sabato, 31 maggio 2008



“Ci sono certi venti che si possono chiamare diabolici.
Sono quelli che vengono dall'Africa e si potrebbero anche chiamare seducenti o insistenti ma diabolici è meglio. Sono venti che fanno impazzire. Sono venti che avvolgono, che soffiano forte, ma invece di spingere sembra che girino attorno. Sono venti caldi, cosí secchi che asciugano la gola o cosí umidi che appiccicano i vestiti addosso. Sono venti che si appoggiano, che pesano sul collo e sulle spalle e intanto soffiano, soffiano e soffiano, insistentemente, anche quando sembra che non lo stiano facendo. Perché sono venti che fingono, che coprono il sole di polvere e sabbia come fosse notte, che sciolgono la neve d'inverno come fosse estate, che riempiono gli occhi e le orecchie, si infilano dentro e svuotano, grattano via il cuore e il cervello, lasciando un involucro inutile, vuoto, ronzante di polvere e mosche.
   Alcuni di questi venti l'ufficiale postale li conosceva di persona, come lo scirocco, di altri aveva sentito parlare da chi era ritornato dalla Tripolitania e li chiamava simún, harmattan e ghibli. E anche un vento del nord, il föhn, portato da chi aveva fatto la guerra sul Carso.
   Uno solo dei venti africani arrivava a volte fino all'isola, guidato dalle correnti marine attraverso un buco tra le masse d'aria lungo e stretto come un corridoio. era il khamsîn, il vento nero e rovente che aveva portato le tenebre in Egitto ai tempi di Mosè.
   Il khamsîn suonava il flauto. Era un flauto a due canne, una più bassa e l'altra più acuta ma sempre insinuante e sottile. Le note sibilavano rotonde e leggere, volavano attorno, giravano veloci ma ogni tanto ne usciva una diversa, disarmonica e dissonante, che restava sospesa nell'aria come un granello di polvere.
   Gli altri venti diabolici suonavano i violini. Ma non piano, in sottofondo, li suonavano forte come solisti, compatti e insistenti come uno scroscio di pioggia, vibranti come fiamme, sempre più intensi, più stretti e più acuti, e anche tra quelli ce n'era qualcuno che si alzava, che usciva, storto, inclinato dalla parte sbagliata, pungente come uno spillo dimenticato.
   Si avvicinavano dal nulla anche ora, invisibili in quella nebbia luminosa, sbattevano contro la vetrata opaca del faro e schizzavano via come scintille bianche, mentre l'ufficiale postale oscillava, lentamente. Oscillava piano come un metronomo, pianissimo, mentre i venti suonavano sempre più mossi e veloci. Come un metronomo rovesciato, perché non era la testa, in alto, che si muoveva a destra e a sinistra mentre la base restava agganciata con una linea corta e leggermente curva.
   Chiuso nella torretta del faro, sigillata dalle vetrate e impermeabile ad ogni spiffero d'aria, non c'era ragione per cui l'ufficiale postale, appeso per il collo a una trave del soffitto, non dovesse rimanere immobile come un filo a piombo in un cono sottovuoto, eppure oscillava.”

Uno tra i più bei noir che mi sia capitato di leggere da molto tempo a questa parte. Sicuramente, uno dei racconti lunghi di Lucarelli meglio riusciti.
Ho preso a sfogliarlo svogliatamente qualche notte fà. Mi sono detto di leggerne un paio di pagine prima di chiudere gli occhi e cedere al sonno, ma non è stato così: erano le quattro quando ho chiuso le pagine del libro, e ancora non ne avevo avuto abbastanza. Eccellente per le immagini che si sovrappongono nello sfilarsi della storia. Luoghi di nebbia, di sole accecante, di buio carico dell'odore della polvere. Solo per questo varrebbe i pochi euro che costa.

