venerdì, 26 settembre 2008

Baci e abbracci. Dovevo metterla ieri, ma il giorno dopo e' piu' buona. :-)

Prostrato da Bloodysucker alle ore 09:22
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mercoledì, 24 settembre 2008



E' vero: il genere Viking è vecchio e stantío.
Nessuna band riesce più ad essere originale e a proporre qualcosa di veramente alternativo per le orecchie ormai esauste di chi ha iniziato magari coi Bathory, e oggi si trova a dover fronteggiare un'armata infinita di gruppi che sembrano quasi divertirsi a disorientare i fans, comminando melodie semplici da piantarsi in testa con il Black Metal, per esempio, o con l'Heavy, o, infine, con il Death.


E' vero, il Viking è morto, come è morto il Metal e come è morto il Rock'n'Roll.
Pace all'anima loro.

Ma, infine, chi se ne frega di tutti questi assiomi se si riescono ad apprezzare gli Amon Amarth?

Band abbastanza "quadrata" e con obiettivi e derivazioni abbastanza chiare, passando per vicende alterne e per lavori eccellenti e più o meno buoni, oggi si può dire che sia, forse e senza bestemmiare, il simbolo e l'emblema di quella potenza sonora che non fa prigionieri e che fa dimenticare in un botto di trovarsi di fronte ad una riproposizione, più o meno palese, di temi già detti da altri.
Ma se così è, e se non si apprezza la continuità sonora e quello che ne viene di questa band, allora di converso si dovrà dare atto agli Amon Amarth del loro talento innato nel creare, volta per volta, canzoni sempre cazzute e potenti, ben calibrate e che di sicuro faranno la gioia di chi ne ha dimestichezza.


Questo "Twilight of Thunder God" di certo non sarà un disco che cambierà la storia, e nemmeno mai farà cambiare parere a chi non ci vede null'altro che pacchianeria, o modestia, o addirittura noia.
Sarà un disco che in molti ameranno e in tanti ignoreranno.

La sostanza non cambia.
Quella secondo la quale questo è un album che ha tutte le carte in regola per regalare momenti davvero esaltanti a chi cerca i classici temi del genere a cui gli Amon Amarth appartengono: un buon equilibrio di epica, potenza, melodia e decorsi vichinghi vari. Il tutto condito, quì, ad un amore viscerale per gli Slayer d'annata in particolare.


Rispetto a "With Oden On Our Side" la direzione stilistica non è poi cambiata molto, ma chi li conosce capisce bene che non è questo che si cerca negli Amon Amarth.
Le canzoni sono tutte ben fatte, ben prodotte e non mancano di raggiungere l'obiettivo percui sono state composte, e cioè "spaccare".
In questo, il gruppo non è secondo a nessuno, e non lascia un attimo di tregua a chi li ascolta, sin dalle prime note di "Twilight of Thunder God" che, per inciso, si pregia della collaborazione di Roope Latvala, già nei Children of Bodom e nei Sinergy, passando per "Free Will Sacrifice" e arrivando a "Guardians of Asgaard", primo vero gioiellino di questo disco, che invece stavolta si avvale della collaborazione di  Lars-Göran Petrov
(se non sapete chi è non è affar mio: informatevi, perdio!) che nel coro della canzone si affianca al growl raschiato di Johan Hegg, rappresenta l'esempio eccellente e lampante di che cosa vogliono essere gli Amon Amarth alla pubblicazione del loro settimo lavoro.

In questa canzone, che è un pò il manifesto dell'intera composizione globale, si alternano in fasi sovrapposte tutte quante le peculiarità della band.
Quelle che ho elencate prima, e che di certo ribadiscono bene il concetto secondo il quale per essere "tosti" bastano poche, semplici cose, ma bene assortite e certamente tenendo ben presente il talento e l'attitudine.

Tutte quelle cose che quì, lo ribadisco ancora, non mancano.
Le chitarre vomitano accordi su accordi formando un muro di suono impenetrabile e granitico. La batteria macina battute su battute senza perdere un colpo, ed anzi, forse proprio il lavoro eccelso di Fredrik Andersson riesce certe volte a trainare tutti quanti gli altri componenti, come, per esempio, in "Varyags of Miklagaard", dove l'attacco selvaggio in prima battuta, fa da preludio a una base ritmica dal tono cadenzato e pesante, divincolandosi infine in un coro da apprezzare.


Prima parlavo di "slayerismi", o quantomeno di sentori più o meno marcati tra l'inizio e la fine del cd. Ebbene, una su tutte: "Tattered Banners and Bloody Flag" ne è forse l'archetipo, oltreché, a parere di chi scrive, il brano meglio riuscito del lotto.

