martedì, 10 novembre 2009



Anche per i Novembers Doom è arrivato il momento di pubblicare qualcosa di nuovo e io sono arci-sicuro che tutti gli utenti di DeBaser stessero aspettando questo album con ansia crescente.
Nessuno escluso.

Peccato che la mia sia solo una battuta che purtroppo va letta all'esatto opposto di quanto affermato perché, purtroppo, dei Novembers Doom non frega niente (quasi) a nessuno.

Ma questo non è di certo un metro valido percui il sottoscritto debba scoraggiarsi dallo scriverne: anzi.
Sono abituato alle recensioni che al massimo vengono lette da poche, pochissime persone: anime inquiete che, come me, trastullano loro stesse in un limbo dai contorni sfocati e poco riconoscibili, che non sono "né carne e né pesce".

E questa recensione ne è un esempio classico che più non si può: pur essendo, questa band, tra le più originali e longeve (conta venti anni di carriera alle spalle se non vado errato) di tutta la scena Death/Doom, pur essendo un gruppo che ha sempre posto la sperimentazione e l'amalgama di diversi generi nel proprio retroterra sia a livello strumentale che concettuale, viene puntualmente snobbata ad ogni uscita.

Il perché è facile spiegarlo, specie se parliamo, come si sta facendo adesso, della loro ultima fatica "Into Night's Requiem Infernal": un complesso sonoro che deve molto ai padri del "genere" ibrido di cui i Novembers Doom si servono, e parliamo dunque in primis dei My Dying Bride e dei Katatonia, e, ultimamente anche di Opeth o Insominum.

Un Death/Doom dalle venature stringentemente gotiche con parti Progressive riconoscibilissime.
Il tutto sapientemente dato in un contesto affacinantemente elegante che non trascura nemmeno, in certi episodi di spingere sull'acceleratore ("The Harlot's Lie"), grazie pure all'uso di un growl abbastanza spietato e ben concepito, sempre presente ma mai troppo pesante, specie negli episodi in cui fa da contraltare alla voce in pulito che ha il tono molto simile a quello di un Aaron Stainthorpe del periodo "Songs of Darkness, Words of Light", come nel caso di "A Eulogy for the Living Lost", canzone manifesto di tutto il disco, con al suo interno strutture cangianti che vanno dal melodico e struggente, sino al "quasi" brutale con parecchi punti di contatto col Death Metal più strutturato ed intelligente.

A mio parere però, gli episodi meglio riusciti sono anche quelli che si può definire più palesemente sperimentali.
Due esempi su tutti: "The Fifth Day of March", dove, incredibilmente, se non si sapesse di chi si sta ascoltando, a domanda si dovrebbe rispondere Pink Floyd, e, debbo dire che per una band di questo genere e con il bagaglio che porta, questo non può che essere un complimento.
Mentre invece in "When Desperation Fills The Void" ci si trova inevitabilmente a dover ricordare e quindi nominare un altro caposaldo della musica che in passato apparteneva al genere Doom, ossia gli Anathema.

Attenzione però, qui si tirano in ballo i giganti perché la loro influenza è sì, certamente palese, ma sicuramente non volgare e fastidiosa. Più che altro si parla di derivazioni che rasentano l'eccellenza, e che, in una canzone come la suddetta, raggiungono picchi di struggevole completezza quasi commoventi.

Non mancano certo gli episodi più cattivi e che ricalcano i confini classici del Doom/Death, come per esempio la prima canzone, "Into Night's Requiem Infernal", bell'esempio di compattezza e giusta dose di granitico Progressive che man mano, con lo svolgersi dei minuti, diventa un'impronta sempre più presente. Oppure si può parlare di "Empathy's Greed" e del suo delicato quanto semplice attacco, che poi diventa d'un tratto potente, strutturato e costruito per donare una poderosa iniezione epica a tutto il brano.

In definitiva questo disco di certo non spopolerà, come è stato del resto anche coi loro precedenti.
Non ne ha, forse, nemmeno l'ambizione: quello che conta in questo contesto è certamente la qualità, che di certo non manca in casa Novembers Doom.
Poi, d'altro canto, non è scritto da nessuna parte che l'originalità, la raffinatezza e la stessa qualità debbano stare per forza nelle valanghe di copie vendute.
Anzi, credo di poter affermare, forse senza timore d'esser contraddetto, che la maggior parte delle volte non è così.

E dunque, a quei quattro gatti che decideranno di ascoltare questo disco, vada il piacere di godere dei suoi momenti più preziosi. ⇒⇒⇒ Scritta da OzzyRotten su Debaser.it: LEGGILA E VOTALA QUI.

⇒⇒⇒ MySpace Ufficiale dei Novembers Doom
Prostrato da OzzyRotten alle ore 19:01
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heavy rock, debaser

lunedì, 09 novembre 2009



Ascoltare gli Swallow the Sun è come sottoporsi ad una catarsi.

Ascoltarli distrattamente, magari in macchina e per un breve tragitto per giunta, è inutile: solo spreco di tempo.

Sedersi, invece, in un pomeriggio come questo, a far girare il loro "New Moon" nello stereo per dieci, cento volte, magari accompagnadolo con massicce dosi di teina e nicotina, è quanto mi sento sinceramente di consigliare: gli Swallow the Sun sono una band "da meditazione".
Non mettetevi a ridere per favore. Parlo in maniera maledettamente seria.

