mercoledì, 28 novembre 2007

- Afraid to Shoot Strangers
- No More Lies
- No Prayer for the Dying
- Fear is the Key
- The Assassin
- For the Greater Good of God
- Paschendale
- The Nomad
- Bring Your Daughter... To the Slaughter
- Face in the Sand
- Judas Be My Guide
- Man on the Edge
- Fear of the Dark
- The Clairvoyant
- Hallowed Be Thy Name
- Moonchild
- The Evil That Men Do
- Seventh Son of a Seventh Son

                                                                               Total Time: 1.53.37

Ogni tanto occorre rituffarsi nel passato.
Stasera, tanto per sfizio e per dare una spolverata ai vecchi "gioielli" di famiglia, anzi no, non di famiglia, ma solo miei, mi son messo a rovistare tra i compact nello scaffale, e tra questi ho preso tutti quelli targati "Iron Maiden", ne ho fatta una cernita, e di ogni album ho scelto una o puù canzoni che avessero un ruolo particolare negli anni che ho trascorso ad ascoltare Heavy Metal.

Non me ne rendo mai conto ma ad oggi, quando di primavere sotto agli occhi me ne son passate 29, e l'adolescenza se n'è andata da un pezzo, io ascolto questo genere di musica da 14 anni ormai.
Ininterrottamente, senza distrarmi per un periodo che possa dirsi morto (in senso musicale, certo).

No. Senza contare poi che, per esempio, i Black Sabbath, me li fece conoscere mio zio già quando avevo sì e no sei anni. Ma allora ero troppo piccolo per capire di che si trattasse.
Mi piaceva però quell'insieme di note che lo stereo ottantiano nella sua camera emetteva: mi ipnotizzavano, e non riuscivo a capire perché.
Andava sempre a finire che mia madre mi venisse a cercare preoccupata perchè non mi sentiva a chiassare in giro, accompagnando la sua ansia di genitore a qualche imprecazione conio alta-Calabria, e che mi riportava poi nel mondo reale.

Quando andavo alle scuole medie, allora c'erano le musicassette, e con quel piccolo gruppuscolo di amici col chiodo e con le magliette degli Anthrax, ci duplicavamo gli album che più ci piacevano scambiandoceli vicendevolmente.
Fu lì che capii che "l'insieme" di note che ascoltavo da piccolino e che m'ipnotizzavano si chiamava "riff", che la sensazione di essere "colpito allo stomaco" dalla potenza del suono era davvero fiqua, e che di amici che condividessero con me tutte queste cose ce n'erano davvero pochi in giro.
Tutte cose di poco conto, certo: ma cosa volete che ne sapesse uno come me che s'è sempre stupito parecchio e per ogni cosa, ancora d'adesso.
Figurarsi allora, quando si iniziava a scorrazzare per le strade col motorino, quando la maggiore preoccupazione era il compito di matematica, soldi zero e sogni, perlopiù erotici, a milionate.

Ecco.
In quei frangenti io ho cominciato ad ascoltare questa musica, e ad amarla pure si capisce.

Quell'estate dovetti andare ad aiutare un mio vicino di casa per potermi comprare il "chiodo", e siccome per pranzo tornavo a casa per un'ora quando il lavoro lo permetteva, inforcavo le cuffie e mettevo a palla il walkman per ascoltarmi le mie canzoni, dimenandomi come un matto per strada, con grande sconcerto dei passanti in macchina che pensavano fossi invasato o posseduto da qualche spirito della foresta.
Al ritorno stessa cosa.
E questo andirivieni conditi di note, di canzoni cantate a squarciagola per far dispetto alla vecchietta che abitava poco lontano da casa mia, e che si faceva immancabilmente il segno della croce al mio passaggio, durò per due mesi, poi di nuovo sui banchi di scuola.
E nuovamente a scuotere la testa e a far gli occhi spiritati alla pausa delle dieci e trenta, o aspettando il bus che mi avrebbe poi riportato a casa, divertendomi stavolta a far pena alle ragazzine, tutte imbellettate e messe a puntino dalla mammina che le passava in lavatrice per farle sembrare più candide, lavandole con il coccolino.

Grande fu la mia felicità quando mi regalarono per il mio compleanno la mia prima musicassetta originale. Fu, appunto "Fear of the Dark" degli Iron Maiden, e a forza di ascoltarla, mandarla indietro e avanti, torturarla per ore e ore, andò a finire che la misi fuori uso, rimpiazzandola subito dopo con un'altra, e poi un'altra ancora, fino ad oggi, quando ancora ricordo tutte le strofe delle canzoni di quel disco per filo e per segno, ma lo ascolto in compact disc, per non rimetterci più soldi.
Bella comodità.

