martedì, 31 luglio 2007

Quando vedo il fumo di una sigaretta che pigramente si alza volteggiando dal posacenere, mi vien da pensare che pure io, prima o poi, farò la fine di un tizzone di tabacco e nient'altro.
Destinato a spegnersi nella sua luce, dapprima vivace, poi man mano fioca, poi, al termine di tutti i giorni, niente più di un mucchio di cenere pruriginosa.
Magari pure io mi librerò come gli anelli azzurrognoli che ho davanti al muso, ma non sarò destinato all'“alto”.
No. Quello no.


Tutt'altro.
Quando comincerò a ruzzolare sentendo tra i denti il sapore amaro della terra, non patirò più del sole sulla pelle, né della notte che ogni volta, ciclicamente, lo inghiotte e lo porta ad essere un pallido, seppur momentaneo ricordo.


Tutt'altro ancora.
Se prenderò velocità, gli occhi turbineranno e la pelle livida si farà violacea, e per me, giù in basso, non ci sarà che materia buia a nutrirmi, o forse a riempirmi la gola per farmi definitivamente soffocare, e non è detto nemmeno che mi sia data la possibilità di volteggiare. Anzi. Sono quasi certo che questo non accadrà.


Sarò come, e niente più dell'ennesima sigaretta spenta su una superficie di vetro, di porcellana, o di terra e fuoco. Differenza non farà per me come per nessuno.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:49
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diary of a madman

lunedì, 30 luglio 2007

Più di mille anni fà, quando in Europa Meridionale si avvertivano i postumi dell'ormai defunto Impero Romano e la cristianità aveva ormai già fatto ben presa sulle genti di allora, il Mondo "civile" prese a conoscere il turbinio e la ferocia di guerrieri barbari che ruzzolavano in orde senza fine dai freddi, misteriosi (perché ancora non ben conosciuti) e lontani territori del Nord.

Erano guerrieri senza scrupoli e senza nessun impedimento che non fosse la loro intraprendenza a guidarli: arrivavano all'improvviso, spesso via mare, su quelle loro pittoresche e veloci navi, approdavano in qualche cala, e prendevano a saccheggiare e a depredare tutto quello che c'era da depredare in giro. Monasteri, villaggi, castelli, cittadine.
Si lasciavano dietro nient'altro che rovine ed incendi.
Andavano vestiti in una foggia sconosciuta per l'epoca. Si coprivano di pelli ed impugnavano spade ed asce dagli intarsi d'argento finissimi, cavalcavano per giorni e giorni senza mai stancarsi, e quando scendevano in battaglia o più sovente per razziare, andavano coi volti dipinti ed emettevano latrati ed ululati che al solo sentirli s'accapponava la pelle.
Raramente gli eserciti di allora riuscivano a tenergli testa. Tutti avevano una paura fottuta di quegli uomini che combattevano a dorso nudo e che si sporcavano del sangue dei loro nemici che spesso, poi dopo esser stati trucidati, venivano esibiti sulle picche dei loro stendardi come trofei.

Si muovevano senza un piano preciso, guidati da un condottiero fiero e baldanzoso che doveva saperne più del diavolo, visto che doveva essere un ottimo ammiraglio per le navi, un grande generale nei campi di battaglia, un buon capo negli insediamenti che si costruivano, un giudice imparziale ed un sacerdote infallibile.
Tutte caratteristiche che già di per sé dovevano far di questi uomini dalla scorza dura degli straordinari personaggi.
Gente che oltre a guerreggiare quando c'era da guerreggiare, sovente metteva in mare la nave ed alzava l'ancora per andare un pò dappertutto: lungo i paesi Scandinavi soprattutto, ma pure in Europa per cercarsi il necessario "spazio vitale", arrivando, si dice, persino in Sud Africa e forse, decine di anni prima di Colombo, anche in una terra che loro chiamarono "Vinland" e che più o meno dovrebbe corrispondere alla costa nord-occidentale dell'America.

Un raggruppamento di questi baldi e coraggiosi uomini Vichinghi, un giorno, guidati da un caperonzolo locale, Rurik, che ne raccolse attorno a sé 501, presero, anziché la via dell'Ovest, quella dell'Est, e si spinsero per le pianure selvagge e steppose del centro Europa, arrivando a colonizzare interminabili terre spazzate dal vento e dalla neve, attraversando i monti Urali, per discenderne poi fino alle coste del Mar Nero e a stanziarsi poi nei territori dell'Impero Bizantino, che, molto furbamente, approfittando del fatto che questi "Variaghi" (così era denominata infatti la loro stirpe), oltre ad essere temibili guerrieri erano anche degli abili commercianti o comunque dediti al guadagno oltre ad ogni cosa, li assoldò prima come mercenari ed in seguitò li fagocitò nelle sue spire.