Tutta la struttura sembra proprio ricalcare quanto gli Slayer avevano precorso in passato, con maggior sentimento e cattiveria se si potesse, e quì, la parte cantata da Hegg è anche la migliore e meglio accoppiata con la base sonora, passando alternativamente da un growl bestiale, furioso e sempre cavernoso, ad uno scream selvaggio e sporco, che non di certo può paragonarsi a nulla se non alla sua ugola.
Naturalmente, il tutto imperniato su uno schema micidiale di epica che va facendosi via via più pronunciato verso la fine di brutalità e potenza melodica.


Ma le sorprese non sono finite quà.
Perché il disco continua, muovendosi sempre su coordinate standard e ben collaudate, immettendo, volta per volta, sempre nuovi e diversi elementi, che vanno dalla struttura vorticosa con annesso coinvolgimento dell'elettronica di "The Hero", altro piccolo e furioso gioiellino, sino agli esperimenti quasi Heavy di "Live for the Kill", che si sciolgono a tre quarti con un'intermezzo dolce e triste eseguito dagli Apocalyptica, che termina d'improvviso con una sfuriata assassina e dolorosa.


Alla fine, a ricapitolare tutto poi, c'è "Embrace the Enedless Ocean" la canzone più lunga della scaletta, dotata di una sezione strumentale affascinante ed oscura, con assoli di chitarra melodici ed impastati all'atmosfera quasi sacrale che si è voluta creare.
Forse il risultato finale parrebbe dover stonare con tutto il resto, ma non è così. Anche questo sono gli Amon Amarth, e si potrà, io credo, amare solo questo brano e trascurare tutti gli altri se fosse necessario.
Non cambierebbe nulla.
La bellezza emanata dalle note della band in sei minuti e rotti è abbagliante, e senza remore lo dico.


Non ho altro da aggiungere, se non il pregarvi di ascoltare questo disco.
Ovvio, solamente a chi interesserà e avrà più passione che preconcetti nel proprio armamentario. Io sono sicuro di trovarmi in buona compagnia quando ascolto gli Amon Amarth.


Del resto, l'ho detto prima: chi se ne frega. »»» Debaser.it




Embrace the Endless Ocean

I stroke the blade with my hand,
The sharp edge cuts the skin.
Blood drips to the rain-wet sand;
My journey can begin.

Once a slave, but now I'm free
My honor is restored!
Once again, I ride the seas
Free at last, from whip and oar

I slide the sword into a sheath
The ocean god is hailed
And as we push out to the sea
We raise the rest of sails

I've missed the breeze of my home shore
The frozen lakes and winter snow...
But now my dream starts to unfold.
Father, I’m coming home!

The storm devoured without remorse
And water crushed the rails
The ship was thrown back and forth
A strong wind ripped the sails

The icy waves embrace my skin,
I am going down
The endless ocean swallows me
This will be my hollow tomb
Prostrato da OzzyRotten alle ore 14:03
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heavy rock, debaser

lunedì, 22 settembre 2008

Needed time to clear my mind and
breathe the free air find some peace there
I used to keep my heart in jail but
choice was love or fear of pain and

I...

chose...

love...


cos everything is energy and energy is you
and me is everything is energy and you and me

Light shines in through open window
shines in side your heart and soul and

light will guide your way through time and
love will help you heal your mind
and

life...

will...

be..

cos everything is energy and energy is you and me
is everything is energy and you and me is
everything is enegry in you and me
is everything is energy






Tutto - Anathema

Avevo bisogno di tempo per schiarirmi le idee e
respirare l'aria liberamente e trovare un po di pace la
Ero abituata a tenere il mio cuore chiuso in cella ma
la decisionen era tra amore o paura del dolore e

io...

ho scelto...

l'amore...


Perche tutto e' energia e l'energia siamo tu
e io siamo tutto e' l'energia e' tu e io

La luce  atraverso la finestra aperta
e fa luce nel tuo cuore e nella tua anima e

la luce guidera la tua strada atraverso il tempo e
l'amore aiutera a chiarire la tua mente e

la...

vita...

sara'...


