lunedì, 28 maggio 2007

Una pioggia torrenziale s'è abbattuta oggi sulle case e sulle teste incredule di quanti pensavano di essersi lasciato il “Generale Inverno”, ormai alle spalle.
Ma non era per niente vero. Anzi.
Temperatura rigida, nebbia in ogni posto, nubi minacciose, e gli alberi agitati dalla furia impietosa di un vento che non lasciava nulla ai presagi di quiete serpeggianti.

In ufficio, constatata la mia solitudine, ho iniziato a servirmi della musica nel portacd che ho sempre nella valigetta, e tra le mani mi è capitato, sull'ultima faccia, “Icon” dei Paradise Lost.

Nel mentre che le mie tabelle di calcolo fluivano macinando dati su dati (che prima di questo fine settimana dovrò pure contestualizzare, altrimenti a che cazzo dovrebbero servire?), ho iniziato ad alzare il volume alle casse.

Nel giro di un quarto d'ora non ho udito altro che lo scrosciare violento dell'acqua che frustava implacabilmente i vetri alle finestre del mio ufficio, e poi quelle chitarre danzanti, buttate a capofitto lungo tragitti di goticismo che mi hanno insegnato e ribadito, ancora ed ancora, quanto certi momenti siano indelebilmente legati a certe note, a certe atmosfere, a certi riti, chiuso in camera mia, da adolescente, ad ascoltare ad un volume spropositato questo lavoro, e tanti altri ancora.

Degli altri, credo di dare idea abbastanza compiutamente. E chi legge i miei zibaldoni se ne sarà reso certamente conto. Come pure del resto riguardo al fatto che la mia vita, che sia onirica o reale (a volte anche surreale, con mio grande stupore), che sia essa bianca o nera, è sempre permeata da qualche canzone, da qualche nota, da qualche gorgoglio sconnesso, o da qualche accordo perso in mari, in oceani di musica.

Dei Paradise Lost invece, ho sempre avuto una certa qual riluttanza a parlare, e chissà perché poi. Non è disagio. Anche se, naturalmente, per una band che ha dato i natali al genere “Gotico” nell'Heavy Metal, in quanto a sensazioni di disperazione, di stati alterati e compagnia, ce ne sarebbe da stendere un elenco lungo da quì a Cartagine.

No. Non è disagio. Forse è come ringiovanire per tre o quattro minuti. Tutto il tempo che corre tra l'inizio e la fine di una canzone, e rivedersi chino, alla porta della mia stanza, con me stesso con le spalle curve e le labbra in movimento a ritmare il testo in musica, e con gli occhi riversi su “I fiori del male” (banale, vero?), o sui testi di Feuerbach o di Freud.

L'essenza della religione”, “Sulla cocaina”, “Psicopatologia della vita quotidiana”, “I casi clinici”, “Storia della Guerra Civile Americana”.
Tutte letture che ai miei coetanei sembravano ostiche. Ma ai miei coetanei sarebbe sembrato ostico qualsiasi libro, visto che non ne leggevano nessuno o quasi.
Per me invece no. A me hanno sempre attirato le cose complicate, e più lo erano, in quel periodo, e più coglievano la mia attenzione.

Certo, oggi in ufficio non avevo di simili compagni cartacei a mantenermi assorto, c'era piuttosto il software di calcolo che ogni tanto emetteva un qualche suono, c'erano impilati e suddivisi i miei manuali agli scaffalli di legno, non c'era nulla che potesse collegarmi ad un certo qual momento nella mia memoria.

Ho scoperto però che un buon sigaro (ed erano mesi che non ne accendevo uno: Dannemann Pierrot, e qualcuna si ricorderà di avermene regalato una confezione intera), e qualche bicchierino di Macallan del 1989, hanno sortito un effetto sorprendente e unico.

