“Questa è la terra dell'ottava vibrazione
dell'arcobaleno: il Nero.
È il lato oscuro della luna,
portato alla luce.
Ultimo colpo di pennello nel dipinto di Dio.”
TSEGAYE GABRÈ MEDHIN, Home-Coming Son.

Adua suona alle nostre orecchie un pò come se fosse sinonimo di "Caporetto". In tutti e due i casi, le parole a loro volta sono sinonimo di "catastrofe", "onta", "massacro", "vergogna", "sangue".
Adua, più che una battaglia persa da noi italiani, nel lontano 1896, non è altro che una parola che indica tante cose negative e nessuna positiva. Così come Caporetto.
Adua la madre, Caporetto la figlia.
Ad Adua si spensero definitivamente tutte le speranze di un Impero Coloniale Italiano nel Corno d'Africa. Della conquista facile come se fosse una passeggiata, di terre fertili, esotiche e sconosciute, di interminabili superfici che si perdevano all'occhio, delimitate dall'acqua salata del mare.
L'Eritrea, i coloni italiani mandati lì a popolare quelle distese di sabbia bruciate dal sole, il sogno (attualissimo) di "civilizzare" il mondo, ad un tratto si dissolse, e per la vergogna l'Italia si prostrò, si fasciò la testa di cenere, e sconsolata, come un cane bastonato, riprese la strada di casa, abbandonando quelle velleità, sospingendole in un limbo scuro e cercando di dimenticarsene, fino a quando, sì, fino a quando, nel 1935 non arrivò un altro Crispi che però non si chiamava come lo statista siciliano, ad imporre una nuova politica.
E questi disse: noi ce la siamo legata all'inglese. Non abbiamo dimenticato.
E tanto disse e tanto fece che di nuovo migliaia di soldati furono mandati a morire in quel forno, per conquistare le stesse inviolate distese che si perdevano a colpo d'occhio. Le stesse degli anni prima.
La Storia è sempre così. Non si impara nulla e mai da essa.
Alla viglia della battaglia di Adua, della più grande e vergognosa catastrofe militare italiana prima di Caporetto, lo ricordiamo, tra Massaua, l'Asmara e gli altipiani, un nugolo di funzionari, di militari, di profittatori, di prostitute e di mercanti che popolano anche una città chiamata "Meschinopoli", si muovono come ombre lungo i rami di uno enorme arbusto di acacia che non esiste. Che non esiste e che lascia solo un gran caldo infernale sulla schiena di chi ci si trova.
C'è un funzionario di prima classe, Vittorio, che si invaghisce della moglie di un avventuriero colono, e che progetta di ucciderlo con la complicità della di lui moglie divenuta la sua amante.
C'è un soldato che non si sa bene da che parte d'Italia provenga e che non sa articolare nessun pensiero compiuto. Pensa solo al suo piccolo universo fatto di parole tronche, dalle sillabe lisciate sulla lingua. C'è un altro soldato, uno di quelli mandati lì a forza, che si professa anarchico, e che al momento giusto getterà il fucile, aprirà le braccia come Gesù Cristo e professerà il suo verbo di Amore ed Egualitarismo.
C'è un capitano innamorato di una bellissima indigena, che se la tiene per casa e la elegge a sua "Madama".
E poi ci sono la moglie del Colonello, il Tenente temerario che vuole coprirsi di gloria, un caporale dalla faccia e dal collo come una cicogna, o forse no, forse come un avvoltoio; un Maggiore di ascendenze nobili, minato dalla dipendenza dalla Morfina e da una strana ed inquietante perversione; e c'è pure, dettaglio non trascurabile, un assassino di bambini che li trucida nella più orrenda delle maniere.
Tutti questi personaggi fanno parte del nuovo romanzo di Carlo Lucarelli: "L'ottava vibrazione".
Sono tutti un pezzetto delle fotografie descritte nel romanzo, in diversi formati e secondo diverse sfocature ed inquadrature. Tutti, o quasi, andranno a schiantarsi contro il destino comune a loro riservato, e che ha un solo nome: Adua.
Una storia bellissima. Un grado in più ancora nella mia febbre del punto. Così fitta, così feroce, che ormai non ho più occhi per nulla, che non siano pagine sfogliate, riavvolte nella polvere, e poi riprese in un diverso punto.
Già penso a quale sarà la prossima mia storia. Speriamo solo venga presto.