lunedì, 13 aprile 2009

Stazione
dei Reali Carabinieri
di Vigàta


                                                                                                                   
Al Signor
Capitano RR CC

Montelusa 
                                                                                                                                                     
Al Signor
Questore
Montelusa

Vigàta, li 28 marzo 1890


OGGETTO: Indagini su scomparsa
Num. Prot. 322

Questa mattina ci siamo recati, come ieri dettovi, nel Gabinetto del Dottore Picarella Giosuè, medico curante del ragioniere Patò, allo scopo di pigliare conoscenza dello stato di salute dello scomparso.
Il Dottore Picarella ha sulle prime oppostoci un fermo diniego alla nostra domanda asserendo essere dovere suo di medico non dare notizie sugli ammalati che presso di lui erano in cura perché aveva fatto un patto con un certo Ipocrate (che a Vigàta risulta sconosciuto) e che di conseguenza non era disposto a parlare del Patò con "porci e cani" (queste le parole sue precise).
Avendo io, Maresciallo dei RR CC, risposto con risentite parole che non ero un porco avendo il Delegato di P.S. detto che manco lui era un cane e che ci trovavamo nel Gabinetto per fare le nostre funzioni, il Dottore Picarella alquanto si calmava e fornivaci smozzicate informazioni che possono essere riassunte in quanto segue....
Prostrato da OzzyRotten alle ore 19:04
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andrea camilleri

giovedì, 12 giugno 2008



«Figliuzzi miei, parrocciani miei carissimi nel Signore. Come quello di Gesù inchiovato alla croce, magari il mio costato sta perdendo in questi giorni più fiele che sangue, credetemi. Un consiglio comunale ateo e biastemio ha fatto flabbicare in questa citatina operosa e onesta di Vigàta un tiatro e domani lo rapre con la rapprisintazione di un'opera. Non ci andate, fligliuzzi amati! Pirchì nell'attimo istesso in cui il vostro pedi entra dintra a quella costruzione, l'anima vostra viene a trovarsi pirduta pi l'eternità. Voi forse non credete a quello che sta dicendovi il vostro vecchio parroco, voi certamente pensate che sto sgherzando o che mi sono rimbambito. Forse è vero che con la testa non ci sto più tanto, ma allora io non parlo più con parole mie, ma con le parole di gente che ha tanta testa maggiore di mia e di tutte le teste vostre messe inzemmula. Vi dico e v'arripeto: il tiatro è la casa preferita del diavolo! Sant'Austinu, che puro era stato uno che faceva vita tinta, cattiva, che iva nelli burdelli con le fimminazze impestate e s'imbriacava comu una scimmia, sant'Austinu, dico, cunta che una vota a Cartagine che è paisi di qua vicino, verso l'Africa, una vota trasì in un triatro e vide la rapprisintazione di fìmmini e òmini nudi che facevano cose vastase, e quannu sinni turnò a la so casa, sonno non poté pigliare per tutta la nuttata, tanto si era ammareggiato! E vi voglio puro contare una cosa che conta Tertulliano, che non è una cacatella di capra ma una testa granni assà. Conta Tertulliano che una vota una fìmmina divota, onesta e bona matri di famiglia, s'intestò a tutti i costi che voleva andare a triatro. Non ci poté né marito, né patre, né matre, né figli. La fìmmina tistarda taliò lo spittacolo, ma quando niscì non era più la stissa. Biastimiva, diciva parulazzi, vuliva che ogni mascolo che incontrava la cavarcasse sulla strada stissa. A forza marito e figli si la purtarono ni la casa e chiamarono un parrino di corsa. Il parrino vagnò con l'acqua biniditta la fìmmina e disse al diavolo di nèsciri fora. E sapete che arrisponnì il diavolo?

    “Tu, parrino, non t'intricare in una cosa che è mia!
Io questa fìmmina mi pigliai pirchì issa di sua volontà vinni dintra di la me casa, che è u triatro!”
E la fìmmina morì addannata pirchì il santo parrino niente ci poté. E voi, parrocciani me, volete farvi pigliare dal diavolo? È il loco del diavolo! E quel loco merita il foco che Dio scagliò contro Sodoma e Gomorra! Il foco! Il foco!»