»»» Gli altri post nel Reame di Ozz che riguardano Carlo Lucarelli:


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Il lato sinistro del cuore
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L'ottava vibrazione
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Carta bianca
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Almost Blue
Prostrato da OzzyRotten alle ore 18:17
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carlo lucarelli, darkening

domenica, 18 maggio 2008

“Questa è la terra dell'ottava vibrazione
dell'arcobaleno: il Nero.
È il lato oscuro della luna,
portato alla luce.
Ultimo colpo di pennello nel dipinto di Dio.”

TSEGAYE GABRÈ MEDHIN, Home-Coming Son.


Adua suona alle nostre orecchie un pò come se fosse sinonimo di "Caporetto". In tutti e due i casi, le parole a loro volta sono sinonimo di "catastrofe", "onta", "massacro", "vergogna", "sangue".
Adua, più che una battaglia persa da noi italiani, nel lontano 1896, non è altro che una parola che indica tante cose negative e nessuna positiva. Così come Caporetto.
Adua la madre, Caporetto la figlia.

Ad Adua si spensero definitivamente tutte le speranze di un Impero Coloniale Italiano nel Corno d'Africa. Della conquista facile come se fosse una passeggiata, di terre fertili, esotiche e sconosciute, di interminabili superfici che si perdevano all'occhio, delimitate dall'acqua salata del mare.
L'Eritrea, i coloni italiani mandati lì a popolare quelle distese di sabbia bruciate dal sole, il sogno (attualissimo) di "civilizzare" il mondo, ad un tratto si dissolse, e per la vergogna l'Italia si prostrò, si fasciò la testa di cenere, e sconsolata, come un cane bastonato, riprese la strada di casa, abbandonando quelle velleità, sospingendole in un limbo scuro e cercando di dimenticarsene, fino a quando, sì, fino a quando, nel 1935 non arrivò un altro Crispi che però non si chiamava come lo statista siciliano, ad imporre una nuova politica.
E questi disse: noi ce la siamo legata all'inglese. Non abbiamo dimenticato.

E tanto disse e tanto fece che di nuovo migliaia di soldati furono mandati a morire in quel forno, per conquistare le stesse inviolate distese che si perdevano a colpo d'occhio. Le stesse degli anni prima.

La Storia è sempre così. Non si impara nulla e mai da essa.

Alla viglia della battaglia di Adua, della più grande e vergognosa catastrofe militare italiana prima di Caporetto, lo ricordiamo, tra Massaua, l'Asmara e gli altipiani, un nugolo di funzionari, di militari, di profittatori, di prostitute e di mercanti che popolano anche una città chiamata "Meschinopoli", si muovono come ombre lungo i rami di uno enorme arbusto di acacia che non esiste. Che non esiste e che lascia solo un gran caldo infernale sulla schiena di chi ci si trova.

C'è un funzionario di prima classe, Vittorio, che si invaghisce della moglie di un avventuriero colono, e che progetta di ucciderlo con la complicità della di lui moglie divenuta la sua amante.
C'è un soldato che non si sa bene da che parte d'Italia provenga e che non sa articolare nessun pensiero compiuto. Pensa solo al suo piccolo universo fatto di parole tronche, dalle sillabe  lisciate sulla lingua. C'è un altro soldato, uno di quelli mandati lì a forza, che si professa anarchico, e che al momento giusto getterà il fucile, aprirà le braccia come Gesù Cristo e professerà il suo verbo di Amore ed Egualitarismo. 
C'è un capitano innamorato di una bellissima indigena,  che se la tiene per casa e la elegge a sua  "Madama".
E poi ci sono la moglie del Colonello, il Tenente temerario che vuole coprirsi di gloria, un caporale dalla faccia e dal collo come una cicogna, o forse no, forse come un avvoltoio; un Maggiore di ascendenze nobili, minato dalla dipendenza dalla Morfina e da una strana ed inquietante perversione; e c'è pure, dettaglio non trascurabile, un assassino di bambini che li trucida nella più orrenda delle maniere.

Tutti questi personaggi fanno parte del nuovo romanzo di Carlo Lucarelli: "L'ottava vibrazione".
Sono tutti un pezzetto delle fotografie descritte nel romanzo, in diversi formati e secondo diverse sfocature ed inquadrature. Tutti, o quasi, andranno a schiantarsi contro il destino comune a loro riservato, e che ha un solo nome: Adua.

