lunedì, 26 maggio 2008



Mi trovo parecchie volte ad andare a Napoli. Anche se l'ho sempre detestata/amata ci sono andato spesso.
Quando prendi l'autostrada e arrivi già a Salerno, poi a Nola, poi passi per Ercolano, Pompei, Sant'Antimo, dici già a chi ti telefona, a chi te lo chiede, che sei a Napoli. “Stai attento” è la norma, la cantilena che ogni volta, tutti, diciamo quando qualcuno deve andarci.
Persino dove io abito, posto che da sempre è stata considerato un'appendice, una periferie lontana di Napoli, tutti diciamo “state attenti”.
E di più. Pure quando Napoli l'hai superata, e cominci a percorrere magari la Via Appia verso Caserta, dici sempre che sei a Napoli. Non a Capua, non a Marcianise, non ad Aversa, non a Giugliano o Qualiano, ma a Napoli.

Una città tentacolare.
La prima grande metropoli del Sud che ha i suoi marchi e i suoi stereotipi. La puzza, la spazzatura, i palazzoni dalle migliaia di antenne al cielo, le macchine graffiate e sporche, i parcheggiatori abusivi, gli spacciatori, i motorini che sfrecciano sui viali di basalto, che poi, quando piove, diventano piste di sapone dal colore indefinito, dove a cadere a terra ci si impiega meno di un attimo.

Nessuno, quando parla di Napoli, vuole mai alludere alla sua commovente baia, che si mostra così: divisa tra un pezzo di spiaggia emanazione delle colline e del Vesuvio che non volevano cedere nulla al mare Tirreno e l'acqua stessa; nessuno mai parla di Capodimonte e dei bellissimi giardini di cui è circonddato, dove per arrivarci, lassù, ad ogni sguardo si viene catturati dall'aria greve, calda, intrisa dei fiori che ne dettano i connotati.

Quando parli di Napoli, nemmeno mai se lo dici, perché non si nomina, un pò come il nome di Dio, dici della Camorra, e poi dei cinesi, dei delinquenti, della paura e delle donne che urlano da balcone a balcone, nascoste dalle sudice imposte chiuse, in quella loro lingua così sguaiata seppure così affascinante.

Una volta, quando mi trovavo a Piazza Garibaldi, e con un collega stavamo aspettando che ci venissero a prendere per portarci in un cantiere dove dovevamo lavorare, vedemmo uno strano corteo che passava, lungo il trafficato passaggio dei taxi davanti alla stazione.
Ragazzini in motorino, a due a tre alla volta sullo stesso mezzo, che driblavano e scorazzavano in incredibili acrobazie, e sembrava che dovessero cadere da un momento all'altro, e poi due Fiat Tempra con a bordo panciuti uomini con occhiali da sole troppo appariscenti, con t-shirt tagliate fin sopra il braccio, coi finestrini aperti. Sbuffavano all'aria. Incanutiti nei gesti assenti, tranne che per la testa che, quella no, vorticava da una parte all'altra, e il collo non si fermava mai di andare da una parte e dall'altra.
Dietro, ancora, una 164 verde, coi finestrini alzati, scuri, che faceva contrasto con le altre macchine e col chiassare di quel corteo tribale.
Percorreva sicura la strada, fendeva l'asfalto come se si fosse trovata in una via alle due di notte, con nessuno intorno. Nonostante che ci fosse, come sempre, un traffico infernale, e per attraversare da una parte all'altra si correva sempre il rischio di vedersi tranciate le gambe.

Ma quando passò quella macchina no.
Il corteo gli faceva da apripista; tutti gli automobilisti per un attimo si fermarono, nessuno strombazzare attorno. Tutti che sembravano essere incantati da quel passaggio. Quasi come se fosse passato un carro funebre, e l'aria si tagliava col coltello, rovente e intrisa del puzzo dei gas di scarico.


Allora, per la prima volta, io capii che la Camorra non era quella che vedevo per i telegiornali in tv. Non era quella dei morti ammazzati per le strade, dei boss nella vasca da bagno con Maradona a brindare a champagne, non era quella dei boss pescati in chissà quale vicolo, segregati nelle loro ville-bunker e poi stanati come topi per essere portati in un qualche carcere di massima sicurezza.
La Camorra, il Sistema come la chiamano a Napoli, è anche quello ma non solo.

