lunedì, 30 giugno 2008



Il mare sembrava arrampicarsi con affanno lungo le creste di roccia fragile e consumate. Dai colori indefinibili, ancora caldi e gonfi del giorno infuocato ormai trascorso, in lontananza sembravano fatte di cartapesta, e l'acqua che le lambiva riusciva ad ucciderle un poco alla volta. Lentamente. Senza fretta, senza violenza.

Un poco alla volta ancora.

Ci sono un gruppetto di persone semi-immerse nel buio, e se ne distinguono i contorni sfatti, solo per le candele accese sul tavolo davanti a loro, mentre il cielo si sta atteggiando alla veste plumbea della notte.. Parlano piano. Ascoltano qualcosa. Sono avvolte da un fumo acre e stordente. Uno di quei fantasmi che non fanno più riflettere, che non fanno più pensare.
C'è chi carezza i capelli rossi di una bellissima donna al suo fianco, chi invece guarda assorto lontano, verso i battelli con una fioca luce sulla punta della prua, che attraversa le falde del mare e le spacca senza rumore, o verso i faraglioni che si stendono a strapiombo sul vuoto, ma non sprofondano nell'abisso, o ancora verso il riflesso argenteo della cresta delle onde invisibili che mormorano e combattono.
Laggiù. Lontano. Da dove vengono le sirene che ammaliarono Ulisse e gli argonauti, che diedero battaglia a Orfeo, che avevano il cuore nel Paradiso e la fame delle fiere.

Il mare era quasi immobile, allora. Si gonfiava e sbuffava impastato d'alterigia verso quello che credevamo essere l'infinito, mentre era solo un braccio d'acqua senza forma e senza ore. Che noi desideravamo d'oro, e volevamo assolutamente nostro. Mentre era solo scuro e carico di tiepidi desideri.
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diary of a madman

domenica, 22 giugno 2008

I Long...
È il profilo di Lei che sembra sottile alla penombra, dietro le gelosie della finestra aperta che da aria, che mi si pianta nel cervello. Me la sento, ce la sentiamo a camminarci sulla schiena l'aria. È calda. Caldissima. Rovente. Ma dietro al cono d'ombra, sul letto dove io e lei siamo distesi supini e stanchi, non sembra proprio. Piuttosto, sulla fronte ancora imperlata di sudore, e  sugli occhi chiusi, sulle palpebre pesanti e appiccicose, un soffio deciso e fresco, spietato, ci fa rabbrividire.

I Long, I still long. I Long, I long so much away, from me... For me...
Mi sembra di fare fatica a guardarla nei ricami di scuro come ragnatele rapprese, a sentire sotto le note lente e dolci il suo respiro calmo e sincero nel sonno. Ma poi, il suo seno morbido e lascivo dove prima mi sono aggrappato come un disperato, vinto dalla frenesia di un naufragio appassionato e quasi crudele, lo vedo muoversi, chiaro. Senza indecisione. Sembra, ancora, che l'aria che entra invisibile lo sfiori come la punta di un coltello affilato e freddo, facendo inturgidire i capezzoli ancora umidi della mia saliva, che s'accendono irruvidendosi.

Take my lips, kiss me sweet. Take my feelings, stop me from sweating fear. My sweet nightmares end...
Sì. Anche i miei dolci incubi finiscono. Col tocco leggero di un dito sulle sue guance quasi trasparenti che si schiudono involontariamente. Pudicamente. Le guance di un angelo nascosto dalla penombra e compresso in una stanza dal poco spazio, dal soffitto basso e opprimente che da bianco è diventato grigio. E il mio cuore si disintegra se penso che tra qualche giorno dovrò lasciarla. Così. Senza lacrime e senza nessuna parola dolce, strozzato dal volto duro, fino alla prossima volta. Fino a quando lei mi donerà di nuovo un fiore ed un sorriso, e la sua carne, e la penombra di un ricordo d'estasi estroflessa, timida e lontana.
Mia per sempre. Gelosamente mia.

I Long, I still long. I Long, I long so much away, from me... For me. My sweet nightmares end...



