domenica, 30 settembre 2007

Sweet fall, come and take me away from this pain
Towards the dark womb of winter
Beautiful fall, kill the light of summer
And bless us with your shades

Sweet fall, chase the sun away

And lay down the veil of leaves
Beautiful fall, come and take me away from this pain
Towards the dark womb of November

“To them you are the bringer of grief
But you will lead me to hope
Into the arms of winter frost
Will you release me
And silence those fears
I wait for your arrival
And soon it will be too cold for the tears”

The great clouds, I welcome your shields
My old friend, will you lay me back to rest
I’ve been suffering so long without you
Come and take me away from this pain

Swallow the Sun ,“Too Cold For Tears”
Hope

Percorrere con gli occhi i giorni che muiono e vederli passare, certi inerti, certi veloci, certi al rallentatore, è come conficcarsi un coltello in mezzo agli occhi.
Una di quelle lame acuminate e flessibili, che distruggono le fibre e le rendono sensibili e tese, in uno sforzo nuovo che perpetui, oh come lo vorrei! Che perpetui quello che il passato silenzioso ha torturato e poi dimenticato.

Parole adesso flebili, ma appuntite ed insidiose, come se fossero altre lame, altre punte avvelenate, libere di librarsi per l'aria malata e muta. Per troppo tempo muta e testarda.
Ignorante, non ho saputo discernere, non ho potuto o voluto capire, quanto fondo fosse il mio Paradiso cieco.

Uccelli che volano basso mi hanno indicato la via del Nord, ma io ho scelto quella più semplice e a me affine.
Me ne sono pentito, e adesso mi trovo ad essere come un pezzo di ghiaccio troppo freddo per versare lacrime.
Che siano amare, o dolci, tu, dolce cuore mio, non potrai mai saperlo, perché sono scomparse, e con loro pure la culla distrutta dei raggi solari che ti illuminavano il volto.
E niente si può fare. Non c'è mutevolezza, non c'è vigore, non c'è vita. Solo l'inedia delle parole che si son fatte crudeli e feroci.
Solo il fioco rigore di una luce in lontananza, che forse mai mi toccherà vedere.

Sola.
Divina.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 19:56
Permalink | commenti (3)

spleen, diary of a madman

sabato, 29 settembre 2007



La retorica è un esercizio che la Storia, a differenza di quanto si possa credere, non contempla.
La Storia non è fatta né di svolazzi aulici, né di commemorazioni solenni, né di eroismi né di omicidi. La Scienza Storica non è altro che un susseguirsi di fatti concatenati e, a volte, slegati tra loro, ma che hanno tra loro un minimo comune denominatore.
Sicché i fatti, i personaggi, le opere, la politica, la cultura, lo società e tutto quanto il resto, sono puntelli della Scienza Storica. Puntelli a cui essa s'appoggia, anche se sono distanti tra loro, anche se sembra che non abbiano una pertinenza diretta ed immediata con la "fonte" del periodo o degli eventi.

Gli eroismi, le baldanze, le commemorazioni, così come i sentimenti che suscita un evento storico, non fanno parte della didattica storica, ma ne sono solo un corollario, un di più, che la rende forse meno caustica e più interessante da leggere e studiare.

Ma la Memoria invece no.
Tra Storia e Memoria, anche se spesso vengono accostate fino ad essere perfino confuse, c'è la stessa distanza accademica che c'è tra la fisica dei quanti e la teologia mistica: due cose completamente diverse, anche se, magari, possono, in un dato momento, collidere e combaciare alla perfezione.
Non è che sia un male, beneinteso.
Se noi oggi riusciamo a leggere con "abbastanza solida" obiettività di fatti ed eventi del passato, lo dobbiamo anche ai geni scientifici che la Storia serba. Ma non è stato sempre così. Vuoi per la "vicinanza" relativa delle fonti, vuoi pure per il fatto che certi eventi vengono talune volte ritenuti ingiuriosi se non addirittura vergognosi, si tende spesso a "revisionare" la Storia, a deformarla e a deturparla del suo significato, per renderla più morbida, o più truce, a seconda dei casi.
Ma questo, non è altro che un atto di mistificazione, che comunque rimane sempre fine a se stesso, perché, come per la Matematica, le cifre non mentono mai.
Ovvio, se queste vengono computate in tutta onestà e senza stravolgerle.

Ci sono però casi in cui Storia e Memoria diventano un tutt'uno come si è detto, e all'orrore (per la maggior parte delle volte) della Memoria, contribuiscono "solo" i fatti essenziali, senza dover avere il bisogno di ricamarci sopra altro.

Uno dei fatti che riveste certamente queste caratteristiche, è sicuramente tutto quanto investì la corona di monti padani dal 29 di settembre del 1944, fino al 1° di Ottobre di quell'anno.
Esattamente 63 anni fà.
Esattamente lungo le pendici e quasi in cima del Monte Sole, nel paese di Marzabotto, e per le contrade limitrofe.

Quì, le SS tedesche, comandate dal Maggiore Reder, e affiancate da una pattuglia di scherani e ciompi repubblichini, fecero strage di innocenti e di civili, lasciandosi alle spalle nient'altro che  devastazione e rovine, sterminando interamente quei paesi, senza lasciare vivo nessuno, se non qualche superstite che si finse morto in mezzo a tutto quel carnaio.

La gente che abitava quei posti era composta quasi perlopiù da povere famiglie contadine, cui gli eventi bellici avevano tolto già quel poco che avevano: le braccia dei giovani figli maschi che dovevano occuparsi dell'agricoltura e del bestiame, e che invece, erano andati tutti a combattere.
Per il resto, come per la maggior parte dei paesi montani e rurali italiani, quella era gente che badava più ad accordare il pranzo con la cena e si raccomandava l'anima alla Chiesa, unico vero collante in quegli ambienti.
Il Comando tedesco della zona, invece, la pensava diversamente.

Tra quelle cime pacifiche si nascondevano i Partigiani dicevano, quelli della Brigata "Stella Rossa" e che nel '44 erano una dolente spina nel fianco all'esercito tedesco che occupava tutti i territori a nord della Linea Gotica, comandati dal Feldmaresciallo Kesserling.
Questo generale, che non aveva nulla a che spartire con la meccanica efficiente e con il geniale piglio militare di altri suoi blasonati colleghi come Rommel, roso dall'indivia verso gli altri quadri, era un tipo che intendeva dimostrare ad Hitler, di essere "il più Prussiano di tutti gli ufficiali", e lo dimostrava ordinando decimazioni, esecuzioni sommarie procedute da altrettanto sommari processi, rastrellamenti, confische ed altre amenità.

Volendo e credendo di poter estirpare il male partigiano, in un periodo dove i rapporti di forza col nemico inglese ed americano e russo s'erano messi sul brutto costante per lui ed il Reich, decise di annientare le brigate di "malfattori" che facevano scorribanda nelle montagne, e lo fece nella maniera più grossolana e crudele che si potesse immaginare: quando era difficoltoso stanare i resistenti, ordinava che i paesi dei dintorni, sospettati di fare la fronda, venissero messi a sacco e distrutti. E così fu.

L'eccidio di Sant'Anna di Stazzema, avvenuto un mese prima circa, e di Marzabotto sono tra gli episodi più odiosi ed inumani che la Storia moderna abbia narrato, secondi a nessuno e che fanno il paio, anzi la terna, con l'altrettanto odioso eccidio delle fosse Ardeatine a Roma.

Tutte le nazioni coivolte nella Seconda Guerra Mondiale hanno avuto la loro dose di eccidi e di atti che di umano non ne portano nemmeno i connotati: basta pensare alla cittadine di Coventry in Inghilterra, che nel 1940 venne distrutta coi bombardamenti a tappeto dell'aviazione tedesca, sperimentando una tattica che già questi avevano seguito nel 1936 durante la Guerra Civile Spagnola in un altro paese destinato a diventare un emblema: Guernica. Basta pensare pure a quello che dovettero subire gli ebrei nel ghetto di Varsavia.
Di esecuzioni a sangue freddo se ne contano (purtroppo) a centinaia, in tutto il mondo, e la Storia serve proprio a questo: a computarle e a renderne ragione, perché se ne abbia Memoria, e non si dimentichino mai.

