne fanno tanti, scaturito da un inutile e alquanto scomodo libro che, secondo me, farà scadere lo scrittore americano nel Trash che oggi sembra tanto in voga ad Hollywood.

A me non interessa il film. Non mi interessano le opinioni tecniche e tecnicistiche che gli addetti del settore e gli appassionati sono meglio qualificati a rendere. A me interessa il libro, avendone già letti i due precedenti della stessa saga (tanto per ricordarlo, sono: “Hannibal” e, appunto, “Il silenzio degli innocenti”) che mi avevano non poco appassionato.

In fondo, di assassini seriali, di carneficine, di racconti neri scritti più o meno bene, me ne passano tanti sotto agli occhi, ma Thomas Harris ha sempre rappresentato una specie di “Trademark” per me. Un autore che bene o male, insomma, non ha mai tradito le mie aspettative. Tranne che in questo caso.

Quando si scrivono dei romanzi con, come protagonista, sempre il solo psicopatico dall'aria intellettuale e dal QI superiore alla media, allora si devono avere caratteristiche che per il primo capitolo possono chiamarsi geniali; per il secondo fantasiose oltreché geniali, e per il terzo, pure originali.
Cose che in questo romanzo mancano nella maniera più assoluta.

Partito dal buono, e magari pure interessante presupposto dello spiegare i “perché” ed i “percome” Hannibal Lecter sia diventato il cannibale mostruoso che tutti quanti conosciamo, lo scrittore cerca di dargli connotati e suffissi che però a leggerli fanno a cazzotti appunto con la “leggenda” che finora ha accompagnato il suo personaggio.

Hannibal Lecter quì lo si vede nascere in un paese della Lituania, da nobile e ricca famiglia, costretta nei periodi della controffensiva russa nella Seconda Guerra Mondiale, a rifugiarsi in una tenuta di campagna dove, dopo poco tempo vengono quasi tutti uccisi dalla stessa ferocia bellica.
A rimanere vivi saranno solamente Hannibal e la sua sorellina, che però, dopo poco, riceveranno la visita di un gruppo di sciacalli che, per salvarsi la pelle, seguono le avanzate dalle retrovie, arraffando ciò che possono dai resti dell'inevitabile distruzione.
Questi uomini, per riuscire a sopravvivere e a non morire di fame, decidono di mangiarsi la sorella di Hannibal, fuggendo dopo poco.

Passata la guerra, la Lituania è una delle tante repubbliche asservita all'Unione Sovietica di Stalin, e la casa dove Hannibal ha visto svolgersi l'orrore della morte adesso è un orfanotrofio, dove egli è accolto dopo essere stato ritrovato nelle neve, delirante e con una catena al collo.
Dopo qualche tempo suo zio, un famoso pittore che vive a Parigi assieme alla sua moglie Giapponese (Lady Murasaki), decide di rintracciarlo e se lo porta nella capitale francese, dove Hannibal prende a studiare con risultati eccezionali in tutte le materie, ma con qualche inevitabile tara caratteriale dovuta alle esperienze passate che lo rendono molto incline ad essere taciturno in certi momenti, a costruirsi un grandioso “Palazzo della Memoria” nella sua mente, ed anche a scatti di violenza contro chiunque voglia far del male ai suoi cari.

Proprio questi scatti di violenza lucida faranno la prima vittima di Hannibal.
Un macellaio che ebbe l'impudicizia e la cattiva idea di fare un apprezzamento pesante verso l'amata (quasi a livello incestuoso) e avvenente Lady Murasaki, zia del protagonista e sua tenutrice dopo la morte del marito-pittore.
Questi pagherà cara la propria leggerezza, che Hannibal non gli perdonerà di certo, decidendo di farsi uno spiedino arrosto delle sue guance ai funghi.
Ma questo sventurato e bifolco macellaio, oltre ad avere il (de)merito d'avere iniziato il ragazzo-psicopatico all'omicidio, gli farà prendere coscienza anche del fatto che chiunque abbia attentato alla sua infanzia debba pagarla, e molto cara.
Quindi Hannibal, che adesso è un facoltoso e stimato studente di medicina, intraprende un viaggio di ritorno in Lituania, alla ricerca dei carnefici della sua famiglia e di sua sorella, trovandoli ormai cambiati, alcuni arricchiti, altri a vivere nel sottobosco di accattoni e del mercato nero, che non immagineranno nemmeno a che cosa stanno per andare incontro, perché ormai lo studente trapiantato in Francia è un uomo determinato e spietato, deciso una volta per tutte a farsi giustizia da solo, e nella maniera più atroce possibile.