Re Rurik, non contento però del trattamento riservato ai suoi uomini, che considerava né più e né meno che dei venduti, risalì il cammino che aveva già una volta percorso, si stanziò in un'ansa ospitale vicino ad un lago che si ricordava d'aver scorto lungo il suo precendente passaggio, e si mise ad organizzare la vita del suo villaggio, che in breve diventò tanto popoloso, anche per via delle geneti indigene ridotte al vassallaggio dei luoghi, che si costituì in regno, diventando poi il territorio della Grande Russia odierna.

Tutti questi fatti sono Storia, che i Turisas, band finlandese dedita ad un connubio tra un Power sinfonico e pomposo ed un aggressivo Metal estremo che in sé ha i germi del Death/Black più canonico, fino a sfociare in spunti di Thrash cazzuto e ben eseguito, che poco ha da invidiare ad altri loro colleghi dello stesso ambito, ci narrano nel loro album a tema "The Varangian Way".

Dunque in questo album si possono ascoltare ottimi esempi di Viking ben suonato, bene eseguito e strutturalmente corposo e potente, accompagnato da parti sinfoniche e barocche ridondanti ed epiche, che tanta fortuna hanno dato ai Therion, solo per fare un esempio.

Per quanto riguarda i brani, ci troviamo a mettere a confronto strutture strumentali con pochi fronzoli, e ne sono esaustivo riferimento la mancanza sia di prologhi che di monologhi.
Canzoni cazzute che faranno la gioia di molti, con ritornelli orecchiabili che infondono adrenalina ad ogni poro, e che molto concedono, ai più sensibili ascoltatori s'intende, agli svolazzi fantasiosi ed epici.
Di questi tempi, infatti, ascoltare canzoni come "To Holmgard and Beyond", vero e proprio brano da classifica (provare per credere) o "A Portage to Unknow", è davvero un piacere sopraffino, arrivando addirittura, dopo averli esauriti, ad aver voglia di prendere la cotta di maglia arrugginita e la spada cesellata comprata su internet per andare a combattere.
Contro chì, di questi tempi, è inverosimile immaginare, con grande scorno dei carabinieri che vi correranno appresso e che non sapranno di che sedizione si tratti.

E' vero, non c'è proprio nulla di nuovo in questo album, se non il talento di questa band che con soli due album, questo ed il precedente "Battle Metal", si sta ricavando una fetta di seguito che molti le invidiano, a partire da colleghi a questa simili che invece ci stanno mettendo anni ad imporsi.
Forse la chiave di lettura per capire il gran successo che stanno avendo questi Turisas è insita proprio nella loro alfine semplice attitudine alla musica, cosa che va in controcorrente all'ampollosità e alla poca, e forse voluta, immediatezza degli archetipi da pentagramma.
Più le canzoni, infatti, vogliono essere intricate, più risultano essere orecchiabili, fino ad arrivare, nel caso presente, all'orgia di suoni data in un brano come "In The Court of Jarisleif", dove un violino elettrico ed isterico, dipinge un'atmosfera zingaresca e magica, in un'ambientazione medioevale che si ficca senza tanti complimenti in testa, senza nemmeno il bisogno di dover chiudere gli occhi per immaginarsela.

Magari pure questo è un limite.
Magari tutto il mistero, il "filo nero" conduttore di certi generi di musica, quì è mostrato alla luce del sole e potrà apparire meno affascinante di quello che è, eppure vi posso assicurare che, a volte, è pur sempre bello invaghirsi di queste cose, senza dover ricorrere ai reiterati ascolti di un disco per poterne ricreare una propria sinossi.
E se lo dice uno come me che sul comodino di casa ha i santini dei Therion e degli Opeth in bella vista, credo che possiate credermi.

Per una volta, quindi, lasciatevi ammaliare.
Lasciatevi guidare nel viaggio che è partito dalla Finlandia, ha percorso migliaia di chilometri e chilometri, ha attraversato il Mar Nero ed è arrivato sino alla corte di Costantinopoli, alle porte del Mondo civile, con quel senso di conflitto e di guerra, che per esempio i Turisas vogliono esplicare in un brano come "Cursed Be Iron", o con la descrizione delle insidie sul cammino in "The Dnieper Rapids".