Ma allora di cd io non ne possedevo, e mi affidavo o alle cassette (la BASF avrà fatto affari d'oro con me), o agli LP, che mi piacevano molto di più, perché avevano un suono grezzo ma potente, che il nastro non riusciva a riprodurre.
Sicché, adocchiato in qualche colonna di H.M. un tipo che li vendeva di seconda mano, me ne feci mandare uno, il primo che io avessi mai comprato con soldi miei: era dei W.A.S.P., e si intitolava "Live....in the Raw!".
Pure questo fu una folgorazione.
Per quanto tempo avrò continuato ad urlare "I'mmmmmmmm blind.....in Texasssss!!!!"?
Non ho mai fatto un calcolo, ma di sicuro fu per molto.

Per anni e anni ho coltivato questa mia passione, e proprio per merito degli Iron Maiden, che mi hanno accompagnato lungo la linea sottile del tempo che passava, e che bene o male, sono sempre stati legati a periodi determinati della mia vita: alle superiori cantavo "Bring your Daughter....to the Sluaghter", al militare avevo scoperto i loro primi album, e me li ripassavo nella mia stanzetta angusta, la sera, quando non ero di servizio (succedeva raramente, ma per me era più rilassante di qualsiasi canna che si consumava a tonnellate nell'ambiente).
Quando poi ho preso a lavorare, per tutto il tempo che potevo ascoltavo "The Nomad". Mi piaceva mettermela la sera, quando tornavo dal lavoro, e tra le vallate alpine di Domodossola, dove allora avevo trovato un impiego, riempivo l'aria fredda con lo stereo ad alto volume.
Qualche cervo si sarà chiesto sicuramente che cazzo dovesse succedere. Ma tant'è.

Passa che ripassa il punto è sempre quello per me: la musica.
Oggi non ascolto poi tanto i Maiden.
Mi capita ogni tanto, come stasera, colto non da nostalgia ma da una gran voglia d'ascoltare la voce di Bruce "la Sirena" Dickinson, una delle più belle e dotate ugole che il Metal abbia mai avuto.
Certo, magari se la pattava pure con un altro della sua risma, Michael Kiske (chi se lo ricorda negli Helloween, con quei suoi acuti da spaccare un intero servizio di cristalli???), però diavolo, Bruce è sempre Bruce, e manco per niente gli farei l'affronto di dimenticarmi le strofe delle sue canzoni. Almeno quelle che per me sono le più belle, e che sopra ho indicato.

Up the Irons!
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:25
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diary of a madman, heavy rock

venerdì, 23 novembre 2007

Il mio areale mi sembrava vasto e a perdita d'occhio.
Ma così non è.

Lo scibile umano, arrogante e passivo, mi somiglia scavandomi rughe e piaghe sotto agli occhi.
La mia frustrazione, recondito vagito, muore nelle ultime frasi dette la sera, quando tutto s'allontana nell'oblio del giorno a venire, e molte cose sembrano sommesse e strane.

Lungo contorni stampati e inframmezzati d'ombre brumose, ho trovato un fiore spurio e malmesso, che osservandomi, ha portato a me le stille bruciate di qualcosa che sto' inevitabilmente perdendo.

Disperato, imprecando, mi sono avviato verso uno spiraglio grondante effluvi puri quasi come se fossero zefiri, e di quelli ho nutrito il mio sentimento.

Per non doverlo più abbandonare, d'ora in avanti.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:19
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diary of a madman

mercoledì, 21 novembre 2007

Devo confessarlo: a me i Metallica piacciono.
Perlomeno fino a quando la loro musica non era una pantomima ignobile, e cioè fino a quando non decisero di vendersi pure l'anima al mercato musicale, pubblicando in successione, prima "Load" (che poi, ammettiamolo: se fosse stato un episodio a sé stante non sarebbe stato manco male, ma poi....), e poi "Re-Load".
Due schifezze che mai nessuno avrebbe immaginato pubblicate da una band con un retroterra artistico che ha fatto sfaceli in tutto il mondo.
Ma tant'è.
Ormai i quattro, archiviato lo scettro di "reggenti" al trono del Thrash metal (io almeno, sempre così li ho considerati, e nessuno me ne voglia: ma credo che il miglior gruppo d'area sia siano stati gli Slayer, o piuttosto i Megadeth. Non di certo i Metallica), hanno deciso di dedicarsi non al "pestare" come filosofia "thrasheggiante" imporrebbe, ma alla "spazzatura", come invece altrettanto bene il "trasheggiare" descrive.

