Quando da piccolo mio zio mi portava in giro con la sua macchina, io aspettavo quei momenti come se fino ad allora non aspettassi che una rivelazione celeste.
Non c'era proprio nulla di particolare in quei giri, per le campagne e per i bar del mio piccolo paese. C'era però sempre, e di sicuro, il maxigelato al pistacchio o, nella migliore delle ipotesi, pure il Transformers di turno, se mio zio si trovava di luna buona.
Quando lo vedevo tornare dal lavoro il pomeriggio, anche se ero occupato nelle più impegnative delle acrobazie, lasciavo tutti i miei giocattoli a terra e correvo da lui. Perché lui, anche se conduceva una vita normale, aveva sempre qualcosa per me quando tornava a casa: che fosse un racconto, un pizzicotto, un fumetto o solo una caramella.
Quello stesso zio quando sono cresciuto, e sono stato capace di decidere che cosa mi piacesse e cosa no, mi riempiva dei dischi dei Black Sabbath, e mi faceva leggere tutti i suoi Tex o Diabolik, che poi io, riportandomeli indietro, sbranavo famelicamente sotto le coperte la notte, con la luce fioca per non far adirare mia madre. Ma anche se ero cresciuto, c'erano sempre i giorni in cui ce ne andavamo in giro, quando non c'era proprio nulla di particolare da vedere o da dire. Si girava e basta in quella sua scassatissima macchina blu, col pomello del cambio che si smontava solamente tirandolo verso l'alto.
Si andava in giro per le strade e per i bar, dove non c'era proprio nulla.
A parte gli alcolici.
Lentamente nella vita di questo mio anfitrione si fece strada una brutta bestia ringhiante, che fece sì che lui, incurante di tutte quante le suppliche che noi parenti gli facevamo, si chiudesse a guscio in sé, senza desiderare altro che non fosse un bicchiere, piccolo o grande.
C'erano sere in cui rincasava talmente ubriaco da non sapere nemmeno trovare la chiave di casa, e allora s'accontentava di dormire in macchina, e alla mattina, quando mia madre si svegliava per prepararmi alla scuola, lo trovava disteso sui sedili, quasi come se fosse stato cadavere.
A quei tempi, a portarmi in giro, mio zio non ci pensava più, e nemmeno io del resto ci mettevo niente per convincerlo, preso dalle mie cose.
Fino a quando un giorno i medici gli diagnosticarono una grave infezione al fegato e alla bile, una di quelle cose dai nomi impronunciabili che solo loro, dal linguaggio ermetico, potevano capire.
E allora, da quel momento, fui io a dovermi sobbarcare l'onere si portare in giro mio zio.
Prima a Bologna, poi a Milano, poi a Napoli, Roma e infine di nuovo a Bologna dove, dopo un'operazione, e la promessa di non toccare mai più un goccio vita natural durante, ce la sbrigammo dopo due mesi e mezzo di panchine rotte nelle sale d'attesa degli ospedali, di sigarette spente sui davanzali delle trombe delle scale, di coperte consunte per la notte che faceva freddo, di panini comprati negli spacci e dal sapore orribile.
Cose così insomma. Cose che ho voluto bellamente dimenticare.
Fino ad oggi.
Dopo nove anni, dove tutto sembrava essere andato per il meglio, stasera rincasando, trovo la novità del mese che mi informa che i medici, sempre quelli dal linguaggio ermetico che avevo conosciuto tempo addietro, dicono che nel fegato di mio zio c'è qualcosa di strano, che cresce e che gli sta divorando con velocità la carne.
Qualcosa di liquido o semiliquido, non saprei.
L'unica cosa sicura è che stavolta è inutile prendersi l'impegno di sbrigarsela in un paio di mesi e mezzo di viaggi a destra e a manca.
No. Stavolta no. Stavolta in giro non si va. Né per i bar, né per le strade deserte cotte dal sole, né per le montagne lussureggianti e verdi. Stavolta ci tocca aspettare.
Sembra ridicolo, ma in realtà io, noi, aspettiamo che quel 10% di possibilità che mio zio sopravviva alle febbri alte e al giallore della pelle, entrino in casa e ci possano dare magari altri nove anni di tempo.
Di probabilità, però, ce ne sono pure altre 90 su cento che invece ci dicono di metterci l'anima in pace, e di prepararci al peggio, e di non nutrire speranze vane.
Forse, diavolo, se accendessi la macchina e portassi mio zio a fargli vedere quant'è bello il mare di sera, adesso che il clima è così caldo il giorno e così dolce la sera, forse una possibilità in più potrei averla io, ed insitllarla in lui.
Ma nemmeno questo posso adesso. E forse manco mai più. Manco se chiedessi agli Dei chissà quale impegno d'onore.
Sono certo che in questo momento non m'ascoltano proprio. Peccato.