mercoledì, 01 ottobre 2008

L'idea originaria era la stessa che animò nel tempo passato un'altra collaborazione con lei, la mia amica Dreamt, ma stavolta il discorso si è fatto sempre più sottile ed artefatto, sicché, da un'idea primigenia di "sdoppiaggio" delle parti, si è passati poi ad una fusione, dapprima leggera, poi man mano più marcata delle nostre proposizioni.
Il risultato è questa amalgama, ispirata dal brano sotto, e che ha un unico punto di vista, ma una direzione un pò "ondivaga": un pò mia ed un pò sua.
Forse chi leggerà capirà bene quali sono le parti su cui sono intervenuto io, e quali le sue. forse no. Noi ci abbiamo provato, e tanto ci basta.



Un altro giorno ancora.
Neppure il sole riesce più a scaldarmi ormai. Rabbrividisco, tremo.
Fasci di luce entrano dalla finestra accecandomi gli occhi cerchiati e solcati di nero: segni non cancellabili, persino per fondotinta o correttori. Le mie iridi blu sono ridotte a punte quasi invisibili, intrappolate tra pesanti palpebre.
Il livore e la paura, che mi cingono la testa pesante come una corona di spine, rendono polvere arsa i miei desideri, e incubo il resto dei miei pensieri.
Sotterro il volto sotto il piumone e mi rannicchio su me stessa, cercando calore nel posto vuoto al mio fianco: Lui è l'unica mia consolazione, tutta la mia speranza, tutto quel che resta del mio Destino.
D'istinto stringo forte il suo cuscino, sporcandolo di lacrime, allontanandolo alla fine bruscamente.
Il silenzio ha investito la mia vita e ha travolto la sua.
Se solo potessi dimenticare, se solo potessi reagire, se solo potessi vivere, se solo...

Sollevo la coperta lentamente, mi alzo e mi guardo allo specchio chiedendomi se il mio volto sia simile alla Morte, perché la Morte sì, ne sono sicura, ha un volto. Ha orecchie cucite con lo spago per non ascoltare le mie preghiere, labbra spaccate e arse dalla sete grave per qualcosa di cui è ghiotta e che si procaccia con sempre crescente puntiglio; ha gli stessi connotati della mia immagine riflessa, che riconosco più. Mi allungo verso la fotografia sul comodino, e quella sono io.
Quella ero io.
Sorridevo guardando lui. Lui. A cui ho donato il mio amore e la mia vita. A cui adesso dono i miei incubi ed i miei silenzi irraggiungibili, vuoti come il buio della spaccatura profonda che ci divide inesorabilmente.
D'impeto, cerco di raggiungere il bagno andando a tentoni per le pareti, le gambe mi sorreggono appena, prese da un fremito: tremano. Tremo.
Giro con violenza il rubinetto della doccia e un getto di acqua bollente mi invade: voglio schiuma profumata che mi investa su tutta la pelle del mio corpo, voglio che si assorba come una spugna asciutta, dentro: voglio che mi tolga quell'odore putrido, sudicio ed insistente che mi travolge forte ancora le narici e mi intorpidisce le ossa, rendendole come stalattiti di ghiaccio disfatte e incardinate verso terra.
Voglio pettinarmi, voglio rendermi bella, voglio essere di nuovo sua.

Adesso, di fronte a me mi guarda sbigottito e trasecolato, quando gli dico senza giri di parole: “Prendimi adesso”.
Chiudo la voragine scura e stretta dei miei occhi mentre le sue dita, che avidamente cerco con le gote, esplorano il mio viso ammorbandolo di un calore misterioso e crescente, che sfavilla dal mio cuore e pulsa le mie tempie.
La sua lingua morbosa scivola lentamente su di me, frenandosi con impazienza sul mio collo e poi sui miei capezzoli inturgiditi, duri come boccioli acerbi di voglia repressa, mentre una mano intera sfiora il mio ventre.
Il mio ventre usurpato. Violentato. Tronfio di una creatura bastarda e spuria, lontana da me, anche se la porto sempre con me. Anche se è in me.
Vestiti strappati da artigli adunchi come fruste sferzanti infuocate. Lacerati. Pugni e calci e schiaffi e urla che stridono come unghie su vetri infranti, spaccati e leziosamente, con metodo, lanciati come coltelli contro la mia carne, contro di me; e che mi comandano di stare ferma, di non muovermi, di non gridare, di non agitarmi, perché se no, altrimenti è peggio. Perché lì; lì nella penombra muta nessuno potrà sentirmi.
Risate, come versi di iena, quando lo sento entrare dentro di me, penetrarmi con bestialità dentro, nel profondo, nello scuro denso come la pece che mi ribolle dentro, scoppiandomi in bocca ed implodendo in una muta richiesta d'aiuto.
Vomito, di nuovo.
Silenzio, di nuovo.
Tremo.

Dicono che ci sia una seconda voce in noi; ci ho sempre creduto e le ho sempre dato ascolto, io, finora. Ma adesso no. Tace. Silenzio anche lei, ora.
Mi è morta risalendo il canale adulterato della gola, è rimasta avvinghiata stretta alle corde vocali spezzandone ogni suono, pure il più flebile.
In trappola. Come me, tra questi muri che sembrano schiacciarmi di macerie e di polvere, crollandomi addosso. Forse ormai sono parte di loro, abbozzata dello stesso bianco sgretolato e affranto.
Se la rabbia arrossisce allora cosa provo io?
L'unica cosa che duole sono i lividi che occupano la mia memoria, anche se invisibili da tempo, e quel senso di nausea perenne che non mi abbandona mai.
Sei tu piccolo bastardo?
Uno sfarfallio lieve, impercettibile da dentro sembra annuire.
Ti odio, lo sai? Sì, lo sai.

Apro la porta di casa, esco, richiudendola piano alle mie spalle: è notte fonda ormai, una notte senza luna e il tempo è passato veloce, senza che nemmeno me ne rendessi conto.
Esco: la nebbia si alza sinuosa e pesante dalla superficie buia e immobile del lago, venendo a sfiorare il mio viso.
I miei passi li inseguo, nascosti uno dietro l'altro. Aprono una strada di luce incerta verso il molo. Lo costeggio di lato, come se fossi una equilibrista in bilico appesa ad un filo. Arrivo al termine, alla fine, e un ultimo piccolo passo ancora. La Fine.