Perche tutto e' energia e l'energia siamo tu
e io siamo tutto e' l'energia e' tu e io siamo
tutto e l'energia e' tu e io
siamo tutto e' l'energia


Prostrato da Bloodysucker alle ore 11:04
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bloodysucker

domenica, 21 settembre 2008



- Fa tanto freddo qui... - aveva mormorato lei, giusto per dire qualcosa, e in un gesto automatico si era stretta le braccia intorno al corpo.
Faceva davvero freddo quel giorno, al parco, e il respiro si condensava in nuvolette di vapore che restavano sospese per qualche istante a riempire la distanza tra loro. Il vuoto che lui aveva creato, e lei aveva accettato.
Lui le lesse la paura nello sguardo, ma non fece nulla.
Non la strinse a sé, per scaldarla.
Non parlò.
Poteva quasi sentire il cuore batterle sotto il cappotto in rintocchi sordi, rallentati, ogni volta che tratteneva il fiato.
E ancora tacque.
Snocciolò mentalmente il discorso che aveva preparato con cura, per l'ennesima volta. Ogni parola pesata, sofferta, nel tentativo di smussarne la durezza.
La mano di lei sulla sua - all'improvviso - lo fece sussultare, ma non si sottrasse al contatto.
Si era levata il guanto, notò. Le dita candide e sottili erano gelate, contratte da un tremito.
Tutto gli sembrò irreale, come la scena di un film.
Vide se stesso e lei, straniati. Estranei.
La panchina verde e scrostata su cui sedevano, l'erba irrigidita dal ghiaccio, gli alberi spogli e neri.
La sua sciarpa bianca.
I capelli di lei quasi bluastri nella luce livida del mattino.
Come colonna sonora soltanto il silenzio, rotto di tanto in tanto dal gracchiare lontano delle taccole.
In quell'istante la odiò. La odiò per non essere costretto ad odiare se stesso, per puro spirito di sopravvivenza.
-E' finita- disse, atono.
Niente discorsi lunghi, decise. In fondo era meglio un taglio secco; una ferita netta, chirurgica, che non lasciasse spazio al dubbio. O a ripensamenti.
Accigliato, sollevò lo sguardo al suo viso, stringendo le labbra in una linea sottile. Sfidandola.
Lei non replicò.
Divenne solo un po' più pallida, la mano che le scivolava sul grembo - inerte - e restava là, aperta, col palmo verso l'alto come una richiesta taciuta.
Poi parve accartocciarsi piano su se stessa, simile a un fiore bruciato dalla brina o a una bimba smarrita, piccola e minuta qual'era.
Lui avrebbe preferito che gridasse, che lo insultasse. Qualunque cosa che non fosse quel mutismo opaco e rassegnato.
Il suo piccolo angelo. Lei così forte. Lei così combattiva.
Arresa. Stroncata da due semplici parole.
-Non dici nulla?- le chiese, alla fine.
E di nuovo il suo silenzio accusatore lo trafisse alle spalle, mentre chino sulle mani a coppa accendeva una sigaretta di cui non sentiva voglia.
Lei scosse il capo. Prima lentamente, quindi con sempre maggiore convinzione.
Negava a se stessa la verità che aveva appena ascoltato.
Il naufragio di un futuro ipotecato su basi troppo fragili. Senza un relitto cui aggrapparsi, o un sos da mandare.
Il vuoto si spalancava davanti ai suoi occhi, ingoiando come una maelstrom tutto quel che era stato.
La vertigine la strappò alla panchina, mosse i suoi passi incerti sulla ghiaia del viale.
L'importante era camminare, si disse.
Lontano da quell'assenza che rischiava di lacerarla.
Più tardi, forse, avrebbe pianto davanti alle vecchie foto. Le avrebbe bruciate sul posacenere, ad una ad una. Avrebbe cancellato date e numeri di telefono.
E sarebbe riemersa dal pogrom emotivo.
Fluttuando come una sirena nel mare amniotico della dimenticanza.

( On air : The Siren Songs, by Thomas Feiner & Anywhen )




»»» Autrice Mjertovjek



È finita - disse. E anche mentalmente se lo ripeté nello stesso identico modo: spingendo le “f” quanto più fuori possibile, quasi a volerlo sottolineare una volta in più.
Finita. Finita. Finita.
C’era un tempo in cui la lingua sembrava sciogliersi sulle parole, come una lastra di ferro sottile su una piastra temprata e rovente: “Lasciva, sinuosa, scivolava lussuriosa…”.
C’erano volte, quando lei l’abbracciava stretto, tesa sulle lenzuola sudate, che sembravano doversi replicare all’infinito e non esaurirsi mai.
Lei pure sembrava sciogliersi, lasciva e sinuosa, scivolando su di lui e chiudendosi ermeticamente lungo le sue braccia e il suo petto, avvinghiandosi con calma disperata al suo fiato che spirava calmo e stantio dai polmoni esausti.
C’erano volte, ancora, quando camminavano assieme, stretti per i viali d’autunno tappezzati di foglie che svolazzavano, portate dal fiato stanco e tenue del clima invecchiato prima dell’inverno, che non era nemmeno necessario doversi guardare negli occhi per capirsi. Che cosa c’era da perdere o da trovare in quell’acquosità profonda come un pozzo, che non si potesse già immaginare?
Ma adesso no. Adesso è finita.
Finita. Finita. Finita.
Nessuna cornice di penombra reclama più sospiri, o parole dolci. Niente più circonda e sostiene e costringe lievemente due persone che non hanno più nulla da dirsi, e nessuna parte profonda più da dover esplorare.
Il buco nero che li ha risucchiati non ammette giustificazioni.
Finita. Finita. Finita.