E quindi, parliamo di cifre. Tra il 29 settembre ed il 1° Ottobre del '44 sul Monte Sole, nei paesi limitrofi e nelle vallate circostanti, furono uccise circa 3000 persone. Non combattenti, non militari, non resistenti: tremila civili inermi. Donne, vecchi, bambini.
I Tedeschi li ammassarono nelle Chiese e il falcidiarono, uccidendo anche un prete, Don Ubaldo Marchioni, che li invitava alla moderazione dall'altare mentre si stava recitando il rosario. Portarono 28 famiglie in un vecchio cimitero e passarono per le armi, sparando basso per poter colpire i bambini e gettando bombe a mano verso quei poveri cristi che cercavano di fuggire.
Di Marzabotto, non rimase nulla o quasi: tutti i ponti vennero fatti saltare, così come una risiera, i cimiteri, la Chiesa e le scuole. Niente, o quasi rimase, e Reder, non contento d'aver compiuto una strage, volle pure metterci la firma per i tempi a venire, disseminando le campagne di mine che poi, inesplose e lasciate all'abbandono, fecero vittime fino agli anni '60. Un atto spaventoso. Vergognoso.

Finita la Guerra, Reder cercò di fuggire in Baviera, dove venne arrestato ed estradato in Italia. Quì venne processato e condannato all'ergastolo, salvo poi uscire per grazia dopo molti anni, per intercessione del governo austriaco, evidentemente dimentico dell'occupazione tedesca dei propri territori nel '39, e dell'uccisione del Cancelliere allora in carica per ordine di Hitler.
Le responsabilità dei repubblichini italiani che vi parteciparono invece furono appurate ed erano certamente più pesanti. Quindi Lorenzo Mingardi e Giovanni Quadri, diretti responsabili di omicidio, strage ed incendio, vennero processati, e uno di loro (Mingardi), essendo segretario del fascio di Marzabotto proprio in quel periodo, venne condannato a morte, pena che poi gli fu commutata in ergastolo, che però non scontò del tutto per un'aministia successiva.

Ecco tutto.
Basta.
I numeri hanno detto tutto, e non hanno detto niente.
Per questo serve la Memoria: perché simili cose non si ripetano mai più, e perché il Fascismo, come il Nazismo, debbano essere combattuti ed odiati. Senza eccezioni.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:42
Permalink | commenti (2)

inferno

martedì, 25 settembre 2007



Lo so che sei un buongustaio e che i dolci ti piacciono, ma da vero "true brutal deathster" cosa c'è di meglio di una torta splatter? Visto che non posso fartene una io, ti dovrai accontentare di questa immagine. A vedersi sembra ottima.  ;-)



T.A.T.
Prostrato da Bloodysucker alle ore 21:59
Permalink | commenti (3)



lunedì, 24 settembre 2007

Quando Dante, Vate della letteratura italiana, decise di inoltrarsi in quella "selva oscura" che tutti quanti noi abbiamo almeno una volta in vita nostra immaginato, lo fece col preciso (ma non dichiarato, forse) intento di ascendere alla fine del suo viaggio, in Paradiso.
Da quel tenace e brillante scopritore che era, però, per prima cosa discese le bolge infernali, e tanta fu la sua minuzia nel descriverne i supplizzi e le pene che i dannati erano condannati a scontare, che tutta quanta la sua Divina Commedia è rimasta permeata da un certo qual gusto gotico, se lo si potesse dire senza bestemmiare i lumi del genio, che ha reso molto più interessante la parte per così dire, volutamente atroce del Poema, e non quella idilliaca ed ovattata che percorre i suoi passi nel Paradiso.

Ma se Dante non fosse riuscito ad arrivare al cospetto degli angeli e dei santi?
Che cosa sarebbe successo?

Questa blasfema curiosità non ci è dato di soddisfarla, ma, se volessimo, per circa un'ora e poco più, doverne immaginare i contorni, allora dovremmo per forza di cose dover inforcare le cuffie dello stereo, spegnere la luce, ed ascoltare una band che nella sofferenza atroce e nell'insopportabilità dei delitti infernali ci sguazza come un pesce: gli Skepticism.

Questo "Farmakon" che mi trovo a descrive non è altro che questo: un ribaltamento degli equilibri divini e della natura dell'uomo e delle cose.
Quì il nero non diventerà mai bianco, ma nemmeno grigio. Rimarrà pece oleosa, stanca e appiccicosa, non lasciando nemmeno lo scampo della disperazione.

Ultimo appiglio alla vita, ultima ancora per una salvezza che non verrà.


Se certe band "Funeral Doom" infatti, lasciano presagire una qualche remota, seppur lontanissima via d'uscita dal tunnel degli orrori che circonda chi le ama, gli Skepticism sono di avviso diverso, e non mancano occasione di ricordarcelo.
La loro, non è la discesa negli abissi, è solamente la constatazione di quanto questi siano vacanti ed ingordi di anime.
Niente di più.

Le loro chitarre dilatate, la loro batteria che solo nei momenti più veloci può classificarsi come "Doom", tanta è la sua lentezza ed esasperazione, esprimono pur tuttavia una diversa attitudine, o un diverso "feeling" all'approccio apocalittico di un genere che già di suo ne porta un carico a volte davvero devastante.
La giusta chiave di volta della loro produzione, infatti, non è la graniticità delle composizioni, o il loro opprimente arcobaleno di sensazioni negative.
Niente affatto.
Sui loro scudi invece c'è impressa una patina oscura che non deriva dall'ortodossia delle geometrie sonore, e quindi "dal di fuori", ma bensì da tutto quanto viene espresso "tra le righe".
In quel sottile connubio di sensazioni e cose astratte, insomma, cui la musica non è altro che un orpello, un punto di partenza verso lidi che solo la mente può elaborare.

Intendiamoci.
In quanto a processi materiali, questo disco è l'ennesima potenza del Funeral Doom, con i suoi spaventosi "grunts" da caverna, con le sue tastiere eteree e gli effetti da apocalisse del XXI° secolo.
Ma c'è pure dell'altro.
Messo dove sta proprio perché deve, in una qualche maniera che è difficile scindere razionalmente, creare una suspence, una sensazione di straniante dolore che, da un lato eccita i nervi e li tende, profondendo a piene mani nodi allo stomaco d'ansia e colpi alle tempie, dall'altra li addormenta come se si trovassero sotto l'effetto di qualche oppiaceo, per trasportare l'ascoltatore, di volta in volta, in posti sempre più amorfi, sempre più lontani, sempre più decisamente oscuri. E senza che si possa avere la qualsivoglia scelta di decidere se abbandonarli o no.

La spinta decisiva verso questo marasma infernale di negatività, viene data in maniera principale dall'organo che compare spesso e sovente nelle canzoni ("The Raven and the Backward Funeral", "Farmakon Process"), ma pure da una batteria dal suono spompato e volutamente approssimativo (almeno a mio parere), che non di rado disdegna d'approdare ad una accennata tribalità, specificatamente parlando, nella canzone senza titolo posta al numero quattro della scaletta.

Forse è proprio questo brano senza titolo a dare corpo maggiormente all'esercito di demoni che gli Skepticism evocano nel loro album.
Un esperimento, dove ai grunts vengono preferiti i serpeggianti vocalizzi angosciati del male.
Dove tutto è un miscuglio di suoni lentissimi e catacombali che non hanno mai fine, e dove, nel calderone annerito della musica funerea (è proprio il caso di dirlo), trova spazio un'intransigenza sonora al cui confronto altre band dello stesso genere vi sembreranno suonare canzoni da sagra festaiola.
E non è uno scherzo.

Io però, a queste elucubrazioni avanguardistiche, preferisco guardare con occhio interessato ma abbastanza sospettoso, perché credo che, invece, i migliori episodi siano espressi nelle tracce in cui la canonicità del Doom diviene più esplicita.
Specie se si tratta della già citata "Farmakon Process", il cui riff centrale esprime in maniera egregia quello che gli Skepticism sono, riuscendo a far accapponare la pelle.
Ma pure le ultime due canzoni "Nowhere" e "Nothing", nella loro nefasta durata, non possono essere altro che straordinari esempi di "minimalismo atmosferico", e che da sole spiazzano l'80% delle composizioni di altri gruppi.

Logico.
Quì si parla solo di "mezze figure" antropomorfe ed oniriche appena abbozzate, forse debitrici di un tocco Lovecraftiano più volte ribadito, cui l'immaginazione di ognuno deve dare un volto completo.