Ma queste sono quisquilie.
Che non servono al discorso che voglio fare. Quindi le tralascio.

Stasera, parlando invece di cose più pertinenti, mi è capitato di sistemare un pò i miei compact disc, e tra custodie che non si trovavano, superfici rigate, e foglie rinsecchite nei box, in un angolino dello stipo dove conservo tutte le mie cose, mi si è parata davanti agli occhi l'intera collezione dei dischi dei Metallica.

Tutti: da "Kill 'Em All" al loro omonimo (quello con la copertina nera, of course...), passando, si capisce, per "Ride the Lighting" e "Master of Puppets", fino ad arrivare a "Garage Inc." (bel dischetto pure quello, per Odino!), e a "S&M".

Ecco, proprio "S&M" è uno di quei dischi che mi prende al cuore, ogni volta che lo ascolto.
Non per tutte le canzoni, ma anzi per le sole "The Ecstasy of Gold" e "No Leaf Clover".

La prima, molti lo sapranno, è una rivisitazione del brano scritto da Ennio Morricone per il leggendario film "Il buono, il brutto e il cattivo" diretto da Sergio Leone.
Sentirla così come è stata registrata nel disco dei Metallica è veramente una goduria, che mi riporta indietro negli anni, quando alla Tv non facevo altro che guardare quei vecchi film Western, e poi uscivo davanti casa a sparare agli indiani o ai fuorilegge, ma, in mancanza di un vero fucile e di veri indiani, prendevo a bastonate le mie cuginette, non riuscendo poi a capire perché avevano tanto da ridirci.
Col tempo poi ho capito che le donne piangono sempre, che le si bastoni o no.
Ma anche questo è un altro discorso.

Ebbene, questo brano, al di là della facile e meschina ironia (non me ne vogliate), adesso che di anni ne ho trenta quasi, mi porta alla mente invece l'America dell'età dell'oro e delle sterminate praterie, dei cavalli e dei canyon del colore scuro, bruciato dal sole.
Tra polvere, speroni di stivali, odore di polvere da sparo, mi chiedo sempre, quando mi trovo in queste situazioni, se il continente di allora, fosse davvero quello di cui Bush oggi si riempie la bocca, ossia "The land of the Free, the Home of the Brave".
Non lo s0', e comunque nemmeno tanto mi interessa. Alla non-razionalità della mia testa non posso dare sempre una direzione logica: a volte parte per i suoi viaggi, e manco per niente la si può fermare.

"No Leaf Clover", poi, era un brano che i Metallica, all'epoca della pubblicazione di "S&M", e cioè il 1999, non avevano mai eseguito, e per chi assistette alla loro prova con l'orchestra sinfonica di San Francisco diretta da Michael Kamen, fu il "pezzo da novanta" di tutta la scaletta.
E come dar loro torto!
Senza nulla togliere ad altri loro pilastri come "Welcome Home" o la Lovercraftiana "The Thing That Should Not Be", questa è una vera bomba.

Un'energia spropositata viene sprigionata da questa canzone: Hetfield al microfono da' il meglio di se, e non si risparmia in rabbia e melodia. Gli altri pure, bisogna dire, ce la mettono tutta, denotando una gran classe ed una potenza che ormai noi, vecchi babbioni dell'Heavy Metal che considervamo la musica in funzione delle botte allo stomaco che ci dava, rimpiangiamo.

Quindi adesso ve li propongo in successione questi due video, sperando che magari, tra chi si trovasse malauguratamente a passare da queste parti, ce ne sia qualcuno che possa apprezzarli, e che come me, possa iniziare a scuotere la testa con energia al suon delle note.



Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:20
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heavy rock

martedì, 13 novembre 2007

Ieri mattina, presentandomi al lavoro ho avuto la stessa sensazione straniante, da "aria cattiva" che si respira ai funerali, o quando, paradossalmente ci si sente tristi per qualcosa che è lontano, ma che si sà bene, molto probabilmente (ma non in maniera assolutamente impossibile) non verrà mai a toccarci: un bambino tra i tanti che muore di fame e di sete in Africa, tratto a caso dalle migliaia e migliaia che periscono come mosche ogni giorno sotto l'indifferente occhio degli organismi internazionali economici e politici; una donna che viene struprata e massacrata nel centro di una qualsiasi città della nostra civilissima Europa a "25" marce (ridotte e veloci, si capisce), che discute di integrazione, di globalizzazione, di coesione economica, di rapporti deficit/Pil tassativamente da tenere aldisotto del 3% ma che poi, magari, non riesce a garantire la sicurezza dei propri cittadini.
Il bene primario di ogni paese realmente civile: la sicurezza dei propri cittadini.
Quello, tanto per intenderci che viene prima di qualsiasi sicurezza economica (bella balla pure quella. Ma non è di questo che voglio parlare), di qualsiasi trattato ai "vertici" cui la gente presta la stessa attenzione che presta per un moscerino mangiato da un camaleonte, ma che i mass media, microfoni di regime, registrano come la più sensazionale e strabiliante delle notizie.

