
C'è un libro posto su uno scaffale e c'è la polvere che lo ricopre. Di costa sembra essere vecchio, e i lembi ai margini inferiore e superiore sono logori e sfibrati; oltre si intravede un bianco lattiginoso e compatto.
Se fosse appoggiato sul tavolaccio di fronte allo scaffale, certamente avrebbe la copertina alzata ad angolo e curvata dal moto dello sfogliare passato. Ma non è così. Il libro è impilato, compattamente, in mezzo ad altri. È sistemato con cura, né compresso, né troppo largo.
Se ne sta lì, e nessuno da decenni lo muove.
Il tempo lo tiene in custodia. Almeno fino a quando l'umidità, i denti dei tarli o il fuoco di un incendio non lo distruggeranno. Ma quel tempo è lontano, e il libro s'ingrassa dei 53 racconti che ne sporcano le sue pagine.
Tutti sono intrisi del nero dell'inchiostro che, con l'andare degli anni, ne rendono l'odore più insistente, quasi fastidioso.
Ma ci sono narici che, volta per volta, s'inebriano di quell'odore, a volte mortalmente sensuale, a volte grottesco, a volte disturbante, a volte brutale, a volte scherzoso, a volte amaro.
Le parole d'inchiostro sono così.
Per tutti e 53 i racconti. Cangianti, multiformi.
Si spostano, volta per volta, da un campo di concentramento gestito da un Ufficiale tedesco di nome Költz che costringe gli "ospiti" a suonare mentre si compie un massacro, a un uomo che desidera possedere una donna di colore sensuale e felina, ma che nessuno, pena una morte atroce può nemmeno guardare, ad una oste della Romagna di oggi, che con la ricetta segreta dei suoi garganelli al ragù, ha il merito di salvare il paese in cui abita per ben tre volte. Che cosa ci metterà, a proposito, nella sua ricetta per renderla così irresistibile? Nessuno può saperlo.
Le parole d'inchiostro sono così. Agrodolci. Come quelle spezzate di certi messaggi d'Amore: totalizzanti, assolute. Macabre e infliggenti. E nei solchi che lasciano, tra un rigo e un altro, tra un punto ed un altro, si riconosce pure la fisionomia di Eleonora, di un gatto nero suicida, di una tenda nera che vela un tavolinetto di marmo d'un bianco abbagliante, di un ladro troppo lento che riesce a rincorrere i suoi inseguitori nella sua paradigmatica e pigra esistenza, di un impiegato di un ufficio di censura che si innamora di una sconosciuta che scrive lettere appassionate ad un altro sconosciuto.
Per due giorni mi ci sono rifuggiato nel mare d'inchiostro delle parole. A volte ho riso, a volte no. A volte mi sono turbato, a volte ho avuto paura di chiudere gli occhi, a volte di riaprirli. Fino all'ultima riga dell'ultima pagina ho seguito un filo continuo, seppure eterogeneo, che mi ha aggrovigliato e mi ha lasciato senza fiato. E alla fine, esausto e soddisfatto, come dopo essere stato a letto per una notte intera con la donna che amo, ho impilato il libro nello scaffale. Di costa. Posizionandolo con cura: né troppo stretto, né troppo largo.
E il lato sinistro del mio cuore ha riiniziato a pompare sangue agli altri organi, e il mio cervello ha ricevuto scariche di ossigeno per poter nuovamente funzionare, dopo un rapimento estatico. Totale e annichilente.
“- Riga trenta, - disse. - Il tuo tempo è finito. Ora devi venire con me.”
Prostrato da OzzyRotten
alle ore 21:41
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carlo lucarelli, darkening