E dunque, accidenti.
La nebbia ci può pure stare, e la pioggia continuerà a battere imperterrita sulle pareti.
Tanto io sarò sempre quì, tra qualche decennio, a bere sempre la solita roba, e a fumarmi un bel sigaro, rimembrando di cose successe e non successe, immaginate o realizzate. «Call counting time 'till the end. Death's wicked smile never fails. The curse is cast, you've lost the past, forevermore, a candle burns here no more. I don't know about a century of life, when the love of generations die. I can see no good in taking your own life, when any moment death calls... All I want is the same, a true belief...»⇒Paradise Lost
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:45
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diary of a madman

sabato, 26 maggio 2007


Immagine gentilmente hostata da LadyDisharmony
Odino sia con te.


Prima o poi il Grande Thor vi fulminerà tutti, brutta razza di preti e di bifolchi.
Prima o poi le vostre orecchie percepiranno lo sbatter d'ali di Hugin e Munin, e i vostri occhi strappati, e le vostre membra sanguinolente e il vostro cuore falso e marcio, imploreranno la pietà dell'ultimo colpo che dia la grazia finale di una vita vergognosamente ignominosa.

Quella che voi, preti e seguaci di una falsa luce eterna che andate affannosamente rincorrendo ciechi, vi meriterete.

All'alba del Ragnarök nubi cariche di vendetta s'addanseranno, pioggia di sangue ricadrà sul vostro capo, venti di fuoco sferzeranno implacabilmente il vostro volto.
E non ci sarà nessuno che possa darvi “Salvezza”.

All'alba della Fine, voi non potrete sottrarvi. E pagherete cara la vostra supponente saccenza.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 14:38
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giovedì, 24 maggio 2007

Io non sono misantropo, né “asociale” come dicevano i miei amici fino a qualche tempo fa, né scontroso.
Niente di tutto ciò. E questo, a differenza di quanto qualcuno possa pensare o dire: io non mi ritengo appartenente a nessuna delle categorie summenzionate, ma a volte, di forza devo collocarmici, e per cause e complessi meccanismi matematici che portano chiunque, dico: chiunque, a mettermi in croce nel momento più delicato della mia giornata: ossia quando sono seduto a tavola e mi accingo a dare l'ordine di carica alle mie fauci davanti ad un bel piatto di pasta.

Succede allora che qualche rappresentante mi chiami al telefono per chiedermi delucidazioni dell'ultimo fax inviato in azienda (ma non mangiano mai 'sti parassiti? Mi chiedo?), e che non si legge perché il loro apparecchio funziona talmente bene che chiamarlo “fottuto macinino a carbone” come io uso alluderne, sarebbe un fuorviante eufemismo; succede che ci sia sempre qualcuno che ha pranzato prima di me e che ha deciso (molto opportunamente, beato lui) di farmi visita proprio quando io mi trovo ad incrociare forchetta e cucchiaio sugli spaghetti; succede ancora, e pure spesso per giunta, che qualche ultrasessantacinquenne decida di anticipare il suo appuntamento che io gli ho fissato alle sette e mezza di sera per farmi leggere ed interpretare l'ultima comunicazione dell'Inps o di qualche altro ente che, come peculiarità propria, ha l'essere scritta in maniera talmente tanto intricata che un teorema sulla meccanica dei fluidi, al confronto, non reggerebbe nemmeno per un secondo e scomparirebbe in un batter d'occhio.

Non fraintendetemi.
Torno a ripeterlo: io non sono per nulla scorbutico. Le tare del mio carattere, vengono fuori solo se qualcuno decide di strapaprmele a forza. Un pò come succedeva (ancora) quando ero piccolo e picchiavo ineluttabilmente i miei amichetti che osavano toccare le mie macchinine e i miei robot (diavolo! Potrò pure esser stato geloso della mia escavatrice e della mia spada laser da Anakin Skywalker?). Io vorrei solo, nell'intervallo della mia pausa pranzo, godermi i miei 4-5 telegiornali mentre mangio, il mio SkyTg24 perpetuo, il mio caffè bollente e con tanto zucchero e la sigaretta che ne consegue. Nient'altro.

Per il resto della giornata: frustatemi, fatemi lavorare come un negro, borbottate, lamentatevi e sbraitate quanto volete. Io non ci farò caso. Ma non quando sono a pranzo.
Mai allora.