Ecco, l'aria cattiva che mi toccava respirare ieri mattina era proprio questa.
Logico che non si possa iniziare col buonumore una settimana così, se poi vieni a comprendere che l'aria marcia, quella brutta e mefitica, è generata dal fatto di cronaca di cui tanto si discute in queste ultime ore, allora...

Succede che sulla A1, ad un Autogrill, un poliziotto, nel tentativo di disperdere un gruppo di esagitati cafoni che manco si conoscevano tra di loro, ma con una gran voglia di menar le mani, giustappunto preparandosi alle prove generali del combattimento col coltello tra i denti, da svolgersi nel luogo che oggi sembra essere più adatto alla bisogna: lo stadio, abbia malauguratamente avuto la brillante idea di estrarre la pistola d'ordinanza e di sparare.

In aria s'è detto in un primo momento.
Ma poi s'è capito, grazie a complicati ragionamenti astrusamente logici, che un colpo sparato in aria non può uccidere un uomo, a meno ché questo non abbia le ali e voli ma che, invece, era un ragazzo che stava dormicchiando in macchina mentre i suoi amici s'erano fermati in una stazione di servizio per farsi un caffè o una pisciatina, prima di recarsi, pure loro, nell'arena neroniana dello stadio.

Nel mentre dello svolgersi di questi arcani e complicatissimi calcoli balistici sono passate ben tre ore abbondanti.
Da quando il colpo è partito dalla canna della pistola, sino a quando la questura d'Arezzo ha diramato il comunicato ufficiale che dichiarava d'essersi verificato un "incidente" tra una pattuglia di polizia ed un gruppo di facinorosi terroristi con sciarpe, bandiere, manganelli e mazze ferrate.

Seguaci di Osama; talebani o comunisti, o magari anarco-insurrezionalisti (quanto mi piacciono queste due parole: da sole riempiono un vocabolario di sciocchezze), venuti da chissà dove a cercarsi il martire della domenica da annoverare tra i "santi" immolati allo Stato Democratico.

Ma quale Stato Democratico? Quale Repubblica?
Quale Stato realmente Democratico nasconde una tragedia trincerandosi dietro la facile risposta dei "fatti non chiari"?
Mi si dica quale. Mi si ponga un esempio.
Io non ne conosco.

Per tre ore il Ministero dell'Interno, la Questura di Arezzo ed il Prefetto della città hanno nascosto ad un paese intero che a rimetterci la pelle nell'"incidente" avvenuto tra un poliziotto ed un "bivacco di manipoli", non è stato altro che un ragazzo, Gabriele Sandri, di 25 anni, che ha avuto la colpa di essere, come si dice in questi casi "nel posto sbagliato al momento sbagliato".

Nell'epoca in cui, quando morì il vecchio Papa, si sapeva benissimo persino quanti vagiti emise il pover'uomo prima di spirare e di andarsene in grazia del suo Dio, sembra impossibile che ci vogliano tre, dico tre ore, tre fottutissime ore per stabilire la dinamica di un omicidio.

Perché purtroppo, per quanto la parola possa essere pesante, di questo si è trattato.

A me queste cose fanno realmente incazzare. Più del solito almeno.

In sè, il fatto mi può sembrare come una tragedia, per carità, ma è tutto quello che ne viene appresso, che sinceramente mi da il voltastomaco.

I politici che si accapigliano nell'accusarsi gli uni contro gli altri di incapacità, quando poi alla sera la rabbia degli Ultras è scoppiata devastando i quartieri di una città come Roma, e la polizia se ne stava rintanata nelle caserme per non "provocare" ulterioremente, e non esagitare ancora gli animi; i forum dei tifosi di calcio che chiudono per lutto e promettono guerra e vendetta allo Stato, e tutti quanti quelli che chiedono, ancora oggi, che il campionato di calcio venga sospeso sine die.