N.B.: La canzone da cui sono tratti i versi è "I Long", dei Saturnus. Dal disco "Veronika decides to die".
Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:01
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diary of a madman

sabato, 21 giugno 2008



Chili di silenzio per inaugurare un nuovo gioco
(solo agli sguardi e' concesso di sperdersi nell'aria)
perche' un sospiro puo' affilare il taglio del rasoio
e di nuove lacerazioni non c'e' voglia

Nessuna possibilita' di condividere sfiducia
costretti a un'immobilita' colpevole

Il buio e' un peso, e' un imbroglio e brucia come il fuoco
Le cose opache li' intorno si muovono:
detta il ritmo lo smacco di ogni preghiera
e non c'e' pace latente da cogliere

Nessuna possibilita' di condividere sfiducia
costretti all'immobilita', noi carne esanime e sfinita

Nostri i corpi arresi al gelo dell'apnea!
Patiranno il giro di vite ineluttabile
Chili di silenzio sulla nostra pena
gran regina dell'incubo che verra'

Come girano i colori ed i sapori nella vita vera?
Qui per ora e' nero come Angoscia e amaro come Fiele

E li'?
Prostrato da OzzyRotten alle ore 13:26
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heavy rock

venerdì, 20 giugno 2008

C'è un'umidità così pesante per la strada che tronca il fiato.
Preme sul petto come un macigno, e la sento posarsi sulle spalle, sulla polo dal colore scuro che le copre e che aderisce alla pelle bagnata come una ventosa, e mi piega, mi schiaccia senza che io possa farci niente.

Ogni volta che l'aria s'addensa in particelle d'acqua così grandi, così pesanti e dal colore e sapore di una pillola di piombo ruvido che non riesco ad inghiottire ma che mi resta ferma in gola, in testa mi pungono pensieri assurdi: gli occhi dalle orbite dilatate si muovono senza rumore, e annuso quell'incresparsi lieve ma costante dell'aria come se fossi un lupo, mentre attento, tendo l'orecchio ad ascoltare il chiassare morboso della nebbia che s'abbassa.
Una ragnatela che si spande lungo le superfici crespe e frastagliate che sembrano morire con lentezza, ingrigendosi e senza dar più nessun passo.
C'è un'umidità così pesante e densa per la strada, oggi, che le macchine sembrano fermarsi anziché proseguire.
Ad ogni stridore di pneumatici sembra che si appiattiscano verso l'orizzonte limitato che si chiude man mano, laggiù, non più in lontananza.


La conobbi in una giornata così, la mia bella. Proprio mentre ero assorto nei miei labirinti muti, ignorando il casino pazzesco che tutto intorno si consumava e riportava immediatamente tutte le cose alla loro cinesi abituale.
Qualcuno mi passò di fianco, ma io manco lo vidi. Si scontrò contro il mio braccio, e una scossa mi prese con prepotenza, risvegliandomi dal torpore languido e straniante che mi aveva incastrato nella bocca della sua tenaglia.
Una mano piegata leggermente in avanti spuntava appena da sotto un lenzuolo sporco appoggiato a terra, a coprire un cadavere sull'asfalto.
Aveva un anello d'oro all'anulare che non brillava, non aveva riflesso alcuno. Le dita appuntite e piegate ad arco sporche di macchie di sangue rappreso, mischiato alla pesantezza della nebbia fitta che le aveva rese immobili.

C'è un'umidità che fa spavento su questa strada oggi.
E io mi trovo dove raccolsero la mia bella sconosciuta che la stava attraversando, un giorno come questo, quando un'auto di grossa cilindrata sbandò sulla banchina e la investì in pieno, troncandole la spina dorsale di netto e rubandole con violenza la vita un attimo prima appannata dal languore della nebbia che calava come un coltre morbida e tranquilla, che sembrava innocua, che sembrava innocente, che invece la rese cadavere.

La stessa nebbia, nella stessa umida giornata di un giorno morto, simile a questo, dove io sto impalato in mezzo alla carreggiata, a godermi la dolce e lasciva quiete immobile di una foschia che sembra essere mia amica immortale.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 20:37
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nerovoragine

martedì, 17 giugno 2008


L'apertura del V2-Day del 25 Aprile in Piazza San carlo a Torino

Faceva caldo il 25 Aprile a Torino.
Un sole che a starci sotto il cervello sembrava dovesse cuocersi in un brodo bollente dove ad ogni stentato passo per Piazza Castello, stracolma di gente fino all'inverosimile, si respirava l'aria delle occasioni grandi.