Questa, in sintesi, è la trama del libro, che ad onore del vero, per essere qualificato come Thriller dovrebbe abbondare di colpi di scena, o in mancanza di questi di un tessuto narrativo avvincente, due cose assenti invece. E allora si potrebbe pensare ad un libro Horror, ma nemmeno a questo genere la scrittura del romanzo sembra essere avvezza.
Certo gli spiedini con i funghi rendono bene, gli uomini sotto formalina pure, i cappi al collo di corde tirate da cavalli sono originali, ma di sangue non è che poi se ne veda scorrere in maniera sufficiente.
Dove sono, per esempio, le descrizioni raccapriccianti e “lente” degli omicidi? Dov'è la suspence?

A me non piace fare il bastian contrario a prescindere da tutto, e potrei pure consigliare a qualcuno la lettura del romanzo, che lo si divora in poche ore per chi ci è avvezzo, ma che certamente non tiene il passo con i suoi predecessori che di carne al fuoco invece ne avevano messa tanta quanta ne bastava a ché si dovesse e potesse, giustamente, creare un mito negativo, un angelo nero, malato e cinico che con le sue malefatte dovesse riscattare le miriadi di soprusi e sofferenze che ne avevano definitivamente affossato la sua sanità.

Concetti che, purtroppo, non sono di questo personaggio, e non più di questo scrittore, che ha composto questo libro probabilmente solo per riuscire a pagare le bollette in scadenza.

Spazzatura.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:45
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darkening

sabato, 17 marzo 2007

Sinistri presagi dalle zampe aduche e dagli occhi ciechi, s'aggirano per il mio studio, posandosi sui mobili e beffeggiandomi, volteggiando per il soffitto tinto dal monossido di carbonio delle sigarette che consumo, ghignanti nel luccicore delle loro grinfie spalancate.

Dette, fatte e spropositate cantilene che scivolano lungo il bordo delle mie ciglia, chiudendole, straziandole, lasciandole per un momento per poi riprenderle e tirarle fino a quando non si strappino dalla carne dei miei occhi.

Non c'è proprio nessuno che possa aiutarmi, in questo Inferno.

Perché io non ho voce.
Le mie corde vocali mi sono morte in gola, appassendosi al suono delle insopportabili risa dei miei allucinati deliri.

Quelli, con le grinfie sempre in agguato, pronte ad afferrarmi per la schiena.
Quelli, con il fiato fetido del putridume in fondo ai cassonetti dell'immondizia messi ai bordi delle strade dimenticate.
Quelli, che con evoluzione geometrica mi hanno strappato lingua e braccia che mi servivano per gridare e difendermi, e che hanno portato le mie parti in fondo agli angoli perfetti della stanza dove ho rinchiuso i miei incubi.

Le pareti sono un incessante stridore di bisbigli, di fuochi color azzurro che s'accendono e si spengono.
Scie che si diramano per tutti i perimetri e in tutte le superfici: arrivano sulla mia testa, e colano sangue sulla mia fronte.

Non può piovere sangue. Non posso non avere voce per urlare il mio orrore in questo momento.

Un momento lungo 37 anni. Di pazzia. Dettato da una canzone che di anni tanti ne ha.


BLACK SABBATH

What is this that stands before me?
Figure in black which points at me
Turn around quick, and start to run
Find out I'm the chosen one

Oh nooo!

Big black shape with eyes of fire
Telling people their desire
Satan's sitting there, he's smiling
Watches those flames get higher and higher

Oh no, no, please God help me!

Is it the end, my friend?
Satan's coming 'round the bend
people running 'cause they're scared
The people better go and beware!

No, no, please, no!
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:31
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diary of a madman, heavy rock

giovedì, 15 marzo 2007



Questo strano tizio quì sopra, altri non è che Crystophorus Rygg, detto pure (a seconda dei tempi, degli umori e del suo egocentrismo) "G. Wolf", "Trickster G.", "Fiery G. Maelstrom", "God Head", ed anche e soprattutto "Garm", il suo pseudonimo più famoso.