Signori, vi ravviso di una cosa: il campionato di calcio andrebbe bandito per legge perdio!
E non serve chiudere gli stadi, bandire le trasferte o blindare il campo di gioco.
Non serve a nulla.
Sarebbe come chiudere le autostrade perché su di esse avvengono gli incidenti del sabato sera, proibire di coltivare la vite perché l'alcool è una droga che crea dipendenza.
Cosa c'entrano gli stadi?
Cosa c'entra il proibire le trasferte quando i teppisti pure in casa loro rimangono sempre teppisti?
Non ci credete?
Andate a passeggiare nei dintorni della stazione Tiburtina di Roma, o a Scampia a Napoli, magari pure di notte.

Il calcio va proibito per legge, perché è uno di quegli strumenti che il Potere usa per distrarre gli abitanti di una paese da altre cose, più gravi, che hanno una direzione che conviene occultare. Succede così pure nelle favelas brasiliane, dove si muore per droga, miseria ed inedia, e tutti abitano in baracche rose dai topi e dalla sporcizia, ma non rinunciano mai ad una partita di calcio o alla samba.
Ecco a cosa serve il calcio.

E allora, proibiamolo, no?
O quantomeno, costruiamo degli stadi blindati, fuori dalle città, dove all'ingresso verranno montati dei cartelli con su scritto: "entrate a vostro rischio e pericolo", o magari, per ricordarci che viviamo comunque nella patria di Dante, un più poetico "lasciate ogni speranza, voi che v'entrate".
Col cazzo che si vedranno più padri affetti da pinguedine, accompagnare i figli a vedere la squadra del cuore! Una bastonata tra i denti daranno ai loro pargoli.

Così succederà che tutti quelli che saranno tanto incoscienti da andarci allo stadio, sapranno che corrono un rischio reale e che a procurarselo saranno loro in prima persona, e non potranno caricare lo Stato, gli altri cittadini che non ci vanno invece, dei loro errori, e della loro deficienza, coi costi in sicurezza pubblica e sanità d'urgenza che ne deriverebbero.

Che gli Ultras si scannino, fino all'ultimo.
Che si bastonino, che si sparino, che si malmenino, che si sputino gli uni contro gli altri, che si insultino, che si prendano a sediate.
Fino all'ultimo individuo esistente.
Morto per propagandare la propria "fede".
Un pò più stupida della seppur non condivisibile cialtroneria cattolica, ma sempre di fede si tratterebbe, e che diavolo!

Forse allora qualcuno di loro capirà, alla fine, che non è poi tanto intelligente morire, essere malmentati o insultati per 2o deficienti, più due portinai, che corrono appresso ad una stupida palla bianca e nera.

Oggi si piange tanto per il povero ragazzo morto domenica.
Io piango per la pantomima e le strumentalizzazioni che tutti ne stanno facendo. Basta leggere il suo profilo su Myspace. Basta guardare i telegiornali o aprire i giornali stampati.
Semplicemente, ancora, da voltastomaco.

E poi, forse abbiamo dimenticato che qualche mese fa, in circostanze quasi analoghe, morì un ispettore di polizia, Filippo Raciti, colpito da un sasso alla testa da un tifoso certamente "fedele" alla propria squadra del "culo", e rimasto a terra mentre stava cercando di domare la rivolta di un branco di scemi, che, tanto per cambiare, volevano menare un altro branco di scemi.
Sempre, ncome d'uso, in virtù della "fede" calcistica già nominata, che ormai dovremmo riconoscere come Religione di Stato, tanto sembra essere forte.
Chi si ricorda di quest'uomo, siciliano, sposato ed onesto, che detestava il calcio ma che veniva pagato due lire per espletare il suo dovere di fautore dell'ordine pubblico, in un posto dove probabilmente, se non fosse stato per la divisa che portava, non sarebbe andato manco se lo avessero pagato?

In quanti hanno aperto un blog per perpetrarne la memoria?
In quanti hanno scritto frasi strappalacrime per consolarsi della sua morte?
In quanti si sono ripromessi di commemorarlo in massa ai suoi funerali?
Quanti?

E allora, per finire, non ho forse ragione a dire che il calcio bisognerebbe proibirlo?
Non ho forse ragione a volere le arene chiuse, dove i tifosi e gli ultras potrebbero scannarsi in santa pace, senza che a rimetterci siano sempre i cittadini che non vorrebbero mai più sentire alla tv di simili orrori?

Cose da Italietta, of course...
Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:49
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inferno

mercoledì, 07 novembre 2007



Ci ho provato, credetemi.

