Vieni, ti prendo per mano.
Forse non vorrai, e protesti avere ragione, da queste riverbera forte il palpitare che mi cresce in petto, senza che questi voglia cessare, senza che voglia abbandonarmi oggi e sempre, come è stato forte per un tempo, lo sarà nel destino ignoto che conosceremo.
Inevitabilmente dovremo accettare le paure, le gioie, le pene e tutto quanto ancora, persi ma assolutamente vicini nell'ineluttabile svolgersi del tempo, che decresce a seconda degli umori, avvinghia, come fiera selvaggia, cuori solitari e complementari ubriachi di suffissi, sulla terra, ma magari anche oltre, e noi non sappiamo, non vediamo ma vorremmo perderci, anche se fosse per l'ultima volta, nell'abbraccio immortale, che non ha né il sapore dell'addio, né quello pericoloso, del lasciarsi anche se solo per un attimo.
Una volta vagheggiavo di futuri e di universi improvvisi, scintillanti nella loro corsa inavvicinabile; adesso, col senno in subbuglio, con il fiato spezzato dall'aria tiepida ed impropria, come se fossi Pindaro senza ali né parte, mi dibatto atterrito in un presente d'ordinario riflusso di sensazioni ammorbanti, di ricordi appena celati alla luce della penna e della carta, certamente importanti, fedelmente stampati nella mia mente con vampe furiose di dolore, e con la dolcezza di labbra un pò avariate dalla mia, irripetibile, innominabile, mancanza.