I am the brains
Some say insane
Blood is the rain
That's whay life's about
In the great wide
Head split and tongue tied
Watch the sun die
When you're running out
Hell doesn't want them
Hell doesn't need them
Hell doesn't love them
Forse è il mondo a girare al contrario. O forse sono io ad essere semplicemente storto.
Ogni volta che la guardo, pensandola, riesco a distinguere ogni più piccolo particolare del suo viso.
Di più! Della sua anima stessa. Mi fermo e soppeso con cautela quanto i dardi illuminati nelle mie iridi possano infastidirla invadendola. Così: da uno sguardo fuggevole, quasi rubato, fino man mano a sembrarmi di penetrarla sempre di più nel profondo.
Ma lei non è mia. Mai.
Cammina barcollando, troppo piena del cattivo gin che si è fatta offrire nei pub lungo i vicoli, dove la sera sembra di trovarsi in caverne, e dove a frequentarli c'è gente venuta da chissà dove: arrivata, sedutasi, poi rialzatasi, poi alla fine andata. Senza lasciare nulla lungo la loro invisibile scia.
Arrivare, adocchiare, sedersi e bere - pochi penny -, rigirarsi un pò sulla sedia, guardarsi ancora attorno - qualche penny in più -, andare.
Dove? Uscendo, di fianco all'ingresso, in quel budello dal fondo sconnesso stretto e senza uscita, dove non c'è né la brezza che viene dal fiume, né la luce di nessun lampione, né il soffio profumato delle cose che stanno nel profondo dell'acqua.
- Con una sterlina lo faccio piano -.
E io ho annuito.
Forse è il mondo a girare al contrario. O forse sono io ad essere semplicemente storto.
Quando mi ha fatto cenno di avvicinarmi alle sue gambe oscenamente aperte, incrociate in quella "V" di carne scura, ormai asciutta e tumefatta, usata da chissà quanti uomini, dopo essersi stesa supina a terra, senza nemmeno uno straccio per non sporcarsi, ho chiuso gli occhi, ho messo la mano nella tasca, le ho chiesto di liberarsi di ogni pensiero e di chiudere gli occhi a sua volta, di aprire la bocca, e di dirmi un semplice «Ti amo». Poi più nulla. Solo un «Ti amo».
L'ho violata.
Così: dapprima con uno sguardo imbarazzato semi-invisibile, poi col tacco della scarpa che le ha sfondato la testa con un tonfo sordo e quasi liquido quando è rimbalzata sul ciottolato della strada, poi col coltello affilato che avevo in tasca. Dall'addome allo sterno. Un taglio difficoltoso, duro. Con tutto quel sangue caldo che zampillava isterico e si spandeva e s'anneriva in scie incerte.
Forse è il mondo a girare al contrario. O forse sono io ad essere semplicemente storto.
Ma questa è la mia maniera d'amare. Così: dapprima cautamente come il tocco di un felino che va per i tetti e sui comignoli spenti, poi sempre di più. Sempre di più nel profondo.
»»» Jack lo squartatore (inglese: Jack The Ripper) è lo pseudonimo dato ad un serial killer che ha agito a Londra, nel quartiere degradato di Whitechapel e nei distretti adiacenti, nell'autunno del 1888. Il nome è tratto da una lettera, pubblicata al tempo delle uccisioni, destinata alla Central News Agency e scritta da qualcuno che dichiarava di essere l'assassino.
Durante la sua attività criminale, sono state attribuite a Jack lo squartatore cinque vittime, ma è possibile che abbia ucciso anche altre persone.
Il primo delitto ha dato modo di conoscere, oltre all'abilità del killer, anche il suo modus operandi e la tipologia delle sue vittime, soltanto prostitute sventrate e sgozzate. ⇒Wikipedia
La mia amica Mjertovjek mi ha assegnato un premio, e a me ha fatto molto piacere. Più del premio, la motivazione con cui lei lo ha corredato, che riporto:
“Ozzy Rotten: Per il modo grintoso con cui sa esprimere la propria personalità, per il suo stile allo stesso tempo sontuoso ed incisivo con cui traccia quadri di profondo impatto emotivo.”
Non mi sento però di dover nominare nessuno, per parte mia. Non servirebbe credo. Non per un atteggiamento snobistico o indifferente, ma semplicemente perché non saprei proprio a chi doverlo assegnare, ed anche lo sapessi, mi sembrerebbe di essere discriminatorio nei confronti degli esclusi. Percui ringrazio ancora la mia amica. Come le ho scritto mi genufletto onorandomene, e mi auguro che mi regali un bellissimo post sulle note degli Swallow the Sun, come le ho chiesto.
Adesso, permettetemi, torno a correre sulla mia nuova Alfa Romeo. Chi era poi che si reputava "non un'Alfista ma una Signora", poi?
Essere Alfisti è "sempre meglio di qualsiasi altra cosa", of course...
È mio il sonno stemperato quando si siede sulle ginocchia estenuate e gioca ad affatturare il tempo per rubarne un pezzo. Per insignificante che sia, un impalpabile e sfuggente pulviscolo di vita s'infrange vinto dalla frusta del nulla, e niente più pretenderebbe, se non scomparire.
È mia la bellezza di tutte le cefeidi che stentoreamente si muovono, affannate, nello spazio celeste ad ogni angolo visto e non visto. Percepito o palesato, finito o immaginato, angusto o cubitale, supponibile o imponderabile, virgineo o incancrenito. È mio ogni spazio stellante e siderale.
È mia la carnicina reminiscenza della concupiscenza, odorosa dei sensi della terra e dei fumi del papavero. Preservo i segreti muti o appenna bisbigliati, abbandonati in un eremo in fondo al cuore maculato e alle arterie strillanti.
Sono miei gli aculei del Male quando ho osato baciare le tue lacrime calde e perigliose grondanti passione, e le ho rese permanenti e glaciali come la pietra nera di Maometto.
Sono mie pure tutte le carinerie riservate all'arco teso della tua rosa angelica, che profonde in me le memorie care e nebbiose dello spirito al di là del regno delle ombre.