Ma rimane il fatto che pochi riescono nell'arduo compito di dipingere un sì tale tragico stato d'animo come, invece, ci riescono gli Skepticism.
Logico pure che questo album sia un mattone pesantissimo che nel suo incedere plumbeo non è adatto che ad una piccolissima minoranza di ascoltatori.
Ma per questi, ascoltare un disco del genere è meglio di qualsiasi Paradiso, perché lo si capisce bene: l'Inferno è molto più palpabile e concreto di ogni idealizzazione e desiderio felice. ⇒Debaser.it
Prostrato da OzzyRotten alle ore 19:56
Permalink | commenti (1)

heavy rock, debaser

venerdì, 21 settembre 2007



(Amorphis - Silent Waters - Streaming Video)

Volesse mai qualcuno insunuare che la classe, per caso, a volte è acqua, e peggio ancora, pure torbida?
Gli Amorphis sono quì per dimostrarvi che quel qualcuno ha torto marcio.
Cliccate sulla foto.
Lasciatevi incantare.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:21
Permalink | commenti (3)

heavy rock

domenica, 16 settembre 2007



Il volto cereo di una notte indesiderata mi si è steso sulla pelle.

Una notte troppo scura perché io possa riconoscerne i limiti, navigando assorto in un fiume di lacrime, in tempeste di cenere e di disperazione mai dome.

Il dolore dele parole mi si conficca nei lobi, non ha luogo per spargere il suo seme grigio, involucro della tragedia.
Ed io cammino, tenendomi nel pugno i sogni, i desideri, le mezze frasi. Quelle che non potrò più pronunciare, che non potrò più ricordarmi, perché coperte dalle macerie della catastrofe.
Ancora una volta sono solo. Ripiegato e accartocciato mio malgrado. Corroso nel piacere di tutte quante le cose.  Piccole e grandi.

Impaurito, e triste. Un angelo pazzo e sbilenco che farfuglia oscenità e destini.
Piangente per il mio desolato abissarmi nei silenzi, e lungo i cardini arcani della Morte.


“Even though he stole my pride - I stand above his lies
Even though I oceans cried - and sailed them far and wide
...my star shall ever shine” ⇒Draconian
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:13
Permalink | commenti (2)

diary of a madman

giovedì, 13 settembre 2007

Di questi tempi, a chi si interessa di un genere come il Viking, sicuramente farà male la testa.
Non è facile, infatti, porre la bussola su un connotato preciso già in generale quando si parla di questo filone musicale dell'Heavy, non lo è ancora di più se si pensa che ogni band, ad ogni disco che pubblica, muta qualcosa nel proprio suono, rendendolo di volta in volta più affilato e tagliente, o melodico e canzonatorio.

Così, tra gli strali di un sotto-genere che non si sa bene se sia figlio bastardo di un certo qual Power pompato alla Manowar, o del Black più avanguardista, o del Folk più o meno apocalittico, trovano posto e gloria (è proprio il caso di dirlo), gruppi come, per esempio, i Turisas e i Borknagar, i grandissimi Enslaved e gli Ensiferum.

Band diversissime nei connotati propri, ma che si dividono, di volta in volta, il posto di prima donna ad ogni pubblicazione di un qualche loro lavoro.
Il tutto in un calderone che ad accordare il diavolo e l'acqua santa non ci mette poi tanta finezza e discernimento: semplicemente, ognuno suona alla propria maniera, sbattendosene altamente degli altri ed assomigliando solo a se stesso, magari infarcendo, man mano che il tempo passa, sempre più le canzoni con venature melodiche e canzonatorie baldorie fatte di birra ed idromele.

Ma non per tutti è così.
Non necessariamente. Come è successo ai Thyrfing.
Gruppo svedese dedito, nel loro debutto discografico "Thyrfing" e poi, soprattutto, nel successivo "Valdr Galga", a sonorità epiche e maestose in stile melodico, con al centro le tastiere che facevano da contralto ad una sezione ritmica potente e ben amalgamata, e che col passare degli anni hanno "rotto" il loro percorso artistico che sembrava ormai indelebilmente tracciato, per dedicarsi ad un incupimento del suono e del songwriting che, ne ha fatto una creatura nuova, fresca di idee ma pure certamente, tanto per cambiare, di difficile classificazione.

Se con i loro primi dischi, infatti, i Thyrfing intendevano far scaturire dalle note il loro lato più disteso e facilmente canonizzato negli ambiti Viking, con la pubblicazione di "Vansinnesvisor" prima, e del disco che stiamo adesso recensendo poi, questi hanno dato una sterzata decisa alle loro peculiarità verso lidi tinti di fosco, a tratti apocalittici.
Sempre epici s'intende, ma con quella grossa dose in più di cattiveria che ha fatto da catalizzatore alla loro volontà di cambiare radicalizzando i loro concetti di musica pesante, e lo ha fatto nella più classica delle maniere: iniziando a pestare duro in quanto a cadenza sonora, e rendendo psicotiche sino all'inverosimile le parti vocali, che quì sono affidate a Thomas Väänänen, un tipetto che a quanto pare, a torturare le proprie corde vocali con scream sporchissimi quasi al limite del growl e della paranoia, si diverte un mondo, e questo molto ha dato in termini di teatralità e solennità oscura.

Lo si sente sin dall'approccio del primo brano "Far At Helvete", che, iniziando con uno sconclusionato giro di chitarra, approda subito, appena la ritmica prende piede, in un marasma di possanza che, quasi quasi, se non si corresse il rischio di bestemmiare, ad un ascolto distratto potrebbe pure trarre in inganno, chiedendosi se poi alla fine non si tratti dei Pantera vestiti in abiti un pò meno beceri di quanto la band di Phil Anselmo, ai tempi di "Far Beyond Driven" era.
Ma è solo questione di un attimo. Subito dopo si sussegue uno stacchetto epico, con a corollario delle chitarre, un'aleggiante tastiera inafferrabile, e subito dopo una pesantissima partitura thrasheggiante che sfora spesso e volentieri o nella cadenza morbosa o nell'ortodossia Black Metal.
E tutto questo nell'arco di "soli" cinque minuti.
Tanti quanti dura questa canzone. E le altre, riguardo a decine di sfaccettature diverse e "tuffi" in un oceano imbastito di miscele Heavy potenti, ne sono pure lampanti esempi.

Si passa dall'ansioso e amareggiato andirivieni cadenzato di "Farsotstide", in cui forse l'influenza di certi Finntroll la fa da padrone, passando per il Folk arrabbiato e quasi tragico di "Höst", per lo spietato livore di "Själavrak" (forse il miglior brano del disco per la sezione ritmica estremamente potente, e per le parti ondivaghe, sempre di riflesso condizionate da un certo qual gusto melodico che appare quasi trasparente ed invisibile eppur presente), fino ad arrivare, sconcertati al groove apocalittico e terrificante di "Elddagjämning" e al "quasi" paludoso Death Metal di "Baldersbålet", comunque inframezzato, quà e là, di fraseggi orecchiabili e di sfuggevoli assoli di chitarra quasi in sordina, ma non per questo meno affascinanti e potenti.

In definitiva questo è un album, che, come ho scritto all'inizio, non ha fatto che seminare, forse, confusione, nelle già confuse teste degli estimatori del genere Viking.
Ma niente paura. Al di là dei fraseggi oscuri e spesso orrorifici che i solchi del disco profondono a piene mani, indubbiamente credo di poter dire che questo sia un lavoro maturo e ben strutturato.
Poderoso nei propri sulfurei gironi che rappresentano una terra di confine per tanti generi messi insieme, ma che non rappresentano per nulla un limite, ma semmai un surplus al peso elevato delle canzoni.
Certo, chi si ricorda i Thyrfing come la band dedita al muscoloso "Power" dei primi tre dischi, ne rimarrà di sasso, ma per gli altri (tra cui il sottoscritto), trovarseli in questa nuova veste più truce e sottotono rispetto alle atmosfere di un tempo, sicuramente farà sicuramente piacere.
Anche perché la band, coadiuvata da una produzione rocciosa e ben distribuita, ha saputo dimostrare di poter compiere anche un discorso diverso da quello che molti si aspettavano da essa, considerandolo pure, magari, come un'involuzione o un inevitabile passo indietro.

A me piace pensare con maggior piacere alle tinte più forti di questo disco, che non a quelle più patinate degli esordi, e forse sarò il solo ed unico a dirla in questi termini. Ma rimane il fatto che l'originalità, è stato quì dimostrato, non passa solo per la "distensione" dei suoni, ma anche per il loro inaspettato "incattivimento". ⇒Debaser.it
Prostrato da OzzyRotten alle ore 13:58
Permalink | commenti (2)

heavy rock, debaser

martedì, 11 settembre 2007

Quando si parla di Funeral Doom, le reazioni di chi conosce almeno sommariamente i generi e sotto-generi Metal, in genere sono opposte ed inconciliabili: o si scappa il più lontano possibile dalle band che lo suonano, inorriditi per il senso dilaniante di esasperazione e di dolore che queste propongono, o ci si attacca morbosamente ad ogni nota, prendendola e distillandola in ogni sua più piccola parte.

