mercoledì, 27 febbraio 2008



L'incomprensione nasce sempre da parole che si dicono e si pensano nell'arco di due minuti. Questo succede quando hai quindici anni, non un euro nel portafoglio, mentre nella testa un miliardo di strani archetipi che sanno di carne e di libidini che non danno pace.

Di solitudini cercate, trovate e poi mal sopportate.
Quando le si scopre, poi non c'è verso di uscire dal pantano di sabbie mobili in cui si tende sempre a scomparire.

Quando hai trent'anni, e poi oltre, le incomprensioni nascono dalle parole che non si dicono.
Probabile che si pensino pure, ma forse perché considerate troppo sciocche, troppo imbarazzanti, troppo meste, va sempre a finire che le labbra rimangano cucite, che l'acido imploda nello stomaco per il puro gusto della sopportazione, che le mani comincino ad acquistare un caratteristico tremolio all'ennesimo rotolo di tabacco acceso e poi consumato nel posacenere.

Quando decidi di dirle tutte, quelle dannate parole che serbi nel gorgoglio di acidi, di punte di spillo, di occhi chiusi e di orecchie senza labirinto, a volte capita che l'incomprensione del non-dire, non-fare, non-pensare, venga sostituita dall'incomprensione del non-capirsi, non-comprendersi.

Difficile capire, a volte, se siamo tutti un gruppo culturale omogeneo, o persi tra gli orli e le guglie di una torre di Babele sconosciuta.

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diary of a madman

martedì, 26 febbraio 2008

« Una volta, un tizio che faceva un censimento, provò ad interrogarmi. Mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti. »

(da Il silenzio degli Innocenti)


Quando alla sera torni a casa dopo una giornata d'ufficio, tutte le cose su cui si posa il tuo sguardo assumono forme "diverse": come leccare un francobollo corretto con l'acido lisergico e chiedere pure il bis.


Strana vita quella di un impiegato in una filiale che manco secondaria si può definire, tanto è in culo ai lupi: ci si trova sempre ai margini di un gorgo torbido che già al centro fa' vomitare per i giochetti di potere, i tranelli, le incomprensioni coi capi sempre più stupidi e invasati, e poi le contumelie, le ore passate a rifare i soliti quattro calcoli triti e ritriti per effettuare le "giuste e necessarie e specifiche" verifiche di qualità sui prodotti, sui manufatti, sulla manodopera, sulla gestione amministrativa, quella tecnica e quella logistica; sul pane e sui pesci che, più che puzzare (e non solo dalla testa, visto il tempo che passa frenetico per tutte le cose), hanno deposto la loro materia organica e si sono trasformati in putrescenza vera e propria.

Strani umori pervadono le mie giornate da scribacchino, quando consuntamente mi siedo alla scrivania la mattina e non mi alzo se non per una Marlboro che gratta la gola tanto è amara ed un caffè che invece non sa di niente.

Dovrei fare l'ingegnere, in teoria. In realtà faccio il monaco amanuense di professione. Ma non ho né la chierica, né la pazienza, né la fede necessaria.
Piuttosto devo imprecare, devo mangiarmi il fegato senza pretendere le fave, come invece giustamente pretendeva Hannibal Lecter, e mica a torto!
E nell'imprecare devo dire che mi ci applico alla perfezione, per Odino!

Naturale, dopo almeno tre ore in cui non hai fatto altro che concentrarti sui fogli di excell che apri, chiudi, copi-incolli, cestini, poi recuperi, ri-salvi, ri-copi, re-incolli, ri-cestini e alla fine succede che più che prendere a testate il pc non puoi.

Alla sera, quando torni a casa e hai leccato l'ennesimo francobollo di LSD e di cianuro della giornata, vorresti copiare ed incollare pure un bel "vaffanculo" in fronte a qualcuno che più che alzarsi la mattina per metterti in croce non può.
E buona pace dei sensi sia.
Tutti. O quasi.

