sabato, 28 aprile 2007

Con la finestra aperta, con il clima notturno e primaverile che non serba rumori ma un silenzioso deliquio che cammina al mio fianco come se fosse il migliore degli amici, la campagna fuori si è addormentata, e nessuna macchina passa, gli uccelli zittiti chissà dove saranno, e per l'aria l'odore insistente ma discreto e affascinante di una vecchia primavera che sta svolgendosi attorno, mi dona i suoi occhi e i suoi timidi amplessi stellari.

Con una buona tazza di tè verde diluita al Jack Daniel's, abbasso le luci, mi accendo un'altra sigaretta e penso che potrei dissolvermi in questa tiepida serata magica.
Potrei volare su verso l'alto, ammaliato dalle note di questo album che ascolto insistentemente, a prendere per mano qualche cosa, qualsiasi cosa, qualunque, che mi porti lontano qualche ora di più, da una terra che troppo spesso vorrei frustrare e radere al suolo.

Lontano da casa mia ma vicino a Lei, e non solo col cuore dal colore troppo forte, con la Volontà e la determinazione che mi stancano, vicino al gioiello splendente ed immacolato dagli occhi tinti di questa stessa notte ludica, che come un corollario di sogni e realizzazioni, forse pure di desideri, mi culla dolce senza angustiarmi né chiedermi nulla.

Quanti ne mancano ancora?
104. Ed è già qualcosa.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:24
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diary of a madman

venerdì, 27 aprile 2007

Attraverso ogni pensiero.
Su ogni superficie
Scorrendo ogni idea.

Alzando, movimenti gentili.
Una certa direzione
Maree che girano, aprendo cieli.

Misurando il peso di vento.


“Through every thought.
On every surface
Crossing every idea.

Lifting, gentle movements.
A certain direction
Turning tides, opening skies.

Measuring the weight of wind”
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spleen, heavy rock

venerdì, 27 aprile 2007

Se i "The Kovenant" fossero rimasti i "Covenant" degli esordi chissà, cosa sarebbero oggi?

Certo, la band di Nagash e Blackheart di acqua sotto i ponti da quel 1997, quando pubblicarono questo "In Times Before the Light" ne hanno fatta scorrere: partiti da un Black Metal che non poteva chiamarsi "True Norwegian" solo perché aveva in sé i germi malati del sinfonismo che poi tanta fortuna hanno dato ad altri (Dimmu Borgir, non a caso. Cradle of Filth, Emperor, ecc. ecc.), sono approdati ad un Industrial contaminato e contaminante, bello da ascoltare, veloce, potente, roccioso, sofisticato, ma che nulla ha a che fare con le canzoni che compongono l'opera di cui scrivo.

Questo album è una frustata di Black Metal.
Sinfonico sì, certo, ma sempre e solo Black Metal, come molti se lo vorrebbero ricordare: grezzo, notturno, glaciale, veloce e cattivo.
In questo i "Covenant" non hanno avuto nulla da invidiare a nessuno, e se aveste la fortuna di riuscire a trovare la prima stampa del cd e non quella stracolma di effettacci datata 2002, allora ve ne potrete rendere conto: lugubri accordi sulfurei, pestati, violenti e senza barlume di luce.

Brani come "Towards the Crown of Nights", "From the Storm of Shadows", "Dragon Storm", sono esempi lampanti per chiarire quello di cui sto parlando. Sfuriate in stile classico, senza fronzoli e senza pietà alcuna per i lobi auricolari, senza che si debba pretendere l'originalità dei suoni o dei contenuti, ma pure affascinanti, dove, oltre al tappeto annichilente di furia e velocità, unita ad una buona dose di straniazione tipica di questo filone di band, ci si trova ad essere accompagnati da intermezzi tastieristici e da chitarre che più che alle fondamenta delle canzoni, stanno alla loro superficie, per arricchirle di phatos e di riverbero.