Pura e semplice voglia di scoprire, di andare, di combattere e di costruire la storia.
E, al di là di tutti quanti i meriti e i demeriti di questa band, bisognerebbe ringraziare per la propria innegabile intelligenza.⇒Debaser.it
Prostrato da OzzyRotten alle ore 14:08
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domenica, 29 luglio 2007

Tre anni abbiamo dovuto aspettare, e dopo questo relativamente lungo periodo, i "Finnici Troll" hanno deciso di deragliare.
Deragliare dalla rotta casinista e gaglioffa che li ha resi celebri con lavori come "Nattfödd" o come "Visor om Slutet", per compiere un passo avanti che riporta all'origine strettamente "pesante" della loro discografia, sino al primo, e bellissimo lavoro "Midnattens Widunder".
L'amalgama dei suoni, l'attitudine ed il cipiglio più metallico dei brani infatti, proiettano chi ascolta in una specie di Circo Barnum dai caratteri oscuri ed indefinibili, dalle atmosfere che in certi momenti riescono davvero a mettere a disagio, senza però rinnegare del tutto la forte spinta "Folk" tipica della band.
Qui ci sono chitarre più corpose e sezioni ritmiche in generale, che sanno dove colpire e dove far male. Le tastiere, le fisarmoniche e tutti gli altri strumenti da Polka, certo, anche questi ci sono, ma sono stati ridotti ad un puro accompagnamento che non fa parte della struttura delle canzoni, abbellite e dotate di originalità, senza però mai scadere nell'orgia di suoni festaioli e beoneschi a cui i nostri ci avevano abituati finora.

Dunque chi li ascolta e li ama, certamente delizierà le proprie orecchie con suoni che, oggi, si avvicinano (come piglio, non per altro) più ai "nuovi" Moonspell, che agli Ensiferum.
Questo album è la giusta summa, il ricavato di anni e anni passati a sperimentare, ad essere all'avanguardia, ripescando quello che c'era di buono nel passato, ed aggiungendovi sprizzate di nuove influenze derivate soprattutto dai colleghi, e blasonati, Moonsorrow.
Certo è che per compiere tutto questo ci vuole coraggio: gli irriverenti Finntroll che arrivano a prendere i canoni e i crismi dei Moonsorrow sono poco immaginabili. Tanto eclettici i primi, tanto tragicamente seriosi e marziali i secondi (basta prendere, per corroborare quello che dico, il loro ultimo, e bellissimo, lavoro "V- Hävitetty", composto da due sole canzoni da mezz'ora e passa l'una, per rendersene conto); eppure sembra che ancora una volta i Troll ce l'abbiano fatta a stupirci. Anche in questo compito.

E' possibile che molti, di controcanto, dai Finntroll, cerchino proprio quello spirito goliardico e manesco che li ha resi celebri, e a questi dico subito che questo album piacerà a metà, forse perché la band dopo tante vicissitudini, anche tragiche, che hanno segnato il tempo e i caratteri dei componenti, abbia deciso oggi di prendersi un pò più sul serio.
Nuovo cantante, Vreth, che con i suoi scream professionali e bene eseguiti, si candida ad essere l'astro nascente del genere estremo, possedendo una voce acida e raschiante al punto giusto per conferire quell'alone "nero" che i Troll di oggi vogliono mettere in evidenza; il lavoro di Trollhorn sempre eccelso e magnifico, che però ha perso quel suo calore da bettola per privilegiare un suono più ossessivo e viscerale, freddo in certi momenti ("Gryning", "Ormhäxan").
Tutte queste cose, ripeto, servono solo a farci capire che la band di oggi non è più quella che abbiamo imparato a conoscere in questi anni, ma bensì vuole essere un esempio di maturità artistica e di originalità per quanto concerne il proprio ambito.

Per questo forse il disco non vi piacerà a fondo se non dopo svariati ascolti.
Forse, dimenticandosi che chi suona è un'istituzione in ambito Folk, si potrà gridare pure al miracolo, o forse si potrà rimanerne delusi, perché alla fin fine, quello che ascoltiamo è un lavoro pur sempre targato Finntroll, uno di quei gruppi che ha costruito attorno a sé una precisa immagine, fatta di atmosfera festaiola ed irriverente, non di certo di malvagità messa in pentagramma.

Per conto mio, sto molto apprezzando ed amando, invece, e questa nuova direzione stilistica intrapresa, già dalla prima volta che ho piazzato nel mio lettore il cd, mi ha trovato spiazzato da canzoni come "Sång" o come "Nedgång".
Per la loro potenza e per il grande, grandissimo gusto apocalittico che serbano.

