venerdì, 17 aprile 2009



Devo dire che mai come nell'occasione che mi si è presentata di recensire questo disco, ho nutrito forti dubbi riguardo allo scriverne.
Ho ascoltato e riascoltato le canzoni innumerevoli volte e mi sono ritrovato ad aver ottenuto confusione anziché chiarezza d'idee. Alla fine, in estremo, ho preso a leggere altre recensioni che riguardassero questo stranissimo album, ma la situazione non è migliorata poi di tanto.
Come sempre ho letto di gente che ha subito apprezzato "Evocation" ma pure di parecchia che, senza pensarci troppo, lo ha stroncato, considerandolo né più e né meno come un'opera "commerciale", mal riuscita, "stonata". Addirittura qualcuno ha paventato (tra le righe), che questa fosse solo spazzatura; ma è solo una mia impressione, nessuno se ne abbia a male, per carità!


Dopotutto parliamo di una band che nell'arco di due soli dischi ha saputo imporsi all'attenzione mondiale, con un seguito nutrito, ed oltretutto salita alla ribalta anche grazie al supporto della Nuclear Blast, un colosso discografico, come chiunque amante del Metal saprà.
Se tutto questo è solo fortuna, allora devo presumere che tutti coloro che hanno amato, ed amano ancora, gli Eluveitie, chi ha dato loro fiducia, investendoci anche soldi, ha preso un granchio grosso quanto l'Africa.


Ma io non lo credo affatto, e alla fine il coraggio l'ho trovato.
Così, semplicemente: fottendomene dell'ortodossia che ci vorrebbe, anche se presi da manie folcheggianti e similari, sempre arrabbiati e cattivi. In questo caso non è così, e ci tengo a dirlo e a ribadirlo più volte.
Perché? Perché questo disco non è un disco Metal, e nemmeno lontanamente ci si avvicina.
E' un'opera folk. Interamente suonata con l'ausilio di strumenti acustici vecchi e nuovi, cantata perlopiù da voci femminili, e senza nessun growl.
Nemmeno di contorno.
Niente. L'unica cosa che si concede all'ascoltatore è qualche sussurro malvagio (come in "Gobanno", per esempio), ma nulla più.


Dunque per chi avrà apprezzato "Spirit" prima, e certamente "Slania" dopo, come il sottoscritto, ci saranno certamente incertezze e valutazioni discordi.

Quello che però è interessante da sottolineare è il coraggio degli Eluveitie.
Potevano benissimo continuare a "battere il ferro finché è caldo", come recita un vecchio detto, e replicare con un'uscita della serie "Slania II", e invece hanno intrapreso una via, almeno per ora, che di certo non potrà non evidenziarne l'originalità, ma che porterà loro anche una caterva di critiche, ne sono certo.
E invece di irrigidirsi e di darsi, appunto, all'ortodossia, dando più corpo e sostanza ai loro suoni, hanno preferito virare la rotta verso lidi più orecchiabili e complessi. Ma almeno ben fatti e certamente strutturati e pensati in una maniera tale che costituiscano un capitolo a parte nella loro produzione discografica. Che però ha il punto debole di porsi improcastinalmente a confronto coi suoi precedenti, potendo così dare adito quantomeno a dubbi riguardo alla bontà ed onestà del progetto. Ma questo è un concetto che, in questo caso va rigettato interamente, perché anzitutto, anche per loro vale la regola secondo la quale non ci si può aspettare che qualcosa di "favoleggiante" da una band come gli Eluveitie che ormai non è più e per niente nuova a certi generi e nemmeno sconosciuta ai più.


Per me che già quest'anno ho apprezzato alla follia un'uscita come quella dei Wardruna (cui tra parentesi è dedicata una bella recensione già pubblicata su Debaser, e che vi invito a leggere), che è quanto di più avanguardistico, affascinante, ipnotico e certamente originale in questo mare grosso di Folk, non posso ovviamente che felicitarmi della scelta operata dagli Eluveitie.
Anche perché, oltre allo stupore, quì comunque si deve parlare pure dei contenuti che ci sono, sono solidi e riescono pure ad incantare.


Qua ci sono brani che non potrebbero essere classificati altro come specie di "riempitivi", non in senso spregiativo, intendiamoci, ma bensì trattandosi di intermezzi d'atmosfera, anche loro contribuiscono a rendere l'aurea di questo disco ancestrale, di ampio respiro ed indubbiamente affascinante, ancora. Così come pure le canzoni vere e proprie, a cominciare da "Brictom", seguendo per "Voveso In Mori" e finendo con "Memento", forse il picco più alto di tutta quanta la scaletta, fanno la stessa cosa.