Ma c'è pure il tempo per decellerare e concedersi il lusso di portare le composizioni su di un piano strano, fatto tutto d'atmosfera e di glacialità, ma con più di una strizzatina d'occhio al fatto che si parla pur sempre di musica, che nella sua scabrosa e scarna materialità d'impatto, riporta a concetti malati e certamente tristi a cui i Covenant attingono a piene mani.
L'esempio più calzante, in tal senso, è rappresentato da "Night of the Blackwinds", o da "Visions of Lost Kingdom", o dall'ultima "Monarch of the Mighty Darkness", ispirata all'ennesima potenza e che sembra la continuazione proprio appunto della seconda citata, senza che però si possa parlare di un portarsi avanti le stesse cose stancamente: quì di noioso non c'è proprio nulla. Anzi.

E allora, torniamo alla domanda di prima: Cosa sarebbero i The Kovenant se fossero rimasti come sono rappresentati in questo disco?
E' sicuro che non avrebbero mai composto canzoni da classifica come "New World Order" o "Jihad"; nemmeno mai avrebbero dato alla luce album come "Nexus Polaris" o "S.E.T.I.", ma alla fine, se così non fosse stato, se ne sarebbe sentito davvero il bisogno?
Davvero?

Quindi, per chiudere il cerchio, certamente vi consiglio l'ascolto di questo album, che di originalità certo non brilla, ma che per i tempi in cui fu pubblicato di certo contribuì anche questi, nel suo piccolo, a ricamare l'alone oltranzista e furioso del Black Metal, pur volendolo svincolato dalle acide e senza remori accelerazioni senza pausa di altre band, e che da sole costituivano il tessuto fondante di una musica che già in questo frangente riusciva ad essere molto espressiva. Figurarsi poi con la gran dose di sinfonismo di cui i Covenant si circondavano.

»»» Se ti è piaciuta questa recensione, allora votala su Debaser.it!
Prostrato da OzzyRotten alle ore 14:22
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heavy rock, debaser

giovedì, 26 aprile 2007

Oggi ho appeso un bellissimo manifesto in ufficio, il perché sarebbe lungo da spiegare, contentatevi di conoscerne il contenuto:

LA MATEMATICA, COSÌ COME LA GRAMMATICA ITALIANA, NON È ARGOMENTO OPINABILE.
LA GEOMETRIA E LE CHIACCHERE, AL CONTRARIO INVECE LO SONO.

LA PRIMA E LA TERZA DELLE MATERIE SOPRA CITATE SONO DI ESCLUSIVA PERTINENZA DI CHI SIEDE A QUESTA SCRIVANIA.

SICCOME QUESTI NON HA NESSUN DIO CHE NON SI CHIAMI CARTESIO O DE MAURO, E NON CONOSCE IL CINESE MANDARINO DELLE VOSTRE FASTIDIOSE ILLAZIONI, SIETE PREGATI DI PORTARE LE VOSTRE INUTILI CIANCE E LE VOSTRE IRRITANTI PROTESTE FUORI DA QUESTO FUMOSO LUOGO.

DIMENTICAVO.
NEMMENO IL SAPER LEGGERE ATTENTAMENTE È MATERIA DA TRASCURARE.
QUINDI, SE POTETE, PRESTATECI IL DOVUTO E CONTRITO OCCHIO.
STATEVENE ZITTI COMUNQUE, SE PROPRIO NON POTETE FARE  A MENO DI DISTURBARE CON LA VOSTRA PRESENZA CHI OCCUPA QUESTO DISADORNO LOCALE.

Ho comprato comunque, a scanso dei burloni che non avessero occhi e orecchie per leggere e sentire, due bei nuovi pesanti fermacarte di granito sardo che vanno a tenere compagnia al Giulio Cesare sul mio tavolo da lavoro.
Dovesse mai accadere che  finissero in testa a qualche pedante scassacazzi.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:33
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diary of a madman

mercoledì, 25 aprile 2007



O ragazza dalle guance di pesca

o ragazza dalle guance d'aurora
io spero che a narrarti riesca
la mia vita all'età che tu hai ora.