Naturalmente, non tutto il materiale quì proposto è serioso e "cattivo", ci sono sempre i momenti che portano il riso alla bocca e che non mancheranno di fare sfaceli dal vivo, ed anche di quelli si potrà ben godere. "Korpens Saga", "En Mäktig Här", "Kvällning", vi immergeranno in un'atmosfera magica fatta di neve, foreste percorse da rigagnoli scroscianti d'acqua pura, e pub fumosi dove ritrovare la convivialità ed il piacere di stare insieme. Specie l'ultima che ho nominato, nei suoi tredici minuti, che alla fine, sorpresa delle sorprese...⇒Debaser.it
Prostrato da OzzyRotten alle ore 20:36
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heavy rock, debaser

mercoledì, 25 luglio 2007

È di ieri e di oggi la notizia che il Gargano, terra affascinante e misteriosa, dove le Antiche Culture preistoriche dei Iapigi pensavano avesse sede una specie di Paradiso in terra, è a fuoco.

Un fuoco che tutti quanti noi meridionali conosciamo, e che purtroppo non è il Fuoco Sacro della Dea Vesta, quello che non doveva mai spegnersi nei poveri focolari, o quello di Efesto, il Dio fabbbro ellenico, che, in fondo al mare, negli abissi scuri, forgiava gli scudi e le spade magiche dei guerrieri in battaglia.
Questo è un fuoco cattivo, svilente, malvagio. Uno di quei fenomeni portati dal vento bruciante e rovente di questi giorni arsi e cotti dal clima estivo. Un fuoco che distrugge qualsiasi cosa gli si ponga davanti, che non ha rispetto per i gioielli della natura, e che si muove e si propaga per mano della più sciocca creatura che il Cielo e la Terra abbiano mai creato: l'uomo.

Così, la mia tanto amata Daunia, quella dove ho trascorso due estati di seguito, trovandoci amici impagabili prima, e l'Amore poi, sta andando a fuoco, e sta riducendosi ad un cumulo di cenere che si sparge nell'aria, assieme allo spavento e alla catastrofe di tutte quante le cose bellissime che muoiono.
Un delitto in piena regola. E le cause sono molteplici. Tutte imputabili all'uomo.

Se non avessimo contribuito ad intossicare Madre Terra con i nostri scarti, coi nostri gas cloro-fluoro-carburi, con le nostre fogne putrescenti, col nostro inquinamento, adesso non ci troveremmo a fare i conti con l'inevitabile surriscaldamento del pianeta, e con le ancora più inevitabili conseguenze legate all'inquinamento.
Se non avessimo di che guadagnarci dall'incendiare i nostri boschi, i nostri magnifici boschi, allora forse, pur dovendo convivere col fuoco malvagio e con il suo destino ciclico ed ineluttabile, allora forse sapremmo godere maggiormente del Paradiso delle Antiche Culture.
E invece, con piglio chirurgico, siamo disposti a sacrificare i nostri più bei posti nel nome delle carte verdi, e invece abbiamo inteso rovinare un pezzetto di terra, solo per guadagnarci qualcosa in più.
Solo che al guadagno effimero, di contro ci viene sempre servito un elenco di costi insostenibile.

Dalla Puglia alla Campania, alla mia terra, la Basilicata, alla Calabria, fino alla Sicilia e alla Sardegna, dobbiamo fare i conti con un fuoco neroniano che non risparmia nulla, che ha distrutto i nostri pini loricati, i nostri cedri, i nostri cespugli di mirto, le nostre querce ed i nostri faggi.

Il Sud Italia in questi giorni si è trasformato in un'enorme palla incandescente, dove hanno trovato posto la paura, la rovina ed il male dell'incoscenza. Ed io spero vivamente che chi è responsabile di tale eccidio, venga punito e cacciato ignominiosamente da questo mondo martoriato dalla deficienza umana.

Due estati nella Daunia:

»»» “Fuoco cammina con me”:
«…Una casa senza stanze, senza pareti, senza soffitti a gravare sulla testa....»

»»» “L'acqua che consuma il cielo”:
«...Intanto cala una nuova notte di brezza dal mare che è come se volesse rubarci la terra da sotto i piedi...»

»»» “Il sonno dei burattini”:
«...Tatooine. I soli splendevano in un cielo blu senza nubi, inondando gli sterminati deserti del pianeta di una abbagliante luce bianca...»

»»» “Il verde coniglio”:
«...Caffè alle due di notte, la trentesima marlboro. Non c'è un filo di vento, e questo è strano: tutto il giorno è sembrato che le onde volessero travolgerci, ma noi non potevamo comprendere disegni troppo grandi...»

»»» “La musica”: «...Ieri sera, fuochi dappertutto, ed il mare lampeggiava al bagliore delle scintille che poi, spentesi, si tuffavano tra le increspature del suo tessuto impastato di oscurità...»

»»» “Chianca Amara”:
«...Nei miei luoghi, la parola "macelleria" si pronuncia dialettalmente 'chianca'. Chissà perchè....»

