I am the brains
Some say insane
Blood is the rain
That's whay life's about
In the great wide
Head split and tongue tied
Watch the sun die
When you're running out
Hell doesn't want them
Hell doesn't need them
Hell doesn't love them
Anche per i Novembers Doom è arrivato il momento di pubblicare qualcosa di nuovo e io sono arci-sicuro che tutti gli utenti di DeBaser stessero aspettando questo album con ansia crescente.
Nessuno escluso.
Peccato che la mia sia solo una battuta che purtroppo va letta all'esatto opposto di quanto affermato perché, purtroppo, dei Novembers Doom non frega niente (quasi) a nessuno.
Ma questo non è di certo un metro valido percui il sottoscritto debba scoraggiarsi dallo scriverne: anzi.
Sono abituato alle recensioni che al massimo vengono lette da poche, pochissime persone: anime inquiete che, come me, trastullano loro stesse in un limbo dai contorni sfocati e poco riconoscibili, che non sono "né carne e né pesce".
E questa recensione ne è un esempio classico che più non si può: pur essendo, questa band, tra le più originali e longeve (conta venti anni di carriera alle spalle se non vado errato) di tutta la scena Death/Doom, pur essendo un gruppo che ha sempre posto la sperimentazione e l'amalgama di diversi generi nel proprio retroterra sia a livello strumentale che concettuale, viene puntualmente snobbata ad ogni uscita.
Il perché è facile spiegarlo, specie se parliamo, come si sta facendo adesso, della loro ultima fatica "Into Night's Requiem Infernal": un complesso sonoro che deve molto ai padri del "genere" ibrido di cui i Novembers Doom si servono, e parliamo dunque in primis dei My Dying Bride e dei Katatonia, e, ultimamente anche di Opeth o Insominum.
Un Death/Doom dalle venature stringentemente gotiche con parti Progressive riconoscibilissime.
Il tutto sapientemente dato in un contesto affacinantemente elegante che non trascura nemmeno, in certi episodi di spingere sull'acceleratore ("The Harlot's Lie"), grazie pure all'uso di un growl abbastanza spietato e ben concepito, sempre presente ma mai troppo pesante, specie negli episodi in cui fa da contraltare alla voce in pulito che ha il tono molto simile a quello di un Aaron Stainthorpe del periodo "Songs of Darkness, Words of Light", come nel caso di "A Eulogy for the Living Lost", canzone manifesto di tutto il disco, con al suo interno strutture cangianti che vanno dal melodico e struggente, sino al "quasi" brutale con parecchi punti di contatto col Death Metal più strutturato ed intelligente.
A mio parere però, gli episodi meglio riusciti sono anche quelli che si può definire più palesemente sperimentali.
Due esempi su tutti: "The Fifth Day of March", dove, incredibilmente, se non si sapesse di chi si sta ascoltando, a domanda si dovrebbe rispondere Pink Floyd, e, debbo dire che per una band di questo genere e con il bagaglio che porta, questo non può che essere un complimento.
Mentre invece in "When Desperation Fills The Void" ci si trova inevitabilmente a dover ricordare e quindi nominare un altro caposaldo della musica che in passato apparteneva al genere Doom, ossia gli Anathema.
Attenzione però, qui si tirano in ballo i giganti perché la loro influenza è sì, certamente palese, ma sicuramente non volgare e fastidiosa. Più che altro si parla di derivazioni che rasentano l'eccellenza, e che, in una canzone come la suddetta, raggiungono picchi di struggevole completezza quasi commoventi.
Non mancano certo gli episodi più cattivi e che ricalcano i confini classici del Doom/Death, come per esempio la prima canzone, "Into Night's Requiem Infernal", bell'esempio di compattezza e giusta dose di granitico Progressive che man mano, con lo svolgersi dei minuti, diventa un'impronta sempre più presente. Oppure si può parlare di "Empathy's Greed" e del suo delicato quanto semplice attacco, che poi diventa d'un tratto potente, strutturato e costruito per donare una poderosa iniezione epica a tutto il brano.
In definitiva questo disco di certo non spopolerà, come è stato del resto anche coi loro precedenti.
