lunedì, 30 marzo 2009

Ogni giorno che m’era rimasto lo dedicavo a lei.
A lei e a quel viso da gatta che immaginavo le si stampasse in faccia quando, con una smorfia appena accennata, doveva aver dovuto pensare a me. Ogni giorno che passava a lei era consacrato; unto di cenere ruvida, e di insipida ambra bollente che mi scioglieva la lingua in un languore che adesso non so proprio più immaginare.
Ma le ricordavo benissimo le mie nocche sulla tastiera, mentre fuggivo dalla luce e dal calore del giorno: scrivevo parole tinte di scuro nell’abbraccio violento e volgare della notte.
Ma non era il mio destino.

La sognavo, in quei momenti.
Con grande apprensione e brama ne desideravo anche la più piccola rimanenza d’odore: quel profumo selvaggio di viole calpestate, quasi di ferro, come quando smette di piovere e sull’erba sembra crescere una pellicola invisibile di fresca amarezza; mi prendeva alla gola, e mi lasciava, dopo averla abbracciata, quasi basito. Inerme a tutte quante le cose che volevano e dovevano passare.
Le nuvole, che contano? E così pure l’enorme evanescenza del cielo trapuntato di stelle fisse, immobili.
Non era il mio destino.

Nemmeno adesso, quando anziché sognare dei suoi atteggiamenti liberi dal pudore, del suo imbarazzo di bambina ingenua, dei suoi baci lunghi e tortuosi e delle sue carezze velate di sensualità, mi trovo a dover “pensare” d’immaginare un tramonto più brullo di questa terra bagnata, che mi è entrata persino sotto le pupille chiuse, serrate dal sudario che mi avvolge.
Non era il mio destino dover vivere, dopo che lei, una sera come tante, tornato a casa completamente ubriaco e fatto, senza nemmeno sorridermi con il suo volto santificato e consacrato e frustrato dalle mie sregolate giornate, mi affondasse dieci coltellate nell’addome.
Lei non era il mio destino. Adesso lo capisco.


Prostrato da OzzyRotten alle ore 20:40
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nerovoragine

martedì, 24 marzo 2009

A volte succede che per un certo periodo, dai contorni non ben definiti, si finisca per "perdere le parole", o per meglio dire, per "seppellirle", facendole morire già quando risalgono verso la lingua, prima che prendano a pizzicare e a far vibrare le corde vocali: ma non è mai grave.

Perdere i pensieri, quello sì che sarebbe un bel guaio, ma fortunatamente per me non se ne è mai presentato il caso. Semmai quello inerisce quello che in tutto questo tempo ho avuto da fare, che ha morsicato e mi ha portato via il tempo, e forse pure un pò la voglia di mettermi a scrivere. Compuntamente e alla maniera che sempre ho voluto.

Questo però non è il momento delle speranze che, dopotutto al mio riguardo, sono state pure quelle "seppellite" e dimenticate chissà dove. Lamentarsi è senz'altro inutile, e dunque, provo a far pronunciare alle mie gambe qualche piccolo passo, esile e minuto, muovendomi, come una volta una persona mi disse, "come se dovessi percorrere una strada il cui lastricato è rappresentato dalle uova" che, per molti motivi, sarebbe utile e consigliabile non schiacciare.

Siccome in questo ultimo esercizio, a ragion veduta, ritengo di essere un maestro, allora si capisce bene perché, alla mia non-veneranda età, d'accordo, con tutti i pregi e i difetti che mi sono propri, d'accordo ancora, con la testardaggine, l'orgoglio, l'insensatezza, pure, e per finire il cinismo e l'atteggiamento forse troppo distaccato e glaciale che mi ritrovo; ho pure voluto, in questo tempo intercorso, riflettere un poco. Dedicandomi a facezie (come per esempio alla mia sempre latente esterofilia su facebook), ma anche a cose che, come dicevo prima, mi hanno rubato tutto il tempo.

Ma, in definitiva, sono stato io a concedermi alla frenesia. Quella dell'essere sempre indaffarati ed impegnati all'inverosimile, perché, come da manuale di psicanalisi, avevo da colmare tutti i rimproveri e le contumelie che ho sempre voluto negarmi; il cui essere, naturalmente, ha avute tutte le sacrosante ragioni d'essere.
Ma nessuno è perfetto. Non lo si è mai.


Spero che non mi si accusi, almeno questa volta, d'essere stato troppo "borbonico", né d'aver fatto la figura dell'uomo "veramente piccolo", né "dell'arido". Spero di non esser stato, per una volta, tutte queste cose. O quantomeno, d'esserlo stato, ma con almeno dalla mia la coscienza.

Quello è un demone terribile che di sciabole affilate non me ne ha mai risparmiate nessuna, ed anzi, quando è stato il momento che ha ritenuto più opportuno, s'è sempre divertito a provarle sulla mia pelle: ha percorso il contorno delle mie occhiaie e le ha rese sterili e vuote, quello della mia faccia e l'ha tagliata, facendola sanguinare, quello dei miei pensieri, e adesso, forse, s'è accontentato, esausto e soddisfatto.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:51
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diary of a madman