Non tremo. Non più.

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diary of a madman, darkening

giovedì, 31 luglio 2008


ObZen = Obscene Zen

Meshuggah.net
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heavy rock, darkening

sabato, 31 maggio 2008



“Ci sono certi venti che si possono chiamare diabolici.
Sono quelli che vengono dall'Africa e si potrebbero anche chiamare seducenti o insistenti ma diabolici è meglio. Sono venti che fanno impazzire. Sono venti che avvolgono, che soffiano forte, ma invece di spingere sembra che girino attorno. Sono venti caldi, cosí secchi che asciugano la gola o cosí umidi che appiccicano i vestiti addosso. Sono venti che si appoggiano, che pesano sul collo e sulle spalle e intanto soffiano, soffiano e soffiano, insistentemente, anche quando sembra che non lo stiano facendo. Perché sono venti che fingono, che coprono il sole di polvere e sabbia come fosse notte, che sciolgono la neve d'inverno come fosse estate, che riempiono gli occhi e le orecchie, si infilano dentro e svuotano, grattano via il cuore e il cervello, lasciando un involucro inutile, vuoto, ronzante di polvere e mosche.
   Alcuni di questi venti l'ufficiale postale li conosceva di persona, come lo scirocco, di altri aveva sentito parlare da chi era ritornato dalla Tripolitania e li chiamava simún, harmattan e ghibli. E anche un vento del nord, il föhn, portato da chi aveva fatto la guerra sul Carso.
   Uno solo dei venti africani arrivava a volte fino all'isola, guidato dalle correnti marine attraverso un buco tra le masse d'aria lungo e stretto come un corridoio. era il khamsîn, il vento nero e rovente che aveva portato le tenebre in Egitto ai tempi di Mosè.
   Il khamsîn suonava il flauto. Era un flauto a due canne, una più bassa e l'altra più acuta ma sempre insinuante e sottile. Le note sibilavano rotonde e leggere, volavano attorno, giravano veloci ma ogni tanto ne usciva una diversa, disarmonica e dissonante, che restava sospesa nell'aria come un granello di polvere.
   Gli altri venti diabolici suonavano i violini. Ma non piano, in sottofondo, li suonavano forte come solisti, compatti e insistenti come uno scroscio di pioggia, vibranti come fiamme, sempre più intensi, più stretti e più acuti, e anche tra quelli ce n'era qualcuno che si alzava, che usciva, storto, inclinato dalla parte sbagliata, pungente come uno spillo dimenticato.
   Si avvicinavano dal nulla anche ora, invisibili in quella nebbia luminosa, sbattevano contro la vetrata opaca del faro e schizzavano via come scintille bianche, mentre l'ufficiale postale oscillava, lentamente. Oscillava piano come un metronomo, pianissimo, mentre i venti suonavano sempre più mossi e veloci. Come un metronomo rovesciato, perché non era la testa, in alto, che si muoveva a destra e a sinistra mentre la base restava agganciata con una linea corta e leggermente curva.
   Chiuso nella torretta del faro, sigillata dalle vetrate e impermeabile ad ogni spiffero d'aria, non c'era ragione per cui l'ufficiale postale, appeso per il collo a una trave del soffitto, non dovesse rimanere immobile come un filo a piombo in un cono sottovuoto, eppure oscillava.”

Uno tra i più bei noir che mi sia capitato di leggere da molto tempo a questa parte. Sicuramente, uno dei racconti lunghi di Lucarelli meglio riusciti.
Ho preso a sfogliarlo svogliatamente qualche notte fà. Mi sono detto di leggerne un paio di pagine prima di chiudere gli occhi e cedere al sonno, ma non è stato così: erano le quattro quando ho chiuso le pagine del libro, e ancora non ne avevo avuto abbastanza. Eccellente per le immagini che si sovrappongono nello sfilarsi della storia. Luoghi di nebbia, di sole accecante, di buio carico dell'odore della polvere. Solo per questo varrebbe i pochi euro che costa.

»»» Gli altri post nel Reame di Ozz che riguardano Carlo Lucarelli:


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Il lato sinistro del cuore
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L'ottava vibrazione
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Carta bianca
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Almost Blue
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carlo lucarelli, darkening

lunedì, 26 maggio 2008



Mi trovo parecchie volte ad andare a Napoli. Anche se l'ho sempre detestata/amata ci sono andato spesso.
Quando prendi l'autostrada e arrivi già a Salerno, poi a Nola, poi passi per Ercolano, Pompei, Sant'Antimo, dici già a chi ti telefona, a chi te lo chiede, che sei a Napoli. “Stai attento” è la norma, la cantilena che ogni volta, tutti, diciamo quando qualcuno deve andarci.
Persino dove io abito, posto che da sempre è stata considerato un'appendice, una periferie lontana di Napoli, tutti diciamo “state attenti”.
E di più. Pure quando Napoli l'hai superata, e cominci a percorrere magari la Via Appia verso Caserta, dici sempre che sei a Napoli. Non a Capua, non a Marcianise, non ad Aversa, non a Giugliano o Qualiano, ma a Napoli.

Una città tentacolare.
La prima grande metropoli del Sud che ha i suoi marchi e i suoi stereotipi. La puzza, la spazzatura, i palazzoni dalle migliaia di antenne al cielo, le macchine graffiate e sporche, i parcheggiatori abusivi, gli spacciatori, i motorini che sfrecciano sui viali di basalto, che poi, quando piove, diventano piste di sapone dal colore indefinito, dove a cadere a terra ci si impiega meno di un attimo.