Una storia bellissima. Un grado in più ancora nella mia febbre del punto. Così fitta, così feroce, che ormai non ho più occhi per nulla, che non siano pagine sfogliate, riavvolte nella polvere, e poi riprese in un diverso punto.
Già penso a quale sarà la prossima mia storia. Speriamo solo venga presto.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 16:36
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carlo lucarelli, darkening

martedì, 06 maggio 2008



C'è un libro posto su uno scaffale e c'è la polvere che lo ricopre. Di costa sembra essere vecchio, e i lembi ai margini inferiore e superiore sono logori e sfibrati; oltre si intravede un bianco lattiginoso e compatto.

Se fosse appoggiato sul tavolaccio di fronte allo scaffale, certamente avrebbe la copertina alzata ad angolo e curvata dal moto dello sfogliare passato. Ma non è così. Il libro è impilato, compattamente, in mezzo ad altri. È sistemato con cura, né compresso, né troppo largo.
Se ne sta lì, e nessuno da decenni lo muove.


Il tempo lo tiene in custodia. Almeno fino a quando l'umidità, i denti dei tarli o il fuoco di un incendio non lo distruggeranno. Ma quel tempo è lontano, e il libro s'ingrassa dei 53 racconti che ne sporcano le sue pagine.
Tutti sono intrisi del nero dell'inchiostro che, con l'andare degli anni, ne rendono l'odore più insistente, quasi fastidioso.
Ma ci sono narici che, volta per volta, s'inebriano di quell'odore, a volte mortalmente sensuale, a volte grottesco, a volte disturbante, a volte brutale, a volte scherzoso, a volte amaro.


Le parole d'inchiostro sono così.
Per tutti  e 53 i racconti. Cangianti, multiformi.
Si spostano, volta per volta, da un campo di concentramento gestito da un Ufficiale tedesco di nome Költz che costringe gli "ospiti" a suonare mentre si compie un massacro, a un uomo che desidera possedere una donna di colore sensuale e felina, ma che nessuno, pena una morte atroce può nemmeno guardare, ad una oste della Romagna di oggi, che con la ricetta segreta dei suoi garganelli al ragù, ha il merito di salvare il paese in cui abita per ben tre volte. Che cosa ci metterà, a proposito, nella sua ricetta per renderla così irresistibile? Nessuno può saperlo.


Le parole d'inchiostro sono così. Agrodolci. Come quelle spezzate di certi messaggi d'Amore: totalizzanti, assolute. Macabre e infliggenti. E nei solchi che lasciano, tra un rigo e un altro, tra un punto ed un altro, si riconosce pure la fisionomia di Eleonora, di un gatto nero suicida, di una tenda nera che vela un tavolinetto di marmo d'un bianco abbagliante, di un ladro troppo lento che riesce a rincorrere i suoi inseguitori nella sua paradigmatica e pigra esistenza, di un impiegato di un ufficio di censura che si innamora di una sconosciuta che scrive lettere appassionate ad un altro sconosciuto.

Per due giorni mi ci sono rifuggiato nel mare d'inchiostro delle parole. A volte ho riso, a volte no. A volte mi sono turbato, a volte ho avuto paura di chiudere gli occhi, a volte di riaprirli. Fino all'ultima riga dell'ultima pagina ho seguito un filo continuo, seppure eterogeneo, che mi ha aggrovigliato e mi ha lasciato senza fiato. E alla fine, esausto e soddisfatto, come dopo essere stato a letto per una notte intera con la donna che amo, ho impilato il libro nello scaffale. Di costa. Posizionandolo con cura: né troppo stretto, né troppo largo.

E il lato sinistro del mio cuore ha riiniziato a pompare sangue agli altri organi, e il mio cervello ha ricevuto scariche di ossigeno per poter nuovamente funzionare, dopo un rapimento estatico. Totale e annichilente.

- Riga trenta, - disse. - Il tuo tempo è finito. Ora devi venire con me.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:41
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carlo lucarelli, darkening