Stavo trascorrendo un'assolata mattina d'agosto nel bosco.
Stavo disteso nel muschio increspato e scintillante e lo stavo osservando. Osservavo come proiettava riflessi verdi sulla ghiaia bianco-argentea come se proiettasse attorno a sé cristalli di malachite. E percepivo il suo lento e lieve progredire, che svegliava i fiori stupiti dal lungo e soave torpore.
Allargai le braccia e vedevo solo le alte corolle dei larici, che oscillavano lentamente qua e là, come se dovessero ripulire il cielo azzurro. Ed era così chiaro!
Mi piovvero dei puntini argentati negli occhi, fitti, sempre più fitti, finché divennero un grande chiarore. Allora chiusi le palpebre. La mia anima era piena di luce - e con calma respirai profondamente l'aria profumata del bosco, forte e aromatica.
Allora sentii dei rami scricchiolare. Ma pensai in maniera indistinta e confusa: «Di sicuro un cerbiatto».
E automaticamente mi immaginai l'animale bruno dall'andatura morbida, che curioso e timido, con i grandi occhi neri, guardava stupito verso di me nel fogliame verde.
Ci fu un nuovo scricchiolio.
Ma questi erano passi di un uomo.
Mi ridestai. Mi alzai con quello sgomento che si prova normalmente quando un estraneo ci sorprende nei nostri sogni.
Mi guardai attorno.
Nulla.
Ma no. Là. Dietro i cespugli: una figura. Un uomo. Non vedevo il suo volto. Aveva un vestito verde. Un cacciatore, penso.
Voglio rimettermi disteso. Ma - non trovo pace.
In silenzio, come se avessi paura, mi alzo. E all'improvviso un viso mi fissa, un viso afflitto e stravolto, con due occhi ardenti e irrequieti... Alza una mano. E questa mano - Dio mio - questa mano punta una piccola pistola alla tempia...
L'uomo si è accorto di me. La mano gli ricade lentamente lungo il fianco.
Un sorriso ironico e freddo traccia dei solchi agli angoli della sua bocca.
Stiamo in silenzio uno di fronte all'altro. Il suo sguardo scintilla di rabbia.
Prendo coraggio. Mi avvicino a lui. A fatica mi esce solo una parola dalla gola serrata e secca:
«Perché?».
E allora ride. Un riso che lacera la splendida mattinata azzurra.
Rabbrividisco. Ma lui tace.
Così rimaniamo entrambi immobili. In alto sopra di noi stormiscono le cime degli alberi.
E poi l'uomo comincia a singhiozzare davanti a me e ne è tutto scosso. Cade in ginocchio e congiunge le mani solcate dalle vene:
«Non posso più vivere», balbetta, «non posso...».
Lascio che sfoghi il suo dolore.
Si fa più tranquilo. Ripone la pistola nella tasca. E mi racconta.
A casa ha una donna che ama. È buona e premurosa. Ma ci sono giorni in cui i suoi occhi (che normalmente sono azzurri) diventano verdi, le sue guance pallide, e le sue labbra si inarcano vogliose come se respirasse il dolce aroma di un intimo segreto.
«Poi mi chiama per cognome. “Berger”, dice, e normalmente non mi chiama mai così. Poi si discosta da me e abbassa le ciglia quando la guardo, quindi è sbadata, estranea, assente.
È malata, penso.
Ma passa sempre. e recentemente era di nuovo così. Il suo sguardo mi attraversava rivolto in lontananza, le sue mani tremavano...
Quando se ne andò nella sua camera la seguii.
E attraverso una fessura vidi che là dentro stava in ginocchio e piangeva e baciava fiori appassiti. Li baciava con un fervore con cui non mi ha mai baciato, nemmeno nella luna di miele!
E da allora lo so. Ha amato qualcuno prima di me. E l'ama ancora!». Con tutto il corpo tremante lo gridava nel mezzo del bosco. «E in quei gironi s'inebria dell'ardente passione della sua felicità perduta. E così mi tradisce. Così lei, che dovrebbe appartenere a me, si getta tra le braccia di un'ombra...».
Le sue parole uscivano atone. E fui preso da un'intima compassione. Lo presi sottobraccio: «Venite». E gli parlai per tranquillizzarlo.
Che poteva essere sincero con sua moglie. Dirle che cosa lo faceva star male, che lei gli avrebbe sicuramente risposto con franchezza. E ancora meglio. Che si sarebbe tranquillizzato.
«Vedete, signor Berger», gli dissi, «la simpatia nei suoi confronti e la solitaria tranquillità del bosco mi inducono a raccontarvi un episodio della mia vita. Sono passati molti anni. Amavo una fanciulla. Producevo e smaniavo solo per questa ragazza. E un giorno seppi che lei veniva dietro a qualcun'altro. E rimasi del tutto tranquillo. Me ne andai per il prato deserto. Avevo nella tasca interna un revolver carico. Sentivo che per me non c'era rimasto altro che la morte. E stavo là fuori nella brughiera vasta e deserta e mi guardavo intorno. Nessuno. Misi quindi la mano nella tasca sinistra - e come afferro l'arma traggo fuori con essa un pezzo di carta. Automaticamente lo leggo. Era una piccola, semplice novella di fragrante poesia, che avevo scritto una volta in un momento felice.
Lessi due o tre righe.
le semplici parole interiori fluirono come olio nella tempesta della mia anima. Dopo mezz'ora tornai in città con le idee chiare. Sapevo che c'era una cura per il mio dolore. Una forte medicina: il lavoro.
Questa è tutta la mia storia».
L'uomo accanto a me mi guardava con tanto d'occhi - con sguardo riconoscente. Non disse nulla. Ma afferrò con tutte e due le mani la mia mano destra e la strinse. Già questa stretta poderosa mi fece capire - era stato riguadagnato alla vita.
Continuammo a camminare insieme nel bosco. La splendente giornata d'agosto riversò una pace dorata nei nostri cuori sensibili e commossi. Non parlavamo, ma ci guardavamo di tanto in tanto, come buoni, vecchi amici; ci capivamo.
E più tardi chiaccherammo un pò. Di sfuggita sul passato e il futuro, ricordi e desideri. E le sue parole risuonavano così tranquille, così calme nella quiete del mezzogiorno.
Poi improvvisamente domandò: «...E avete superato completamente il dolore?».
Io rimarcai: «Completamente...».
Mi guardò con aria indagatrice: «Davvero?».
«Come glielo posso provare?», dissi senza pensarci su.
«Come?», riflettè lui.
Poi sorrise: «Siete in grado di pronunciare tranquillamente il nome della ragazza?».
«Come no: Helene Croner».
Allora risuonò uno sparo accanto a me. Col cranio sfracellato Berger rotolò sul muschio. Morto stecchito.
Il giorno dopo sfogliavo il giornale. In ultima pagina, all'angolo estremo, c'era dovuto e pomposo l'annuncio mortuario dei Berger. Era firmato dalla «vedova inconsolabile Helene Berger, nata Croner».
Rainer Maria Rilke - Danze Macabre