Nessuno, quando parla di Napoli, vuole mai alludere alla sua commovente baia, che si mostra così: divisa tra un pezzo di spiaggia emanazione delle colline e del Vesuvio che non volevano cedere nulla al mare Tirreno e l'acqua stessa; nessuno mai parla di Capodimonte e dei bellissimi giardini di cui è circonddato, dove per arrivarci, lassù, ad ogni sguardo si viene catturati dall'aria greve, calda, intrisa dei fiori che ne dettano i connotati.

Quando parli di Napoli, nemmeno mai se lo dici, perché non si nomina, un pò come il nome di Dio, dici della Camorra, e poi dei cinesi, dei delinquenti, della paura e delle donne che urlano da balcone a balcone, nascoste dalle sudice imposte chiuse, in quella loro lingua così sguaiata seppure così affascinante.

Una volta, quando mi trovavo a Piazza Garibaldi, e con un collega stavamo aspettando che ci venissero a prendere per portarci in un cantiere dove dovevamo lavorare, vedemmo uno strano corteo che passava, lungo il trafficato passaggio dei taxi davanti alla stazione.
Ragazzini in motorino, a due a tre alla volta sullo stesso mezzo, che driblavano e scorazzavano in incredibili acrobazie, e sembrava che dovessero cadere da un momento all'altro, e poi due Fiat Tempra con a bordo panciuti uomini con occhiali da sole troppo appariscenti, con t-shirt tagliate fin sopra il braccio, coi finestrini aperti. Sbuffavano all'aria. Incanutiti nei gesti assenti, tranne che per la testa che, quella no, vorticava da una parte all'altra, e il collo non si fermava mai di andare da una parte e dall'altra.
Dietro, ancora, una 164 verde, coi finestrini alzati, scuri, che faceva contrasto con le altre macchine e col chiassare di quel corteo tribale.
Percorreva sicura la strada, fendeva l'asfalto come se si fosse trovata in una via alle due di notte, con nessuno intorno. Nonostante che ci fosse, come sempre, un traffico infernale, e per attraversare da una parte all'altra si correva sempre il rischio di vedersi tranciate le gambe.

Ma quando passò quella macchina no.
Il corteo gli faceva da apripista; tutti gli automobilisti per un attimo si fermarono, nessuno strombazzare attorno. Tutti che sembravano essere incantati da quel passaggio. Quasi come se fosse passato un carro funebre, e l'aria si tagliava col coltello, rovente e intrisa del puzzo dei gas di scarico.


Allora, per la prima volta, io capii che la Camorra non era quella che vedevo per i telegiornali in tv. Non era quella dei morti ammazzati per le strade, dei boss nella vasca da bagno con Maradona a brindare a champagne, non era quella dei boss pescati in chissà quale vicolo, segregati nelle loro ville-bunker e poi stanati come topi per essere portati in un qualche carcere di massima sicurezza.
La Camorra, il Sistema come la chiamano a Napoli, è anche quello ma non solo.

È qualcosa di cucito sulla pelle di ogni abitante della città. La si vede e la si percepisce in ogni cosa, fa parte della vita comune e ordinaria.
Si va a fare la spesa nei supermercati dei boss, si abita negli appartamenti costruiti dalle Imprese consorziate e finanziate da qualche boss, si paga l'affitto a qualche boss, si compra la macchina nella concessionaria di qualche boss e quando si producono rifiuti, c'è sempre qualche azienda che li raccoglie che è partecipata da qualche boss.

Un'immersione totale. Ordinaria. Non se ne fa più caso.

La Camorra napoletana, quella di Caserta, quella dei casalesi, è uno spettro che tutti considerano invisibile, anche se oggettivamente non lo è e che si prende cura dei Campani.
Li assiste da quando nascono fino a quando muoiono, e non fa chiasso.
Non esiste, è invisibile, e nel pantano scuro che la fa muovere, ingurgita milioni di euro, fa affari d'oro in tutta Europa e in tutto il mondo. Avvelena i terreni con la gestione dei rifiuti e le persone con i traffici di cocaina e eroina. Ma lo fa nel silenzio dell'indifferenza dolosa di uno Stato che non ha mai avuto né tempo e né voglia d'andare appresso a quei quattro "muccusi" volgari ed ignoranti.
Meglio di Cosa Nostra siciliana, che già da molto tempo ha ceduto il passo alla Camorra nei traffici e negli investimenti, legali e illegali. Meglio della 'Ndrangheta. Di quei pecorai calabresi crescuti a sequestri e che si sono arricchiti cominciando a fare gli scaricatori di porto a Gioia Tauro.

La Camorra è un' Idra dalle teste orribili che mai riuscirà ad essere estirpata da Napoli.

"Gomorra", il libro di Roberto Saviano, è un viaggio in questa invisibilità consapevole. Nelle pagine del libro si muovono figuri, ombre grasse che non badano altro che al loro business: la droga, le puttane, la spazzatura, le mozzarelle di bufala, i palazzi, la politica, i ragazzetti assoldati come manovalanza, i soldi prestati ad usura.

Tutto comincia nel porto di Napoli.
Un pezzo di asfalto e cemento che investe una superficie enorme, dove vengono ogni giorno stoccati e movimentati decine e decine di container. Dove la merce non fa a tempo ad arrivare che è già scomparsa.
Poi ci si sposta nei quartieri popolari di Napoli. Scampia, Secondigliano, le Case Celesti, le Vele, e tutto il microcosmo brulicante che ne viene è una miscela orrida di individui che vivono alla giornata, di "espedienti" come va di moda dire adesso.
Nelle fabbriche clandestine di sartoria dove lavorano come schiavi decine e decine di uomini e donne, per dodici, tredici ore al giorno, a cucire, sistemare, confezionare abiti che poi nei negozi di tutto il mondo costituiranno il Made in Italy, le marche d'eccellenza.
Nelle case asfissianti dal caldo, dove l'odore del caffè penetra le narici e dove vengono confezionate le dosi di droga, che poi vengono distribuite capillarmente e a raggiera in tutta Italia.
Nei tuguri dove si gioca con le macchinette e si progettano "pezzi" (se non sapete cosa sono, leggetevi il libro e capirete di che parlo).