E i tempi lentissimi e catacombali di questo stuolo sotterraneo che band come Shape of Despair, Skeptcism, Esoteric et similia, sanno sapientemente dosare, ben si prestano a questi esercizi di afflizione interiore e di "esplorazione" incoscia, se si potesse dirne senza imbarazzo.
In genere, chi suona e si dedica a questo genere "sferza" l'ascoltatore con melodie al limite del parossismo sonoro, contaminandole con effetti pesanti e poco ortodossi che non fanno che aggravare l'atmosfera già di per sé, per un genere come il Doom, abbastanza rarefatta e dolorosa.

C'è chi, invece, oltre a tutto quanto il corollario di supplizzi sonori fin adesso detti, ci aggiunge una dose forbitissima di sperimentazione avanguardistica e ne ottiene risultati che solo poche ed allenate orecchie riescono ad apprezzare. Per gli altri, per tutti quanti gli altri, il tutto si riduce ad una cacofonia ininterrotta ed insostenibile, cui non vale nemmeno l'onore di essere buttata nella spazzatura.

E proprio da questa base si deve partire per saper ben comprendere l'opera dei Tyranny: il fatto che essi comprendano, nelle loro vestigia plumbee, una sperimentazione che però poco ha a che spartire con la melodicità straziante.

Duetto finlandese, di cui si sa poco o nulla, questi figuri sembrano essere stati mandati sulla terra da qualche entità del pantheon Lovecraftiano, tanto è il livore, la truculenza, la disperazione, la morbosa ed accecante oscurità che portano.

Il loro album, questo di cui stiamo parlando e che risale al 2005, è un'opea composta, come si usa in questo genere, da poche canzoni (appena 5) della durata media di 15 minuti l'una, e che rappresentano, una più dell'altra, un passo in più nell'Orrore Cosmico sconosciuto.
Quì di melodicità, seppur triste, seppur disperata, non c'è nemmeno l'ombra.
O perlomeno, per correggermi, non se ne vede neppur il più piccolo spiraglio: solo chitarre ultra-dilatate, batteria i cui battiti saranno un centinaio e poco più in tutto il disco, voce che va al di là di ogni "grunt" (come si chiama il cantanto nel Funeral Doom), ma che non è altro che un ruggito ininterrotto e disturbante, proveniente direttamente da qualcuno degli insondabili abissi dello scrittore di Providence, loro unica, pare, principale influenza a livello di songwriting.

Tenebre oltre le tenebre, e nulla che possa qualificare l'incredibile riflesso lancinante che i Tyranny sembrano evocare nota dopo nota.
Macigni sonori a cui occorrono settimane per abituarsi, strappati di misantropia a cui è difficile dare un aggettivo, figurarsi un nome. E nessuna canzone rievoca una seppur remota speranza.
Niente di niente.
Tenebre, abissi insondabili e basta.

Forse solamente con l'intermezzo "Upon The War-torn Shape Of Cold Earth"si ha la senzazione di qualche attimo che rilascia una debole e flebile concessione ad una luce malata da "alba del giorno della catastrofe".
Per il resto, solo cupe ed inumane peregrinazioni in paludi sonore che, ed è questo il bello di questa band, si fanno apprezzare per l'estrema non commercialità del suono.
Difatti, i Tyranny, alla commercializzazione di un genere che già di per sé non lo è, ed in quei pochi sprazzi dove si dimostra tale, e dove potrebbe darne l'idea, non concedono nemmeno gli stacchi tra un brano ed un altro.

Camminate in una palude di pece come per "Coalescent Of The Inhumane Awareness" o come "Entreaties To The Primaeval Chaos", sono echi lontani (ma non troppo), di un autunno oscuro che non passerà mai, e che non lascia alternative alla fantasia che non siano di morte, di atrocità e di flagello divino.
Specie l'ultimo brano, che più che una canzone è un esperimento sonoro dove non c'è traccia di strumenti, ma tutto si amalgama nei campionamenti e nel ribollire di un lago sotterraneo malato, si avverte la percezione del vuoto e dell'inevitabilità degli eventi, e forse è proprio a questo che i Tyranny mirano con il loro suono-tortura: quello di delineare, a chiari tratti e senza nessuna discriminante, la miseria dell'uomo visto come un puntino insignificante nell'universo ed asservito a forze e cosmogonie sconosciute e raccapriccianti, indifferenti al mutare delle cose.

Buon ascolto. Se ne avrete il coraggio, s'intende. ⇒Debaser.it
Prostrato da OzzyRotten alle ore 14:09
Permalink | commenti (3)

heavy rock, debaser

domenica, 09 settembre 2007

Tornato già da qualche tempo da quella che la mia ragazza amava definire come Karantanija, usando un eufemismo arcaico ed affascinante per indicare la sua Patria, la Slovenia, ho avuto qualche problema al mio computer, oltreché naturalmente, la cronica mancanza di tempo, che mi hanno impedito di poter scrivere e descrivere compiutamente, gli innumerevoli luoghi, posti, musei, castelli, forre, percorsi e decorsi, trincee e reticolati, che abbiamo visitato, visto e attraversato in quasi tre settimane di ferie, che più che al relax propriamente detto, posso dire di aver dedicato all'esplorazione di posti nuovi e non, cosa che mi ha rinfrancato più di ogni altra cosa, e di questo non posso che ringraziare proprio Lei, l'infaticabile compagna delle mie peregrinazioni, e tutti coloro che mi hanno accolto, straniero in mezzo agli stranieri, in una terra che molto ha da dire, e che certamente merita da me quantomeno una descrizione particolareggiata, a mò di ringraziamento per tutti quanti i momenti belli che mi ha regalato, lasciandomi solo nel cuore, quando sono rientrato a casa, un grande vuoto ed un'immensa nostalgia.

Quindi mettetevi comodi, se potete. Prendete un caffè, abbassate le luci, accendetevi una sigaretta. Quì si può fumare certamente.
Rilassatevi, e preparatevi al riassunto incompleto del viaggio nella "mia" Slovenia.

Questa nazione relativamente piccola (come superficie, più o meno, corrisponde a 4/5 della Sicilia), ha diverse caratteristiche per poterla qualificare come affascinante ai miei occhi.
Come a quelli di tutti: posta come se fosse una porta d'ingresso alle altre più grandi sorelle europee di cui noi italiani parliamo come se fossero dei posti lontanissimi, mentre invece non è così, in Slovenia sembra che tutte le distanze si annullino, potendola attraversare tutta, da un capo orientale all'altro occidentale, in meno di sei ore.

Un paese di confine. Da cui ci si può trovare, in un batter d'occhio, a Vienna, che da Lubiana la sua capitale, dista poche centinaia di chilometri, o a Zagabria, o a Budapest, o a Trieste e Gorizia. Un epicentro slavo, un'isola particolare, in mezzo a lingue e culture diverse e differenti: quella Austriaca e Tedesca, quella Magiara, quella Balcanica e quella Mediterranea.

Tutto, nella vita e cultura slovena risente delle influenze straniere.
Dalla sistemazione architettonica delle città alla maniera propria di vivere e di "sentire" le cose di questa popolazione che conta nemmeno due milioni di anime. Poche, ma con un intensa voglia di vivere e di adattarsi al nuovo sistema economico capitalistico che vi sta prendendo piede. E tutto questo dopo più di cinquant'anni di predominio politico Socialista Titino che ne ha lasciato segni profondi in innumerevoli risvolti sociali e culturali.

Gli Sloveni sono un popolo che, a mio parere, è riuscito a prendere il meglio dalle culture Mitteleuropee che ne hanno posto l'influenza. A cominciare dalla straordinaria cortesia. Praticamente ovunque, anche nei posti più sperduti, trovandovi a passare per la strada, troverete sempre il passante che vi saluterà con un cortese "Doberdan", ossia "Buongiorno", per mettersi poi a parlare con voi con una loquacità sempre presente e marcata ma mai invadente.
L'altro aspetto sorprendente degli Slavi, è certamente la straordinaria cultura e la voglia di apprendere. E questo vale sia che vi troviate a parlare con lo studente universitario, sia che vi troviate a dover interloquire con la cassiera al supermercato.