»»» “La Daunia”:
«...Notte fonda ed il mare quieto che sfiora con stanchezza ammaliante gli scogli, le corde dei trabucchi sparsi, i faraglioni illuminati dal basso con la punta possente ammantata d'opale...»

»»» “L'attesa”:
«...Sembra passare un'eternità e invece, nemmeno un minuto dopo, scorgo i suoi capelli rossi.
È lei. È lei e non c'è ombra di dubbio. Lei e nessun'altra...»

»»» “Straniazioni”:
«...In lontananza, faraglioni sparsi appaiono prepotenti dall'acqua del mare, tendono al cielo e l'abbracciano con la viva pretesa di potersene impossessare e chi, alza lo sguardo dal basso, per riuscire a capire quanto in alto arrivi la loro illusione, deluso, deve riporre gli occhi a terra perché, non c'è nulla di palese che si possa percepire o carpire da quella sfida...»
Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:26
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lunedì, 23 luglio 2007

Quando ci si fossilizza sempre e solo su un genere, si commette un grande sbaglio. Questo anche i sassi lo sanno.
Si può incappare in due tipi di problemi, in questo caso: o non si hanno orecchie ed occhi per nulla che non sia, come si dice "True", e quindi, di conseguenza, si è portati a giudicare come spazzatura tutte quante le produzioni che non rispondano a certi determinati canoni strumentali e artistici; oppure una mattina gaia, ci si può pure imbattere nel disco eccezionale, suonato con maestria e ricco di contenuti, che lascia a bocca aperta e fa sì che ci si senta come idioti per non aver avuto la necessaria apertura mentale adatta ad accoglierlo prima.

Tutto questo prologo non è servito a nulla, se ora, parlando degli Ensiferum e del loro ultimo disco "Victory Songs", voi vi mettiate ad inveire.
Troppo "Power" per essere apprezzati da coloro che sono fissati con il "Viking" e con il "Folk", troppo "Swedish" per chi ama il Power ed i ritmi serrati ed epici.
E allora? Che cosa sono quindi, gli Ensiferum di oggi?
O meglio: che cosa rappresentano oggi gli Ensiferum, quella stessa band che pubblicò in tempi non sospetti un album esplosivo, potente, ipnotico ed epico che si intitolava come il loro nome?
Che cosa sono, oggi, questi cinque finlandesi che hanno costruito la loro fortuna appresso a battaglie, spade, asce, canti corali e inni alla Gloria Eterna del passato?

E' arduo poter rispondere.
Soprattutto perché i presupposti perché gli Ensiferum di oggi sappiano farsi amare da una fetta di pubblico abbastanza consistente, che non perde occasione di glorificare il filone a cui questi appartengono (e che, molto eterogeneamente, comprende anche Manegarm, Moonsorrow, Wintersun. Solo per citarne alcuni), ci sono tutti.
Ma specularmente, ci sarà anche chi (e credo che purtroppo non saranno pochi) ci sputerà sopra giudicandoli gaglioffi. Niente più di un fenomeno da baraccone.

Suvvia, con i tempi che corrono cominciamo un pò tutti ad averne le palle piene di gente come gli Amon Amarth et similia. Gente brutta sporca e cattiva, e che non fa altro che deificare battaglie vichinghe, che non fa altro che parlare del pantheon mitologico scandinavo, che non fa altro che produrre cose originalissime e potenti, e che nessuno, oltreoceano riesce ad eguagliare.

Se è questo averne le palle piene, allora mi metto in fila per farmele infilzare.
E per gli Ensiferum prima di ogni cosa. Almeno per quelli vecchi, s'intende. Per questi, orfani del loro Deus Ex Machina Jari, forse potrei pensarci più di una volta, ma vi assicuro che, comunque vadano le cose, qualsiasi cosa gli Ensiferum siano o siano stati, ascoltarne l'ultima fatica (la terza in dieci anni, se si esclude l'inutile "Dragonheads") è sempre un piacere sopraffino che sarebbe disumano negare a chi di queste cose ne rabbrividisce.

Gli ingredienti ci sono tutti e sempre nella formula collaudata dalla casa: chitarre veloci e che nelle loro rispettive sezioni però, rimangono distinguibilissime e taglienti come rasoi, batteria sempre pronta a scattare in tempi forsennati, gli "Harsh" del nuovo cantante potenti e ben calibrati, dalle diverse sfumature, capaci di passare da un "clear" pulito e triste, all'aggressione sonora nuda e cruda, mantenendosi sempre nei canoni e negli stilemi di un certo qual Death Melodico di stampo "Swedish".