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sabato, 23 febbraio 2008



Oggi è morto all'età di 57 anni l'ex Presidente Sloveno Janez Drnovsek. Muore per un cancro ai reni, che lo aveva costretto a ritirarsi dalla vita politica attiva e a non ricandidarsi per le nuove elezioni presidenziali che si sono tenute proprio quest'anno, poco tempo fà.
Drnovsek era un grand'uomo.
Uno di quei politici che aveva accompagnato la Slovenia a divenire lo Stato attuale, moderno e con un tasso di crescita che sfiora il 7%, traghettandolo dai rottami della vecchia Repubblica Socialista Iugoslava.
Un politico che nel decorso della sua malattia, mi raccontava la mia compagna, era andato a rifugiarsi nella sua casa fuori Lubiana, in mezzo alle montagne e ai prati infiniti, a scrivere poesie e saggi sull'importanza dell'unione degli stati, quando nei Balcani da secoli non pensano ad altro che a dividersi.
Uno che nel far entrare la Slovenia nella UE ci aveva creduto eccome, mica come tanti altri che ci son voluti entrare più per convenienza di "mercato".
Ed il suo spirito è forse forte, tra gli Sloveni, quanto noi consideriamo quello dei nostri Cavour, Garibaldi, Farini.

Nessuno Tg, che io sappia, ha parlato della morte di questo Gigante della Storia. Nessuno.
Solo qualche striminzita notizia d'agenzia, che poi tutti gli altri si sono limitati a copiare di malavoglia.

Io che in Slovenia ci sono stato, e che mi sono magnificato di visitarla tutta (o quasi), posto questo mio omaggio, per piccolo che sia, ad un Romantico, ad un uomo che molto più degli altri credeva in cose di "un altro mondo".

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giovedì, 21 febbraio 2008



C'è un fatto sostanziale che divide le band che ritengono di dover "cavalcare l'onda" e quelle che invece le tendenze le fanno proprie, le miscelano, le coniugano con altre attitudini, le spezzettano, poi le riamalgamano ed infine le compattano, creando una macchina da guerra invulnerabile, connubio di potenza, epicità, folclore e genio.


La differenza sta' nell'attitudine, come già detto.
Se questa è fresca e genuina, allora non ci si può aspettare che ottimi lavori.
E questo è il caso degli svizzeri Eluveitie. Una giovanissima band composta da diversi strumentisti, e che comprende non solo la classica formazione chitarra-voce-chitarra-basso-batteria e magari tastiere, ma pure un variegato universo fatto di flauti, cornamuse ed altri "attrezzi del mestiere" che non rientrano nell'ortodossia Metal.
Magari non saranno propriamente l'epigono di quello che loro chiamano la "New Wawe of Folk Metal", ma quantomeno dalla loro possono contare su di un muro di suono potente, calibrato e spropositatamente granitico.

Ascoltando le canzoni di questo album, poi, se si ha la mentalità tetra e conservatrice dei "puristi", allora quasi si grida allo scandalo, per quanto la sezione ritmica forsennata ed in linea con un certo qual Death Metal di matrice svedese, viene miscelata sapientemente con gli strumenti e i richiami al Folk e all'amore per le culture barbare antiche della terra svizzera.
Ogni pezzetto di questo disco riporta alla mente immagini forti ma, attenzione, non stereotipate.
Quì non ci sono passaggi lunari né divagazioni troppo approfondite di certe nenie celtiche, né, infine, viaggi nei ghiacci nordici.
Ogni nota, pur avvalendosi di strumenti tra i più vari e strampalati, trasuda potenza, velocità e soprattutto il background di fondo di questi giovani emergenti ragazzi che farebbe impallidire più di qualche "veterano" dedito al Viking o al Death Metal melodico.

Dunque si passa con facilità, e senza per forza doversi immedesimare troppo nei ruoli (a questo ci pensano già le forsennate cavalcate sonore presenti, che più che accompagnare l'ascoltatore, lo fiondano direttamente in un passato ancestrale e misterioso), dai richiami di guerra (Primordial Breath, Inis Mona, Bloodstained Ground) alle invocazioni pagane (Samon, Anagantios, Giamonios), sino ad arrivare alla commistione intelligente e che lascia a bocca aperta tra un Folk espressione dei migliori Ensiferum per esempio, e il tagliente e potente Death dei Soilwork.