Quelle buone, quelle di festa. Quelle che piacciono a me.

Il 25 Aprile a Torino c'era il V2-Day sull'informazione. Eravamo tanti, eravamo tantissimi.
Mentre le televisioni ignoravano e i giornali delegittimavano (senza riuscirci peraltro...), una massa di gente immensa si accalcava per firmare. 

"Ma è vero che le firme non saranno valide perché raccolte in un periodo fuori-tempo?".
"Non si può affossare la Resistenza con le proteste di piazza! Il 25 Aprile è la festa di tutti e non di 4 scalmanati!".
"Il Sindaco non darà mai la disponibilità della piazza".
"Erano un paio di esagitati ignoranti. Centomila persone? Ma quando mai! Saranno state sì e no quarantamila! La piazza non ne può contenere di più!".


E intanto io e l'amica che mi accompagnava ci abbiamo messo due ore per riuscire ad arrivare ai banchetti e firmare. Ogni tanto ci fermavamo all'ombra dei portici, davanti ad un bar a salutare qualcuno, fare quattro chiacchere con i suoi amici coi figli appresso, che si godevano quella giornata, bere qualcosa, mangiare un gelato, e avanzare altri due metri in mezzo alla gente che aveva invaso quella piazza.
Una festa. Una grande festa.

"Minchia! Pensavo che Grillo fosse più basso. Mo gli viene una sincope ad urlare a squarciagola sotto al sole!".

Mentre facevo la mia brava fila, quasi attaccato gomito a gomito con gli altri, davanti al banchetto "Altre Regioni", tra i fiati pesanti e accalorati, spiavo qualche carta d'identità. C'era gente che veniva da L'Aquila, da Milano, da Pescara, da Bari, da Catanzaro, da Bergamo, da Cosenza. Uno persino da un comune che non ricordo ma che ho immaginato fosse sicuramente sardo. Venivano da tutta Italia. E c'ero pure io. Dal mio oscuro paesello "in culo ai lupi" tra l'Appennino Lucano e le valli del Cilento, sino a Torino.
Io "borbonico" alla Re Bomba e Franceschiello, nella città dei Savoia e di Cavour. Ed ero contento. Per una volta il mio endemico ribrezzo per i luoghi troppo affollati era diventato secondario. L'importante era esserci. Mettere tre firme, godersi la compagnia, discutere di politica, farsi quattro risate, avanzare quasi ci si trovasse in una foresta di mangrovie, sempre contenti.

E lo sarò ancora, pure per il prossimo V-Day: Il terzo. Che stavolta verterà sulla Giustizia. Quella che ormai sembra essere diventata la più svenduta delle donnacce di strada. Con tutto il rispetto per le povere donne sfruttate sui marciapiedi.

V3-Day V3-Day V3-Day!
Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:16
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v-day, v2-day, v3-day