Quasi tutti quì, specie se giovani, parlano almeno una lingua straniera oltre allo Sloveno stesso (idioma complicatissimo, di radice cirillica, ma che si scrive nei caratteri latini, pur avendo tante affinità con la lingua Serba e Croata). Questa, naturalmente, varia a seconda di dove vi troviate: ai confini con l'Italia, a Nova Gorica, nel Collio Goriziano, a Izola o a Piran, tutti parlano anche l'italiano, che si va a sommare molto frequentemente pure all'inglese, che anche i sassi in questo paese conoscono. Se invece vi trovate nella parte centrale e settentrionale, molti parlano il tedesco, così come nella parte orientale, l'ungherese.
Grande meraviglia, per esempio, è stata per me lo scoprire che a Lubiana, al distributore di benzina, dove non esiste lo schiavetto che mette carburante ma bisogna fare da soli e poi andare a pagare alla cassa, dovendo comprarmi le sigarette, le ho chieste in inglese al commesso di sessant'anni dietro al banco, e lui, con la massima cortesia di cui era capace, mi ha risposto: "Anything Else?".
Una cosa impensabile per un italiano, perlopiù meridionale, dove ai negozi, se va bene, il commesso di turno, a parlare in inglese, ti guarderebbe con la stessa aria di sufficienza con cui i coloni dell'Ottocento solevano guardare gli indigeni delle cterre da loro conquistate.

In Slovenia questo non è così.
Se, trovandovi in centro a Lubiana doveste aver bisogno di sottendere a qualche vostra "abluzione corporale", e vi dovesse capitare di cercarvi un bagno pubblico, scendendo le scale del ponte dei draghi, troverete l'addetta alla cassa che vi farà pagare per il servizio (niente paura: 17 centesimi di Euro per fare la pipì. Niente di ché.), e naturalmente questa parlerà quantomeno tre lingue. Io ne ho beccata una che mi chiese se parlavo tedesco, spagnolo o francese. E poteva avere, a occhio e croce, una cinquantina d'anni.
Forse queste sono cose che meravigliano solo me, ma sono un segno preciso di un paese che, non avendo altre risorse oltre a quelle che gli vengono regalate dai fantastici paesaggi alpini e prealpini, ha deciso di sfruttare il turismo al massimo, offrendo a chi si trova in visita quì, tutti i confort possibili ed immaginabili.
Per tutte le tasche, senza distinzione.

A questo ci pensano i tantissimi CIT (Centri di Informazione Turistica) sparsi per il Paese.
Ce ne sono ovunque. In genere sono aperti dalle nove di mattina sino a sera, senza pause, e dentro ci lavorano studenti universitari o gente addetta a questo compito, che oltre a vendere a prezzi modici cartoline, pezzi d'artigianato, guide in tantissime lingue, procurano anche servizi vari, che aiutano il turista ad orientarsi, secondo i percorsi che egli vuole intraprendere.
Volete andare in montagna? Niente paura, c'è la guida dei sentieri, tutti attrezzati e con vari livelli di difficoltà da poter percorrere. Ci sono i depliant degli agriturismi e delle "Glostline" (Osterie) lungo il percorso, e se vi decideste a pernottare in uno di questi, l'impiegato di turno ci telefonerà pure, chiedendo di prezzi, servizi offerti e disponibilità.

Come successe a noi trovandoci a Ptuj, paese che rappresenta la porta della "Pannonia" come la chiamavano i Romani, ossia della pianura estesa che parte dalla Slovenia e investe quasi tutta l'Ungheria, dove, cercando un agriturismo carino ma non tanto fuori il paese, ci fu consigliato un posto per pernottare pulito e gestito da gente cortesissima, pagando, per il servizio, appena 20 euro a testa al giorno, colazione compresa la mattina. E non è poco. Soprattutto se si pensa alle abitudini alimentari degli Sloveni.


Queste sono molto diverse da quelle di noi italiani.
Quì non si usano fare tre pasti al giorno ad orari prestabiliti. Semplicemente tutti mangiano quando hanno fame, e non sono abituati ai nostri pasti "frugali" ed ordinari, che comprendono pasta, secondo, contorno e caffè.
No. Gli Sloveni mangiano in genere un piatto unico, che proprio per essere unico è gigantesco. Nel vero senso della parola. Sia in città e sia, soprattutto, in montagna o in campagna.
Mai ordinare più di una portata se doveste trovarvi in un agriturismo o anche in una semplice osteria, che per gli standard del paese in genere è anche una trattoria, un posto per bere e per chiaccherare, ed anche una locanda con camere da affitto, oltreché, magari pure una fattoria.
Quì potrete gustare le specialità della cucina locale, che in genere sono zuppe fatte in tante maniere (di semolino, di brodo di carne o di funghi o di entrambi, di pane raffermo, ecc. ecc.), o piatti di carne serviti con patate lesse, verdure alla griglia e innumerevoli tipi di salse e salsine con cui accompagnare le pietanze.
Un piatto che da solo basterebbe a sfamare un reggimento di alpini. Ma che i ristoratori sloveni computano per una persona sola. Sicché, se doveste ordinare un arrosto misto di carne, vi porteranno un vassoio con ogni ben di dio, di cui tranquillamente potrebbero cibarsi quattro persone. Il tutto accompagnato da un buon vino, che sia esso Terrano o d'importazione, ma che comunque è quasi sempre corposo e composto, con un gusto asciutto e leggermente amarognolo, che ben si sposa con le pesanti portate.
Non ordinate nient'altro. Altrimente correrete il rischio di scoppiare.

A noi è capitato che al Lago di Bohinj, per noncuranza o forse per sventura, abbiamo ordinato un antipasto per due, e già dopo averlo consumato, eravamo sazi, ma avevamo ordinato anche la classica grigliata mista, che è rimasta nel piatto, essendo talmente abbondante e "tanta" da averci rimpinzato fino al giorno dopo. I prezzi poi, sono leggermente cresciuti dall'ultima volta che sono stato in Slovenia, quando la moneta ufficiale erano i "Talleri" che erano in rapporto con gli euro di 1 a 238 e rotti.
Allora con il corrispondente di 15 euro si poteva mangiare di tutto e di più. Adesso i prezzi, all'incirca, si aggirano, per un pasto luculliano, che comprende antipasto, secondo di carne o simile, contorni, pane, caffè, grappa e dolce mastodontico, attorno ai 20 euro a testa.
Non poco, se si pensa al "prima", ma certamente accessibile a tutte le tasche.

E a proposito di caffè. Quì arriva la nota dolente.
Il caffè, come di solito lo si beve in Slovenia, fa veramente schifo per gli standard italiani.
In genere nei locali lo preparano nella classica macchina per il caffè, ma risulta essere sempre "lungo"; troppo lungo per i gusti di noi italiani, e poi lo servono nelle tazze che noi usiamo per il cappuccino. Roba che sembra di bere sabbia del deserto se non la si lascia almeno cinque minuti a decantare. Anche in città, dove vi sono i bar più rinomati, anche se ordinaste un caffè "espresso", non sarebbe come lo beviamo noi: al contrario è sempre una brodaglia di colore nero che non è improbabile vi faccia venire il mal di pancia.
Per questo, quando siamo andati a Caporetto (che in realtà si chiama in lingua slava, "Kobarid"), abbiamo sconfinato in Italia, trovandoci nella provincia di Udine, e abbiamo preso un bel caffè con tutti i crismi propriamente detti.
Il classico comportamento dell'italiano in ferie, in definitiva. Come per la pasta. Dopo 15 giorni senza una pastasciutta, si viene assaliti dal desiderio di carboidrati, e quì, se la si ordina al ristorante, si fa un altro sbaglio. Perché pure per la pasta, così come per gli altri piatti, gli Sloveni partono dal presupposto che dobbiate mangiare quella e solo quella. Piatto gigantesco, quindi, tranne che non andiate nel ristorante italiano, che comunque è gestito da gente del luogo, e dove quindi la pasta è fatta in maniera tale che vi farà rimpiangere i maccheroni della mamma.

Ma a parte queste piccole sciocchezze veniali, in Slovenia, chi è di buona forchetta trova un paradiso in terra. La cucina è variagata e corposa, forse un pò unta, ma sempre buona. I dolci specialmente, di chiara derivazione austriaca, che partono dagli strudel, fino ad arrivare agli štruklji (sorta di gnocchi ripieni di ricotta, o di altro, a seconda di dove vi troviate. Se ne conoscono diverse varianti), alla prekmurska gibanica, fino alla potica, un dolce di pasta arrotolato che contiene uvetta, semi di papavero, cioccolato ed altre delizie. Davvero da provare.