«Reverendissimo canonico
G. Verga - Chiesa Matrice - Vigàta
     Ero in chiesa aieri a sentire la sua predica contro il traitro. E mi scappa una dimanna: la fìmmina che vossia si è tenuta in parrocchia e dintra il letto per vent'anni e dalla quali ha avuto magari un figlio mascolo di nome Giugiuzzo di anni quindici, a quale categoria di buttane appartiene? Fìmmina di triatro, fìmmina di Sodoma, fìmmina di Gomorra o troia semplice?
Un parrocciano che crede alle cose di Dio.»
Prostrato da OzzyRotten alle ore 14:03
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andrea camilleri

domenica, 11 maggio 2008

In questi giorni è sopraggiunta, anche per me, la “febbre del punto”.
Chi l'ha teorizzata sicuramente sa di quello che parla e potrà capirmi benissimo. Se avessi preso il termometro, mi sarei reso conto che è alta, e che il mio stato di salute mentale è più assuefatto per la lettura di un consumatore di eroina.

Il fatto è che io sono come un “bambino che ha trovato il suo giocattolo preferito”, come altrettanto correttamente ha teorizzato un'altra persona, anche lei conscia di trovarsi nel giusto; e che presume a buona ragione, che io, felice come una Pasqua, mi ci diverta in tutti i modi: a montarlo, a smontarlo e a rimontarlo. Senza pause.

Sicché ieri, dopo pranzo, mentre seduto stavo a fumare la mia marlboro e a bere il mio caffè, spossato dalla mangiata di pesce che mi ero sbafato, e che era talmente fresco che s'era rimesso a nuotare nello stomaco, mi arriva la telefonata di un mio amico che, pure lui forse spossato da una mangiata lucculliana, mi propone di andare a farci un giro.
'Come ai vecchi tempi?' gli chiedo. Alla sua risposta convintamente affermativa non me lo faccio ripetere due volte.

I vecchi tempi contemplano tante cose.
Cose che gli anni, le costrizioni, gli impegni miei e suoi, il suo matrimonio con conseguente figliolo dopo appena nove mesi, il mio lavoro e poi il suo, avevano bellamente cancellate.
I vecchi tempi consitevano nel prendere la macchina, e chissà perché mi tornano in mente proprio questi periodi pensandoci, e andarsene in giro, o a scoperchiare paesuncoli che nemmeno le cartine segnano a cercarci qualche segno di un passato abbastanza remoto, o a passeggiare per il mare di Calabria che ha sempre affascinato tutti e due.
Il tutto condito da bevute da far implorare pietà al più granitico dei fegati, da discussioni che si sapeva da dove iniziavano ma mai dove andavano a parare, complice, forse, soprattutto il vino, e magari pure dalla pelle abbronzata e profumata e dalle pieghe scollacciate di qualche ragazza a disposizione nostra.
Poi, naturale, tra quelle pieghe scollacciate, e in mezzo a quei profumi di donna ancora sconosciuta e non fatta completamente, andava quasi sempre a finire che ci si dovesse perdere, verso un'ora tarda.
E la notte era sempre eterna. Ai vecchi tempi passati.

Ora no. Ora è diverso.
Mi spoglio lasciando i vestiti in giro, mi butto sotto la doccia, mi rado con cura e mi rivesto velocemente. Mezz'ora in tutto. Mi sto arrugginendo. Ai tempi del militare non ci impiegavo più di venti minuti. Ma adesso, lo scialo dell'acqua calda che mi investe la pelle, sotto la doccia, è un piacere a cui riesco a sottrarmi con fatica, e la lametta sul viso è sempre poco precisa: comincia a lasciare segni che poi si riempiono di rosso, e io ogni volta devo bestemmiare con tamponi all'olio di avogadro per arginare quelle piccole ferite.

I tempi odierni contemplano un salto nel passato abbastanza recente, con le stesse camminate a mare, ma non ci si bada poi più di tanto.
Le bevute si sono ridotte a tre o quattro calici consumati nella solita osteria, dove la cameriera, che ha la nostra stessa età, ci serve con il sorriso sterotipato ed ordinario che ha con tutti quanti gli altri avventori. E pensare che il profumo della sua pelle dovrei ancora ricordarmelo. Come dovrebbe ricordarselo il mio amico, del resto.

Il mare è grosso per via di un vento caldo che arriva alle labbra e immediatamente le secca, e sulla spiaggia non ci sono che uomini e donne che camminano, sconsolati e con le braccia pendule, appresso a chissà quali pensieri.