Coprifuoco, la truppa tedesca
la città dominava, siam pronti:
chi non vuole chinare la testa
con noi prenda la strada dei monti.

Avevamo vent'anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch'è in mano nemica
vedevam l'altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent'anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l'amore.

Silenziosa sugli aghi di pino
su spinosi ricci di castagna
una squadra nel buio mattino
discendeva l'oscura montagna.

La speranza era nostra compagna
a assaltar caposaldi nemici
conquistandoci l'armi in battaglia
scalzi e laceri eppure felici.

Avevamo vent'anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch'è in mano nemica
vedevam l'altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent'anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l'amore.

Non è detto che fossimo santi
l'eroismo non è sovrumano
corri, abbassati, dai corri avanti!
ogni passo che fai non è vano.

Vedevamo a portata di mano
oltre il tronco il cespuglio il canneto
l'avvenire di un giorno più umano
e più giusto più libero e lieto.

Avevamo vent'anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch'è in mano nemica
vedevam l'altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent'anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l'amore.

Ormai tutti han famiglia hanno figli
che non sanno la storia di ieri
io son solo e passeggio fra i tigli
con te cara che allora non c'eri.

E vorrei che quei nostri pensieri
quelle nostre speranze di allora
rivivessero in quel che tu speri
o ragazza color dell'aurora.

Avevamo vent'anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch'è in mano nemica
vedevam l'altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent'anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l'amore.

»»» "Oltre il Ponte". Testo di Italo Calvino

Nonno, quanto tempo è passato?
Hai avuto paura? Hai avuto freddo? Hai avuto fame?
Hai sparato contro i fascisti e i nazisti?
Hai sentito la mancanza di nonna e dei tuoi figliuoli?
Nonno, quanto tempo è passato?
Sparare non era un dovere, ma una necessità, hai ragione.
L'aria sapeva di Libertà? Sapeva di vittoria?
Sapeva di rovina?
Nonno, sei morto nel far la guerra sulle montagne, non so avrei sparato anche io.
Nonno.
Non ci sei più.

A tutti i Compagni Partigiani di allora, va tutta la mia commozione e la mia ammirazione.

»»» Il 25 Aprile 1945 (da CRONOLOGIA)

»»» Storia della Resistenza Italiana (da Wikipedia)

»»» La Liberazione d'Italia (Centro Studi della Resistenza)
Prostrato da OzzyRotten alle ore 18:08
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diary of a madman

lunedì, 23 aprile 2007



I've chosen the dark, I've chosen the night

I've lost hope of loving a day of life
The shades of night belong to me
I am at one with hell

Dead inside, I watch the time pass
I await the coming of my day

My journeys are always within me
There where is found the bottomless pit
Where, there in I plunge, always a little deeper
There, in that other world where only unity is harmony

Sheltered from the regard and the rules of men
There colour is absent, light is black

Enemies of the sun, the phantoms of the shadows
Have taught me to delight in horror
Faces without eyes, and silent lips,
Float in the immensity of empty space
A sweet melancholy fills my heart
Life as a whole seems absurd
Silence is so pure, so profound that it intoxicates
The emptiness, annihilates all
And nothingness takes it place


VIAGGIO NERO


Io ho scelto il buio, io ho scelto la notte
ho perso la speranza d'amare tutti i giorni di questa vita
Le ombre di notte mi appartengono
e sono solo all'Inferno.

Morto dentro, aspetto che il tempo passi
aspetto che il mio momento arrivi.

Mi guardo dentro
lì dove riesco a trovare una voragine smisurata
lì, dove posso immergermi, sempre più a fondo
lì, nell'altro mondo, dove l'unione è armonia

Nascosto dallo sguardo e dalle leggi dell'uomo
dove non c'è colore, dove la luce è solo buio.

Nemici del sole, i fantasmi delle ombre
mi hanno insegnato a deliziarmi dell'orrore.
Facce senza occhi, labbra silenti,
fluttuano nell'immensità dello spazio vuoto.
Una dolce malinconia riempie il mio cuore,
La vita a volte sembra essere assurda.
Il silenzio è così puro, così profondo da inebriarsi.
Il vuoto, distrugge ogni cosa
ed il nulla prende forma.