Sono andato, l'altra sera, pure a vedermi il film.
Quando siamo usciti dal cinema non c'erano aggettivi per qualificarlo. Né bello e né brutto. Un film.

Un libro.
Forse il migliore aggettivo per definire l'uno e l'altro lo ha dato oggi un cronista, commentando le Palme d'oro a Cannes che sono state conferite alla pellicola: aspra.
Come per il libro: aspro.
Un cancro di immagini affastellate e messe alla rinfusa, così come vengono, ma sempre con quel filo conduttore, quel denominatore comune che le lega: la Camorra.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:51
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darkening

domenica, 18 maggio 2008

“Questa è la terra dell'ottava vibrazione
dell'arcobaleno: il Nero.
È il lato oscuro della luna,
portato alla luce.
Ultimo colpo di pennello nel dipinto di Dio.”

TSEGAYE GABRÈ MEDHIN, Home-Coming Son.


Adua suona alle nostre orecchie un pò come se fosse sinonimo di "Caporetto". In tutti e due i casi, le parole a loro volta sono sinonimo di "catastrofe", "onta", "massacro", "vergogna", "sangue".
Adua, più che una battaglia persa da noi italiani, nel lontano 1896, non è altro che una parola che indica tante cose negative e nessuna positiva. Così come Caporetto.
Adua la madre, Caporetto la figlia.

Ad Adua si spensero definitivamente tutte le speranze di un Impero Coloniale Italiano nel Corno d'Africa. Della conquista facile come se fosse una passeggiata, di terre fertili, esotiche e sconosciute, di interminabili superfici che si perdevano all'occhio, delimitate dall'acqua salata del mare.
L'Eritrea, i coloni italiani mandati lì a popolare quelle distese di sabbia bruciate dal sole, il sogno (attualissimo) di "civilizzare" il mondo, ad un tratto si dissolse, e per la vergogna l'Italia si prostrò, si fasciò la testa di cenere, e sconsolata, come un cane bastonato, riprese la strada di casa, abbandonando quelle velleità, sospingendole in un limbo scuro e cercando di dimenticarsene, fino a quando, sì, fino a quando, nel 1935 non arrivò un altro Crispi che però non si chiamava come lo statista siciliano, ad imporre una nuova politica.
E questi disse: noi ce la siamo legata all'inglese. Non abbiamo dimenticato.

E tanto disse e tanto fece che di nuovo migliaia di soldati furono mandati a morire in quel forno, per conquistare le stesse inviolate distese che si perdevano a colpo d'occhio. Le stesse degli anni prima.

La Storia è sempre così. Non si impara nulla e mai da essa.

Alla viglia della battaglia di Adua, della più grande e vergognosa catastrofe militare italiana prima di Caporetto, lo ricordiamo, tra Massaua, l'Asmara e gli altipiani, un nugolo di funzionari, di militari, di profittatori, di prostitute e di mercanti che popolano anche una città chiamata "Meschinopoli", si muovono come ombre lungo i rami di uno enorme arbusto di acacia che non esiste. Che non esiste e che lascia solo un gran caldo infernale sulla schiena di chi ci si trova.

C'è un funzionario di prima classe, Vittorio, che si invaghisce della moglie di un avventuriero colono, e che progetta di ucciderlo con la complicità della di lui moglie divenuta la sua amante.
C'è un soldato che non si sa bene da che parte d'Italia provenga e che non sa articolare nessun pensiero compiuto. Pensa solo al suo piccolo universo fatto di parole tronche, dalle sillabe  lisciate sulla lingua. C'è un altro soldato, uno di quelli mandati lì a forza, che si professa anarchico, e che al momento giusto getterà il fucile, aprirà le braccia come Gesù Cristo e professerà il suo verbo di Amore ed Egualitarismo. 
C'è un capitano innamorato di una bellissima indigena,  che se la tiene per casa e la elegge a sua  "Madama".
E poi ci sono la moglie del Colonello, il Tenente temerario che vuole coprirsi di gloria, un caporale dalla faccia e dal collo come una cicogna, o forse no, forse come un avvoltoio; un Maggiore di ascendenze nobili, minato dalla dipendenza dalla Morfina e da una strana ed inquietante perversione; e c'è pure, dettaglio non trascurabile, un assassino di bambini che li trucida nella più orrenda delle maniere.

Tutti questi personaggi fanno parte del nuovo romanzo di Carlo Lucarelli: "L'ottava vibrazione".
Sono tutti un pezzetto delle fotografie descritte nel romanzo, in diversi formati e secondo diverse sfocature ed inquadrature. Tutti, o quasi, andranno a schiantarsi contro il destino comune a loro riservato, e che ha un solo nome: Adua.

Una storia bellissima. Un grado in più ancora nella mia febbre del punto. Così fitta, così feroce, che ormai non ho più occhi per nulla, che non siano pagine sfogliate, riavvolte nella polvere, e poi riprese in un diverso punto.
Già penso a quale sarà la prossima mia storia. Speriamo solo venga presto.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 16:36
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carlo lucarelli, darkening

venerdì, 16 maggio 2008



Un pugno in faccia. Senza guanto di velluto.
Quando ti accorgi che ti stanno caricando su una tradotta per andare chissà dove, sradicandoti da un mondo fatto di ordinarietà, pure di noia, qualche volta di una qualche spunta di passione rubata in mezzo ad un mare di grigio. Ecco. È come se ti dessero un pugno in faccia, non sapendo nemmeno perché.

Vedi telecamere. A decine ne vedi. Si muovono su trespoli inchiodati a qualche muro o su qualche altra superficie, e il loro ronzare meccanico e monotono ti si pianta nelle orecchie e non ne esce più: peggio di un tarlo.

Immagina d'essere davanti alla Tv.
In milioni guardano persone come loro ridotte in ceppi, con la pelle tatuata da sigle; senza un nome: a scavare e riporre calcinacci, ad essere bastonate come cani con la rogna sulla schiena, a mangiare sbobba e pane nero duro come un sasso, a dormire su pagliericci facendosi divorare dai topi e dagli scarafaggi.