Una volta teorizzammo su quanto fosse lontano l'orizzonte. Se fosse misurabile in chilometri, o metri o centimetri. Poi convenimmo che la lontananza della linea dove si perdeva il sole, quello scuro, pieno di dolenza per dover morire annegato nell'acqua che da limpida e azzurra, diventava inesorabilmente scura e rimbrottante nel suo sciabordare, fosse un concetto soggettivo.
Così come sono soggettivi tutti quanti i momenti che, vicini e lontani, prima arrivano, poi passano, poi si dimenticano, e nel rimescolarsi perpetuo delle ombre della memoria, prima o poi riemergono.
Riemergono e fanno male.
Parlano di tante cose. Narrano di occhiate fuggenti e sbarrate, di ombre che si muovono al caldo delle lenzuola, o di sorrisi stampati sulla fronte, di alchimie che le corde vocali non proferiscono affatto, di carezze date con noncuranza. Date perché bisognava darle e basta. Senza pretendere di ricevere nulla in cambio. E ancora. Di camminare avanti e indietro. Arrivare al fiume dall'acqua dolce e fredda che muore e si mischia nel mare immenso che l'accoglie senza dir nulla.
Le cose che fanno male. I pensieri. Quelli più belli.

Decidiamo, dopo minuti in cui ogni discussione s'era persa ed era diventata muta, di andare a praticare lo sport che più ci è sempre piaciuto: andare a saccheggio di libri e dischi.
Non è uno sport pericoloso, se non per il mio portafoglio e per la sua carta di credito, ma poi, vuoi mettere dopo tanto tempo che non ci si rivede, ad annegare così facilmente la malinconia che ci ha investito?

Il libbraio ci conosce bene. Sa perfettamente che due come noi, che entrando non salutano nemmeno, gli risolveranno la giornata con un bell'incasso, e lui non dovrà curarsi nemmeno di darci il sacchetto di plastica alla fine: inquina.
Il mio amico compra libri di Tolstoj, di Gautier, di Gide. Qualche romanzo che gli consiglio di Jeffery Deaver, e le “Cronache di Narnia” di Lewis.
'Come fai a conciliare certe letture con certe altre?' gli chiedo. Lui fa spallucce. Non gliene frega niente. Come dargli torto?

Io invece compro “L'ottava vibrazione” di Carlo Lucarelli, “Il campo del vasaio” e “La luna di carta” di Andrea Camilleri, una raccolta di poesie di Fernando Pessoa, una di Paul Verlaine, un libro sulla battaglia di Balaclava, e una biografia di Berija.
'Come fai a conciliare certe letture con certe altre?' mi fa il mio amico con un sorriso tra il compiaciuto e il disgrazievole. Faccio spallucce. Non me ne è mai fregato nulla.

Uscendo dalla libreria il commesso che ci serve, da sotto gli occhiali dalla montatura nera, si nota benissimo che sorride, ma solo per una frazione di secondo. Giusto il tempo per chiedere, prima al mio amico e poi a me: 'La vuoi una busta?'. No, grazie. La plastica inquina.
I libri hanno un'anima loro. Respirano. Certi affannati col fiato corto, certi fluentemente e senza parole ad interrompere il loro moto. Nessuno ha il diritto di farli soffocare in un sudario di petrolio.

Ore 00:15 di ieri.

Il “campo del vasaio è un pezzo di terreno sdrucciolevole, segnato dalle ferite della terra che si spacca quando il sole picchia forte, e ridotto ad un mare di poltiglia e fango quando la pioggia cade. È il pezzo di terra che i sacerdoti del Sinedrio acquistarono coi trenta denari che Giuda andò a sbattergli in faccia dopo che fu da questi corrotto e dopo aver tradito Gesù. Lo stesso stampo di terra dove poi si impiccò l'apostolo traditore, e dove il suo corpo dopo la morte cadde e si sporcò di argilla che, oltre a sommeggerlo, gli dannò anche l'anima.
Quante erano le monete che Giuda ricevette per tradire Cristo?
Trenta.
Come i pezzi di cadavere che vengono rinvenuti tra il mare di fango in un giorno scuro e piovoso, chiusi in un sacco di plastica nera, di quelli per la spazzatura.
Trenta. Esatti.
Il cadavere ha i polpastrelli bruciati e sfatti, la faccia ridotta ad un colabrodo a forza di martellate. Irriconoscibile. Smembrato in trenta pezzi esatti.
Il Commissario Montalbano è invecchiato. Sente che l'energia e la forza di volontà che lo hanno guidato sino ad allora lo stanno abbandonando. Il suo carattere da meteropatico si è imbruttito. È diventato burbero e scontroso. In certi ambiti pure piagnucolone e sensibile. Su tutto aleggia la sua paura di invecchiare, ed è roso dai rimorsi. Quelli del figlio che non ha mai avuto dalla sua fidanzata Livia, che lavora lontano, a Boccadasse, a Genova; quello delle donne che ha amato e con cui ha tradito Livia, e che, come spettri su una carogna in fin di vita, vengono a visitarlo ogni notte che chiude gli occhi nel suo letto, quelli della sua amicizia con il suo vice Mimì Augello, che sembra lo detesti da qualche tempo a questa parte. Ma perché poi? Perché Mimì, che ha anche chiamato il suo unico figlio "Salvo" come Montalbano, gli si rivolge con tanto disprezzo e livore? Che cosa ha fatto che poteva dargli fastidio? Che cosa?
E poi, che cosa serba quella donna sudamericana che viene e parlargli al commissariato, e che possiede una carica sensuale e felina, da "lioparda", che tanto lo fa uscire dai gangheri non facendogli capire nulla di nulla.
Una brutta gatta da pelare. Non c'è dubbio.

