Un pugno in faccia. Senza guanto di velluto.
Quando ti accorgi che ti stanno caricando su una tradotta per andare chissà dove, sradicandoti da un mondo fatto di ordinarietà, pure di noia, qualche volta di una qualche spunta di passione rubata in mezzo ad un mare di grigio. Ecco. È come se ti dessero un pugno in faccia, non sapendo nemmeno perché.
Vedi telecamere. A decine ne vedi. Si muovono su trespoli inchiodati a qualche muro o su qualche altra superficie, e il loro ronzare meccanico e monotono ti si pianta nelle orecchie e non ne esce più: peggio di un tarlo.
Immagina d'essere davanti alla Tv.
In milioni guardano persone come loro ridotte in ceppi, con la pelle tatuata da sigle; senza un nome: a scavare e riporre calcinacci, ad essere bastonate come cani con la rogna sulla schiena, a mangiare sbobba e pane nero duro come un sasso, a dormire su pagliericci facendosi divorare dai topi e dagli scarafaggi.
"Concentramento" è un nuovo reality. Il più osceno, il più selvaggio, il più immondo degli spettacoli.
Ha gambe che vengono sorrette dallo share e dall'indignazione dei politici, degli intellettuali, dei bastian contrari ad ogni costo. E a ogni incazzatura, ad ogni ombra di disgusto per la bambina violentata o per la ragazza condannata a morte in diretta, la percentuale dei numeri sale sempre più in alto, fino ad accogliere il 100%. Al contrario, quando non se ne parla, quando muore nell'indifferenza, allora lo share cala, e bisogna sempre trovare un modo per farlo impennare.
"Lo spettacolo deve continuare" ad ogni costo, e senza nessuna pregiudiziale di nessun tipo.
Finisce solo quando l'autrice vestita da strega lo decide da sé. Dopo qualche centinaio di pagine, e con la puzza di acido solforico e di benzina ad ammorbare l'aria.
Peggio della puzza di zolfo.
“Venne il momento in cui la sofferenza altrui non li sfamò più: ne pretesero lo spettacolo.
Per essere fermati non serviva alcun requisito. Le retate si verificavano ovunque: chiunque veniva portato via, senza possibilità di appello. L’unico criterio era l’appartenenza al genere umano.
Quella mattina Pannonique era uscita per fare una passeggiata al Jardin des Plantes. Arrivarono gli organizzatori e setacciarono il parco. La giovane si ritrovò su un camion.
Non era ancora andata in onda la prima puntata: la gente non aveva idea di cosa gli sarebbe successo. Erano tutti indignati. Alla stazione, li stiparono su un carro bestiame. Pannonique vide che li stavano riprendendo: li scortavano numerose telecamere che non perdevano una virgola della loro angoscia.
Comprese allora che ribellarsi non solo non avrebbe affatto giovato, ma sarebbe risultato telegenico. Rimase dunque di marmo durante il lungo viaggio. Intorno a lei i bambini piangevano, gli adulti ringhiavano, i vecchi soffocavano.
Li scaricarono in un campo simile a quelli, non poi così remoti, di deportazione nazista, con un’unica eccezione: telecamere di sorveglianza erano installate dappertutto.” »»» Amélie Nothomb
Prostrato da OzzyRotten
alle ore 19:19
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darkening