"Concentramento" è un nuovo reality. Il più osceno, il più selvaggio, il più immondo degli spettacoli.
Ha gambe che vengono sorrette dallo share e dall'indignazione dei politici, degli intellettuali, dei bastian contrari ad ogni costo. E a ogni incazzatura, ad ogni ombra di disgusto per la bambina violentata o per la ragazza condannata a morte in diretta, la percentuale dei numeri sale sempre più in alto, fino ad accogliere il 100%. Al contrario, quando non se ne parla, quando muore nell'indifferenza, allora lo share cala, e bisogna sempre trovare un modo per farlo impennare.

"Lo spettacolo deve continuare" ad ogni costo, e senza nessuna pregiudiziale di nessun tipo.
Finisce solo quando l'autrice vestita da strega lo decide da sé. Dopo qualche centinaio di pagine, e con la puzza di acido solforico e di benzina ad ammorbare l'aria.
Peggio della puzza di zolfo.

“Venne il momento in cui la sofferenza altrui non li sfamò più: ne pretesero lo spettacolo.

Per essere fermati non serviva alcun requisito. Le retate si verificavano ovunque: chiunque veniva portato via, senza possibilità di appello. L’unico criterio era l’appartenenza al genere umano.
Quella mattina Pannonique era uscita per fare una passeggiata al Jardin des Plantes. Arrivarono gli organizzatori e setacciarono il parco. La giovane si ritrovò su un camion.
Non era ancora andata in onda la prima puntata: la gente non aveva idea di cosa gli sarebbe successo. Erano tutti indignati. Alla stazione, li stiparono su un carro bestiame. Pannonique vide che li stavano riprendendo: li scortavano numerose telecamere che non perdevano una virgola della loro angoscia.
Comprese allora che ribellarsi non solo non avrebbe affatto giovato, ma sarebbe risultato telegenico. Rimase dunque di marmo durante il lungo viaggio. Intorno a lei i bambini piangevano, gli adulti ringhiavano, i vecchi soffocavano.
Li scaricarono in un campo simile a quelli, non poi così remoti, di deportazione nazista, con un’unica eccezione: telecamere di sorveglianza erano installate dappertutto.” »»» Amélie Nothomb
Prostrato da OzzyRotten alle ore 19:19
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darkening

domenica, 11 maggio 2008

In questi giorni è sopraggiunta, anche per me, la “febbre del punto”.
Chi l'ha teorizzata sicuramente sa di quello che parla e potrà capirmi benissimo. Se avessi preso il termometro, mi sarei reso conto che è alta, e che il mio stato di salute mentale è più assuefatto per la lettura di un consumatore di eroina.

Il fatto è che io sono come un “bambino che ha trovato il suo giocattolo preferito”, come altrettanto correttamente ha teorizzato un'altra persona, anche lei conscia di trovarsi nel giusto; e che presume a buona ragione, che io, felice come una Pasqua, mi ci diverta in tutti i modi: a montarlo, a smontarlo e a rimontarlo. Senza pause.

Sicché ieri, dopo pranzo, mentre seduto stavo a fumare la mia marlboro e a bere il mio caffè, spossato dalla mangiata di pesce che mi ero sbafato, e che era talmente fresco che s'era rimesso a nuotare nello stomaco, mi arriva la telefonata di un mio amico che, pure lui forse spossato da una mangiata lucculliana, mi propone di andare a farci un giro.
'Come ai vecchi tempi?' gli chiedo. Alla sua risposta convintamente affermativa non me lo faccio ripetere due volte.

I vecchi tempi contemplano tante cose.
Cose che gli anni, le costrizioni, gli impegni miei e suoi, il suo matrimonio con conseguente figliolo dopo appena nove mesi, il mio lavoro e poi il suo, avevano bellamente cancellate.
I vecchi tempi consitevano nel prendere la macchina, e chissà perché mi tornano in mente proprio questi periodi pensandoci, e andarsene in giro, o a scoperchiare paesuncoli che nemmeno le cartine segnano a cercarci qualche segno di un passato abbastanza remoto, o a passeggiare per il mare di Calabria che ha sempre affascinato tutti e due.
Il tutto condito da bevute da far implorare pietà al più granitico dei fegati, da discussioni che si sapeva da dove iniziavano ma mai dove andavano a parare, complice, forse, soprattutto il vino, e magari pure dalla pelle abbronzata e profumata e dalle pieghe scollacciate di qualche ragazza a disposizione nostra.
Poi, naturale, tra quelle pieghe scollacciate, e in mezzo a quei profumi di donna ancora sconosciuta e non fatta completamente, andava quasi sempre a finire che ci si dovesse perdere, verso un'ora tarda.
E la notte era sempre eterna. Ai vecchi tempi passati.

Ora no. Ora è diverso.
Mi spoglio lasciando i vestiti in giro, mi butto sotto la doccia, mi rado con cura e mi rivesto velocemente. Mezz'ora in tutto. Mi sto arrugginendo. Ai tempi del militare non ci impiegavo più di venti minuti. Ma adesso, lo scialo dell'acqua calda che mi investe la pelle, sotto la doccia, è un piacere a cui riesco a sottrarmi con fatica, e la lametta sul viso è sempre poco precisa: comincia a lasciare segni che poi si riempiono di rosso, e io ogni volta devo bestemmiare con tamponi all'olio di avogadro per arginare quelle piccole ferite.

I tempi odierni contemplano un salto nel passato abbastanza recente, con le stesse camminate a mare, ma non ci si bada poi più di tanto.
Le bevute si sono ridotte a tre o quattro calici consumati nella solita osteria, dove la cameriera, che ha la nostra stessa età, ci serve con il sorriso sterotipato ed ordinario che ha con tutti quanti gli altri avventori. E pensare che il profumo della sua pelle dovrei ancora ricordarmelo. Come dovrebbe ricordarselo il mio amico, del resto.

Il mare è grosso per via di un vento caldo che arriva alle labbra e immediatamente le secca, e sulla spiaggia non ci sono che uomini e donne che camminano, sconsolati e con le braccia pendule, appresso a chissà quali pensieri.

