Questi giorni un pò caustici ed un pò dominati dalla sregolatezza del capriccio, non si possono classificare.
Né fiori per le distese, d'altronde queste ancora di un colore arcigno e malandato, né pensieri mediamente positivi che si possanno scorgere lungo i lembi del sole malato che sorge sulle città, per le campagne, su tutte quante le cose.
Con occhi stanchi da nottate quasi sempre insonni, in questo periodo, faccio perdere il mio sguardo nella lontananza della foschia che s'addensa come coltre sui bacini d'acqua grigia e stagnante delle mie contrade.
Alla mattina è sempre troppo presto per dover pensare a certe cose.
I progetti futuri, la voglia di cambiamento, il desiderio di pace e serenità estranea e lontana come la fuliggine laggiù, nei fossi solcati come nervi scoperti e palpitanti, lungo i pendii che tra il bianco opaco e il nero scadente, percorrendoli con la macchina, non sanno cosa scegliere con definitività.
Un sacco di cose. Tante da non farmi dormire la notte, e non per una qualche insistenza esterna: son solo dubbi che mi assalgono e mi lasciano, esausto, al primo chiarore al di là delle imposte semi chiuse.
Io serbo sempre i miei appigli per quanto riguarda la mia determinazione.
Conosco il disappunto, e a volte la dolorosa constatazione delle scelte sbagliate, degli errori, volte inevitabili e volte no, che mi si parano davanti: ostacoli che sembrano insormontabili ma che poi, a scomporli e a dividerli con un ferro da chirurgo, diventano impalpabili come la cenere accumulatasi e poi dispersasi lungo le braccia fluenti, spigolose e ruvide, eppur forti e intoccabili, del vento cattivo di questa non-stagione.
Alla mattina, è vero, è sempre troppo presto per pensare ad un futuro insieme a qualcun'altra.
Saprò dedicarmi a lei?
Chiedermelo, sono sicuro, non è affatto un errore grave.
Rispondermi con la paura del vuoto, ecco, questo lo eviterei volentieri. E questo farò.
Certe cose sono sempre più forti di qualsiasi malumore. Lei, di sicuro è compresa in queste.