Sarebbe però un peccato se dovessi valutare la caratura di "Slania" solamente appellandomi ogni volta ad un qualche aspetto specifico di ogni canzone: tutte, ma proprio tutte, costituiscono una catena inscindibile ed incandescente di vulcanica potenza connessa sempre a ritornelli, strofe e passaggi folk racchiusi l'uno nell'altro; facili da memorizzare, ma pure complessi se li si ascolta con attenzione.

Ed in questo sta' la grandezza di questa band. Un'altra che farà strada.
Soprattutto se proseguirà nella maniera onesta ed intelligente fin quì intrapresa e che, iniziata con il loro primo album "Spirit", le ha permesso di trasferirsi in un botto da una piccola etichetta indipendente (la Fear Music), sino ad un colosso come la Nuclear Blast, che certamente ne avrà capito le straordinarie potenzialità. Ed a ragione pure.

Dunque, questa è l'ennesima nuova originale uscita di questo nuovo anno.
Da non lasciarsi scappare. Sempreché appreziate il genere, si capisce.
Ma bisogna valutare che lo spettro degli eventuali fans ed estimatori degli Eluveitie, proprio per la loro tendenza a comminare diversi aspetti di diversi generi, è potenzialmente molto ampio, e dunque può darsi che non ci voglia poi tanto ad affezionarsi e ad appassionarsi alla loro attitudine.⇒Debaser.it

»»» Pagina MySpace degli Eluveitie. Dove ascoltare tre brani di "Slania" (click QUI)

xxx Aggiornamento delle 19.19:
Ho trovato un paio di video su Youtube riguardo agli Eluveitie. Per vederli fate click sotto.



La presentazione di "Slania"


"Inis Mona"
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heavy rock, debaser

Crux 

martedì, 19 febbraio 2008

Giorni, ore, minuti, secondi di desiderio che ti consumano dentro. Rodono veloci e affamati tutte le parti del tuo cuore. Non fa' alcuna differenza se queste siano dure come il granito o molli e placide: un tarlo senza occhi e senza orecchi macina qualsiasi cosa.
Compreso ogni lume di ragione. Compresa ogni razionalità. Compresa qualsiasi minuta giustificazione infinetesimale.

Una croce insanguinata e trafitta dalla violenza della luce, come dal baluginare del buio mesto, probabilmente penso debba essere più sopportabile.
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diary of a madman

domenica, 17 febbraio 2008



Ovvero quando la Musica si tinge di giallo.

Lo scrittore e conduttore bolognese Carlo Lucarelli, dal dal 2 ottobre 2007 ogni martedì (dalle 23.00 alle 24.00), conduce un programma su radio deejay.it, intitolata proprio "Dee Giallo", e in cui racconta una serie di "radiodrammi" dedicati ai delitti e ai misteri irrisolti o no, connessi al mondo della musica.

Storie tragiche di omicidi e di incidenti. Di suicidi e di misteri.
Slegate tra di loro, ma raccontate con la sempre ammirevole passione e il preciso puntiglio di Lucarelli. Davvero da ascoltare, direi.


Tra quelle più interessanti, liberamente ascoltabili in streaming, ve ne segnalo qualcuna di seguito. Cliccateci sopra per ascoltarle.
Le altre le trovate QUI:


- Sid Vicious
- Jim Morrison
- Kurt Cobain 1
- Kurt Cobain 2
- Led Zeppelin
- Jimi Hendrix
- Charles Manson
- Pantera
- Cliff Burton
- AC/DC
- Black Sabbath
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diary of a madman, darkening

sabato, 16 febbraio 2008



Una sorpresa. Una stupefacente sorpresa sono questi giovani In Mourning.
Una band svedese ai più sconosciuta, ma con alle spalle un periodo di gavetta decennale di tutto rispetto, tanta voglia di suonare e influenze musicali varigate, che non investono i soliti In Flames o i Dark Tranquillity, no!
Piuttosto la proposta di questi ragazzi è un miscuglio di raffinatezze ed eleganze sonore che riescono a coniugare il meglio del Death Metal Progressista di marca Opeth, coi giri plumbei, catacombali e fascinosi dei Candlemass.
Il tutto con una semplicità ed un'orecchiabilità disarmanti.