Una volta teorizzammo su quanto fosse lontano l'orizzonte. Se fosse misurabile in chilometri, o metri o centimetri. Poi convenimmo che la lontananza della linea dove si perdeva il sole, quello scuro, pieno di dolenza per dover morire annegato nell'acqua che da limpida e azzurra, diventava inesorabilmente scura e rimbrottante nel suo sciabordare, fosse un concetto soggettivo.
Così come sono soggettivi tutti quanti i momenti che, vicini e lontani, prima arrivano, poi passano, poi si dimenticano, e nel rimescolarsi perpetuo delle ombre della memoria, prima o poi riemergono.
Riemergono e fanno male.
Parlano di tante cose. Narrano di occhiate fuggenti e sbarrate, di ombre che si muovono al caldo delle lenzuola, o di sorrisi stampati sulla fronte, di alchimie che le corde vocali non proferiscono affatto, di carezze date con noncuranza. Date perché bisognava darle e basta. Senza pretendere di ricevere nulla in cambio. E ancora. Di camminare avanti e indietro. Arrivare al fiume dall'acqua dolce e fredda che muore e si mischia nel mare immenso che l'accoglie senza dir nulla.
Le cose che fanno male. I pensieri. Quelli più belli.

Decidiamo, dopo minuti in cui ogni discussione s'era persa ed era diventata muta, di andare a praticare lo sport che più ci è sempre piaciuto: andare a saccheggio di libri e dischi.
Non è uno sport pericoloso, se non per il mio portafoglio e per la sua carta di credito, ma poi, vuoi mettere dopo tanto tempo che non ci si rivede, ad annegare così facilmente la malinconia che ci ha investito?

Il libbraio ci conosce bene. Sa perfettamente che due come noi, che entrando non salutano nemmeno, gli risolveranno la giornata con un bell'incasso, e lui non dovrà curarsi nemmeno di darci il sacchetto di plastica alla fine: inquina.
Il mio amico compra libri di Tolstoj, di Gautier, di Gide. Qualche romanzo che gli consiglio di Jeffery Deaver, e le “Cronache di Narnia” di Lewis.
'Come fai a conciliare certe letture con certe altre?' gli chiedo. Lui fa spallucce. Non gliene frega niente. Come dargli torto?

Io invece compro “L'ottava vibrazione” di Carlo Lucarelli, “Il campo del vasaio” e “La luna di carta” di Andrea Camilleri, una raccolta di poesie di Fernando Pessoa, una di Paul Verlaine, un libro sulla battaglia di Balaclava, e una biografia di Berija.
'Come fai a conciliare certe letture con certe altre?' mi fa il mio amico con un sorriso tra il compiaciuto e il disgrazievole. Faccio spallucce. Non me ne è mai fregato nulla.

Uscendo dalla libreria il commesso che ci serve, da sotto gli occhiali dalla montatura nera, si nota benissimo che sorride, ma solo per una frazione di secondo. Giusto il tempo per chiedere, prima al mio amico e poi a me: 'La vuoi una busta?'. No, grazie. La plastica inquina.
I libri hanno un'anima loro. Respirano. Certi affannati col fiato corto, certi fluentemente e senza parole ad interrompere il loro moto. Nessuno ha il diritto di farli soffocare in un sudario di petrolio.

Ore 00:15 di ieri.

Il “campo del vasaio è un pezzo di terreno sdrucciolevole, segnato dalle ferite della terra che si spacca quando il sole picchia forte, e ridotto ad un mare di poltiglia e fango quando la pioggia cade. È il pezzo di terra che i sacerdoti del Sinedrio acquistarono coi trenta denari che Giuda andò a sbattergli in faccia dopo che fu da questi corrotto e dopo aver tradito Gesù. Lo stesso stampo di terra dove poi si impiccò l'apostolo traditore, e dove il suo corpo dopo la morte cadde e si sporcò di argilla che, oltre a sommeggerlo, gli dannò anche l'anima.
Quante erano le monete che Giuda ricevette per tradire Cristo?
Trenta.
Come i pezzi di cadavere che vengono rinvenuti tra il mare di fango in un giorno scuro e piovoso, chiusi in un sacco di plastica nera, di quelli per la spazzatura.
Trenta. Esatti.
Il cadavere ha i polpastrelli bruciati e sfatti, la faccia ridotta ad un colabrodo a forza di martellate. Irriconoscibile. Smembrato in trenta pezzi esatti.
Il Commissario Montalbano è invecchiato. Sente che l'energia e la forza di volontà che lo hanno guidato sino ad allora lo stanno abbandonando. Il suo carattere da meteropatico si è imbruttito. È diventato burbero e scontroso. In certi ambiti pure piagnucolone e sensibile. Su tutto aleggia la sua paura di invecchiare, ed è roso dai rimorsi. Quelli del figlio che non ha mai avuto dalla sua fidanzata Livia, che lavora lontano, a Boccadasse, a Genova; quello delle donne che ha amato e con cui ha tradito Livia, e che, come spettri su una carogna in fin di vita, vengono a visitarlo ogni notte che chiude gli occhi nel suo letto, quelli della sua amicizia con il suo vice Mimì Augello, che sembra lo detesti da qualche tempo a questa parte. Ma perché poi? Perché Mimì, che ha anche chiamato il suo unico figlio "Salvo" come Montalbano, gli si rivolge con tanto disprezzo e livore? Che cosa ha fatto che poteva dargli fastidio? Che cosa?
E poi, che cosa serba quella donna sudamericana che viene e parlargli al commissariato, e che possiede una carica sensuale e felina, da "lioparda", che tanto lo fa uscire dai gangheri non facendogli capire nulla di nulla.
Una brutta gatta da pelare. Non c'è dubbio.

Qualche giorno fa. Tra Torino e casa.