Lei s’era alzata in silenzio da quella panchina, deambulando incerta come se fosse stata stordita da un oppiaceo. Ma non aveva perso la sua dignità. Non aveva perso quella scintilla di forza che le riverberava nel petto, evidentemente, e che le aveva dato la facoltà forte, eppure muta, di alzarsi, senza dover dire nulla, e di andarsene.
Sola. Libera e crocifissa al dolore che l’accecava.

Quanto sarebbe stato semplice se lei si fosse messa ad urlare. Se l’avesse coperto d’ingiurie, se l’avesse picchiato perfino. Tutto, meno che la sfera di silenzio incrinata della pena che lei si portava appresso, come un monolite grigio e irto di ricordi belli, ansiosi e fantastici, e per quello più drammatici, più duri e granitici, affilati come rasoi che torturavano la carne, rendendola poltiglia. Rendendola niente.
Ma così non era stato.
Faceva freddo in quel giorno di sole autunnale non più violento, non più inverecondo, con tutta quella luce evanescente e crudele a smembrarsi ed infrangersi ovunque, sulle schiene dei passanti che camminavano in lontananza, o sulle gote dei giovani che passavano frettolosamente coi libri sottobraccio, non accadde nulla, se non la fine di ogni speranza, e di ogni ipotetico, prima ineluttabile, ora improbabile futuro.
Insieme, solo noi, insieme, come mille. Adesso come nessuno.
Adesso nessuno ci tirerà più fuori da questa disperata luminosità che ci ha ucciso.

( On air : Out of this Gloomy Light, by Swallow the Sun )






»»» Autore Ozzy
Prostrato da OzzyRotten alle ore 19:21
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diary of a madman

mercoledì, 17 settembre 2008

Nel mondo degli Swallow the Sun i sentimenti, i sensi, e le impressioni che si hanno chiudendo gli occhi, sono tutte quante cose per nulla aleatorie. Tutt'altro.
Piuttosto questo gruppo preferisce inocularle con inusitata consapevolezza, come se ci si trovasse ad essere infettati da un virus violento, pesante, ammaliante. Ecco, probabilmente è questo l'aggettivo giusto per descrivere la musica di questi finlandesi: ammaliante. E il perché è presto detto.

Facendo parte di una scena ibrida quale è quella del Doom/Death Metal non hanno a loro disposizione spazi infiniti d'originalità perché possano essere detti "unici", ma la loro forza, il loro gran talento, sta piuttosto nel sapere bene amalgamare gli ingredienti classici dell'uno e dell'altro, aggiungendovi ancora più massicce dosi di decadenza e negatività, e il prodotto finito che ne consegue è proprio un insieme di scale di note che mettono radici profonde nella grande atmosfera glaciale del nord, e che, per l'appunto, pur essendo per forza di cose un assioma profondamente angusto e difficile da digerire al primo colpo, affascina e lascia basiti.

Questo EP, dopo i meravigliosi "Hope" e "The Mourning Never Came", ribadisce dunque il discorso iniziato precedentemente dalla band.
Ma molto è cambiato.
Anzitutto però bisogna spiegarne la struttura, che, in questo caso consiste in tre canzoni legate legate l'una all'altra, ognuna delle quali sembra dare luce ad un diverso aspetto atmosferico del monolite proposto, trattando della storia di un vecchio ermita e delle sue peregrinazioni nelle oscure foreste del nord, dove trova niente altro che desolazione e tristezza, metaforicamente rappresentate come una malattia che lo affligge profondamente. La scelta così originale di proporre una specie di "percorso a tema" sembra derivare da un progetto artistico di più ampio respiro a cui gli Swallow the Sun dovevano partecipare in passato, poi abbandonato per non ben precisate ragioni.


Le tre canzoni in questione si intitolano "Losing the Sunset", "Plague of Butterflies" e "Evael 10:00", per un totale di quasi 35 minuti, e sono quanto di meglio si possa desiderare dalla band. I suoni si sono fatti più sofisticati, avvalendosi pure di un campionario di tastiere e synth mai come adesso presenti e che si sposano bene con l'atmosfera decadente generale propria del gruppo, che inizia dallo sciabordare del mare, prosegue in un cammino straziante in meandri naturali oscuri e si conclude in maniera dolce e onirica.