I bar e i pub poi, sembra che siano i posti di maggior ritrovo per la gente di questo paese. Il pomeriggio, passeggiando per le città, si vedono i tavolini all'aperto affollati di avventori che bevono cappuccini e caffè, seduti a sorseggiarli e a fumare con la massima calma possibile, magari leggendo qualche rivista o chiaccherando nel loro incomprensibile linguaggio, di cui si capiscono solo le imprecazioni e le bestemmie. E queste, specie in campagna, sono un diluvio di blasfemia, conio dialetto alto Friuli misto al tedesco e all'Ugro-Finnico. Uno spasso insomma.

Detto questo, e messa a tacere la pancia che ormai s'è rimepita fino a scoppiare, conviene avviarsi con la macchina per gli innumerevoli posti turistici che la Slovenia offre. O in Pullman, o in treno.
Tutti i mezzi di trasporto sono efficienti in questo paese, arrivando e partendo puntuali. I taxi sono molto diffusi ma li si trova solo nei posti a loro adibiti e non girano per la città a vuoto. All'occorrenza li si può sempre chiamare via telefono, ed i prezzi sono modici. Per una corsa in città, dal centro alla periferia, non si pagano all'incirca, più di tre o cinque euro, ed ogni tassista vi rilascerà la ricevuta.

Noi abbiamo optato per la macchina, anche perché quì il costo della benzina è molto più basso che in Italia, ed è unificato. I distributori che si trovano sulle autostrade, come nei paesi, come sulle strade secondarie, sono tutti della "Petrol" o della "OMV" ed il costo del carburante è identico sia che vi troviate ad una parte che dall'altra.
La benzina è di due tipi: la Eurosuper 95 e la 98. Il costo è identico. Ma la 98 ha una maggiore percentuale di ottani, e viene distribuita a circa 1 Euro al litro, centesimo più, centesimo in meno. In confronto ai nostri prezzi...
L'altra cosa che costa meno, ma molto molto in meno che in Italia, sono le sigarette: un pacchetto di marlboro quì lo si paga 2,50 euro, e non 4,10 € come da consuetudine, mentre le sigarette più diffuse, e che non credo che in Italia si trovino, le Boss, costano 2,20 euro, ma fanno schifo.


Le strade, se si tratta di tratti a percorrenza veloce, come le autostrade, sono ben tenute, ma hanno un meccanismo di funzionamento che è differente dal nostro. Ci sono i caselli, ma non si preleva il biglietto di entrata e poi si paga. Ogni tanto se ne trova uno, e si paga il pedaggio, che in genere si aggira su 1,55 €.

Per le strade di campagna il discorso è diverso. Ci si può trovare in un batter d'occhio da uno strato d'asfalto eccellente ad un tratto anche di diversi chilometri brecciato, quindi conviene sempre fare attenzione. Specie nelle strade di montagna, che spesso sono strette e tortuose, e d'inverno solitamente coperte da neve e ghiaccio, e dove è obbligatorio, nelle stagioni fredde, avere in macchina le catene, così come un kit di sostituzione di lampadine per fari, una valigetta di primo soccorso ed un gancio di traino.
In genere le indicazioni stradali, ovunque si vada, sono scritte in diverse lingue, tra cui l'Italiano, quindi è abbastanza semplice orientarsi, ma portarsi una cartina appresso non è una brutta idea, poiché, specie se si decide di abbandonare le arterie principali e si percorrono le strade statali, ci si trova in un paese con la strada che lo attraversa, poi il nulla per chilometri e chilometri, solo campi di granturco e distese immense di prati, se si esclude qualche isolato bivio, dove è molto facile sbagliare.

Ed anche di questo noi abbiamo avuto esperienza, quando, volendo andare a Grad, sede del più grande castello della Slovenia, abbiamo deciso di tagliare per l'Austria, sbagliando e trovandoci a duecento chilometri da Vienna, quando dovevamo percorrere un tratto di sì e no 10 chilometri.

I castelli. A proposito.
Per la Slovenia sono una ricchezza immensa.
Ogni paese ne ha almeno uno. Ma non è raro che se ne trovino anche due o tre nel raggio di pochi chilometri, e questi solitari sovrastano l'abitato sottostante.
A visitarli si viene trasportati in un altro tempo.
Un viaggio a ritroso nella culla dei tempi, dove in ogni angolo o sala che si attraversa c'è qualcosa di peculiare e d'importante.


Non so bene quanti siano di preciso i castelli in questo paese, di certo saranno diverse decine, ed in genere al loro interno ospitano rappresentazioni della vita medioevale, sale a tema e musei.

Quello che mi è più piaciuto è stato quello di Škofja Loka, cittadina tra le più antiche della Nazione, dove il castello, ristrutturato lodevolmente da poco, è tenuto in maniera eccellente e dove, all'interno, vi è in maniera permanente installato un museo dove, con tre euro, a girarlo per una giornata non si riesce a vedere tutto e bene.

Sale dedicate alla cultura contadina e montanara, con attrezzi e strumenti d'artigianato che una volta si usavano per filare, per fare cappelli, vestiti, ricami e cestini. Camere addobbate come nel Medio Evo, con tutto l'armamentario che c'era a quel tempo, compresi manichini vestiti in maniera tradizionale ed intenti nei loro quotidiani compiti.
E poi mobili, vettovaglie, quadri, statue di epoca recente e antica, sale della memoria dove sono conservati reperti della Grande Guerra (la Prima, che quì ebbe uno dei fronti più sanguinosi e di cui parlerò a breve), corridoi dove sono imbalsamati gli esempi della fauna dei luoghi (lupi, orsi, aquile, nibbi, civette, volpi, ecc. ecc.), e poi, foto di inizio secolo scorso, proclami di Francesco Giuseppe, angoli che riproducono le sale da pranzo in stile austriaco di fine Ottocento.
Un eccezionale esempio di come andrebbero organizzati i luoghi di cultura anche quì da noi.

E poi, all'esterno è impossibile rimanere indifferenti al colpo d'occhio di questi manieri isolati. Immersi in un verde lussureggiante, si stagliano alti coi loro pinnacoli a cipolla, ed il loro stile Tardo Gotico, con le finestre e le feritoie vertiginose, con le loro mura possenti ed infinite è un connubbio affascinante tra grandezza e tempo. Posti dove davvero ci si sente a contatto con una cultura diversa, e dove si ha tanto, tantissimo da imparare.

I prezzi sono accessibilissimi a tutti, se si considera pure i servizi che vengono offerti nei costi.
In genere per entrare in uno di questi castelli si paga attorno ai tre euro, si possono prenotare visite guidate in diverse lingue senza pagare di più, e se si è studenti si ha anche una sostanziosa riduzione. Tutte le descrizioni delle cose che vi sono riposte sono scritte almeno in tre lingue (tra cui, quasi sempre figura l'italiano, almeno se vi trovate "al di quà" di Lubiana, ossia nella parte che guarda al nostro paese), e all'ingresso, se non è disponibile una guida in carne ed ossa, vi daranno gratuitamente un depliant che spiega per filo e per segno che cosa siano le rappresentazioni lì conservate. Oppure, mancando anche i depliant, in ogni stanza troverete dei fogli descrittivi che chiunque può prendere.

In tutti i castelli dove siamo stati abbiamo sempre fatto esperienze indimenticabili.
Tranne che, forse, in quello di Predjama, che, a dispetto della sua sistemazione (è un maniero feudale costruito lungo i costoni di una ripidissima parete di roccia, vedere per credere), era abbastanza povero di contenuti, che comunque venivano largamente compensati dalla sua vastità e dal fatto che dentro vi erano alcune sale addobbate come all'epoca trecentesca.
Nella cantina poi, una gentile (e pure abbastanza carina) ragazza, ci invitava ad assaggiare la grappa tipica del luogo alle erbe, con la possibilità, naturale, di poterla comprare.

Il prezzo, per la visita al castello è stato di 7,50 euro a testa, carissimo per gli standard a cui eravamo abituati, ma ne è valsa comunque la pena. Anche perchè quello stesso giorno eravamo stati a visitare le grotte di Postojna, un sitema di abissi carsici e di camminamenti, piani, risalite e sale naturali immense; lunghe più di 18 km., e che si visitano in trenino per un tratto, poi a piedi, e poi nuovamente in trenino.