Al telefono, oggi, alle 13.06 c'è stato chi invece ha provato a destabilizzare il mio quieto vivere, e la mia pace invereconda tra segnali satellitari e schizzi di sugo: una gentile, e alquanto insistente scassacazzi dalla voce da troia. E nemmeno questo è un eufemismo. Aveva proprio una voce da troia. Con tutti i crismi, gli annessi, connessi e sconnessi.

Il problema, per lei, è stato però che gli sconnessi siano stati i miei, quando mi ha proposto di farmi installare per domani un magnifico videotelefono bello ed elegante nelle sue sinuose forme alla “Bellucci mode” (la pornostar, mica l'altra. Sarebbe troppo chiedere), gentilmente offerto da Telecom ai suoi (succubi) clienti, alla modica cifra di 7,50 euro al mese, per 24 mesi di fila. A conti fatti, senza contare l'inflazione, il costo del denaro che aumenta, la crisi petrolifera, la recessione economica, le mie tasche che potrebbero (mai si può dire il contrario) svuotarsi in due anni, 180 euro. E se decidessi di disdire il contratto con Telecom prima del tempo?
Oh, che tedio! Ma basta pagare una piccola, piccolissima penale che prevederebbe, oltro al costo residuo corrispondente all'avere di Telecom, anche le spese per la risoluzione del contratto accessorio, spese di notifica, ecc. ecc. Totale del piacere: circa 45 euro in più rispetto al costo residuo da sborsare alla compagnia telefonica.

Dunque non ci siamo. No no. Non ci siamo proprio.
Chiedo, con la massima calma e disponibilità che riesco a dar di tono alla voce, se il segnale necessario per le videotelefonate è presente nella mia piccola contrada sperduta sui monti, ed in fondo alle gengive dei lupi.
La sua risposta, naturalmente, è stata un semplice “no”.

Come?
No.
Ah. Non avevo capito, chiedo scusa.

Senta, scusi lo sproloquio, ma parlando per ipotesi e facendo un ragionamento allargato per carità, ma, scusi ancora, saprebbe dirmi DI CHE CAZZO ME NE FACCIO DI UN VIDEOTELEFONO CHE NON TRASMETTE, APPUNTO, LE VIDEOCHIAMATE PERCUI È STATO PROGETTATO, STUDIATO E COMMERCIALIZZATO IN MANIERA TANTO ECCELLENTE?
ME LO SPIEGA PORCAMADONNA, CHE MI HA FATTO RISCALDARE L' HEINEKEN E RAFFREDDARE TUTTI I PROPOSITI DI BUONUMORE CHE AVEVO DA STAMMATTINA?
ME LO SPIEGA, PERDIO, PERCHÈ IO PROPRIO NON RIESCO A CAPIRLO, EH????

Tututututututu.

Sparita l'operatrice, sparito il buonumore, sparito Berlusconi alla Tv.
Peccato, oggi mi andava proprio di giocarci a freccette con la sua faccia tonda tonda.
Peccato.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:35
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diary of a madman

mercoledì, 23 maggio 2007

“Con una rosa hai detto
vienimi a cercare
tutta la sera io resterò da sola
ed io per te
muoio per te
con una rosa sono venuto a te

bianca come le nuvole di lontano
come una notte amara passata invano
come la schiuma che sopra il mare spuma
bianca non è la rosa che porto a te

gialla come la febbre che mi consuma
come il liquore che strega le parole
come il veleno che stilla dal tuo seno
gialla non è la rosa che porto a te

sospirano le rose nell'aria spirano
petalo a petalo mostrano il color
ma il fiore che da solo cresce nel rovo
rosso non è l'amore
bianco non è il dolore
il fiore solo è il dono che porto a te

rosa come un romanzo di poca cosa
come la resa che affiora sopra al viso
come l'attesa che sulle labbra pesa
rosa non è la rosa che porto a te

come la porpora che infiamma il mattino
come la lama che scalda il tuo cuscino
come la spina che al cuore si avvicina
rossa così è la rosa che porto a te

lacrime di cristallo l'hanno bagnata
lacrime e vino versate nel cammino
goccia su goccia, perdute nella pioggia
goccia su goccia le hanno asciugato il cuor

portami allora portami il più bel fiore
quello che duri più dell'amor per sé
il fiore che da solo non specchia il rovo
perfetto dal dolore
perfetto dal suo cuore
perfetto dal dono che fa di sè”