E' interessante notare poi come la performance del cantante Mikko Kotamäki si sia fatta più variegata ed eclettica, cedendo molto spesso a scream terrificanti e persino, specie nella prima parte, ad un cantato pulito e quasi recitato, come da migliore derivazione My Dying Bride.
Dunque non solo growl, e non solo la sensazione di soffocamento che si aveva ascoltando, per esempio "Hope".
Piuttosto quì tutto è più arioso, più malinconico, più assennato e riflessivo, tenendo sempre ben presente però che i momenti granitici, lenti ed esasperanti tipici del Doom fanno sempre la parte del leone, e non potrebbe essere altrimenti.
Però, ad ascoltare la coda della terza parte, ci si commuove quasi quando si sente un pianoforte a scandire una melodia triste e lontana, attorniato dalle chitarre pungenti, maestose e marziali, che riescono a creare un "unico" di rara bellezza, tanto a dimostrare, se ce ne fosse bisogno, che quì non si parla di una band di pivellini, ma bensì di un gruppo di persone con una storia e una struttura ben precisa alle spalle.


Ecco.
Quando all'inizio si parlava di sentimenti, sensi ed impressioni che si hanno, ci si riferiva proprio a quanto si è detto sopra, e gli Swallow the Sun sono dei maestri nel saper bene portarvi per mano nelle acqueforti che loro stessi hanno creato.
Loro stessi hanno sempre definito la loro musica sempre piena di "Gloomy and Despair", tenebrosa e disperata, e questo Ep, nella prima parte, ne è la riconferma ennesima.


Peccato però che poi tutte le cime raggiunte con la "triade" di brani iniziali venga poi inficiato ed infranto dallo spettro della seconda parte che non è altro che una riproposizione del loro demo-tape "Out of This Gloomy Light" per intero, con le canzoni "Through Her Silvery Body", "Out of This Gloomy Light", "Under the Waves" e "Swallow (Horror pt.1)" che ne facevano parte.

Chi li conosce e li segue da tempo saprà però che già nel loro debutto "The Mourning Never Came" erano presenti gli stessi brani in scaletta, e quindi, oltre ad essere superfluo quanto inutile parlarne, e non per lo spessore e la validità del materiale che è eccelso e si sappia, rimandandovi all'ottima e sopraffina recensione che ne fece a suo tempo l'amico Norvheim, e che potete trovare facilmente nel database, bisogna ammettere che la bellezza, la maestosità e l'originalità della proposta odierna degli Swallow the Sun, in questo contesto viene pesantemente affossata dallo spettro del dubbio che sia questa, probabilmente, una mera operazione commerciale, e quindi, per chi invece aspettava un'opera originale al cento per cento, l'amarezza rimane.

Bisogna essere obiettivi e, pur amando visceralmente questo gruppo, non ci si può esimere dal chiedersi e dal criticare l'opportunità di una tale seconda riproposizione, che si spera, non denoti un calo di ispirazione. Incrociamo le dita.

Aspettando i nuovi tempi che verranno. »»»Debaser.it


»»» Altre risorse sugli Swallow the Sun nel Reame di Ozz:

- These Empty Skies - "Quella voce gutturale che mi sale dallo stomaco..."
- Doom On!




Teaser di "Plague of Butterflies"



Losing the Sunset
Prostrato da OzzyRotten alle ore 20:56
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heavy rock, debaser

sabato, 13 settembre 2008

Una giornata come questa.
Gocce d'acqua pesanti affliggono le superfici dei vetri alle finestre e le sferzano.
Ovunque, solo il silenzio rotto dal balletto cadenzato ed armonico, a volte, del tempo brutto che piomba dal cielo coperto e si infrange a terra, esaurendo ogni forza e ogni bel ricordo.
Delicato e sommesso, ma se ci si trova in mezzo, raschiante e putrido. Ecco.


Quì si parla dei Cult of Luna e del loro ultimo lavoro "Eternal Kingdom".
Quì si parla di un interminabile intermezzo nel grigio che sta per tramutarsi nel più plumbeo dei bui, rischiarato da niente e con tanta, ma davvero tanta, rabbia repressa.