giovedì, 12 giugno 2008



«Figliuzzi miei, parrocciani miei carissimi nel Signore. Come quello di Gesù inchiovato alla croce, magari il mio costato sta perdendo in questi giorni più fiele che sangue, credetemi. Un consiglio comunale ateo e biastemio ha fatto flabbicare in questa citatina operosa e onesta di Vigàta un tiatro e domani lo rapre con la rapprisintazione di un'opera. Non ci andate, fligliuzzi amati! Pirchì nell'attimo istesso in cui il vostro pedi entra dintra a quella costruzione, l'anima vostra viene a trovarsi pirduta pi l'eternità. Voi forse non credete a quello che sta dicendovi il vostro vecchio parroco, voi certamente pensate che sto sgherzando o che mi sono rimbambito. Forse è vero che con la testa non ci sto più tanto, ma allora io non parlo più con parole mie, ma con le parole di gente che ha tanta testa maggiore di mia e di tutte le teste vostre messe inzemmula. Vi dico e v'arripeto: il tiatro è la casa preferita del diavolo! Sant'Austinu, che puro era stato uno che faceva vita tinta, cattiva, che iva nelli burdelli con le fimminazze impestate e s'imbriacava comu una scimmia, sant'Austinu, dico, cunta che una vota a Cartagine che è paisi di qua vicino, verso l'Africa, una vota trasì in un triatro e vide la rapprisintazione di fìmmini e òmini nudi che facevano cose vastase, e quannu sinni turnò a la so casa, sonno non poté pigliare per tutta la nuttata, tanto si era ammareggiato! E vi voglio puro contare una cosa che conta Tertulliano, che non è una cacatella di capra ma una testa granni assà. Conta Tertulliano che una vota una fìmmina divota, onesta e bona matri di famiglia, s'intestò a tutti i costi che voleva andare a triatro. Non ci poté né marito, né patre, né matre, né figli. La fìmmina tistarda taliò lo spittacolo, ma quando niscì non era più la stissa. Biastimiva, diciva parulazzi, vuliva che ogni mascolo che incontrava la cavarcasse sulla strada stissa. A forza marito e figli si la purtarono ni la casa e chiamarono un parrino di corsa. Il parrino vagnò con l'acqua biniditta la fìmmina e disse al diavolo di nèsciri fora. E sapete che arrisponnì il diavolo?

    “Tu, parrino, non t'intricare in una cosa che è mia!
Io questa fìmmina mi pigliai pirchì issa di sua volontà vinni dintra di la me casa, che è u triatro!”
E la fìmmina morì addannata pirchì il santo parrino niente ci poté. E voi, parrocciani me, volete farvi pigliare dal diavolo? È il loco del diavolo! E quel loco merita il foco che Dio scagliò contro Sodoma e Gomorra! Il foco! Il foco!»

«Reverendissimo canonico
G. Verga - Chiesa Matrice - Vigàta
     Ero in chiesa aieri a sentire la sua predica contro il traitro. E mi scappa una dimanna: la fìmmina che vossia si è tenuta in parrocchia e dintra il letto per vent'anni e dalla quali ha avuto magari un figlio mascolo di nome Giugiuzzo di anni quindici, a quale categoria di buttane appartiene? Fìmmina di triatro, fìmmina di Sodoma, fìmmina di Gomorra o troia semplice?
Un parrocciano che crede alle cose di Dio.»
Prostrato da OzzyRotten alle ore 14:03
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andrea camilleri

venerdì, 06 giugno 2008

När jag tänker på den ständiga resan
Genom livet
När det alltid Känns som höst
Då vänder sej vinden sakta mot norr
Och blommorna dör
Det faller regn i mina drömmar
Jag måste resa igen och leta efter tröst
Jag måste leta igen efter ömhetens röst
Jag måste resa igen till nästa höst
Den Ständiga resan till nästa höst

När jag vandrar på den steniga vägen genom livet
När det känns som jag bar på en sorg
Då gömmer sej solen sakta i moln och ordet är Adjö
Snart faller snö i mina drömmar


Den Ständiga Resan, Marie Fredriksson
Covered by Opeth



Ascoltala, la spirale senza inizio e senza fine, con le palpebre che flettono e si stringono, così tanto che sembra di vedere quei bagliori e quelle linee psichedeliche che appaiono e scompaiono. Più la membrana di carne si stringe, più le immagini svaniscono e ricompaiono come fantasmi agitati. Come lumi affogati nella nebbia. Come paletti nudi, nervosi e storti, che spuntano in mille raggi diversi.

La sua vibrazione armonica, nel muoversi piano, quasi col timore di frangere l'invisibile, è il fluttuare della faccia di chi attende alla Citerèa dei desideri, volendo farla propria. Immergendosi, sciogliendosi, svuotandosi completamente in essa, in un abisso di acqua pesante senza riflessi che rende immortale l'anima.

Stringo tra le mani un odore che non voglio dividere con nessuno. Le mie nocche lo imprigionano e diventano bianche per lo sforzo. Quando è appena piovuto, e per le strade si respira quell'arco elettrico che sa di ferro e di amaro, non deglutisco nemmeno per trattenerne in gola l'aspetto amaro del tempo immobile che mi raschia le corde e mi ricorda d'avere una testa ed un cuore.