Vinicio Capossela

Dedicata alla Rosa dai petali di sogno e di speranza.
A quella senza la quale la mia esistenza non avrebbe né senso, né direzione, né desiderio.
Dedicata alla mia Rosa.
A quella che mi sopporta tutti i giorni con pazienza e passione. Che seconda il mio carattere e che non l'aggrava, che in ogni circostanza saprà sempre quali parole dire per farmi sentire unico ed immenso.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 20:37
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bloodysucker

lunedì, 21 maggio 2007



UUUUHHHHHHHHHOOOOOOOOAAAAAAAAAARRRRRRRRRGGGGGGHHHHHHH!!!!

Their scorn behind your back
My promise would put them down
No trace of reverence left
Immemorial fire in their eyes

I would perish at the given signal
At the slightest touch from my soul
Tainted prophet in flesh
For all the plagued and lost


YEEEAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHOOOOOOOOOOOOOHHHHHHHHHHHH!!!

Dripping sin
Decision in stalemate
Dare to feel death at hand
Surprised me with its voice
Through the forest came the morn...


Terremoto?
No. “Moonlapse Vertigo” a manetta.

Magnifici Opeth.
Già....
Prostrato da OzzyRotten alle ore 00:40
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heavy rock

venerdì, 18 maggio 2007



“Maleventum

A long black robe appears among the trees
His gaze lighted upon the moon
His barbarian hymn hails to the moon
Nine words of nine letters thunder in silence
And the night’s star reveals its secret nature”

Maleventum
Una lunga, nera figura appare fra gli alberi
Il suo sguardo illuminato dalla luna,
Inni barbari a salutarla.
Nove parole di nove lettere squarciano il silenzio
La stella della notte rivela la sua segreta natura.

Ascoltala per intero
»»QUI««
Prostrato da OzzyRotten alle ore 23:14
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heavy rock

giovedì, 17 maggio 2007

Uno dei libri che mi ha sempre appassionato e che spesso riprendo a leggere, è proprio questo di Tom Clancy: “La grande fuga dell'Ottobre Rosso”.
Certo, a riprenderlo in mano serve tempo e la dovuta giusta dose di pazienza, per leggere appassionatamente le 600 pagine dell'edizione BUR, e per sorbirsi i centinaia di tecnicismi e di descrizioni accurate per quanto concerne sonar, impulsi di suono, correnti d'acqua oceanica, sistemi di rilevamento termici, ecc. ecc. Non a caso i libri di questo autore sono soprannominati pomposamente “Tecno Thriller”.
Alla fine però, quel che rimane del romanzo che ha ispirato uno dei più bei film d'azione che io abbia mai potuto vedere (si tratta, ovviamente, di “Caccia ad Ottobre Rosso” con Sean Connery e Alec Baldwin), è proprio in sostanza questo: il calarsi in scenari avventurosi e poco conosciuti (almeno per l'epoca in cui è ambientato il romanzo, si capisce), in oceani immensi e scuri che serbano abissi più insidiosi di qualsiasi altro pericolo, nella vita militaresca e contrapposta di due filosofie politiche opposte, ma ben mostranti le eterne contraddizioni dei tempi andati. Di quando parlare di “Guerra Fredda” non era mica uno scherzo, e di quando le spie (allora come oggi), per una soffiata di troppo finivano la loro vita in qualche modo misterioso che nessuno dovesse sapere. Semplicemente, scomparendo.