Forse è possibile che gli Ensiferum abbiano oggi deciso di affidarsi ad un diverso appeal, cercando di ricavare atmosfere di luoghi e cose in una maniera differente rispetto al passato.
Quì si punta su una maggiore spinta melodica, imperniata su concetti epici e mastodontici che riescono, con la loro magia, a far sentire l'ascoltatore, se solo si avesse il garbo di chiudere gli occhi, come se si trovasse alla vigilia di una battaglia risolutiva e sanguinosa. A questo servono i cori, gli strumenti tradizionali utilizzati (addirittura, nella canzone che dà il titolo al disco "Victory Songs" è presente pure una solitaria e lontana cornamusa) e tutto il bric à brac che fa parte del corollario della band.
Si pensi, per esempio, all'intro "Ad Victoriam", e ditemi se quello che ho scritto poco prima non risponde al vero. Logico, sempreché abbiate la sensibilità e la necessaria immaginazione per poterne realizzare i contenuti. E poi, senza saltare per nulla, non è forse una mazzata quella "Blood Is The Price Of Glory" messa in seconda?
Non è forse piacere per i lobi?

Inutile che mi perda ancora in chiacchere, spiegando canzone per canzone che cosa gli Ensiferum riescono a comunicare.
Fatica superflua.
Per poterli apprezzare dovrete ascoltarli, deliziarvene, farli vostri e magari, se saprete essere costanti nella vostra passione, per il cielo vedrete Thor sul suo carro trainato da una capra a saettare per il cielo il suo martello. ⇒Debaser.it
Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:31
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mercoledì, 18 luglio 2007