La loro musica è una commistione affascinante di sensazioni sfocate e poco percepibili e di minimalismo senza regole che però in molti momenti si abbandona ad un'orgia di suoni che incide la carne e la fa sanguinare, come un artiglio affilato.
Distorsioni, stacchi secchi, giri semplici ed orecchiabili di chitarra e strascichi a volontà coronano un disco che, ad ascoltarlo bene, non si sa perché, non si capisce proprio, cattura e non lascia scampo. Sarà che i Cult of Luna sono un gruppo maturo dove ogni componente sa bene dove vuole andare a parare, sarà che proprio il loro genere, da sempre un passo nell'avanguardia non troppo in là e un passo nel Doom di scuola settantiana mi ha sempre affascinato, fatto sta che gli elementi perché si possa gradire un lavoro così sono tanti e sfaccettati.


Non è un miracolo di originalità certo, questo "Eternal Kingdom".
Nulla di quanto si ascolta si può dire "unico", ma la sua forza sta non di certo in quanto i Cult of Luna rappresentano, ma bensì in quello che esprimono, e nella maniera eccellentemente ammorbante con cui lo fanno.
Mai definizione di genere musicale fu più azzeccata per questo gruppo: "Sludge". Tonnellate di fango che sporca tutto quello che pervade, sommergendolo.


Psichedelia, Post-Rock, Seventies, Post-Core, sono parole che non vogliono dir nulla quando si ascolta un connubio così forte e amalgamato di suoni.
Per esempio come in "Ghost Trial", dove un sottofondo in sordina poi s'arrampica mano mano verso l'alto avvolgendosi nella sua ascesa su se stesso, rappresentando una relazione di diretta proporzionalità tra, da un lato, la rabbia che ribolle nello stomaco e mano mano si acuisce, e la sensazione di disagio che si prova ad ascoltare il brano.
Poi, alla fine, uno stacco monolitico, lentissimo, chiude ogni porta e ogni speranza a che l'atmosfera disagevole rimanga solo un ricordo.


Il bello di questo disco è che, poi, gli effetti sonori se vogliamo non sono poi così raffinati, così perfetti come in certi ambiti Doom, dove si sprecano tastiere e synth per porre in essere un quadro desolante e circoscritto.
I Cult of Luna riescono bene nel loro intento, e cioè quello di creare apprensione ed ansia, anche e soprattutto perché il loro grezzo minimalismo sonoro, imparentato strettamente con un Southern Rock che non si ricorda ormai più, lascia basiti ed esterefatti.
In canzoni come "The Lure" addirittura si può ascoltare una tromba che echeggia bassamente, e subito dopo, in "Mire Deep", invece, suoni troncati ed effettati, cedono il passo a giri di chitarra che vorrebbero essere rabbiosi, ma che invece rimangono sullo stesso tono di prima, nulla spezzando di quello che si è creato fino ad allora.


Io non so e non credo proprio che questo album possa essere mai ricordato negli annali del Metal e del Doom.
Certamente ci saranno gruppi dello stesso genere o affini che sicuramente avranno fatto e faranno meglio.
Dico solo che, per quanto mi riguarda, canzoni come "Eternal Kingdom" e "The Great Migration" mi hanno dato l'impressione di una nebulosa grigia e malata e lontana che man mano si è avvicinata e che mi ha investito poi, attaccandosi alla pelle, rendendola fredda e sudata sotto ai vestiti.

Una catarsi, una nemesi sonora dove l'impulso di scappare diventa sempre più forte e insostenibile, ma, finquando non ci si sarà immersi totalmente nel calderone alchemico ribollente di suoni dei Cult of Luna, non si riuscirà mai a liberarsi dello straniamento ansioso in cui ci si è calati.


Prestateci attenzione, magari potrebbero dispiacervi troppo e allora sarete legati a questo album.
Quì non ci sono sezioni strumentali abissali e caotiche.
Tutto è sottotono e depresso. Fa apprezzare il silenzio, questo insieme di canzoni, perché forse rappresenterebbe assiomaticamente una via d'uscita dal luogo senza forma e dimensione da cui i Cult of Luna provengono e dove vorrebbero relegarvi.


Onirico. Nient'altro da dire. »»»Debaser.it
Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:54
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heavy rock, debaser

sabato, 13 settembre 2008

Una sorpresa. Una raffinata sorpresa gli Equilibrium.
Perlomeno non troppo eclatante, visti già i precedenti loro passati che bene si esplicavano in un disco come "Turis Fratyr", che bene riusciva a coniugare le atmosfere tipicamente di genere Viking coi muscolosi intermezzi Power di matrice tedesca.
Sebbene già nel disco poi venisse a galla la vena raffinata, ispirata degli Equilibrium, in qualche passo non si poteva che notare l'ingenuità forse voluta, sicuramente eccessiva, con cui certi barocchismi sembravano essere messi lì in maniera impropria, un pò fuori contesto.