Ci ho provato eccome a non parlare di questo disco. Ma non ci sono riuscito. Forse perché proprio in questi giorni sono giunto al milionesimo ascolto di queste canzoni che come un cancro mi si sono piantate nel cervello, ed è probabile che proprio adesso, quando sono passati anni da quando ho conosciuto quest'opera d'arte, io riesca a trovare le parole giuste da digitare per parlarvene, e mettere a parte del piccolo mondo che mi osserva, se mi osserva, di tuttte quante le emozioni che mi ha donato, senza ombra di spilorceria.

"La Masquerade Infernale" è uno di quegli album che rimangono negli annalli.
Nessuno saprebbe ben definirlo e classificarlo, e questo a distanza di dieci anni dalla sua pubblicazione: nessuno.
Ci troviamo di fronte ad uno di quei lavori che se fosse fatto di marmo sarebbe il Mosè di Michelangelo, se fosse di pietra e di mattoni e di stucchi sarebbe certamente il Palazzo Ducale di Venezia, ma è fatto di impalpabili note, di isterici ed aggrovigliati suffissi sonori che penetrano l'anima e la lasciano allibita.

Non sto scherzando. Non voglio fare il vagheggino: questo disco è uno dei migliori che mai si sia pubblicato in qualsiasi ambito musicale.
Perfetto nella sua ruvidezza sonora, perché questa, mascherata da livore e da veli oscuri uno più sottile dell'altro, nasconde invece una raffinatezza, una classe, un surplus di emozioni che è difficile, se non impossibile descrivere.
Niente che possa lontanamente dirsi scontato. Nulla.
Eppure è stato scritto e composto da esseri fatti di carne, di ossa e di raziocinio, ma a buona ragione si può dire che nel momento stesso che gli Arcturus hanno messo su pentagramma le idee che compongono la finissima architettura di questo disco, già si prestavano a dimenticarsi di tutto quanto potesse essere razionalmente catalogabile, trasportandolo in un mondo deforme d'eclisse che non fa altro che suffragare ad ogni solco quanta preziosa ed inimitabile sia l'originalità.
Non a caso "La Masquerade Infernale" viene catalogato tra gli esempi maggiormente compiuti di musica d'avanguardia. E questa, occorre ribadirlo, la si sente tutta, dall'inizio alla fine.
Non c'è storia per nessuno, perché nessuno s'è mai avvicinato al loro modo di porsi, al loro modo di fare e di comunicare: nessuno.


Pensate di trovarvi seduti una sera d'estate su un qualche spalto di teatro all'aperto e abbandonato, dove la luce lunare anziché essere statica e violenta, invece si presenta come un caledoscopio di riflessi che vanno dal bianco intenso al viola più acceso, passando per il porpora e per il blu più intenso, quello, per esempio, delle profondità del mare.
Ecco, avrete iniziato il vostro viaggio nel mondo fatto di stelle che fuggono nel cielo, di fuochi fatui che appaiono e poi scompaiono timidi, di sussurri portati dall'aria che si muove, che gli Arcturus portano in scena.
Ma sarà solo l'inizio.


Ascoltando le canzoni tutte d'un fiato, ognuna vi farà percepire un ambito diverso, una diversa situazione, una diversa siensazione ed un diverso sentimento. A volte, addirittura nella stessa canzone e per più volte.
Se invece decideste di ascoltarle un pezzo alla volta sarà mutuare le stesse emozioni di prima, ma con un intercalare di pensieri, tra l'una e l'altra, anche se a distanza, che vi riempirà la testa di cose che comunque saranno sempre connesse al disco.

E questo è eccezionale. Magnifico.

Non fatevi fuorviare. Questo non è un disco Metal. Ma è un disco "estremo". Non è un disco Gotico, ma è un'opera tragica e triste.
Questo è un'opera teatrale degna di un compositore della stoffa più preziosa, di quelli di primo piano che hanno dato forma e colore alla storia.
Logico, queste sono mie impressioni. Mie elucubrazioni soggettive che in bocca a chiunque altro potrebbero essere scontate e banali. Ma io parlo per me. Per me e per nessun altro, e per una volta posso concedermelo pure di esagerare. Senza timore d'essere smentito.

Certo è che se mai vi capitasse di ascoltare questo circo barnum, spettrale ed evanescente, al primo colpo ne rimarrete indifferenti, ma sarà solo una sensazione transitoria. Il tempo vi farà amare le melodie sconnesse delle canzoni, vi legherà ad esse e voi ne sarete soggiogati senza possibilità di liberarvi, perché certamente non lo vorrete.
Vi assicuro che ne varrà certamente la pena.

Quì si muovono i poeti Baudelaire ed E.A. Poe, quì si muove Goethe, quì non c'è altra luce che non sia quella dolce d'opale delle vostre menti.