Stavo trascorrendo un'assolata mattina d'agosto nel bosco.
Stavo disteso nel muschio increspato e scintillante e lo stavo osservando. Osservavo come proiettava riflessi verdi sulla ghiaia bianco-argentea come se proiettasse attorno a sé cristalli di malachite. E percepivo il suo lento e lieve progredire, che svegliava i fiori stupiti dal lungo e soave torpore.
Allargai le braccia e vedevo solo le alte corolle dei larici, che oscillavano lentamente qua e là, come se dovessero ripulire il cielo azzurro. Ed era così chiaro!
Mi piovvero dei puntini argentati negli occhi, fitti, sempre più fitti, finché divennero un grande chiarore. Allora chiusi le palpebre. La mia anima era piena di luce - e con calma respirai profondamente l'aria profumata del bosco, forte e aromatica.
Allora sentii dei rami scricchiolare. Ma pensai in maniera indistinta e confusa: «Di sicuro un cerbiatto».
E automaticamente mi immaginai l'animale bruno dall'andatura morbida, che curioso e timido, con i grandi occhi neri, guardava stupito verso di me nel fogliame verde.
Ci fu un nuovo scricchiolio.
Ma questi erano passi di un uomo.
Mi ridestai. Mi alzai con quello sgomento che si prova normalmente quando un estraneo ci sorprende nei nostri sogni.
Mi guardai attorno.
Nulla.
Ma no. Là. Dietro i cespugli: una figura. Un uomo. Non vedevo il suo volto. Aveva un vestito verde. Un cacciatore, penso.
Voglio rimettermi disteso. Ma - non trovo pace.
In silenzio, come se avessi paura, mi alzo. E all'improvviso un viso mi fissa, un viso afflitto e stravolto, con due occhi ardenti e irrequieti... Alza una mano. E questa mano - Dio mio - questa mano punta una piccola pistola alla tempia...
L'uomo si è accorto di me. La mano gli ricade lentamente lungo il fianco.
Un sorriso ironico e freddo traccia dei solchi agli angoli della sua bocca.
Stiamo in silenzio uno di fronte all'altro. Il suo sguardo scintilla di rabbia.
Prendo coraggio. Mi avvicino a lui. A fatica mi esce solo una parola dalla gola serrata e secca:
«Perché?».
E allora ride. Un riso che lacera la splendida mattinata azzurra.
Rabbrividisco. Ma lui tace.
Così rimaniamo entrambi immobili. In alto sopra di noi stormiscono le cime degli alberi.
E poi l'uomo comincia a singhiozzare davanti a me e ne è tutto scosso. Cade in ginocchio e congiunge le mani solcate dalle vene:
«Non posso più vivere», balbetta, «non posso...».
Lascio che sfoghi il suo dolore.
Si fa più tranquilo. Ripone la pistola nella tasca. E mi racconta.
A casa ha una donna che ama. È buona e premurosa. Ma ci sono giorni in cui i suoi occhi (che normalmente sono azzurri) diventano verdi, le sue guance pallide, e le sue labbra si inarcano vogliose come se respirasse il dolce aroma di un intimo segreto.
«Poi mi chiama per cognome. “Berger”, dice, e normalmente non mi chiama mai così. Poi si discosta da me e abbassa le ciglia quando la guardo, quindi è sbadata, estranea, assente.
È malata, penso.
Ma passa sempre. e recentemente era di nuovo così. Il suo sguardo mi attraversava rivolto in lontananza, le sue mani tremavano...
Quando se ne andò nella sua camera la seguii.
E attraverso una fessura vidi che là dentro stava in ginocchio e piangeva e baciava fiori appassiti. Li baciava con un fervore con cui non mi ha mai baciato, nemmeno nella luna di miele!
E da allora lo so. Ha amato qualcuno prima di me. E l'ama ancora!». Con tutto il corpo tremante lo gridava nel mezzo del bosco. «E in quei gironi s'inebria dell'ardente passione della sua felicità perduta. E così mi tradisce. Così lei, che dovrebbe appartenere a me, si getta tra le braccia di un'ombra...».
Le sue parole uscivano atone. E fui preso da un'intima compassione. Lo presi sottobraccio: «Venite». E gli parlai per tranquillizzarlo.
Che poteva essere sincero con sua moglie. Dirle che cosa lo faceva star male, che lei gli avrebbe sicuramente risposto con franchezza. E ancora meglio. Che si sarebbe tranquillizzato.
«Vedete, signor Berger», gli dissi, «la simpatia nei suoi confronti e la solitaria tranquillità del bosco mi inducono a raccontarvi un episodio della mia vita. Sono passati molti anni. Amavo una fanciulla. Producevo e smaniavo solo per questa ragazza. E un giorno seppi che lei veniva dietro a qualcun'altro. E rimasi del tutto tranquillo. Me ne andai per il prato deserto. Avevo nella tasca interna un revolver carico. Sentivo che per me non c'era rimasto altro che la morte. E stavo là fuori nella brughiera vasta e deserta e mi guardavo intorno. Nessuno. Misi quindi la mano nella tasca sinistra - e come afferro l'arma traggo fuori con essa un pezzo di carta. Automaticamente lo leggo. Era una piccola, semplice novella di fragrante poesia, che avevo scritto una volta in un momento felice.
Lessi due o tre righe.
le semplici parole interiori fluirono come olio nella tempesta della mia anima. Dopo mezz'ora tornai in città con le idee chiare. Sapevo che c'era una cura per il mio dolore. Una forte medicina: il lavoro.
Questa è tutta la mia storia».
L'uomo accanto a me mi guardava con tanto d'occhi - con sguardo riconoscente. Non disse nulla. Ma afferrò con tutte e due le mani la mia mano destra e la strinse. Già questa stretta poderosa mi fece capire - era stato riguadagnato alla vita.
Continuammo a camminare insieme nel bosco. La splendente giornata d'agosto riversò una pace dorata nei nostri cuori sensibili e commossi. Non parlavamo, ma ci guardavamo di tanto in tanto, come buoni, vecchi amici; ci capivamo.
E più tardi chiaccherammo un pò. Di sfuggita sul passato e il futuro, ricordi e desideri. E le sue parole risuonavano così tranquille, così calme nella quiete del mezzogiorno.
Poi improvvisamente domandò: «...E avete superato completamente il dolore?».
Io rimarcai: «Completamente...».
Mi guardò con aria indagatrice: «Davvero?».
«Come glielo posso provare?», dissi senza pensarci su.
«Come?», riflettè lui.
Poi sorrise: «Siete in grado di pronunciare tranquillamente il nome della ragazza?».
«Come no: Helene Croner».
Allora risuonò uno sparo accanto a me. Col cranio sfracellato Berger rotolò sul muschio. Morto stecchito.
Il giorno dopo sfogliavo il giornale. In ultima pagina, all'angolo estremo, c'era dovuto e pomposo l'annuncio mortuario dei Berger. Era firmato dalla «vedova inconsolabile Helene Berger, nata Croner».

Rainer Maria Rilke - Danze Macabre
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:06
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diary of a madman

martedì, 17 luglio 2007

La bellezza delle cose percepisco,
se le perdo e disperato slego
una sera di effluvi soffocati,
dal livore e dalle moine del silenzio.

Il martirio, questo mi spetta,
perché di peccato lascivo
non saprei non nutrirmi,
ferale assassino del mio destino.

Eppure la Morte verrà,
e sbilenchi scarabocchi sulla fronte
s'attorciglieranno per perdersi.

