I miei angeli scorrono per strade bagnate, e stringono nei pugni quel che resta di uno spicchio di sole malato.
Sono schiere infinite, e non tutti camminano sulle loro gambe: certi strisciano, certi s'arrampicano ai muri delle case dall'intonaco scrostato, certi, malmessi ed afflitti, vibrano e quasi esplodono se li si lascia fare.
Io li osservo, dalla mia piccola superficie di un metro quadrato. Allla ringhiera ho appeso strisce di cuoio che odorano di fiori lontani, invisibili da quì: sono riuscito a catturarne l'immagine in una bottiglia rotta di colore verde.
Volevo che qualcuno la tappasse e la tenesse in un posto segreto anche a me, mi sono accorto che il loro profumo è rimasto, così come la loro immagine, e io non ho saputo replicare né l'uno e né l'altra.
Orde cieche, fumosi respiri che hanno conosciuto la passione dei corpi che si uniscono, che hanno concluso l'era della moralità fine e bigotta, che hanno deciso di uccidere il mio sole. Se ne fanno beffe, e irridenti non sanno d'andare incontro ad un suicidio che gli è stato programmato: non può esserci passione, né delirio, né ragione, né alcunché, se non c'è più il sole a benedire la carne e lo spirito.
Ha i baci amari, il mio sole. Di quelli che attaccano il cielo e lo spogliano di qualsiasi riverbero. Non c'è spazio per le dimenticanze, se sai che le nuvole non hanno memoria. Non c'è nessun luogo finito, se sai che tutte le cose finite sono solo porzioni mutevoli di una trascendenza che non è né aulica, né mistica, né paradossale: è solo il nulla che inghiotte ogni questione. La fagocita ferocemente, con appetito malsano, e dalle sue carie, ancora una volta riproduce altre questioni, altri modi, altri metodi.
Quant'è triste, esser quì, a celebrare il funerale per un sole ormai spento. Quant'è desolante! Ne immagino solo un raggio, racchiuso in una mano sporca d'asfalto, tenuto da uno dei miei angeli in marcia.