Inutile che mi metta ad elencarvi la scaletta pezzo per pezzo. Sarebbe come dover smontare una colonna dell'Olimpo per poi spiegare come è fatta e quanto è perfettamente levigata ed enormemente stupefacente nella sua bellezza: non avrebbe senso!

Vertigine, perdizione, romanticismo, passione, morte, lussuria, ludibrio.
Tutte queste cose messe insieme sono "La Masquerade Infernale". Tutte.

Ed io di questi tempi me ne lascio coinvolgere più che volentieri.

- "Il valore "teatrale" di quest’album infatti è enorme. Fina dal titolo possiamo intuire come l’intento sia quello di inscenare un enorme mascherata dove si vede e non si vede, dove c'è scherno e dove c’è invidia, dissimulazione e dolore autentico. Il male, il dolore, quello sottile, passa attraverso i solchi di questa musica, per chi lo sa cogliere." »»» Truemetal.it

- "Qui si va oltre i generi. Qui si parla finalmente di "avantgarde". In molti in questi anni ci hanno provato, in pochi, pochissimi ci sono riusciti! Per tutta la durata dell'album si respira un aria nuova. La maestosità delle tastiere ad opera di Sverd si fonde con il cantato di Garm, praticamente Operistico (e rigorosamente pulito!), in un atmosfera mistica e teatrale, unica, emozionante e nera!" »»» Debaser.it

- "40 anni di musica metal e rock sono qui presenti abbracciati in una stretta calorosa indissolubilmente permeata di mistero… Non sono esseri umani questi: sono alieni venuti da chissà dove per farci loro schiavi, facendoci soffrire tutte le nostre angosce. Ci ho provato ma so di non esserci riuscito… solo un’ultima parola la spreco: CAPOLAVORO!!!" »»» Debaser.it

- "Tante sono le particolarità di questo full-lenght, che può essere considerato il punto di avvio dell’Avant-garde, genere alquanto difficile da definire, misto fra Metal ed elettronica, ricco di soluzioni ai limiti dell’immaginabile, a cavallo fra il Black più sperimentale e il Progressive più estremo.
Per registrarlo occorsero ben sei mesi e la band si avvalse dell’aiuto di un quartetto di archi, per conferire alle tracce una maestosità diabolica e della collaborazione con Simen Hestnæs, alias Vortex, guest vocalist in The Chaos Path." »»» RockLine.it


"Il risultato è un disco che ancora oggi è un "unicum" nella discografia dei grandissimi norvegesi, un disco che respinge, annoia, rapisce, incanta chiunque lo affronti: una contraddizione in temini, una sfida all'ascoltatore a furia di continui e ripetuti ascolti alla ricerca di una chiave per decifrare tanta affascinate osticità, un'opera che ad ogni ascolto si rivela nuova. Lasciate stare il voto sottostante potrebbe essere anche uno zero e nulla cambierebbe, semplicemente questo è un capolavoro, ma non farà nulla per convicervi di ciò: beffardo ed irriverente come chi l'ha creato."
»»»Hardsounds.it

- "I pezzi splendono ognuno di luce propria, l’uno diverso dall’altro sia per spunti che per soluzioni, mentre rimane di fondo la medesima atmosfera misteriosa ed arcana, mistica alchimia che amalgama le parti in un tutto inscindibile. Lo sviluppo inconsueto delle progressioni rischia di dare le vertigini mentre le armonie si stringono in spirali che sembra vogliano sovvertire l’ordine naturale dei suoni. Ovviamente si crea uno spazio ostico ma in questo nuovo cosmo gli Arcturus dilagano, conquistando terreni sconosciuti finora anche al metal più sperimentale. A sublimare ancora più il contesto, emerge tra le trame un quartetto d’archi che dona drammaticità alle tracce rivelandosi elemento importantissimo sia in fase di composizione, come melodia portante, che in sede di arrangiamento come contrappunto." »»» Rock Action

- "E’ un’atmosfera solenne, portatrice di un mistico spirito tragico, quella che avvolge gli otto brani del disco, capace di rievocare il fascinoso mondo della Grecia antica, trasportando l’ascoltatore attraverso un concept lirico dallo sfondo religioso-fantastico, una ipotetica danza del Diavolo in cerca della sua essenza." »»» Metallus.it

- "Devo dire di aver letto tante definizioni al riguardo: symphonic metal, progressive metal, chi ancora li considera black… ma come si può definire un lavoro di una simile portata? Questo ballo in maschera è semplicemente la perfezione, un incubo angosciante portato in musica bilanciando perfettamente metal, musica classica ed elettronica." »»» Rocklab.it
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L'audio e' stato cancellato dallo spazio su Splinder


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Prostrato da OzzyRotten alle ore 23:27
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heavy rock

martedì, 06 novembre 2007



A volte mi stupisco, sapete?