Niente di strano per un personaggio che proviene dall'ambiente Black Metal, pieno questo di pseudonimi più o meno "accettabilmente" gaglioffi.
Esempi ne sono, per citarne qualcuno: "Feinriz", "Nocturno Culto", "Satyr", "Frost", "Hellhammer", ecc. ecc.

Quello che invece è strano di Garm, è il fatto che egli sia sempre stato poco avvezzo al settarismo e alle soluzioni ripetitive di "comodo".
A differenza di schiere di suoi colleghi, blasonati e non, che una volta collaudate due o tre strofette di sicuro effetto le fanno proprie e le ripetono all'infinito, egli ha sempre cercato di evaderle, rimodularle, stranirle, renderle spoglie o pompose a seconda dell'umore, ma mai del trend.

Con la sua voce tanto strana eppure affascinante, si è guadagnato una posizione non dico di rispetto, ma di "alternanza" nel mondo della musica, e la cosa che più strabilia è che ci sia riuscito in pieno, facendo e disfacendo, di volta in volta, uno stile d'avanguardia che oggi molti copiano ed invidiano. Di più, egli lo ha fatto in periodi non sospetti, quando ancora noi metallari ci dibattevamo nell'assurdo e demagogico tema del "è giusto inserire melodia e parti non ortodosse nella musica estrema?".
Cosette di poco conto per Garm.
Chiacchere da bar della domenica, buone soltanto per nascere e morire in un quarto d'ora, anche perché, lui, con la sua prima (e a quanto pare, odiernamente stabile) band, gli Ulver, queste distinzioni le ha sempre considerate un "chiffon de papier", un pezzo di carta straccia.

Partiti gli Ulver con un album rimasto storico per la sua importanza, che si intitolava "Bergtatt - Et Eeventyr i 5 Capitler", e a cui tutti i blackster d'ogni tempo hanno affibbitato l'etichetta tanto famosa di "True Norwegian Black Metal" per il suo minimalismo, le sue scarne e glaciali atmosfere, le idee oltranziste e geniali, e non ultima, la pessima registrazione delle parti (per molto tempo si vociferò che il disco fosse stato registrato nel bel mezzo di una foresta con rudimentali mezzi di missaggio), subito egli si mise alla ricerca di qualcosa che fosse "nuovo", differente per forza di cose, originale sopra ogni cosa, eclettico e cangiante.
Il risultato fu, nel 1996, "Kveldssanger". Un album totalmente acustico, di tredici tracce, dove non c'era nemmeno l'ombra del Black metal crudele ed efferato che già aveva fatto la fortuna della band. Piuttosto, accanto stavolta ad una registrazione che rasenta la perfezione nella eco degli strumenti, innumerevoli venature preziose di rimando a storie norrene e alla sua mitologia, quello che poi, tutti cominceranno a chiamare "Folk Metal", e non a caso.

Nel frattempo l'anno appresso, Garm, ormai campione dello stacanovismo artistico, si dedicherà, oltre che agli Ulver, ad altre due "sue" creature, che in seguito faranno sempre ben parlare di loro: Arcturus e Borknagar.
Il 1997 è un anno che in molti considerano rivoluzionario per la musica estrema. Perché?
Perché uscì "La Masquerade Infernale" degli Arcturus, un album seminale e che stravolse il concetto stesso di suonare Heavy Metal.

Considerato un capolavoro, questo disco fu accolto da critica e pubblico come un assetato in mezzo al deserto potrebbe accogliere un sorso d'acqua in gola. Tutti ne rimasero estasiati, tutti ne tesserono le lodi sperticate, e mica tanto a torto: il disco si muoveva in ambiti oscuri eppure profondi, "stellari", contorti ma ricchi di fascino, frutto della simbiosi artistica di individui da super band che dimostravano, ancora una volta, che la classe non è acqua (nella formazione di allora degli Arcturus figuravano, tra gli altri, Jan Axel Blomberg, detto "Hellhammer", batterista atomico che impresterà i suoi servigi a band come Mayhem, Immortal, The Kovenant, Dimmu Borgir; Steinar Sverd Johnsen, detto "Mortem", tastierista oltre che degli Arcturus, anche per certi periodi degli stessi Ulver, dei Satyricon, e dei The Kovenant; Hugh Steven James Mingay detto "Skoll", bassista, membro pure lui degli Ulver, e dei Ved Buens Ende, e un secondo cantante, Simen Hestnæs detto "ICS Vortex" che sostituirà lo stesso Garm negli Arcturus, troverà il tempo per cantare in due dischi dei Borkanar, e diventerà membro effettivo, come bassista e seconda voce, nei Dimmu Borgir).