Le otto canzoni di questo album, infatti, scorrono via che è un piacere, ed ognuna, una volta ascoltata, fa venire voglia di riportarla indietro per goderne ancora la straordinaria potenza, la struttura eterogenea ma compatta, studiata in una maniera tale che sia sì complessa (come altrimenti non potrebbe essere, trattandosi di un genere attinto a piene mani dagli Opeth, e dove dunque di facilonerie non se ne vedono nemmeno lontane un miglio), ma non troppo dispersiva.
Sì dunque alle divagazioni, alle fusioni con altri stili di musica, pure abbastanza leggeri, ma sempre tenendo ben presente che ci si trova ad ascoltare un disco di Death metal melodico, coi suoi growl cavernosi e bene eseguiti e con il doppio pedale di batteria sempre in evidenza.

Lo scorrere della scaletta non stanca mai, e le canzoni sembrano evolvere ognuna un gradino in più della precedente: sempre meglio, sempre in maniera diversa, dove non si conoscono picchi di espressività che si percepiscono ad un primo ascolto, ma tutto quanto il corpo del disco è un'amalgama incandescente che spazia dalle "storture" brutali dei classicismi Death (come in "Amnesia"), fino al grezzume di certi arpeggi di Katatonica memoria ("The Black Lodge").
Ogni ascoltatore, dunque, avrà di che deliziare i propri lobi.
E sempre in maniera variegata e differente.

Si può iniziare dall'intro quasi Doom di "The Shrouded Divine", passando per i progressismi corposi e mai banali di "Grand Denial" (forse la miglior prova del lotto. Almeno a me così piace considerarla), per la malinconia della già citata "The Black Lodge" o di "The Art of a Mourning Kind", sino ai virtuosismi strumentali e alle sperimentazioni di "Past October Skies (The Black Lodge Revisited)".

Questa è una band che farà carriera, lasciatemelo dire.
Non può essere altrimenti.
Mi rifiuto di pensare il contrario, perché se così fosse, io in 17 anni che ascolto Metal non avrò capito nulla di come si muovono i generi musicali.
Ipotesi probabile pure, ma in questo caso voglio essere ottimista: lo devo essere.
Non c'è un solo scampolo di noia o di parossismo in questo album: tutte le parti stanno al posto loro e compiono egregiamente il loro dovere. E non è mica poco. Specie se si pensa che ormai si parla insistentemente di declino dello "Swedish Metal".

Io non so' sinceramente se se ne parli a sproposito.
Non sono un critico di larghe e futuristiche vedute, sono solo un ascoltatore che ama questo genere e che, magari, non ne sa' discernere troppo i limiti per la troppa passione che ci profonde, ciò non toglie che ritengo di saper riconoscere una band di talento.
Almeno questo concedetemelo.


E se vorrete accordarmi fiducia, lasciatevi consigliare questa volta: compratevi questo album. Qualunque sia il suo costo saranno soldi ben spesi, ve lo posso assicurare. Parola mia. ⇒Debaser.it

»»» Ascolta 4 canzoni di "Shrouded Divine" cliccando QUI
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heavy rock, debaser