Ho letto pure qualche altro romanzo dell'autore di questo libro. Ma nessuno di questi mi ha mai tanto appassionato come quello di cui sto scrivendo.
Naturalmente la trama non starò quì a descriverla: credo che chiunque, dopo anni e anni in cui il film estrapolato dal romanzo è stato trasmesso, ritrasmesso, venduto in videocassetta e poi in dvd, e poi regalato assieme a diverse riviste, gli abbia dato più di una occhiata. Ma, anche in questo caso, come per molte sceneggiature di questo ed altro genere, certe parti sono state tagliate, altre rielaborate, altre allungate e tutto per esigenze che certamente sono dovute al riuscire a far appassionare il telespettatore.

Un pò come il Dracula di Bela Lugosi o di Christopher Lee che si vedeva nei b-movie di qualche decennio fà (quelli della Hammer, se mi permettete l'inciso, sono dei piccoli capolavori: cercateveli!), dove il Conte era stato tramutato un pò in qualsiasi cosa che si muovesse e che fosse malvagia, in barba al povero Bram Stoker che ci dedicò la vita al suo personaggio, che egli stesso prese “a prestito” dal byroniano vampiro di J.W. Polidori, segretario del Poeta, appunto, e che finì i suoi giorni uccidendosi, magari perseguitato da qualche allucinazione terrorizzante della sua stessa creatura.

Già, per Tom Clancy è stato lo stesso, in un certo senso.
Il suo Capitano Comandante Ramius del romanzo, da pedante e ortodosso perseguitore dell'amore per la sua Rodina, ma che è sempre preso dai rimorsi per aver defezionato assieme ai suoi ufficiali più fidati, diventa un fascinoso e tenebroso uomo di mezza età, con barba e capelli bianchi, in uniforme impeccabile, determinato fino alla spietatezza. Per non parlare dei suoi collaboratori! Borodin nel romanzo è un ufficiale che sa il fatto suo, ma che si imbambola come un cretino a guardare E.T., e che chiede se in America è consentito comprarsi una macchina propria. E poi, oh, il protagonista, quasi dimenticavo: Jack Ryan, quì nei panni di un agente della CIA, ad occuparsi sì di storia militare alle volte, ma pur sempre un agente dello spionaggio americano, diamine! Non, come nel film, dove, pur non capendo nulla di sottomarini lanciamissili nucleari si mette al tavolo per carteggiare e a fare i suoi rilevamenti topografici infallibili.

Poi, a dover essere onesti, c'è pure il lato chiamiamolo “antipatico” della storia: gli americani sempre buoni, sempre disponibili, sempre più furbi dei russi, sempre animati da quel detestabile spirito yankee che, paradossalmente (e questo non è uno scherzo) sta facendo loro scavare la tomba in Iraq ed in Afghanistan, come del resto (e questa è storia purtroppo) successe ai seppur goffi, seppur ingessati, seppur crudeli e cattivi Sovietici negli anni ottanta.
Io non ho mai letto la versione del libro in lingua originale, ma da novello Muzio Scevola, mi ci gioco la mano sulle braci che è pieno zeppo di epiteti offensivi e di quello squallido slang da commedia d'avanspettacolo che infesta pure le serie di telefilm di successo alla televisione.

Certo, questo non è il momento di doverla buttare “sempre in politica” come diceva Peppone a Don Camillo nei racconti di Guareschi, ma certamente, credo, un pò più di obiettività e di senso pratico alle cose, l'autore poteva metterceli. Ne sarebbe nato un capolavoro, e non solo per il film. Ma tant'è. Il libro naturalmente è stato un best-seller, ha venduto centinaia di migliaia di copie, e della suspence che s'attenua tra tutti quei caffè disgustosi che bevono gli americani, le loro ciambelle, i loro ammiragli dalla divisa sempre linda e pulita, i loro politici sempre infallibili e le loro operazioni strategiche sempre perfette, probabilmente Tom Clancy se ne infischia (forse perché pure lui vive, parla, mangia e bestemmia come i suoi personaggi. Basta fare una ricerca con Google ed osservare come si veste per capirlo...), ma, appunto, tant'è, e nessuno può farci niente.