Ebbene, a distanza di qualche anno (se non sbaglio ne sono passati tre), e con un contratto nuovo di zecca con la Nuclear Blast, gli Equilibrium ci riprovano.
E stavolta stupiscono, senza ombra di dubbio.


E' difficile riuscire a scrivere di questo album compiutamente. Soprattutto per il fatto che, alla fine, quel che rimane nella testa dell'ascoltatore che ci si dedica, è sempre qualcosa di diverso, volta per volta. Qualcosa di grandioso e di maestoso, o di brutale e graffiante, o di atmosferico e nostalgico. Tanti aggettivi, tante impressioni, forse superflue per chi nel Metal ci vede magari solo potenza e considera tutto il corollario dei dettagli che ci ruotano attorno come un fastidio evitabile, ma per questa band i corollari, i dettagli e le più impercettibili sfumature, i più piccoli contorni, contano eccome: complice una produzione e l'arrangiamento dei brani talmente perfetti da rasentare la follia, "Sagas" lascia dietro di sé una scia di annichilimento e di meraviglia che, per parte mia, raramente ricordo di aver provato in questi ultimi tempi.
Mai mi sarei aspettato infatti, che una band non scandinava ma tedesca, potesse comporre una simile opera, che nei propri solchi intrappola le atmosfere tipicamente "glaciali" ed epiche del Viking di scuola "Ensiferum" e "Moonsorrow" e le tramuta poi in una valanga di suoni e cavalcate tipiche del Power tedesco, senza perder fiato e senza mai, dico mai, nemmeno per un decimo di minuto, annoiare.


Tutte le canzoni, ad iniziare dalla prima "Prolog auf Erden", stanziano la loro essenza, il loro cuore duro, in un'epica marziale e mai fine a sé stessa, mai ludica, ma infarcita di tanti tratti onirici che, senza nessuno sforzo, riescono a trasportare anche il più scettico dei personaggi in un mondo ancestrale, lontano; lontanissimo.
Fatto di freddo, di sangue, di mare, di guerre e di foreste nere ed impenetrabili.


Il livello compositivo è altissimo. Tutti gli strumenti macinano le loro note in maniera perfetta, senza la più piccola ombra di smagliatura. E dire che l'ètà media dei componenti non arriva nemmeno ai 27 anni!
In "Sagas", come ho detto, ognuno ci può trovare quel che più gli garba: i Moonsorrow, lo ribadisco naturalmente, specie in una canzone come "Die Weide und der Fluß", a parere mio la migliore dell'intero disco, e poi gli Ensiferum più taglienti e caratteristici, come in "Dämmerun", o i Finntroll, i Månegarm, i Turisas.
Tante influenze, forse volute o forse no, sta di fatto che comunque la si voglia rigirare, se queste band hanno contribuito indubbiamente al particolare e variegato mondo degli Equilibrium, questi hanno saputo imparare bene la lezione e sanno pure riarrangiarla e ridarla in maniera eccellente.


Ci sono momenti tipicamente Black Metal e pure abbastanza ortodossi ad aggredire le orecchie di chi ascolta, ed è una goduria sentirli, egregiamente eseguiti in una canzone come "Verrat", che poi però, non rimane pedissequamente ancorata a canoni stilistici predefiniti: un secondo prima è la più classica delle cariche alla baionetta, un secondo dopo scivola velocemente, attraverso un repentino cambio di tempo, in un'atmosfera più consona all'epica mastodontica sfrontatamente Power, e poi ricede il passo, vorticosamente, alle sfuriate sonore.
Gli intermezzi invece, più che rappresentare dei riempitivi (e bisogna dire che le band Viking li hanno usati senza mai troppa parsimonia), sono dei racconti nei racconti. Smorzano un pò il fuorore, via via, o la nostalgia semmai, ma non si può dire che siano messi lì tanto per riempire spazio che, detto per inciso, è davvero dato in maniera abbondante, visto che il disco dura globalmente quasi ottanta minuti, con, alla fine, una suite strumentale di ben sedici minuti e mezzo intitolata "Mana", risottolineatura di quanto è stato detto in tutto il percorso sonoro-scenico degli Equilibrium.

Alla fine si è esausti e contenti.
Non è facile digerire un'opera del genere lo comprendo bene, specie se si presta la dovuta attenzione alla maggior parte dei particolari che si riescono a computare.
Impresa ardua ma affascinante.
Scherzando, si potrebbe dire che "Sagas" è un viaggio a ritroso nel tempo a bordo di una Ferrari lanciata a tutta potenza.