Il loro genere, derivato dalla commistione più perversa tra Death e Doom, può sembrare granitico al primo colpo "d'orecchio", impastato, difficile addirittura, ma vi assicuro che questo è amico della pazienza e della passione più di ogni altra cosa.

Bisogna infatti ascoltarli e riascoltarli per sentirsi presi dai lancinanti spunti tragici e tristi che il loro suono fagocita senza sosta, bisogna assaggiarlo a poco a poco e andare oltre l'amaro livore degli scream furiosi, addentrarsi attraverso il loro growl cavernoso (per inciso uno dei migliori sulla piazza) che sembra "far tremare la terra", e assoggettarsi alle loro atmosfere repentinamente cangevoli come in un caleidoscopio.

A quel punto ci si trova completamente immersi in paesaggi che sì, molti obietteranno siano stereotipati e ormai triti e ritriti, ma che, dati con una simile dose di raffinatezza e con un simile piglio, diventano qualcosa di affascinante ed eterogeneo, completamente staccato dalla filosofia di base che vuole debba porsi la melodia come magnete per attirare l'attenzione e destare interesse in chi ascolta.

In questo album è esattamente l'opposto.
In questo lavoro sono le dissonanze, smussate dalla loro tagliente, seppur presente ferocia, a miscelarsi e a diventare un impianto melodico, a tingersi di un nero profondo ed impenetrabile, coi contorni, però, brillanti e preziosi di sensazioni ed umori negativi e tristi che accompagnano la mente in luoghi sconosciuti, persi chissà dove o irriconoscibili, anche se già parecchie volte percorsi.

Questo sono gli Swallow the Sun in questo album: l'alchimia perfetta tra il piombo pesante ed oppressivo delle tenebre e l'oro dell'esorcizzazione delle paure più recondite, della nostalgia, della tristezza, di più: della disperazione.

"Empty, Gloomy and Despair".
Tre parole che alla perfezione vestono la musica degli Swallow the Sun e che in New Moon hanno raggiunto l'apice compositivo, la loro summa espressiva ed incredibile. Duole solo essere consapevoli che, purtroppo, meglio di così difficilmente si potrà fare, e dunque in futuro non sapremo cosa dovremo aspettarci da questa band, per ora invece, in questo momento, non dobbiamo fare altro che, appunto, sederci, chiudere gli occhi e godere appieno delle canzoni che ci vengono offerte.

Nessuna di esse, e sottolineo proprio nessuna, scade in un seppur sfuggente momento di noia: tutte sono pensate e scritte per rappresentare un lungo monologo.
Sempre lo stesso, ma dato in chiavi differenti, che parte, per esempio dalla loro prova migliore in questo contesto "Falling World", dove, tra le altre cose, la voce quasi sottotono e sussurrata del cantante Mikko Kotamäki compie un lavoro sognante ed etereo, in pieno contrasto con la base strumentale che pur avendo parecchi spunti melodici preserva sempre quella parte graniticamente bestiale marchio di fabbrica degli Swallow the Sun.

Altre chiavi, poi, possono essere rappresentate dalla lunga ed estenuante "Weight of the Dead", dove invece viene in mente qualcosa a cavallo tra un Suicidial Black Metal e un Funeral Doom di matrice Tyranny.
In entrambi i casi il risultato, se non si fosse capito finora, è eccezionale.

E questi miei sono solo esempi, che volutamente tralasciano il resto della track-list di proposito, proprio perché chiunque ascolti questo album (e mi auguro siano in molti), possa trarne qualcosa da serbare gelosamente per se stesso.
Come è capitato al sottoscritto ascoltando infine, l'omonima "New Moon".
Proprio quello che mi aspettavo da una band come gli Swallow the Sun insomma.

Per quanto mi riguarda questo è il miglior lavoro dell'anno, che si pone di prepotenza in concorrenza con l'ultimo lavoro dei Paradise Lost, con un indice che punta decisamente verso il presente.
Non per le differenze stilistiche palesi che tutti possono evincere, bensì perché questo, stando sempre al discorso "emozionale", riesce a donarmi in maniera più massiccia, proprio quello che io vado cercando in un genere musicale che preventivamente e genericamente io definisco "oscuro".

Spero molto, quindi, che "New Moon" giunga alle orecchie di chi, leggendomi, avrà capito di cosa ho parlato finora.
⇒⇒⇒ Pubblicata da OzzyRotten su Debaser.it: LEGGILA E VOTALA QUI
⇒⇒⇒MySpace ufficiale degli Swallow the Sun, dove ascoltare tre brani di New Moon.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 18:28
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heavy rock, debaser

domenica, 08 novembre 2009

New moon, would you open the gates
and take me away from this night?
New moon, between the curtains
Walk me away on your silvery bridge
New moon, lay your mercy on me tonight...


Swallow the Sun - New Moon

Scorrono i giorni e si consumano, investiti da veli opachi e sporchi di cera che anziché riscaldarsi, si raffeddano presto.
Troppo presto.
Svettano acuminate come dardi tinti di pece, verso l'alto le speranze, e si dissolvono solidificando ogni loro senso e significato.
Il loro residuo, la mia vita.
Come piombo.
Come lontananza e nostalgia.


Prostrato da OzzyRotten alle ore 17:11
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diary of a madman