Ecco, forse è questa la chiave interpretativa di questo album alla fine: nessun collegamento con "l'appena passato" ma bensì il reinventarsi, il sapersi vestire di abiti pure più tenui, più caratteristici, più misteriosi da scoprire, magari perdendoci pure qualche ascolto in più, perché a differenza di quanto si creda, questo non è un disco commerciale.
Proprio per nulla.

C'è anche da dire che, se non fosse per tutto quello che ho scritto finora, ci sarebbe sicuramente da discutere riguardo all'elaborazione dei testi e del contenuto in generale: nessuno mi venga a dire che sente spesso una band cantare e declamare versi in gaelico.
Questo certamente non da buone giustificazioni o attenuanti eventuali ad un'opera che se non avesse altro da dire, certamente potrebbe essere cassata e dimenticata; ma vi assicuro che a saperlo ascoltare questo disco saprà farsi apprezzare, ed anche alla grande.


Per chi invece non ce la fa proprio ad evitare di dover ascoltare chitarre ronzanti, batteria al fulmicotone, ecc. ecc. allora questi Eluveitie sono da evitare peggio della peste, parlando anche per chi alle sonorità Folk comministionate col Metal è già avvezzo.
Nessuna meraviglia quindi.
 C'è solo bisogno di una sana attitudine all'apertura mentale, parlando per termini che più demagogici non si può. Per quanto riguarda il resto, sarà il tempo (e le statistiche di vendita a voler essere estremamente materialisti) a giudicare quanto sia valida questa proposta.===>> Debaser.it


>>> Pagina MySpace degli Eluveitie, dove ascoltare l'intero "Evocation I: The Arcane Dominion" in streaming.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 19:57
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heavy rock, debaser

lunedì, 13 aprile 2009

Stazione
dei Reali Carabinieri
di Vigàta


                                                                                                                   
Al Signor
Capitano RR CC

Montelusa 
                                                                                                                                                     
Al Signor
Questore
Montelusa

Vigàta, li 28 marzo 1890


OGGETTO: Indagini su scomparsa
Num. Prot. 322

Questa mattina ci siamo recati, come ieri dettovi, nel Gabinetto del Dottore Picarella Giosuè, medico curante del ragioniere Patò, allo scopo di pigliare conoscenza dello stato di salute dello scomparso.
Il Dottore Picarella ha sulle prime oppostoci un fermo diniego alla nostra domanda asserendo essere dovere suo di medico non dare notizie sugli ammalati che presso di lui erano in cura perché aveva fatto un patto con un certo Ipocrate (che a Vigàta risulta sconosciuto) e che di conseguenza non era disposto a parlare del Patò con "porci e cani" (queste le parole sue precise).
Avendo io, Maresciallo dei RR CC, risposto con risentite parole che non ero un porco avendo il Delegato di P.S. detto che manco lui era un cane e che ci trovavamo nel Gabinetto per fare le nostre funzioni, il Dottore Picarella alquanto si calmava e fornivaci smozzicate informazioni che possono essere riassunte in quanto segue....
Prostrato da OzzyRotten alle ore 19:04
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andrea camilleri

venerdì, 03 aprile 2009



Questa di cui mi appresto a scrivere è la seconda grande uscita del 2009, comprendendo, per sommi capi e parlando del (quasi) medesimo ambito Doom, anche “For Lies I Sire” dei My Dying Bride che ancora, a giudizio di chi scrive, deve essere ben “digerito” per poterne dare un giudizio obiettivo.
Ma, del resto, avendo a che fare con un genere che per proclamata ed accertata filosofia non è mai “facile” ai primi ascolti, questo non è un male. Anzi.

Per quel che conta la mia limitata esperienza in materia, sono proprio gli album non troppo orecchiabili ai primi ascolti a riservare, poi, belle sorprese. Certo, questo è una specie di piacere che richiede pazienza e perseveranza per poterlo apprezzare appieno.

Oppure no. Non è così, e un disco lo si dovrebbe apprezzare già da quando, magari, si è ascoltata qualche nota, pure in lontananza, pure magari accennata.
E allora si tratterà di album che entreranno nella testa e li si ascolterà decine e decine di volte, poi verranno abbandonati e poi, col passare del tempo, li si riprenderà in mano e li si riascolterà di nuovo, riscoprendoli ancora una volta, e così all’infinito.

C’è anche il terzo caso, invece, dei dischi che sono entrati nella storia; che contengono canzoni immortali che non potranno mai essere dimenticate, e ogni volta che li si ascolta, si coglie un dettaglio nuovo, una sfumatura diversa.
Di questi ultimi, però, per onestà bisogna dire che non si può mai asserire con certezza se ne siano stati pubblicati pochi o molti, poiché i gusti, è chiaro e banale come il sole, sono materia soggettiva e non oggettiva, e dunque ognuno di noi avrà un suo disco, o più probabilmente, una sua serie di dischi a cui è legato particolarmente e che, secondo il metro di giudizio di ognuno, possono essere reputati come capolavori.