Occorre che mi fermi per fare una digressione su queste grotte.
Quando ci si arriva, parcheggiata la macchina (nel parcheggio a pagamento. Tre euro per tutta la giornata), si può decidere se stazionare nelle rinomate terme, oppure andare a visitare le grotte stesse. Il biglietto è carissimo: 18 euro a testa, ma comprende il tragitto col trenino nei sotterranei, la visita guidata, che dura circa un'ora e mezza, e che è in diverse lingue (si è organizzati infatti in gruppi. C'è la guida in Sloveno, in Inglese, in Tedesco ed in Italiano, ecc.), ed la passeggiata nei camminamenti aperti al pubblico, che sono solo una piccola parte di quelli sepolti dalle rocce o che ancora si devono scoprire.

Le grotte sono conosciute sin da epoca antica e, ad oggi, si possono visitare nella loro parte intermedia.
Il trenino che le percorre è un'esperienza splendida: passa per gallerie che sembrano diventare sempre più piccole, dove si è portati ad abbassare istintivamente la testa per il pericolo di cozzare contro la roccia, e quando si ferma, lo fa in una stazione ricavata in un camminamento che tra sali e scendi porta a diverse enormi sale: quella detta degli "Spaghetti" per via delle escrescenze filiformi, quella bianca, quella rossa, quella dei concerti, che è davvero sconfinata, e dove una volta all'anno ci si fesibiscono diverse orchestre di "grido" internazionale.
Tra gli altri, decenni addietro, ci si esibì anche Pietro Mascagni.
Ed è tutto dire.
Le stalattiti e le stalagmiti che si incontrano ovunque, quì, sembrano sospese, ed i riflessi che emanano ben sintetizzano la scritta che si trova all'inizio delle grotte: "Immensum ad antrum aditus", ossia "Entra, o viandante, nell'antro immenso".

Quando la visita finisce, sembra di esser ritornati ad una dimensione estranea che non appartiene più anessuno, tanta è la sensazione di straniazione che si prova all'interno delle viscere della terra.
Quì non si sente nessun rumore che non sia il gocciolare dell'acqua calcarea.
Logico, se non ci fosse il continuo chiassare della gente, unico inghippo sgradevole. Anche il fiume sotterraneo che le percorre sembra avere un altro suono, e tutto quanto sembra non conoscere tempo e logorio.

Quant'erano grandi! Quanto erano maestose ed imponenti! Chi ha letto H.G. Wells può capire di che parlo. Una visita in queste grotte è come prendere la macchina del tempo e rincorrere fantasmi che svaniscono dietro ad ogni costone di calcare, assumendo ogni volta il riflesso bianco o opale.
Muto ad osservare.

Forse è proprio per questo crogiuolo di sensazioni che le Grotte di Postojna (o di Postumia, come i Romani chiamavano il paese adiacente che ha dato loro il nome corrente) sono, probabilmente, l'attrazione turistica più famosa della Slovenia.
E a buona ragione aggiungerei.


In giro per questo Paese, non si finisce mai di scoprire qualcosa.
Anche solo a passeggiare per Lubiana, forse la città che più risente dell'influenza austriaca, si scoprono cose affascinanti e che rimandano ad un altro tempo.
Il ponte dei draghi, che collega una parte all'altra della città.
Il centro, con il monumento al poeta France Prešeren, che viene considerato il Vate sloveno, e che a circolo rivela gli edifici in stile Liberty (come l'Hotel Union) o Gotico (come la Cattedrale), e che fa da contorno alle rive della Ljubljanica, tutte adornate di fiori variegati e coloratissimi, compunti in mezzo ai colonnati di marmo e agli argini possenti.

Certo, non è come trovarsi a Roma o a Milano (c'è meno caos indubbiamente), soprattutto se si considera che la città, pur essendo la capitale della Slovenia, conta circa 250.000 abitanti, perlopiù sparsi nei suoi grandi e tentacolari meandri, dove si ergono interi quartieri di palazzoni composti a quadrilatero, dove vi sono infiniti parcheggi, e tutto quanto è necessario alla loro gestione vi è impiantato, come se fossero essi stessi delle piccole cittadelle.
Quindi in ogni quartiere c'è il "Mercator", che è la catena di supermercati che detiene quasi il monopolio della distribuzione dei prodotti alimentari e non in tutto il paese, con il vantaggio di trovarli ovunque, e con i prezzi invariati, sicché, qualsiasi prodotto lì acquistato, costa alla stessa maniera, sia che lo si compri nell'immenso centro commerciale, sia che nel paesino da duemila anime. In ogni quartiere c'è pure sempre l'edicolante che vende anche le sigarette e i gettoni per il bus, la stazione o le fermate per i pullman, scuole, uffici, ecc. ecc.
Tutto questo è, si può dire, il retaggio derivato dal regime socialista che quì imperava fino al 1991. E questi lo si ritrova pure nei monumenti ai caduti all'angolo delle strade o nelle piazze. Riconoscibili dal fatto che in cima portano sempre una stella rossa scolpita.

Gli altri itinerari che ci eravamo prefissi di percorrere sono perlopiù di carattere storico, ed hanno investito, diciamo la maggior parte del tempo a nostra disposizione.
La parte di Slovenia al confine con l'Italia è stata teatro di uno degli eventi che più hanno segnato la storia europea e mondiale. Quì si è combattuta la Prima Guerra Mondiale, e quì c'era il nostro fronte, quello italiano, che si estendeva a partire dalle pendici delle Dolomiti fino ad arrivare al mare, passando per Gorizia ed arrivando fino alla penisola Istriana.

Quì, tra il 1915 ed il 1918, centinaia di migliaia di italiani, sloveni, serbi, croati, austriaci, tedeschi, ungheresi, russi, inglesi e francesi, si sono combattuti e si sono uccisi.
Su queste pietraie i fanti delle nostre armate hanno perso la vita, la volontà, la speranza.
Ed anche se di tempo ne è passato tanto da quei tempi, ancora si riconoscono i segni di quella catastrofe immane. Specie se si segue il percorso dell'Isonzo (che in Sloveno viene chiamato SoÄa), si riesce a capire che cosa fu quì, davvero la Guerra.

A leggerne sui libri di storia è una cosa, a visitarne dal vero i luoghi dove si consumò, dove davvero chiudendo gli occhi si sentono ancora gli schioppi dei fucili e il sibilo dei proietti d'artiglieria, un'altra.
Non un'esperienza piacevole, ma comunque obbligatoriamente da fare per chiunque abbia un briciolo di sensibilità umana. Ma per me in special modo.

Quando ero piccolo, mia nonna mi parlava spesso di suo padre, morto in mezzo a questi monti.
Un nonno che io non ho mai conosciuto, e che perse la vita nel 1917, almeno così si è sempre creduto vista la scarsità di informazioni in nostro possesso, in un paese che sinistramente riecheggia nelle orecchie di chiunque, come sinonimo di catastrofe: Caporetto.

È inutile che mi metta a spiegare quì, cosa successe in questo paese che oggi pacificamente e pigramente si posa sulla Valla dell'Isonzo.
Tutti, almeno credo, sanno che cosa successe nell'Ottobre del 1917 attorno ad esso.

Per me, oltre all'interesse naturale dello storico dilettante, quindi, si è unito pure il legame affettivo a questi luoghi, e già da Natale dell'anno scorso, quando li visitai per la prima volta, mi ripromisi di tornarci almeno una volta l'anno (in quell'occasione visitai pure i Sacrari di Oslavia, vicino Gorizia, e quello di Redipuglia, il più grande d'Italia, dove vi riposano 100.000 soldati. Un'intera armata, che sul colle di Sant'Elia, dove vi è posto il mausoleo, vi è riprodotta in grande schieramento d'armi, con alla testa la tomba di granito del Duca d'Aosta, cugino di Vittorio Emanuele III, e comandante supremo del di quel settore).
Magari mio nonno non morì proprio quì, o perse la vita sul Monte Sabotino o sull'Altipiano della Bainsizza, o a Plezzo (che oggi si chiama Bovec), ma per me non ha fatto differenza.

Quando siamo stati a visitare per la prima volta il Sacrario di Caporetto, pensavo di essere l'unico a covare simili sentimenti, ed invece, percorrendo la raggiera delle lapidi di bronzo che circondano il sacrario, leggendo il libro delle presenze nella Chiesa di Sant'Antonio al centro dei cerchi di lapidi e tombe murarie, mi sono accorto che così non era.
Quanti, come me, avevano scritto di un qualche loro congiunto quì morto, quanti avevano dato una preghiera per qualcuno che non avevano mai conosciuto.
Giovani che quì morirono, e che erano più piccoli di me, condannati al macello in posti che non sapevano nemmeno dove si trovassero nei loro limitati orizzonti. Poveri contadini che non si erano mai allontanati di casa, la cui vita, per gli Stati Maggiori di allora, valeva meno del costo di una pallottola.