E quando esplode, il mio cuore, non c'è angolo o spigolo che riesca a trattenere gli stentorei brandelli di una possessione stringente che non c'è, invisibile persino alla patina delle mani che la intrappolano illudendosi di averla, ma che mi completa e mi rende libero. Ora e sempre.
Un giorno dopo l'altro.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:03
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diary of a madman, opeth

mercoledì, 04 giugno 2008



Un Ep.

Una piccola raccolta di brani che in genere serve da antipasto alla scorpacciata futura di canzoni compiute, che nascono e si esauriscono in maniera più o meno veloce, a seconda che si tratti di un genere "facile" o "complesso".
Questo non è il caso dei Moonsorrow.
Questo Ep è un viaggio tra il vecchio e il nuovo del gruppo, che parte dalle riedizioni di canzoni già pubblicate nei loro demo d'esordio ("Taistelu Pohjolasta" e "Hvergelmir"), viaggia attraverso due cover ("For Whom the Bell Tolls" dei Metallica e "Back To North" dei Merciless), e approda, infine, in una sinfonia maestosa di quasi trenta (trenta!) minuti: "Tulimyrsky" appunto.

Mai titolo fu più azzeccato per un disco come questo. Tulimyrsky. Tempesta di fuoco.
Proprio quella si attraversa tra i solchi e le note di questo colosso vichingo.
Quì c'è il mormorare e il frangersi dei flutti del mare del nord, quì c'è la forza e la tragedia di un'epica non compromessa da nessuno svilimento commerciale: forza e fierezza.
Ma anche gelo, neve, ghiaccio e nostalgia. Il tutto dato in una formula che sempre più porta il marchio di questa band che, per quanto riguarda il genere "Viking" sta reinventando e reimpostando tutte le regole; dimostrando che non è solamente cedendo alla melodicità adibita ad uso e consumo veloce, che si possono comporre ottimi album.
Quì il Black Metal più oscuro, oltranzista e primordiale si veste dei connotati di una eleganza stilistica tutta particolare, che trascende dalle radici antropologiche culturali dei paesi scandinavi, ma al tempo stesso ne è una derivata chiaramente riconoscibile, e che dota le composizioni, lunghe e prolisse, di un sentimento difficilmente replicabile e spiegabile. Solo ascoltando la musica dei Moonsorrow si riesce a capire la serie di legami, di congetture, di momenti tirati e tesi e di quelli più legati al folclore delle "Antiche Abitudini".

Tulimyrsky è un viaggio ho detto.
Un viaggio che non finisce quando gli strumenti esalano l'ultima nota, ma continua piantandosi nella testa di chi ascolta, di chi sa andare oltre la voce raschiata e acida di Ville Sorvali, e ne sa ricavare il frutto di un'epopea fatta di sangue, di battaglie da far tremare la terra, di fiamme che lambiscono il cielo scuro arrossandolo e rendendolo una macchia lontana, che si consuma sulle vite di nerboruti guerrieri. Tutto in una canzone sola. Incredibile.

Poi ci sono le cover, e quelle sono un capitolo a parte. Chi riuscirebbe ad immaginarsi una canzone come quella dei Metallica riletta in chiave Viking e, per altro, pure eccellentemente eseguita? Solo dei pazzi.
Come i Moonsorrow appunto.
E poi una "Back To North" che più oscura e potente non si può chiedere, un gradino, ma impercettibile, sotto l'originale. Tutto si condensa sotto una valanga di ferro e di torpore, prima dati, poi strappati, poi ridati e poi ristrappati, in un balletto truce e crudele. Affascina e mozza il fiato continuamente questa canzone.
Forse, ma non vorrei peccare di presunzione, io mi trovo di fronte al disco dell'anno. Forse no.
E' presto per dirlo. Di sicuro questo non è un lavoro che gli amanti del genere possono e devono lasciarsi scappare: quello sì sarebbe un peccato, e nemmeno veniale.