Qualche giorno fa. Tra Torino e casa.

Sicilia. Una giornata come un'altra. Di quelle ordinarie. Di quelle brutte e ordinarie.
In una discarica che un tempo era un fiume, poi un rigagnolo d'acqua, e infine una pietraia in secca, sotto ad un ponte di ferro che gli americani avevano costruito ai tempi della guerra e che adesso non c'è più, viene rinvenuto il cadavere di una donna. Le hanno sparato in faccia sfigurandola completamente.
È nuda, il suo corpo, nonostante che la faccia sia ridotta ad una massa molliccia ed inferma in un lago di sangue ancora non del tutto rappreso, è pulito e non presenta segni di colluttazione. Era bellissima. Perlomeno, doveva esserlo prima che la rendessero cadavere a quel modo brutale. I vestiti non si trovano, e nemmeno i suoi documenti. È una perfetta sconosciuta. Probabilmente extracomunitaria. I capelli, biondissimi, e la pelle bianca come il latte lo fanno presumere. Le sue forme atletiche lasciano immaginare che sia stata una atleta o una balleria, o forse una prostituta. Una prostituta violentata e poi ammazzata e gettata in un burrone dallo spiazzo sovrastante. Ma no. Nessuna traccia di violenza carnale. E allora?
Sotto le dita ha tracce di porporina. Quella polverina impalpabile che certi mobilieri e antiquari usavano per restaurare i mobili barocchi antichi. Sulla spalla un bellissimo tatuaggio che rappresenta una farfalla dalle ali colorate, di fattura eccellente. Una sfingide con quattro ali. Un vezzo da donne, di quelli che le stesse si tatuano nei posti più improponibili. O forse no. Magari potrebbe essere qualche altra cosa.

Qualche giorno fa ancora. A casa, dopo tre caffè e il torcicollo.

Una mattina di sole accecante. Di caldo africano. Dalle imposte della sua casa Montalbano, ancora coricato nel suo letto, vede i raggi che violenti entrano nella sua camera. Alzandosi si accorge che sulla battigia, dove il mare s'è ritirato da poco dopo la marea della notte, c'è una figura indistinta che giace sulla rena. Accasciata su di un lato la figura enorme non si muove. Immobile si lascia sferzare dal sole. In lontananza non si vede nessuno. Alzatosi, Montalbano si avvicina alla figura che prima, da indistinta che era, non aveva ben capito di che natura fosse.
Un cavallo morto. Ucciso a bastonate con violenza. Talmente tanta furia da averlo sfiancato e da avergli rotto tutte le ossa. La povera bestia non ha spirato lì. Si è trascinata lungo la spiaggia limacciosa da lontano, lasciando dietro di sé una pista di sabbia.
Ingrid, la migliore amica di Montalbano, gli parla e gli dice di una sua ospite che doveva partecipare ad un torneo di equitazione, a cui è stato rubato, nella notte addietro, il suo prezioso cavallo.
Due più due fa sempre quattro.
C'è il cavallo appartenuto alla affascinante amica di Ingrid, c'è il Whiskye che Montalbano, la sconosciuta e Ingrid stessa, tracannano avidamente sulla terrazzina della casa del commissario, e c'è Montalbano, ancora, che deve raccontare alle due una storia strana. Una storia commovente e misteriosa.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 14:14
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