I Candlemass, a mio giudizio, rientrano in tutte e tre le categorie che ho citato sopra.
Ma questa non è una novità. Almeno non per me.


Ormai alfieri di un genere che loro stessi hanno contribuito a strutturare e a cementare grazie alle loro opere passate, oggi, dopo che già dal precedente album (se si esclude la loro raccolta "Lucifer Rising"), avevano rimpiazzato il loro “pezzo da novantaMessiah Marcolin, dotato di una voce potente, melodica e drammatica, difficilmente riproducibile e replicabile, con il cantante attuale Robert Lowe proveniente dai Solitude Aeternus, dotato di un timbro più grezzo e ruvido e comunque diverso da quello di Messiah, ma non per questo meno potente ed espressivo, danno alle stampe questo “Black Magic Doom”, che, anche se, per ipotesi, mettendo le mani avanti e bestemmiando, si dovesse trattare di una "bruttura", porta un titolo che certamente ne riassume in tre parole il significato che se ne può discernere.
Ma qui ho bestemmiato, e per non abusare della pazienza di chi legge, dico adesso che questo album non è una bruttura, ma, pur non dovendo mettere il carro davanti ai buoi prematuramente, trattasi di quello che si può giudicare come un disco “da manuale”.
Anzi, diamoci pure qualche aria e prendiamo un profilo più alto: del disco del quadrimestre.


Era prevedibile, del resto: la classe non è mai acqua, e i Candlemass ne sono esempio lampante. Dopotutto che cosa ci si può aspettare dai Giganti, se non che debbano pubblicare opere mastodontiche?
E “Black Magic Doom” è un’opera mastodontica.
Non per la sua durata, intendiamoci, ma per il suo contenuto eccezionale.


Qui non ci sono canzoni “di riempimento”, non ci sono “hit” da dover incorniciare più delle altre: ogni canzone è un episodio a sé stante, e richiederebbe una recensione a parte, ma sarebbe comunque tempo sprecato e banda consumata.
Basta, in questo caso, parlare del minimo comune denominatore che le attraversa e le rende omogenee per quano riguarda certi specifici aspetti: la potenza del suono, che non è “poi così perfetto” ma che dona quel qualcosa in più d’atmosfera plumbea e paludosa che è il marchio riconoscibile da lontando del gruppo; la prestazione vocale del cantante che, a volte può sembrare anche un pò forzata ma che invece, si capisce dopo poco che è stata studiata apposta per apparire e farsi ascoltare proprio in quella maniera; i ritornelli orecchiabili, quelli sì, ma che comunque si innestano alla perfezione nella struttura strumentale delle canzoni che orecchiabile non è, ma che anzi a volte si lancia in intrichi melodici sfuggenti che appaiono e scompaiono; e, per ultimo, gli inevitabili richiami ai maestri precursori del Doom di tale matrice: Black Sabbath era Ronnie J. Dio su tutti, come pure St. Vitus, e Valhalla vario.


Proprio quest’ultimo è l’aspetto più interessante da approfondire per quanto riguarda questo album: i richiami al gruppo di Toni Iommi sono palesi, come è probabilmente giusto che sia, e prendono due direzioni: una strumentale e quindi strutturale delle canzoni, ed una concernente le linee vocali che, in certi momenti, non stonerebbero proprio per nulla se fossero eseguite da Ronnie J. Dio in persona, appunto.
Questo però, lo voglio ripetere, non è un difetto ma semmai un pregio: come si può dir male dei Candlemass quando loro stessi hanno sempre reinventato e proposto a distorsione e a miglioria alchemica la base del costrutto Doom non di certo di loro esclusivo retaggio?

Non si inventa nulla dunque qui, piuttosto si rielabora, si sporca un pò, si imbastardisce ancora e lo si rende più cupo ed epico.
Quello che ne risulta è un lavoro che usa prendere una direzione del tutto particolare e certamente affascinante, a volte classica, come in “Hammer of Doom”, grazie anche, per dirne un’altra, agli inserti tastieristici mai marcati ma intelligentemente piazzati e velati nei momenti giusti per sottolineare ancora di più, di volta in volta, l’epica o la tragicità o il dolore che scaturisce dalle note. Ne è un esempio plateale “Clouds of Dementia”, per finire.


Dunque Signori e Signore, con le orecchie allenate, ma nemmeno necessariamente troppo, all’incedere Doom, qui ci troviamo al cospetto di Maestri che sanno benissimo quello che fanno e quello che vogliono ottenere. Senza nessuna esitazione.
Abbiatene gusto. ====>>Debaser.it
Prostrato da OzzyRotten alle ore 14:19
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