Chiudo ammorbandomi le orecchie degli assalti all'arma bianca di "Taistelu Pohjolasta" che fa comprendere bene quale sia il grado di maturità raggiunto dai Moonsorrow.
La canzone è stata riscritta completamente in pratica.
Delle grezze elucubrazioni primordiali che sprigionavano potenza e che strizzavano l'occhio al Black Metal, niente o quasi è rimasto. Niente tranne che l'attitudine. I suoni sono stati rielaborati e passati sotto la pressa di tastiere e campionatori che fanno parte dell'armamentario del gruppo di oggi, ma il nocciolo del brano è rimasto inalterato: la prepotenza, la ferocia e l'epica che crescono di pari passo con l'andare dei minuti e mai si fermano, fino a sentire quell'odore di ferro incandescente che si piazza nelle narici, e verso il finale, stravolge ogni cognizione lasciandola basita.
"Hvergelmir", invece, se potesse s'inoltrerebbe verso lidi ancora più misteriosi ed oscuri, senza cedere di un millimetro alla coniugazione melodia-epicità-orecchiabilità.
Eppure, anche se così non è, il trittico di cui parlo lo si avverte subito, ed è anche palese. Sembra avviluppato su se stesso, eppure c'è, forte e risoluto e presente. Sempre. Velato di urla lancinanti che lambiscono i contorni di un paesaggio gravido di sensazioni negative.

E' la fine del disco questa.
La fine delle note che soccombono rumorose sotto un maglio che genera scintille che poi, condensandosi creano una palla di fuoco che tutto travolge, facendo sì che abbia inizio, nella testa di chi ascolta, la seconda parte dell'opera.
Straordinari. »»» Debaser.it
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:29
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heavy rock, debaser

lunedì, 02 giugno 2008



»»» La musica più adatta a questo post QUI

Quando arrivano queste ore, sembra di camminare su di un tappeto.

Lo immagini ingemmato di lapislazzuli e di ambra. Ne odori piano il taglio sventrato dal cammino sotto i piedi,  sollevato dall'aria tiepida, fiato di un imberbe, timido vento senza direzione.

Se volgi gli occhi verso il basso, chilometri e chilometri di nervose ed urticanti superfici scure si sovrappongono. Luci che brillano e che hanno vita per un milionesimo di secondo, prima di scomparire immediatamente, per dare spazio ad altre luci, ad altri involucri, ad altri sudari di buio, ad altri faraglioni che si ergono come monoliti spenti sulle coste consunte dal mare, e sulle rive abbandonate, ora severe, ma che ancora risuonano delle voci del sole.

Sopra le coltri pervase e pesanti il cielo è sempre liquido e vorticoso. Dal suo risucchio nascono masse di nuvole che osservano paradigmaticamente quello a cui lo stesso iride punta. Immediatamente.
Così scompare e riappare tutto quello che è stato creato, e chissà quale mano ne ha cinto i contorni; chissà quale parola ne ha dato i caratteri fulgenti del giorno, che adesso immagino, inchiodato come sono a questa immobilità vischiosa e ferale.

Il filo che mi tiene appeso a questo Golgota parossistico e connettivo coi miei centri nervosi è proprio lassù. E nessuna mano deista, e nessuna ispirazione lunare, pure essa lontana e perigliosa, mi può tenere lontano da ogni infinito.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:42
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diary of a madman

domenica, 01 giugno 2008

C'è un silenzio che grava col suo peso tutte le cose e le pervade.
Non è nero, non è assassino, non è nemmeno indifferente: è un silenzio d'ombra che ha una sua età, che computa tanti pensieri buoni e cattivi.
Tanti ricordi: buoni e cattivi.
Tante parole: buone e cattive.

C'è il silenzio che tra le sue braccia conserte e strette e gelose, nascosto, cela quel solito ruggito animale che fa tremare la terra sotto i piedi. Gladiatorio e assoluto.
Una qualche luce lontana dovrà pure avercela, forse.

C'è invece il silenzio forbito e malinconico, in ceppi per tutto quello che vuole e non vuole, e che s'impasta con decine e decine di altre estroflessioni purpuree come il sangue.
La stessa materia composita dei desideri.
Il sangue. Le lacrime. I volti. I desideri.

C'è pure il silenzio che si consuma sul fondo di un posacenere, che esala l'ultimo respiro in un anello di fumo, sotto una coltre di cenere afflitta ed uccisa. Quasi come il sangue. Quasi come le lacrime. Quasi come un volto. Quasi come un desiderio.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 17:28
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