Sicilia. Una giornata come un'altra. Di quelle ordinarie. Di quelle brutte e ordinarie.
In una discarica che un tempo era un fiume, poi un rigagnolo d'acqua, e infine una pietraia in secca, sotto ad un ponte di ferro che gli americani avevano costruito ai tempi della guerra e che adesso non c'è più, viene rinvenuto il cadavere di una donna. Le hanno sparato in faccia sfigurandola completamente.
È nuda, il suo corpo, nonostante che la faccia sia ridotta ad una massa molliccia ed inferma in un lago di sangue ancora non del tutto rappreso, è pulito e non presenta segni di colluttazione. Era bellissima. Perlomeno, doveva esserlo prima che la rendessero cadavere a quel modo brutale. I vestiti non si trovano, e nemmeno i suoi documenti. È una perfetta sconosciuta. Probabilmente extracomunitaria. I capelli, biondissimi, e la pelle bianca come il latte lo fanno presumere. Le sue forme atletiche lasciano immaginare che sia stata una atleta o una balleria, o forse una prostituta. Una prostituta violentata e poi ammazzata e gettata in un burrone dallo spiazzo sovrastante. Ma no. Nessuna traccia di violenza carnale. E allora?
Sotto le dita ha tracce di porporina. Quella polverina impalpabile che certi mobilieri e antiquari usavano per restaurare i mobili barocchi antichi. Sulla spalla un bellissimo tatuaggio che rappresenta una farfalla dalle ali colorate, di fattura eccellente. Una sfingide con quattro ali. Un vezzo da donne, di quelli che le stesse si tatuano nei posti più improponibili. O forse no. Magari potrebbe essere qualche altra cosa.

Qualche giorno fa ancora. A casa, dopo tre caffè e il torcicollo.

Una mattina di sole accecante. Di caldo africano. Dalle imposte della sua casa Montalbano, ancora coricato nel suo letto, vede i raggi che violenti entrano nella sua camera. Alzandosi si accorge che sulla battigia, dove il mare s'è ritirato da poco dopo la marea della notte, c'è una figura indistinta che giace sulla rena. Accasciata su di un lato la figura enorme non si muove. Immobile si lascia sferzare dal sole. In lontananza non si vede nessuno. Alzatosi, Montalbano si avvicina alla figura che prima, da indistinta che era, non aveva ben capito di che natura fosse.
Un cavallo morto. Ucciso a bastonate con violenza. Talmente tanta furia da averlo sfiancato e da avergli rotto tutte le ossa. La povera bestia non ha spirato lì. Si è trascinata lungo la spiaggia limacciosa da lontano, lasciando dietro di sé una pista di sabbia.
Ingrid, la migliore amica di Montalbano, gli parla e gli dice di una sua ospite che doveva partecipare ad un torneo di equitazione, a cui è stato rubato, nella notte addietro, il suo prezioso cavallo.
Due più due fa sempre quattro.
C'è il cavallo appartenuto alla affascinante amica di Ingrid, c'è il Whiskye che Montalbano, la sconosciuta e Ingrid stessa, tracannano avidamente sulla terrazzina della casa del commissario, e c'è Montalbano, ancora, che deve raccontare alle due una storia strana. Una storia commovente e misteriosa.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 14:14
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diary of a madman, andrea camilleri, darkening

martedì, 06 maggio 2008



C'è un libro posto su uno scaffale e c'è la polvere che lo ricopre. Di costa sembra essere vecchio, e i lembi ai margini inferiore e superiore sono logori e sfibrati; oltre si intravede un bianco lattiginoso e compatto.

Se fosse appoggiato sul tavolaccio di fronte allo scaffale, certamente avrebbe la copertina alzata ad angolo e curvata dal moto dello sfogliare passato. Ma non è così. Il libro è impilato, compattamente, in mezzo ad altri. È sistemato con cura, né compresso, né troppo largo.
Se ne sta lì, e nessuno da decenni lo muove.


Il tempo lo tiene in custodia. Almeno fino a quando l'umidità, i denti dei tarli o il fuoco di un incendio non lo distruggeranno. Ma quel tempo è lontano, e il libro s'ingrassa dei 53 racconti che ne sporcano le sue pagine.
Tutti sono intrisi del nero dell'inchiostro che, con l'andare degli anni, ne rendono l'odore più insistente, quasi fastidioso.
Ma ci sono narici che, volta per volta, s'inebriano di quell'odore, a volte mortalmente sensuale, a volte grottesco, a volte disturbante, a volte brutale, a volte scherzoso, a volte amaro.


Le parole d'inchiostro sono così.
Per tutti  e 53 i racconti. Cangianti, multiformi.
Si spostano, volta per volta, da un campo di concentramento gestito da un Ufficiale tedesco di nome Költz che costringe gli "ospiti" a suonare mentre si compie un massacro, a un uomo che desidera possedere una donna di colore sensuale e felina, ma che nessuno, pena una morte atroce può nemmeno guardare, ad una oste della Romagna di oggi, che con la ricetta segreta dei suoi garganelli al ragù, ha il merito di salvare il paese in cui abita per ben tre volte. Che cosa ci metterà, a proposito, nella sua ricetta per renderla così irresistibile? Nessuno può saperlo.


Le parole d'inchiostro sono così. Agrodolci. Come quelle spezzate di certi messaggi d'Amore: totalizzanti, assolute. Macabre e infliggenti. E nei solchi che lasciano, tra un rigo e un altro, tra un punto ed un altro, si riconosce pure la fisionomia di Eleonora, di un gatto nero suicida, di una tenda nera che vela un tavolinetto di marmo d'un bianco abbagliante, di un ladro troppo lento che riesce a rincorrere i suoi inseguitori nella sua paradigmatica e pigra esistenza, di un impiegato di un ufficio di censura che si innamora di una sconosciuta che scrive lettere appassionate ad un altro sconosciuto.

Per due giorni mi ci sono rifuggiato nel mare d'inchiostro delle parole. A volte ho riso, a volte no. A volte mi sono turbato, a volte ho avuto paura di chiudere gli occhi, a volte di riaprirli. Fino all'ultima riga dell'ultima pagina ho seguito un filo continuo, seppure eterogeneo, che mi ha aggrovigliato e mi ha lasciato senza fiato. E alla fine, esausto e soddisfatto, come dopo essere stato a letto per una notte intera con la donna che amo, ho impilato il libro nello scaffale. Di costa. Posizionandolo con cura: né troppo stretto, né troppo largo.