Dunque di materiale per deliziarsi lo spirito c'è n'è e in dose sovrabbondante.
Non si corre nessun rischio di overdose, anche se credo che una certa assuefazione questo album la crei, ma, niente paura, credo ci sia da aspettarsi il meglio da questi giovani ragazzi che, se continueranno di questa maniera, immagino che tra qualche anno li troveremo ad esibirsi su un qualche grande palco di un qualche grande festival internazionale, senza nulla da invidiare ai blasoni più conosciuti e certamente, per ora, più acclamati del genere.


Possedetelo, fatelo vostro.
Non è detto che debba piacervi per forza, ma qualche spunto ve lo darà sicuramente, o forse, spero per voi, ve ne darà di infiniti. E sarete contenti. »»»Debaser.it



Il trailer di "Sagas"

(Quasi) Tutte le canzoni di "Sagas" su YouTube:

- Prolog auf Erden
- Wurzelbert
- Blut Im A
gue (il video ufficiale)
- Unbesiegt
- Verrat
- Snüffel
- Heimwärts
- Heiderauche
- Die Weide Und Der Fluß
- Ruf In Den Wind
- Dämmerung
- Mana (parte I e parte II)
Prostrato da OzzyRotten alle ore 18:54
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heavy rock, debaser

sabato, 13 settembre 2008

I fiori che ti ho regalato non avevano spine per offenderti. Sappilo.
Dal loro gambo avvelenato non è uscito che livore purtroppo, e il succo dell'indifferenza, perché siamo mortali, siamo destinati ad una fine che ci schiaccerà con lo stesso atteggiamento di concupiscenza e sfida con cui noi vagheggiamo di grandi, piccole cose.

Questa è stata la tua fine, abbracciando contenta e ingenua quei fiori dall'estraniante profumo arido e sconosciuto.
Sorridendo ancora una volta alla senescenza della solitudine, e al riverbero di un sole che non c'è più.

Questo siamo noi. Fiori di cenere avvelenata.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 00:38
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diary of a madman

domenica, 07 settembre 2008

Me la sono presa comoda, d'accordo. Per me però è ancora tempo di ferie, e se non materialmente col corpo, ma piuttosto con la testa, questa prima settimana di ripresa è stata una specie di "Viaggio Astrale" negli ultimi periodi passati.

Tre settimane di relax, letture, giri per castelli, musei, laghi, monti, mari e chi più ne ha più ne metta, mi hanno infervorato a tal punto che, se la NASA volesse mai istituire una equipe di studio per la costruzione di un laboratorio da teletrasporto, non avrebbe che da venire a bussare al mio umile uscio: lavorerei anche sedici ore al giorno per la metà della metà dello stipendio che percepiscono gli scienziati che ci lavorano.
Temo però che quel futuro che tanto vado agognando, fatto di "Enterprise, portami a Lubiana" sia molto, ma molto molto lontano, e quindi devo affidarmi più prosaicamente ad un motore diesel (sedici valvole, certo), pur sempre relegato a percorrere chilometri via terra e non via cielo. Pazienza. Lo dicono tutti che sia una virtù, io piuttosto temo che sia una scusa bella e buona per abituarsi alla rassegnazione dell'ordinarietà del lavoro e della vita comune dell'uomo occidentale civilizzato con un grado d'istruzione medio.

Stavolta non farò nessun elenco delle cose che "ho scoperto" riguardo alle popolazioni illiriche, perché ormai a dire il vero, in tre anni che ci vado e ci ritorno, mi sembra di aver raggiunto un buon compromesso tra quello che so, e quello che non posso sapere per l'ovvio ostacolo di quella che loro, ostinatamente, pretendono chiamare lingua, ma che per me rappresentava solo un miscuglio oscuro di movimenti labiali accompagnati da suoni incomprensibili, tali da farmi sembrare tutte le innumerevoli band di Swedish Death Metal che ascolto, come enciclopedie soltanto da aprire.

Ecco una cosa da fare: civilizzare gli Illiri e renderli conformi agli standard culturali e filologici neo-latini. Un pò come fece Cesare coi Galli. Il problema è che a me manca l'Imperium e anche lo possedessi mi mancherebbero le legioni. Pazienza. Ancora.

Per adesso va bene così. Mi trastullo in questa serata calda, prosieguo di una Domenica dove i polli bollivano senza essere sgozzati, mi preparo qualcosa per cena, ascolto gli Equilibrium (sublimi), fumo le mie brave marlboro, e magari do l'assalto al romanzo fresco fresco di stampa che ho acquistato oggi in libreria.

Refosc, please...
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:15
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diary of a madman