"La Masquerade Infernale", effettivamente, è un album che mette i brividi.
Occorre ascoltarlo più di una volta per poterne capire e concepire il genio che cova dietro i suoi barocchismi. Occorrono orecchie sopraffine che sappiano cogliere le sottigliezze e l'enorme talento dei musicisti coinvolti. Il risultato è rappresentato, tra le maggiori cose, da canzoni come "Ad Astra", tragica e bohémien, che in sette minuti e quaranta è un concentrato di raffinatezza, sregolatezza, pregio e sadismo, con innumerevoli richiami a storiche band del genere avanguardistico, prima fra tutte i Celtic Frost vecchia era; oppure come "Alone", il cui testo è una poesia di E.A. Poe recitata in maniera schizoide e fuori dagli schemi, condita, di quando in quando, da rullanti di batteria "a mitraglia", che sembrano umani solamente perché nei cambi di tempo si notano le impercettibili imprecisioni del braccio umano di Hellhammer.

Non bisogna dimenticarsi dei Borknagar, che nel 1997 fecero uscire il loro "The Olden Domain", un altro album carico di phatos e passione per le radici nordiche dei compositori, vera pietra miliare del Black Metal diciamo così, "non allineato" al facile satanismo da quattro soldi, dove Garm esplode in scream acidissimi e malvagi, degni della migliore "old school", e che proietterà la band verso lidi pure questi di sperimentazione. Con altri cantanti, certo, ma sempre nel solco dei colpi di genio di questo norvegese tutto fuoco e passione per l'arte.

A quel punto le indaffaratissime giornate di Garm trascorrevano in letizia, tra un disco ed un altro, tra un progetto elettronico ed un altro (sua eterna passione), ma quando si accorse che le giornate erano troppo corte per concedergli di poter onorare le sue numerosissime partecipazioni, anche da esterno, a decine e decine e decine di band d'avanguardia, black e death, decise che era ora di darci un taglio.

Spaventato dalla prospettiva di imbarcarsi in tournè infinite con le sue band (lui difatti, è sempre stato restio a concerti ed interviste), in polemica con i suoi innumerevoli compagni sulle direzioni artistiche da intraprendere, decise che era arrivato il momento per un'altra, innumerevole, svolta.

Creata che fu una sua casa discografica (la Jester Records, che ha, o ha avuto, sotto contratto band come "The Gathering", "Emperor", "Solefald", "Sunn O)))", ecc.), per sentirsi libero di sperimentare qualsiasi cosa gli venisse in mente e che non andasse a cozzare con gli interessi capitalistici della Century Media, che all'epoca era la società che si occupava di promuovere i suoi progetti, Garm abbandonò i Borknagar riuscendo a rimpiazzarci Vortex che renderà onore alla sua dipartita, e, nel 2002 abbandonò pure gli Arcturus (ficcandoci il sempre presente Vortex dietro al microfono, che nel frattempo aveva abbandonato i Borknagar ed era trasmigrato nei Dimmu Borgir), e si prese una pausa che, lo fu solo per modo di dire, visto che il richiamo alle sperimentazioni, ai cambi di rotta e alle divagazioni che andranno a cimentarsi nel futuro persino nel trip-hop, era sempre più letale.

E così arriviamo ad oggi.
Agli Ulver che non sono più gli alfieri del metallo nero ma che anzi ad ogni passo reinventano uno stile diverso, e a questo sempre strano indiviudo che, a soli trent'anni (già, avete capito benissimo: trent'anni!), oggi ha accumulato tanta di quella esperienza in campo musicale da far tremare qualsiasi suo più rodato collega, e dunque credo che a ragione o a torto, un post quì, se lo sia proprio meritato.

A me piace pensarlo sempre alle prese con i suoi eterni missaggi sempre diversi, con il pizzo sempre più lungo da faraone, e la testa sempre fumante d'idee.
In fondo, dico, il Metal non rappresenterebbe quello che è oggi senza Garm a volerlo distorcere.

»»» Gli "Ulver" su it.Wikipedia;

»»» Una rara intervista a Garm (l'unica che conosca in verità);
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:20
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