»»» Ascolta “Slavocracy”, il singolo dal nuovo album “Solar Soul” dei Samaël in uscita il prossimo 1° Giugno!
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heavy rock

domenica, 22 aprile 2007

E due...

Lasciamo perdere per un momento gli assassini futuristici e le indagini scientifiche di Lincoln Rhyme e, invece, trasferiamoci in Italia, torniamo indietro nel tempo, alla fine degli anni quaranta. Alla Repubblica Sociale Italiana. A quella che fu detta la “Repubblica di Salò”, agli ultimi vagiti del regime fascista, in quel periodo opacizzato e distorto, in continua allucinazione retorica, sull'orlo dell'inevitabile disfacimento dovuto alla guerra di liberazione di partigiani e anglo-americani.

Nella Bologna di quegli anni succede che un delitto metta in subbuglio le alte sfere del Partito: l'omicidio di un alto esponente di quel monolite ormai stanco che è l'organigramma fascista, Reinhard, viene trovato a terra nella sua casa, colpito allo stomaco e all'inguine da qualcosa di appuntito.

Il Commissario De Luca, ex funzionario della Brigata “Ettore Muti”, poi passato alla questura, riceve l'incarico di scoprire chi sia l'autore di questo sconvolgente e all'apparenza, intricato assassinio.
Egli riceve “carta bianca”,come si dice in questi casi, sia dal questore che dal federale della città, convinti, forse a ragione, che ci si trovi di fronte ad un omicidio a sfondo passionale, la cui sospettata principale è una signorina tossicodipendente, Sonia Tedesco, figlia di un Ministro del governo fascista: Carlo maria Tedesco. Questa, sospettata di rivestire il duplice ruolo di amante e di cliente del morto, che, tra le altre cose si scopre essere coinvolto anche in traffici illegali di morfina, viene messa al centro di una cospirazione politica e quindi di uno scandalo, mirati a defenestrare suo padre, colpevole di fiancheggiare una corrente interna al Partito, ormai in minoranza.

La trama, in due parole striminzite, è questa.
Carta Bianca” è un giallo che si legge in un paio d'ore, che scorre via placidamente avvalendosi pure di una storia per una volta dai contorni affascinanti ed originali, spiegati in maniera soddisfacente da Carlo Lucarelli, scrittore nostrano di grande talento.

A lui il merito di aver tratteggiato uno splendido ritratto di quei giorni ancora oggi confusi e avvolti da molti misteri: la catastrofe della capitolazione del Duce, l'invasione delle truppe tedesche da Roma in sù, le esecuzioni sommarie di partigiani e della soldataglia fanatica del governo sfiancato ed anacronistico di Salò. Cose che, ancora oggi, a distanza di più di sessant'anni, pure non si riescono né a capire in tutti i loro aspetti, né a vagliare con la giusta distanza ideologica che la Storia richiederebbe.

Di queste cose però Lucarelli non parla. A lui non interessano affatto. A lui interessa il “climax” nebuloso e caotico che avvolge tutti i personaggi, anche quelli che in quel momento detengono il potere, seppur provvisorio, e che quindi a ragione dovrebbero essere marcati da un tratto preciso e senza macchia. Ma così non è. L'originalità dello scrittore parmense non lo permetterebbe, e allora, quindi, non resta che gustarsi questo piccolo libricino, adatto a tutti i momenti e con tanti spunti interessanti. ⇒Carlo Lucarelli
Prostrato da OzzyRotten alle ore 19:45
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darkening