Cose da serbare nel cuore, da portare a mente per capire che la Guerra è sempre una soluzione inaccettabile per chiunque.
Ancora oggi, se si va per esempio, sul Kolovrat, dove erano sistemate le nostre avanguardie di sorveglianza alla Valle dell'Isonzo sottostante, sulle collinette adiacenti si riescono a vedere i fossi ed i buchi che i colpi d'artiglieria hanno lasciato sul terreno.

Le casematte ed i posti di guardia sono ormai in rovina, ma quà e là, ancora si riesce a vedere qualche scritta di qualche soldato; ci si inerpica per i camminamenti e per le trincee impervie, che lo sono ancora di più se si pensa che nell'inverno del '16 quando quì si combattè, sui monti caddero più di tre metri di neve.
Tutto intorno è silenzio.

Nemmeno un uccello a cantare, nemmeno il rombo di qualche macchina.
Niente.

Solo silenzio, ed un vento insistentemente freddo, che entra nelle ossa e le ghiaccia.
Niente, dell'Epica demagogica e del continuo strombazzare delle parole altisonanti dei libri di storia quì si percepisce.
Solo desolazione e morte.
Silenzio, desolazione e morte.
E poi, monti e monti, con le cime incatenate dalla nebbia, valli verdissime ai loro piedi e chiesette a punta in lontananza. Ogni tanto, qualche fontana o abbeveratoio per le bestie e gli uomini che reca ancora la scritta del reggimento del Genio che le costruì, ma nient'altro.

Viene voglia di piangere.
Quantomeno, un groppo non fa che risalire lo stomaco, e l'interesse freddo e calcolato per questi posti viene sostituito dall'ansia di visitare un posto che è sinonimo di tragedia. Tragedia che si vorrebbe cancellare ma che non si può purtroppo.


A Natale volli visitare le postazioni italiane, e le linee che il nostro esercito costruì sulle fortificazioni offensive che dovevano servire da testa di ponte verso Gorizia e poi verso Lubiana, preludendo, secondo l'allora Capo di Stato maggiore dell'esercito Cadorna, la via più semplice per raggiungere Vienna, il cuore dell'Impero Austro-Ungarico, per annientare dal "didentro" il nemico.

Peccato che le tattiche di guerra, gli armamenti, il morale della truppa, e l'incapacità dei comandanti, non ci permisero altro che di conquistare poche e sguarnite posizioni, che poi abbandonavamo e riconquistavamo di volta in volta, con il solito corollario di morti, mutilati e feriti.

Cadorna era un generale che di tattiche di guerra moderna non capiva nulla. Addirittura non concepiva ancora l'uso dell'aeronautica in una guerra che non era più di stampo antico ma che si avvaleva di strumenti nuovi. Strumenti a cui poco si aveva da controbbattere solo con il coraggio e l'ardimento. Per lui, la Guerra non era altro che una prova di forza, fatta di battaglie cui i due eserciti si contrapponevano per conquistare qualche arido palmo di terra, metro per metro, a chi "più la dura, più la vince".
La tattica era sempre la stessa: bombardamento delle linee di fanteria nemica con l'artiglieria, avanzata delle nostre compagnie, conquista delle vette.
Peccato che le vette fossero perlopiù inaccessibili e fornite di linee di collegamento e di trincee munitissime, circondate da reticolati contro cui i soldati andavano a stendersi come "cenci ad asciugare", come scrisse un giornalista dell'epoca, e che i nostri cannoni non riuscivano a smantellare.
Se si pensa che di battaglie, quì, con questo assurdo criterio delle "avanzate ad ogni costo", se ne combatterono non una o due, ma ben undici, viene da rabbrividire di fronte a tanta incapacità e cinismo da parte dei comandanti dell'Esercito. Ma questo è un altro discorso, che duole troppo fare, e che serberò per me, e per le innumerevoli foto che abbiamo scattato di quei luoghi, che non dimenticherò mai.

Per queste ferie mi sono riservato di visitare la parte del fronte "nemico", ossia quella occupata dall'esercito austriaco. Quella che si inoltra per il Monte Krn (Monte Nero), passa di lato al massiccio del Triglav (Tricorno. Che è la vetta più alta di tutta la Slovenia, con la sua forma caratteristica a tre punte, da cui, appunto, il suo nome, e che viene anche stilizzata nella bandiera nazionale), lungo la dorsale della vallata di Bovec (Plezzo. Luogo tristemente noto, dove il nemico, per la prima volta usò i gas per conquistare le posizioni italiane, facendone scempio e carneficina), facendo tappa per il Passo del VršiÄ a quota 1611 mt s.l.m., dove, per arrivarci, si passa per la cosidetta "Cappella Russa", una chiesetta costruita dai prigionieri russi di quel tempo, in onore dei quasi 10.000 morti che questi vi lasciarono quì per costruire la strada di collegamento tra la Valle dell'Isonzo e quella del Trenta.

Quì sono reso conto che anche dalla parte del nemico non se la passavano tanto bene, ed anzi, le condizioni dei fanti "tedeschi" come i nostri soldati chiamavano i nemici, non sapendo distinguere tra ungheresi, austriaci, ecc., erano più o meno le stesse dei nostri.
Ovunque, sparsi quà e là, cippi in ricordo, piccoli cimiteri dove le tombe ormai coperte d'erba sono ordinatamente allineate e discretamente disposte in linea, ed ancora silenzio e vento.
Incredibile.

La Valle del Trenta che si apre sotto ai monti invece, è indescrivibilmente spettacolare e lussureggiante. Sembra di stare in un Trentino o in una Val d'Ossola dove la gente parla lo Slavo anziché l'italiano.
Se ne avrò la possibilità, quì mi piacerebbe invecchiare, e quì essere sepolto, e non lo dico per retorica o per demagogia. La pace di questi luoghi è più efficace di qualsiasi cura per i nervi. Non ha eguali, e gli occhi, di volta in volta, scrutano un prato verde, un ruscello d'acqua, qualche cascata che raschia e scava le pietre grige, e le case con i tetti a punta ed i balconi addobbati con i fiori. Un paradiso in terra.
La valle poi, ha dei camminamenti dove si può arrivare fino alle impetuose sorgenti dell'Isonzo, un fiume che ha la caratteristica d'avere le limpide e freddissime acque di colore verde smeraldo, dove spesso in molti (perlopiù stranieri) hanno anche il coraggio di fare il bagno.

Accompagnati poi dalla Neva ed Igor, sorella e cognato della mia compagna, abbiamo passato due giorni in una di queste casette, in un villaggio di poche anime, quasi sul confine italiano, dove non c'era rumore altro che non fossero i rintocchi delle campane della chiesa. E sono state due serate di relax a bere, fumare, mangiare e discutere, oltreché a ridere con gli amici dei padroni di casa del mio maccheronico inglese.

Sarebbe impossibile per me descrivere tutti i luoghi visitati dettagliatamente, e descriverne ancor più la meraviglia che mi ha colto in molti di essi.
Tutte le città che abbiamo attraversato, ed erano tantissime, avevano qualcosa di particolare. Tutta la gente che le abitava, anch'essa aveva qualcosa di speciale negli occhi, e che non so descrivere facendo delitto a cercarne di trarre qaulche confutazione.

A Celje, terza città per popolazione della Slovenia, ci siamo meravigliati per l'intero quartiere ricostruito al primo piano nel museo, dove era rappresentata la vita nella "Belle Epoque", a Maribor abbiamo pranzato/cenato nel ristorante italiano che si affacciava sul fiume Drava, a Tolmin siamo passati sul famoso "Ponte di Napoleone" (che non era l'originale, distrutto, tanto per cambiare in periodo di guerra, ma io, appena sentito che si parlava dell'"Imperatore", mi ci sono fiondato lo stesso), e ci siamo inerpicati per le forre del fiume con le sue magiche cascate, a Lubiana, in centro, abbiamo assistito all'esibizione di musicisti simil Urpi-Perù, ci siamo rimpinzati in un ristorante a pochi passi del centro che si chiamava curiosamente ÄŒompa, cioè patata, dove la birra la facevano in casa e da dove siamo usciti rotolando.

Abbiamo tutto visto e tutto provato, compreso, per me, il grande vuoto che ho sentito rimbombarmi nello stomaco quando sono dovuto tornare a casa. Ma semmai, agli "Addio" ho contrapposto gli "Arrivederci", e quindi, non mi rassegno a non tornarci più.

Mio nonno s'incazzerebbe certamente.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 20:05
Permalink | commenti (4)

diary of a madman