Non è una novità, d'altronde. Ci si può stupire per tutto: per cose volute o non volute. Non c'è differenza.
Ci si può stupire per il tramonto novembrino mozzafiato che questo pomeriggio, verso le cinque più o meno, s'è spalancato proprio di fronte alle finestre del mio ufficio.

Ed è stato bello e rilassante uscire per qualche istante, nonostante il freddo pungente, dimenticarsi del lavoro e degli impegni (tutti) e sedersi su uno scalino ad accendersi una marlboro, mentre la luce tramutava i suoi riflessi dapprima partendo da un opale quasi impercettibile macchiato dalle nuvole bianche e grigie che si mantenevano in equilibrio all'orizzonte, poi divenendo sempre più iridescente e accesa, fondendosi con le cime delle montagne irte e lontane, per insinuarsi infine nel ventre delle vallate silenziose sottostanti, scoprendosi di un rosso e di un arancio acceso, forte, quasi disturbante a doverla fissare per più di qualche minuto, ma sempre e comunque commovente e affascinante.

La natura è sempre commovente e affascinante. Questo lo capisco bene. Succede sempre così. Che lo si noti o no, le cose belle di questa terra rimangono e rimarranno sempre tali, e non avranno mai bisogno di rifarsi il trucco per rendersi ancora più superbe: già di loro godono di una bellezza mozzafiato.

Pensare di non pensare, decidere di non decidere nulla: anche se solo per pochi minuti.
Pure per questo, direbbe il vecchio John Wayne, varrebbe la pena di vivere.

Ma mentre ero preso ed estasiato dal mio stato di coscienza nell'incoscienza, purtroppo c'è stato l'inevitabile "ma", l'odioso "Rieccolo" che mi si è parato davanti all'improvviso.
Ed anche per questo mi sono stupito.
Due in una volta, come i carabinieri, come i baci degli amanti, come le stampelle, come gli sguardi di sfuggita quando non si può osservare con compiutezza. In una parola: i "Rieccoli" appunto.

Questi sono una specie che lungi dall'essere in estinzione proliferano come conigli, senza ritegno, senza vergogna, senza che vi possano essere pallottole sufficienti a farli sparire o veleni tanto letali da poterli decimare. I Rieccoli.
Li si può sopportare certo. Non li si può biasimare ancora di più. Logico.
Ma non si possono sopportare i Rieccoli stupidi. Quelli proprio no.

Mi rifiuto. Voto contro. Ne contesto i (de)meriti e le scemenze che come un fiume ingrossato a primavera, riempiono la loro bocca ad ogni muoversi di foglia.

Esistono gli stupidi che non sono altro che ignoranti, e forse quelli sono il meno del meno che ci si possa aspettare, perché non si può far altro che condiscendere con loro. D'altronde, che cosa fare altrimenti?
Ma gli stupidi che pensano d'esser puro derivato d'oro e di sapienza intellettiva, quelli no!
Per favore, levatemeli di torno!
Non ce la faccio proprio a sopportarli. Urtano il mio senso estetico _in questo caso_ ed il mio stomaco in tutti gli altri.

Due ore a spiegare e rispiegare concetti che persino il mio nipotino appena nato capirebbe al volo, se solo avesse gli occhi già aperti e le orecchie per comprendere la lingua parlata che ancora non comprende, al di là della sua ingenua volontà.
Ma con i Rieccoli saccenti non c'è mica speranza, che credete?

Sono duri di comprendonio. Talmente tanto da farmi desiderare di prendere il tagliacarte e farglielo ingoiare di traverso.
La stupidità elevata all'ennesima potenza. Il non saper accordare un sostantivo con un verbo, il sale nel caffè, la sveglia quando si sogna una bella donna nel letto la mattina.
Tutto questo e molto altro ancora.

Non mi pento d'averli presi a calci, perché ci ho messo troppo tempo, purtroppo.
Mi spiace solo di non aver potuto finire la mia marlboro, e forse pure del tramonto lasciato a metà che non ho potuto impacchettare in una confezione per DVD, e che probabilmente rivedrò troppo tardi, o troppo di fretta, qualche altra volta.

Ho un solo desiderio adesso: un bel fucile carico a pallettoni. Di quelli che si usano per accoppare le fiere nella giungla.
Ben saprei come servirmene.

Ma è meglio che torni a ripensare a quell'iridescenza magica...
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:37
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