Dunque, certamente, mi sento di consigliare questa storia a chi nella vasca da bagno giocava con le paperelle e le navette da ovetto kinder (come il sottoscritto). Per gli altri, credo, la lettura di cento pagine potrà sembrare qualcosa di più indigesto delle colazioni luculliane che spesso i protagonisti del romanzo consumano.

Dimenticavo accidenti! Tra le pagine del libro si incontra anche un certo CARDINALE, che attentamente leggendo, viene pure svelato. Proprio quello del Cremlino che si incontrerà in altri ambiti ed altre situazioni. Ma questa è un'altra storia.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:44
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darkening

venerdì, 11 maggio 2007

Se s'abbassa la nebbia, gli occhi pure s'avvicinano al silenzio delle cose impaurite, ferme, strappate.
Pronte a farsi abbracciare dall'abbacinante morso velenoso che dona la pace, come se fosse un mastodontico simulacro di morte apparente, come se per i sensi che si quietano, come se per le parole che muoiono investite da un lavacro di tomba, s'aprisse una porta al cielo che solo quei momenti dai contorni flebili e lontani, ne portassero la memoria.

Umidi luoghi.
Sensazioni strane. Ancestrali e invereconde ed inavicinabili.
Vinte da sospiri che le hanno ucise e cosparse delle mille impercettibili e invischianti lacrime di una madre che è rimasta, sola, a piangere per i propri figli inghiottiti da un sudario bianco, sporco, che ha mangiato i loro desideri, che ha fagocitato loro la voglia di ridere e di pensare e tutta quanta la giovinezza che avevano in corpo.

Per i campi fumosi ed esalanti miasmi, voltando la faccia all'indietro, oggi, mi è parso di sentire dei lamenti lontani, portati dall'aria umida, lungo quell'olmo spezzato e dirupato, di fronte alla strada in curva: «Figlio mio! Figlio mio! Dove sei? Dove sei figlio mio?»
Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:29
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diary of a madman

S.S. 

lunedì, 07 maggio 2007

La Fine, quando soffierà sui nostri corpi putrefatti.
Quando sorseggerà la nostra linfa e ci lascerà attoniti ad aspettare. Ancora. Fedeli accoliti di quella assurda parola che si chiama “Speranza”.
Non c'è speranza che tenga, che sorregga il peso dei desideri, delle cose non fatte e di quelle probabili, quando la Fine avrà eletto i suoi giorni.

Dal marciume di questa terra inquinata, statene pur certi, niente che vi voglia salvare verrà.

Niente, che non sia per distruggervi e riportarvi alla caoticità del pulviscolo, sussurro dell'aria, che vi ha fatti, e alla fine vi ha disintegrati.

Senza Speranza. Che sia di gelo o di fuoco, non v'abbraccerà.
E qualcuno ci sarà, a dare sepoltura nei suoi polmoni cancrenosi alle vostre bestemmie silenti.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:01
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sabato, 05 maggio 2007

Lincoln Rhyme per una volta abbandona il suo appartamento-laboratorio di Central Park a New York che lo ha visto protagonista del “Collezionista di ossa” e dello “Scheletro che balla”, e si trasferisce, almeno temporaneamente, nel North Carolina, per sottoporsi ad una delicatissima e sperimentale operazione chirurgica che riesca a farlo alzare dalla sua fantascientifica sedia a rotelle, e con lui, naturalamente, ad accompagnarlo ci sono il fido assistente Thom, e la collaboratrice di tante indagini Amelia Sachs, quì promossa ad un rango sentimentalmente più compiuto, e quindi, naturalmente più complesso.

Arrivati a destinazione i nostri però si trovano ad esser coinvolti in una storia che apparentemente non abbisogna di troppe indagini scientifiche per essere svolta e portata a compimento.
Solo, si capisce, apparentemente.
La polizia locale della contea di Paquenoke, infatti, si trova alle prese con un caso di morti sospette e mai risolte, con un omicidio che sembra collegare queste morti, ed il rapimento di due ragazze, un'archeologa ed un'infermiera dell'ospedale, sequestrate dallo stesso autore dei misfatti menzionati, e che altri non è che uno psicopatico sedicenne, Garrett Hanlon, deciso, si pensa, a violentare e poi a massacrare le proprie vittime nella maniera ferale che più gli si addice: vale a dire con l'aiuto degli insetti per cui questi sembra nutrire una passione ossessiva.