E il lato sinistro del mio cuore ha riiniziato a pompare sangue agli altri organi, e il mio cervello ha ricevuto scariche di ossigeno per poter nuovamente funzionare, dopo un rapimento estatico. Totale e annichilente.

- Riga trenta, - disse. - Il tuo tempo è finito. Ora devi venire con me.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:41
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carlo lucarelli, darkening

domenica, 04 maggio 2008

Questo quì sotto è il primo singolo estratto dal nuovo album degli Opeth, "Watershed".
Si intitola "Porcelain Heart" ed è un bell'antipasto delle nuove canzoni, che promettono d'essere più intricate e meno d'impatto rispetto agli album passati. Se vi interessa, il paragone più calzante che mi viene in mente è, anzitutto, con il duo "Deliverance/Damnation" (Click QUI per quello che scrissi a suo tempo di quersti due dischi) per certi aspetti.
Attendiamo però di averlo ben bene digerito, questo lavoro. Poi si potranno fare tutti i commenti che si vogliono.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 20:42
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heavy rock, darkening

venerdì, 18 aprile 2008



“Le passa sulle labbra socchiuse un petalo di rosa tea.


Tiene gli occhi fissi nei suoi, a mezzo metro di distanza, abbastanza vicino da entrare nell'aura del profumo di lei, non abbastanza perché possano avvertire il calore che emana dai loro corpi in quel freddo locale. Accenna a toccarlo ma lui l'arresta con un brusco cenno. Le sue mani ubbidiscono ma poi, ribelli, si muovono a far scivolare giù le spalline della camicia da notte. L'indumento color crema scende fino alla vita. Lui abbassa lo sguardo sui seni di lei ma non la tocca e, al suo muto ordine, lei lascia ricadere le braccia lungo i fianchi.

Dall'intrico verde e ruggine di un cespuglio di rose, le piante che dominano la serra in penombra, lui stacca altri due petali. Rosa. Li tiene tra le grandi dita sicure e glieli accosta agli occhi che lei chiude lentamente. Avverte quel tocco setoso sulle palpebre e lungo la guancia. E di nuovo, adagio, a seguire il contorno della bocca.

Lei si umetta le labbra e osserva scherzosamente che le sta rovinando uno dei suoi esemplari più preziosi. Ma di nuovo lui scuote il capo, esigendo silenzio. Si protende verso di lui e quasi riesce a premergli contro il braccio un capezzolo inturgidito, ma lui si ritrae e i loro corpi non si toccano. Un petalo le accarezza il mento, poi scivola via dalle dita cadendo in una lenta spirale sul passaggio in ardesia che percorre la serra. Lui ne stacca un altro dal cespuglio che rabbrividisce. Lei continua a tenere gli occhi chiusi, le braccia inerti lungo i fianchi, come vuole lui.

Adesso le sfiora i lobi, così delicatamente che lei non avverte subito il tocco dei petali.
Poi li preme sugli incavi dietro le orecchie e accarezza le morbide ciocche di capelli biondissimi.

Adesso le spalle. Muscoli saldi, abituati a trasportare grossi vasi di terra come quello in cui ha le radici il cespuglio di rose.

Adesso la gola. Lei arrovescia il capo e se aprisse gli occhi vedrebbe una spruzzata di stelle pallide galleggiare al di sopra dei vetri. Adesso lui cede e la bacia in fretta, i petali scompaiono tra le dita allargate che le afferrano il collo attirandola a sé. I loro respiri si mescolano, con uguale desiderio. Lei muove il capo in lenti cerchi per aumentare la forza di quella stretta. Ma lui si riprende subito e si scosta, abbandonando i petali gualciti e strappandone altri dallo stelo spinoso.

Lei tiene ancora gli occhi chiusi e la smania diventa intollerabile nell'attesa del nuovo contatto che ora avverte sulla parte inferiore dei piccoli seni, e serra i denti tendendo le labbra in quello che potrebbe sembrare un ringhio ma è dovuto piuttosto a uno sforzo di volontà. Le rose si muovono lentamente lungo la curva del seno e anche le dita di lui la sfiorano, più ruvide ma altrettanto eccitanti... O forse è il contrasto. Ruvido e liscio. Pelle e fiore. Il calore della mano e il freddo del pavimento sotto i piedi nudi.

Una pressione lievissima: incredibile che un uomo tanto poderoso conosca gesti così soavi. Lui la bacia di nuovo risvegliandole guizzi di calore. Ma non ha fretta. Il contatto svanisce e lei solleva le palpebre a supplicarlo di non smettere. Di nuovo le fa chiudere gli occhi e lei ubbidisce, e coglie un curioso rumore frusciante.

Poi silenzio, e sul suo collo e i seni scende una pioggia di petali che cadono ai loro piedi.

Le bacia gli occhi e lei interpreta la cosa come un invito a riaprirli. Si fissano per un lungo momento e poi si accorge che lui tiene in mano ancora un petalo. Un piccolo ovale rosso cupo, di una John Armstrong. Lui apre la bocca e se lo posa sulla lingua, come un sacerdote che prende l'ostia, poi si china su di lei. Le loro lingue si toccano, scambiandosi ripetutamente il petalo fino a che questo si disintegra, ed entrambi ne inghiottono i frammenti assaporandosi a vicenda. Con gesto frenetico lei si fa scivolare la camicia da notte dai fianchi e gli passa le mani dietro il dorso, attirandolo a sé, e d'un tratto non esiste unione abbastanza intima, non c'è parte del corpo di lui che non voglia fondere con il proprio...”

Pietà per gli insonni -  © Jeffery Deaver - Sonzongo Editore

»»» Altre storie passate di Jeffery Deaver nel Reame di Ozz:

- Il collezionista di ossa
- Lo scheletro che balla
- La lacrima del Diavolo
- Il silenzio dei rapiti
- La sedia vuota
- La luna fredda
Prostrato da OzzyRotten alle ore 19:36
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jeffery deaver, darkening