sabato, 16 febbraio 2008



Questo 2008 sta' dimostrandosi gravido di buone, buonissime notizie in ambito musicale.
Questa riguarda gli Opeth, che nei giorni passati hanno ufficializzato l'uscita del loro nuovo album, il nono della loro carriera, il primo con il nuovo chitarrista Fredrik Åkesson ed il batterista Martin Axenrot, dopo che l'anno appena trascorso avevano sfornato un live album dal vivo, che si intitolava "The Roundhouse Tapes".
Il disco si chiamerà "Watershed".
Scritto e composto quasi per intero dall'atomico leader della band Mikael Åkerfeldt, che lo ha anche prodotto assieme a Jens Bogren, sarà un lavoro che nella migliore tradizione della casa miscelerà diversi stili e diversi generi. Tutti quelli che hanno reso famosi gli Opeth ed inconfondibili nella loro maniera di suonare. Ma su questo non conveniva nemmeno scommetterci: tutti noi che li amano, sappiamo che la band è stata sempre impegnata a "contaminare" il proprio stile personalissimo ed inimitabile, mescolandolo con diversi ingredienti, che vanno dal Progressive fino alla Psichedelia.

L'uscita è prevista per gli inizi di giugno, fatti salvi eventuali ritardi dovuti alle esigenze di "lancio" della casa discografica della band, la Roadrunner Records.

Diavolo, aspettare fino a giugno è un bel sacrificio. Mica da poco.
Sale l'ansia di averlo questo dannato disco, ma bisogna aver pazienza. Tanta pazienza.

Presto su queste pagine...

La scaletta di "Watershed":

1. Coil
2. Heir Apparent
3. The Lotus Eater
4. Burden
5. Porcelain Heart
6. Hessian Peel
7. Hex Omega
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heavy rock

mercoledì, 13 febbraio 2008

Ho notato che nei giorni passati, ed anche oggi, la mia Referrer List, fornita gentilmente (occorre sempre ricordarlo) dal grande Heracleum, punta ad innumerevoli visite riguardo "San Valentino".

Ma come?
Sono quasi quattro anni che cerco di costruirmi un blog brutto-sporco-cattivo, di stile nichilistico-satanico-oltranzista e chi lo visita, affidandosi ciecamente al rank di Google, cerca frasi smielate per S. Valentino?

Per Odino, son messo davvero male! Sto' arrugginendomi! Non sono più cattivo come una volta! Sto' diventando vecchio e pippone!
Serve che vada a lezioni di scostumatezza da Phil Anselmo, che fumi ancora di più per abbassare la mia voce al livello di Barney Greenway dei Napalm Death, che trascini a forza mia nonna sulla tangenziale di Napoli alle otto del mattino per lasciarla al centro della corsia, che ascolti molto di più i Suffocation e il Brutal Death Metal...

Tutto, ma non prendetemi per un fottuto lecca lecca di S. Valentino!
Non mi merito mica tanto! Credo...

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diary of a madman

lunedì, 11 febbraio 2008



Esistono molti modi per esprimere il malessere.
Ce ne sono di innumerevoli e li si può confutare secondo diversi parametri: la rabbia, l'indolenza, la frustrazione, la rassegnazione contrita. Tutti modi che congiuntamente servono a palesare il dolore e lo stato d'animo ad esso connesso.
La musica forse, tra le Arti, è la forma più esplicativa degli stati d'animo. Per struttura dinamica e per tutti quanti i molteplici suoi modi d'espressione, riesce a calare l'ascoltatore in un determinato stato d'animo, secondo le diverse attitudini di ognuno, potendo affermare a ragione, che non c'è nulla, nel "sentire" l'Arte, di più aderente ai sentimenti positivi e negativi.

Ed ecco che nei diversi generi della musica c'è ne sono di molti che "vibrano" per negatività.
Rallentamenti, involuzioni sonore, refrain acuti che si ripetono in continuazione, archetipi inerti come monoliti di cemento sul cui perimetro si muovono elucubrazioni che narrano di Morte e di sofferenze affini, accompagnandosi di pesantezza ma pure di raffinatezza.
Il mio parere, riguardo a questo ultimo album dei Draconian "Turning Season Within", è questo, dunque.
Ma non voglio fermarmi quì.

Ritengo che questo nuovo disco, partorito da questa band, sia una bella rivincita verso tutti quelli che in passato, ed anche con questa uscita, c'è da scommetterci, si leveranno in accuse di "poca originalità", di "noia", di "già sentito", ecc. ecc.
Potrebbe darsi che alla fine il parere di tutti questi critici dell'opera dei Draconian abbia ragione d'essere, mentre io debba avere torto marcio da vendere.
Ma non mi interessa. Mi limito a confutare il mio punto di vista.
Con qualche osservazione.