sabato, 21 aprile 2007

C'è un processo da celebrare. C'è una compagnia aerea privata gestita da un gruppuscolo di persone, tra cui l'agguerrita e decisamente poco fotogenica sua presidente, Percey Rachel Clay decisa a salvare con le unghie e con i denti la sua azienda sull'orlo della bancarotta.
C'è un miliardario, Hansen, che nel romanzo rimane quasi sempre senza nome, sospettato di traffici illeciti e coinvolto in un misterioso caso di occultamento di prove, una sera come tante, in fretta e furia, al largo del Pacifico, che però vedrà sfumare i propri piani a causa di un intoppo casuale: in quelle stesse ore quando, egli affannosamente cerca di sbarazzarsi di documenti compromettenti, si trova a doversi tenere dei testimoni che potrebbero nuocere al suo giro e mandarlo in prigione.
Gli stessi personaggi a capo di questo ingarbugliato racconto, che giocoforza, si troveranno a dover dare parere in tribunale su ciò che hanno visto e su ciò che da questo si desume.

Ma non hanno fatto i conti con la mancanza di scrupoli dell'Hansen miliardaio.
Non hanno fatto i conti con il mercenario che questi assolda per eliminarli. Un'eminenza grigia che non manca mai nessun bersaglio, che porta a termine sempre e comunque il proprio lavoro con efferratezza e scaltrezza demoniaca.
Stephen Kall: Lo “Scheletro”, come viene soprannominato. Lo “Scheletro che balla”, per via del tatuaggio inciso nella sua carne e che raffigura la grande Meretrice che danza in bilico su una tomba abbracciata ad una donna per trascinarla con se.

Stephen Kall si chiama. Un uomo senza scrupoli, senza pietà, senza nessun altro obiettivo che non sia il colpire i propri bersagli, senza possibilità di rescissione del contratto da parte di chi lo ha assoldato.
Un serpente in un covo di pulcini o, come nel romanzo viene detto: “una volpe in una gabbia di polli”. Una macchina di Morte che non si ferma davanti a nulla, con troppi modi per far morire le proprie vittime.
Egli ha 45 ore per portare a termine la propria missione, e certamente ci riuscirà, se non fosse che sulla sua strada si staglia un ostacolo insormontabile, anzi due: Lincoln Rhyme e Amelia Sachs, i due criminalisti più famosi d'America. La mente ed il braccio della Scienza applicata al crimine, sempre alla ricerca di invisibili ed impercettibili prove, sempre col fiato corto per il susseguirsi tragico e tumultuoso degli eventi, votati, loro, all'obiettivo opposto dello Scheletro: scovarlo, ovunque egli sia, e proteggere i testimoni che il Lunedì mattina prossimo dovranno sedersi davanti ad un giudice e dire ciò che hanno visto e sentito quella sera, quando l'aereo privato di Mr. Hansen ha preso il volo in circostanze misteriose.

Il secondo Thriller di Jeffery Deaver è davvero un libro da stroncare la vita nei polmoni, tante sono le volte che riesce a far trattenere il fiato: capitoli concitati, scrittura veloce, storia intricatissima ma credibile, che pur sminuzzando ogni particolare in un pulviscolo fine che permea il racconto dall'inizio alla fine, non annoia mai. Anzi.

Il merito dello scrittore americano, ex avvocato, è proprio questo: con i suoi pochi ma efficaci tratti ai personaggi che crea, riesce a dar vita ad un archetipo narrativo che della suspence, del “non sapere”, ma del volere allo stesso modo scoprire, ne fa una bandiera, il tutto in un vorticoso (e virtuoso) girone dantesco di indagini, dati sceintifici, macchinari dai nomi sinistri, scene sbiadite della New York più violenta che si possa immaginare, barboni fatti di crack e raccogliticci funzionari federali attaccati alle leggi del posto più che alla passione per il loro mestiere.
Piccoli uomini, piccoli presagi, piccoli rumori, piccole tracce, piccoli lampi di sentimento, gelosia, bramosia di potere, perversione, adulterio, frustrazione, delirio; tutto, veramente tutto (e tanto), per sfociare in un finale sbalorditivo e che ha il gran merito di non trascinarsi appresso nessuna cosa appesa: tutti gli eventi, i fatti, le situazioni, gli squarci temporali, vengono inondati della luce atona ed immateriale del micoscopio narrativo per essere spiegati, sviscerati e portati a compimento nella migliore delle maniere razionali possibili.