Grovigli acuminati e stanchi,
scheggiati dal sangue propagato,
inverecondo supplizio per i dannati.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 20:59
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Noir 

lunedì, 16 luglio 2007

Passi.
Che mi martellano il cervello, che mi causano dolore, che mi colpiscono il petto lasciandomi a stramazzare a terra.
Passi senza ritmo.
Brutti, lancinanti. A farsi giri impertinenti sui miei neuroni, come se fossero chiodi conficcati nella mia corteccia. Arrugginiti, marci, putridi, impazziti e letali.
Passi come ritmi incandescenti di magma da vulcani alti e lontani, gelati alla punta degli occhi, conficcati nel cancro della pelle della terra.
Caustici come ricordi che non vorrei, usurpatori del sonno della ragione, dei mostri che questo genera: perché nemmeno i miei Magri vorrebbero volare così basso, lungo il perimetro della mia razionalità.

Ho osservato morire il grande astro stasera. Ho visto il suo viso adombrarsi e fuggire rassegnato pian piano, inghiottito dalle viscere ancora fumanti del crepuscolo, di un tramonto sinistro che non accetta Dei, né glorifica Santi. Che non conosce rosari annegati nella boria, che non perpetra bene ma malattia.

Passi senza riserbo, che mi portano stasera, a lasciare la mia unica vecchia strada del raziocinio, per accostarmi un poco a sentieri asfaltati di lampi, di fiori morti, di vergini deflorate e di personaggi senza controllo e senza volontà.

Miei simili fratelli, quando i passi delle mie gambe, dettano la tortuosità del mio intelletto nella solitudine dell'indecisione.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:39
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diary of a madman

domenica, 15 luglio 2007

Enter paradise, the snake will find the way
She is Lilith, fallen from the sky
Fall into our world, the Snake of paradise
(You're the) Maid of Wisdom in (the) songs of Orpheus

She's the wisdom, she's the truth: The Eternal Sophia
Perennial, beyond the time, she is the one
You're the river, you're the womb
The perennial
The Sophia

Sophia is here
do we need to fear?
She's the gem of (the) mind
... (or the) serpent for the blind
She will make me see
or she will punish me
She appear in a glare
or disappear

She's the wisdom, she's the truth: The Eternal Sophia
Perennial, beyond the time, she is the one
You're the river, you're the womb
The perennial
The Sophia

Shekinah, Shekinah
Eternal Sophia
Shekinah, Shekinah
Eternal Sophia

She's the wisdom, she's the truth: The Eternal Sophia
Perennial, beyond the time, she is the one
You're the river, you're the womb
The perennial
(The) Sophia...
Sophia...



LA CONOSCENZA ETERNA

Per entrare nel Paradiso, il serpente troverà la via
Lei è Lilith, caduta dal cielo
Venuta nel nostro mondo Lei, il Serpente del Paradiso
(Lei è la) serva della Saggezza nei canti di Orfeo

Lei è la saggezza, lei è la verità: l'Eterna Sophia
Perenne, oltre il tempo, lei è sempre quella
Lei è il fiume, Lei è il calderone
Il perenne
La Sophia

Sophia è qui
dobbiamo temerla forse?
Lei è la gemma della mente
... (o il) serpente che si nasconde
Lei mi svelerà
o mi punirà
Lei appare nelle folgori
o scompare

Lei è la saggezza, lei è la verità: La Conoscenza eterna
Perenne, oltre il tempo, lei è sempre quella
Lei è il fiume, Lei è il calderone
Il perenne
La Conoscenza

Shekinah, Shekinah
Sophia eterna
Shekinah, Shekinah
Sophia eterna

Lei è la saggezza, lei è la verità: La Conoscenza eterna
Perenne, oltre il tempo, lei è sempre quella
Lei è il fiume, Lei è il calderone
Il perenne
(La) Sophia...
Sophia...

Prostrato da OzzyRotten alle ore 14:43
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heavy rock

giovedì, 12 luglio 2007

Libero i miei occhi dal fuoco, e lascio che l'avidità del mio cuore consumi tutti i miei desideri.
Non ne ho altri che non siano concupiscenza e sensazioni arcane, forse morte o forse no.

Non sarò libero dalla miseria impietosa del mio involucro umano finquando non mi fermerò atterrito ad osservarne i resti da una prospettiva di cui sento già l'odore putrido.

A quel punto, non mi servirà imprecare per i momenti persi a venire, né per quelli andati. Non avrò motivo di rimpiangerli, perché dal fuoco spento e dalla cenere che librerà nell'aria, dei miei occhi annaspanti non rimarrà nulla, se non il ricordo scarabocchiato su qualche pietra lavata dalla pioggia, e dal furore del tempo.

Ma certamente, assolutamente nulla che possa accostarsi all'essere stato umano.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 23:18
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diary of a madman