È qualcosa di cucito sulla pelle di ogni abitante della città. La si vede e la si percepisce in ogni cosa, fa parte della vita comune e ordinaria.
Si va a fare la spesa nei supermercati dei boss, si abita negli appartamenti costruiti dalle Imprese consorziate e finanziate da qualche boss, si paga l'affitto a qualche boss, si compra la macchina nella concessionaria di qualche boss e quando si producono rifiuti, c'è sempre qualche azienda che li raccoglie che è partecipata da qualche boss.

Un'immersione totale. Ordinaria. Non se ne fa più caso.

La Camorra napoletana, quella di Caserta, quella dei casalesi, è uno spettro che tutti considerano invisibile, anche se oggettivamente non lo è e che si prende cura dei Campani.
Li assiste da quando nascono fino a quando muoiono, e non fa chiasso.
Non esiste, è invisibile, e nel pantano scuro che la fa muovere, ingurgita milioni di euro, fa affari d'oro in tutta Europa e in tutto il mondo. Avvelena i terreni con la gestione dei rifiuti e le persone con i traffici di cocaina e eroina. Ma lo fa nel silenzio dell'indifferenza dolosa di uno Stato che non ha mai avuto né tempo e né voglia d'andare appresso a quei quattro "muccusi" volgari ed ignoranti.
Meglio di Cosa Nostra siciliana, che già da molto tempo ha ceduto il passo alla Camorra nei traffici e negli investimenti, legali e illegali. Meglio della 'Ndrangheta. Di quei pecorai calabresi crescuti a sequestri e che si sono arricchiti cominciando a fare gli scaricatori di porto a Gioia Tauro.

La Camorra è un' Idra dalle teste orribili che mai riuscirà ad essere estirpata da Napoli.

"Gomorra", il libro di Roberto Saviano, è un viaggio in questa invisibilità consapevole. Nelle pagine del libro si muovono figuri, ombre grasse che non badano altro che al loro business: la droga, le puttane, la spazzatura, le mozzarelle di bufala, i palazzi, la politica, i ragazzetti assoldati come manovalanza, i soldi prestati ad usura.

Tutto comincia nel porto di Napoli.
Un pezzo di asfalto e cemento che investe una superficie enorme, dove vengono ogni giorno stoccati e movimentati decine e decine di container. Dove la merce non fa a tempo ad arrivare che è già scomparsa.
Poi ci si sposta nei quartieri popolari di Napoli. Scampia, Secondigliano, le Case Celesti, le Vele, e tutto il microcosmo brulicante che ne viene è una miscela orrida di individui che vivono alla giornata, di "espedienti" come va di moda dire adesso.
Nelle fabbriche clandestine di sartoria dove lavorano come schiavi decine e decine di uomini e donne, per dodici, tredici ore al giorno, a cucire, sistemare, confezionare abiti che poi nei negozi di tutto il mondo costituiranno il Made in Italy, le marche d'eccellenza.
Nelle case asfissianti dal caldo, dove l'odore del caffè penetra le narici e dove vengono confezionate le dosi di droga, che poi vengono distribuite capillarmente e a raggiera in tutta Italia.
Nei tuguri dove si gioca con le macchinette e si progettano "pezzi" (se non sapete cosa sono, leggetevi il libro e capirete di che parlo).


Sono andato, l'altra sera, pure a vedermi il film.
Quando siamo usciti dal cinema non c'erano aggettivi per qualificarlo. Né bello e né brutto. Un film.

Un libro.
Forse il migliore aggettivo per definire l'uno e l'altro lo ha dato oggi un cronista, commentando le Palme d'oro a Cannes che sono state conferite alla pellicola: aspra.
Come per il libro: aspro.
Un cancro di immagini affastellate e messe alla rinfusa, così come vengono, ma sempre con quel filo conduttore, quel denominatore comune che le lega: la Camorra.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:51
Permalink |
Commenti
#1   28 Maggio 2008 - 15:03
 
Sono stata a Napoli qualche anno fa, un piovosissimo week end di novembre. L'ho trovata bellissima, e ricordo la corsa sotto la pioggia a Piazza Plebiscito o la passeggiata a vedere gli artigiani dei presepi. La camorra è come la mafia, molto più resistente quanto meno eclatante è. Spiegarle è difficile si rischia di dire cose ovvie come fa la maggiorparte della gente che si crea poi pregiudizi sugli abitanti del posto.
un saluto
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Adelaide_Spallino

#2   31 Maggio 2008 - 14:14
 
Asprissimo. Una frase che mi ha colpito è (la cito a memoria, sicuramente sbagliata): "un uomo con la laurea non è niente senza una pistola". È una cosa che ti cresce addosso. Un secondo latte materno.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente calliphorae

Commenti
commenti (2)

darkening