Quì, a differenza del “Collezionista di Ossa”, non entra in ballo solo il classico asse portante di una storia al fulmicotone che si conclude con la cattura dell'assassino, quì c'è molto di più: la mente diabolica di uno spostato che soffre della pazzia più grande: la normalità, il suo sapersi adattare, confondere, mascherare, in migliaia di modi, fino a non sapere nemmeno egli chi veramente sia.

E poi ci sono pure i “vermi”. Quelli che strisciano sulla carne divorandola, disgustosamente. C'è la “faccia verminosa” che si è affacciata una volta sola ad una sbilenca e sporca finestra per osservare le azioni ed il fare del probabile Scheletro, ci sono le linee ed i tunnel dismessi della metropolitana di New York, popolate di topi ed avanzi di società occidentale.

C'è tanto e tanto ancora, per un romanzo che vi terrà inchiodati letteralmente alle pagine, e voi vi troverete a voltarle con foga, solo per sapere come andrà a finire la partita che si gioca tra Lincoln Rhyme e l'assassino.
Senza esclusione di colpi alcuna.

«Mettiamoci al lavoro, pensò.
Aprì il libro con forza, facendo scricchiolare la colla della rilegatura, e strappò un piccolo pezzo di nastro adesivo dal fondo della costa. Un lungo coltello scivolò sul letto. Sembrava di metallo nero, ma era fatto di un polimero impregnato di ceramica e non veniva rilevato dai metal detector. Era macchiato e opaco, affilato come un rasoio da una parte e seghettato come una sega chirurgica dall'altra. L'impugnatura era avvolta in nastro isolante. L'aveva progettato e costruito da solo. Come tutte le armi più serie, non era sfavillante e non era sexy, faceva solo una cosa e la faceva molto, molto bene: uccideva.»
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:24
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darkening

venerdì, 20 aprile 2007



Here it comes to subject the terror you forgot
No memories from the past
The unexplainable starts to appear
As your sub-consciousness begins to come back again

Reality fades away
You try to find a solution
Here it's coming now, indecision
You're free but you can't see through the confusion

There is no time
No time to regret
The eraser's coming for your life
You got to run
Stay away from the light
The eraser's here to twist your mind


Feel your soul connected to the universe
The solstice is complete
They controlled your thoughts
You will remember now, what it's all about

Twist the end around, violation
It's burning deep and twisting under your skin
It scares you forever
The proof you will find in your dreams

There is no time
No time to regret
The eraser's coming for your life
You got to run
Stay away from the light
The eraser's here to twist your mind

Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:08
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heavy rock

mercoledì, 18 aprile 2007

Quando sento la sua voce i polmoni in petto mi si bruciano, e io non ho che fare per respingere questa grande, immane passione che non si esaurisce nel battere delle palpebre, né chiudendo completamente gli occhi, pure se fosse per secoli e secoli ancora.

Ho una grande tristezza in corpo: niente a che vedere con dubbi, incertezze, problemi, giorni che si infrangono e sigarette che diventano cenere esaurendosi.
Niente a che fare con l'eterna battaglia di fastidio che combatto tutti i giorni. Quella lo so bene, sarà sempre un ciclo da aprire e chiudere tra un alzarsi ed un coricarsi sullo stesso identico, freddo e scomodo sudario.

Ma quando si fa buio, figure nel cervello girano, m'attirano, m'invitano, mi chiamano, ed io sento la loro voce, sento il loro tremendo e struggente canto, sento il loro atroce pianto balbettato in sillabe discontinue. Tutte quelle che io dovrei ascoltare da vicino, abbracciare e stringere fino a disintegrare.

Non posso. E per una futile croce appoggiata sulle mie spalle al venire inerte ed ordinario del giorno, se ne sostituisce una di brace e di rovi nei centri nervosi, alla sera.
Immanentemente.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 20:33
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diary of a madman