Lei che sfiorisce quando viene la notte, e si porterà via tutto quanto il senno di prima e di poi, solo per farsi rincorrere, lungo strade non battute e dimenticate che è difficile ripercorrere due volte.
Polvere che si alza dalle suole bruciate e alla fine, forse trascurate, nei ghirigori di lettere che non sanno quale specchio infrangere per arrampicarcisi lungo.
Lei che muove la mano, al principio del buio, e cerca il mio volto per sfiorarne le cicatrici e farsene beffe, riderne, giovarsene, riempirsene lo stomaco fino a scoppiare, come un sacchetto di plastica riempito di putrescenza, di desiderio, di ossa spezzate, di denti frantumati e di altre cose così.
Lei, è mia.
Che si chiami Morte o Vita, io non lo capirò se non perdendomici dentro: lungo il profilo dei suoi capezzoli rosei, lungo le sue ciglia dove la nebbia della tristezza ha costruito un impero del Male.
Lei è mia, ma somiglia tremendamente alle cose finite. A tutto quanto il mio cuore cela e bisbiglia silenzioso, perché non ha voce e non ha abito, non ha cielo, né desiderio, solo ansia.
Similare alla mia.