Se nel precedente "The Burning Halo", per quanto riguardava gli episodi inediti della band, già si riusciva a scorgere una lenta ma inesorabile marcia verso lidi ancora non completamente infestati e densamente popolati del cosidetto "Dark Rock", con questo nuovo album sembra che la meta sia stata raggiunta.
Intendiamoci. All'orecchio allenato a questo tipo di sonorità, nulla (o quasi) di nuovo verrà.
Sarà invece tutto quanto il retroterra che vi è contenuto ad essere apprezzato. E questo humus lo si comprende subito, dal primo ascolto: il fantasma dei Katatonia specialmente.
Lo si ascolta quasi sempre e latentemente.
La maggior parte dei passaggi pesanti ma fluidi delle canzoni ("Earthbound", per esempio), così come un certo qual gusto per i "riff a cascata" (Seasons Apart) sembrano essere stati assunti a trademark puntuale dal Draconian-sound.

Il risultato che se ne ha è eccezionale.
Specie se viene accompagnato da un growl non troppo cupo certo, ma irato e sempre ben calibrato, e alla onnipresente voce femminile della cantante Lisa Johansson, che non avrà il taglio di una Liv Kristine, ma che ha il pregio di non essere mai pervasivo nelle composizioni, pur deducendo che le stesse canzoni siano state scritte "anche" in funzione sua.
Il resto della band non se ne sta' di certo ad osservare però: tutti gli strumenti si avvalgono di una produzione e di un missaggio strepitosi.
Bene amalgamati tra di loro, ricordando in certi passi la marzialità degli Swallow the Sun, eppure distinguibili e puliti quando serve proprio che lo siano.
E di passaggi in cui sembra staccarsi dalla palude di ghiaccio, buia e demoniaca, se ne contano a iosa.

Si parte sempre con una nota alta della chitarra solista, che viene ripetuta infinite volte come nella migliore tradizione Doom, e si cerca di stemperare il disagio che questa può creare grazie al cantato etereo femminile, che alla fine va ad intrecciarsi con le truci parti bestiali maschili e che ci riconducono nella palude da cui per qualche minuto ci eravamo elevati.
L'esempio migliore di tutto il lotto, nella fattispecie di quello che ho appena detto, è sicuramente "When I Wake", la canzone più rabbiosa, ma pure più raffinata dell'intera scaletta, e che sono sicuro farà la gioia delle orecchie di molti appassionati sia di Gothic che di un certo qual Doom non troppo statico.

La chiave per leggere questo disco, a mio parere, è proprio questa: atmosfere ferali e lugubri. Ma non troppo.
Cadute ben ponderate ed estremamente ragionate nel Doom, pur non proponendo una miscela troppo statica ed immobile.
Influenze ben chiare, che poi son le solite per chi conosce i Draconian: i già nominati Katatonia, gli Swallow the Sun per rimanere in tema di novità più o meno recenti del Death/Doom, i Saturnus per quanto riguarda l'originalità e la raffinatezza degli episodi più eterei dell'opera di cui è infarcita.
Elementi, tutti, che fanno sì che "Turning Season Within" sia un grande disco. Non da cinque stelle, si capisce: "Arcane Rain Fell" era un album da cinque stelle, e che con le sole "A Scenary of Loss" e "Death, Come Near Me", meritava di essere ammesso nel novero degli album fondamentali del Doom/Gothic ma, per chi certamente non cerca i capolavori a tutti i costi, quest'opera potrebbe essere una bella sorpresa per iniziare l'anno nuovo.

Una sorpresa intrisa di piccole tragedie di rabbiosità e di mal di vivere.
Buon ascolto. ⇒Debaser.it

»»» Draconian su Myspace

»»» La recensione di "The Burning Halo". OzzyRotten il 01/10/07
Prostrato da OzzyRotten alle ore 14:02
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