L'insetto” come, molto propriamente viene soprannominato, è un adolescente messo alla berlina dai suoi pari, con forti problemi di disagio e di sociopatia, giudicato pericoloso e per questo evitato da tutti a Tanner's Corner, la cittadina dove si svolgono i fatti. Egli però ha dalla sua una straordinaria e diabolica intelligenza, che metterà a dura prova i nervi di Rhyme, che tenterà con lo stile che gli è più congeniale di incastrarlo per assicurarlo alla prigione.

Tutto questo fino a quando la partita si farà più convulsa ed esasperata e diversi altri fattori, e tanti altri personaggi, non contribuiranno ad intorbidirla, fino a crearne un miasma di fatti ed avvenimenti divvicile da svolgere: un poliziotto anziano e violento, Mason Germain, deciso d'uccidere con ogni mezzo il criminale, un gruppo di cacciatori e distillatori clandestini di alcool, decisi a stanare loro stessi il ragazzo per intascare una cospicua taglia, uno sceriffo di campagna, Jim Bell, che chiederà a Rhyme di aiutarlo nelle ricerche, un'altra poliziotta, Lucy Kerr, severa e determinata, con alle spalle un'operazione chirurgica che le ha minato tutto il resto della vita, un industriale bigotto e cattolico, Henry Davett, con pochi scrupoli e molta voglia di essere d'aiuto, fino all'epilogo imprevedibile della storia che porterà il criminologo newyorkese a confrontarsi con un avversario davvero alla sua pari, che conosce i suoi metodi e li applica alla lettera, che testardo, si ostinerà in tutti i modi di tramutare gli eventi che, apparentemente vorrebbero andare in direzione diversa, e che sa che “se ti muovi in fretta non possono prenderti...”.

Un bel polpettone, come qualcuno direbbe. E forse è vero.
Il racconto all'inizio potrà sembrare quasi noioso, scontato addirittura, ma son solo impressioni che svaniscono man mano che si girano le pagine, sempre più furiosamente per cercare di arrivare fino all'ultima punto che ponga fine alle mini-storie, che, come un gigantesco puzzle, hanno il compito di comporre un feroce intrigo, che solo una mente superiore saprebbe discernere.

Come sempre, colpi di scena a go go, chiaroscuri e indagini scientifiche approfondite che sciorinano dati come se fossero noccioline, personaggi “un pò di quà e un pò di là”, alcuni amorfi e privi di interesse, altri passionali seppur determinati. Il tutto al servizio di un'opera di tutto rispetto, che metterebbe in imbarazzo il migliore e acclamato scrittore di thriller dei tempi moderni, per la sua complessità eterogena che comunque poi, alla fine, fa parte invariabilmente di una struttura logica affascinante.

Questo è il merito di Jeffery Deaver, ancora una volta: geniale.
O inquietante, come i nidi di vespe che, lungo i confini della “Grande Palude Lugubre”, uccidono le persone in maniera raccapricciante.

«Con voce carica di emozione, il ragazzo lesse: “Alcuni sostengono che non esiste una forza divina, ma questo tipo di cinismo può essere messo a dura prova se si osserva il mondo degli insetti che hanno ricevuto in dono così tante doti straordinarie: ali così sottili da essere quasi impalpabili, corpi privi anche di un solo milligrammo di peso di troppo, sensi capaci di percepire la velocità del vento, zampe così efficienti che gli ingegneri meccanici le prendono a modello per la costruzione dei robot, fili di ragnatele così leggeri e resistenti che gli scienziati non riescono a riprodurne le caratteristiche in laboratorio e, cosa ancora più importante, la capacità di sopravvivere nonostante l'ostilità dell'uomo, dei predatori e degli elementi. Nei momenti di disperazione possiamo osservare l'ingenuità e la caparbietà di queste miracolose creature, in cerca di conforto, e ritrovare la fede perduta.”»
Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:30
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