Non ne ha, forse, nemmeno l'ambizione: quello che conta in questo contesto è certamente la qualità, che di certo non manca in casa Novembers Doom.
Poi, d'altro canto, non è scritto da nessuna parte che l'originalità, la raffinatezza e la stessa qualità debbano stare per forza nelle valanghe di copie vendute.
Anzi, credo di poter affermare, forse senza timore d'esser contraddetto, che la maggior parte delle volte non è così.
E dunque, a quei quattro gatti che decideranno di ascoltare questo disco, vada il piacere di godere dei suoi momenti più preziosi. ⇒⇒⇒ Scritta da OzzyRotten su Debaser.it: LEGGILA E VOTALA QUI.
Ascoltare gli Swallow the Sun è come sottoporsi ad una catarsi.
Ascoltarli distrattamente, magari in macchina e per un breve tragitto per giunta, è inutile: solo spreco di tempo.
Sedersi, invece, in un pomeriggio come questo, a far girare il loro "New Moon" nello stereo per dieci, cento volte, magari accompagnadolo con massicce dosi di teina e nicotina, è quanto mi sento sinceramente di consigliare: gli Swallow the Sun sono una band "da meditazione".
Non mettetevi a ridere per favore. Parlo in maniera maledettamente seria.
Il loro genere, derivato dalla commistione più perversa tra Death e Doom, può sembrare granitico al primo colpo "d'orecchio", impastato, difficile addirittura, ma vi assicuro che questo è amico della pazienza e della passione più di ogni altra cosa.
Bisogna infatti ascoltarli e riascoltarli per sentirsi presi dai lancinanti spunti tragici e tristi che il loro suono fagocita senza sosta, bisogna assaggiarlo a poco a poco e andare oltre l'amaro livore degli scream furiosi, addentrarsi attraverso il loro growl cavernoso (per inciso uno dei migliori sulla piazza) che sembra "far tremare la terra", e assoggettarsi alle loro atmosfere repentinamente cangevoli come in un caleidoscopio.
A quel punto ci si trova completamente immersi in paesaggi che sì, molti obietteranno siano stereotipati e ormai triti e ritriti, ma che, dati con una simile dose di raffinatezza e con un simile piglio, diventano qualcosa di affascinante ed eterogeneo, completamente staccato dalla filosofia di base che vuole debba porsi la melodia come magnete per attirare l'attenzione e destare interesse in chi ascolta.
In questo album è esattamente l'opposto.
In questo lavoro sono le dissonanze, smussate dalla loro tagliente, seppur presente ferocia, a miscelarsi e a diventare un impianto melodico, a tingersi di un nero profondo ed impenetrabile, coi contorni, però, brillanti e preziosi di sensazioni ed umori negativi e tristi che accompagnano la mente in luoghi sconosciuti, persi chissà dove o irriconoscibili, anche se già parecchie volte percorsi.
Questo sono gli Swallow the Sun in questo album: l'alchimia perfetta tra il piombo pesante ed oppressivo delle tenebre e l'oro dell'esorcizzazione delle paure più recondite, della nostalgia, della tristezza, di più: della disperazione.
"Empty, Gloomy and Despair".
Tre parole che alla perfezione vestono la musica degli Swallow the Sun e che in New Moon hanno raggiunto l'apice compositivo, la loro summa espressiva ed incredibile. Duole solo essere consapevoli che, purtroppo, meglio di così difficilmente si potrà fare, e dunque in futuro non sapremo cosa dovremo aspettarci da questa band, per ora invece, in questo momento, non dobbiamo fare altro che, appunto, sederci, chiudere gli occhi e godere appieno delle canzoni che ci vengono offerte.
Nessuna di esse, e sottolineo proprio nessuna, scade in un seppur sfuggente momento di noia: tutte sono pensate e scritte per rappresentare un lungo monologo.
Sempre lo stesso, ma dato in chiavi differenti, che parte, per esempio dalla loro prova migliore in questo contesto "Falling World", dove, tra le altre cose, la voce quasi sottotono e sussurrata del cantante Mikko Kotamäki compie un lavoro sognante ed etereo, in pieno contrasto con la base strumentale che pur avendo parecchi spunti melodici preserva sempre quella parte graniticamente bestiale marchio di fabbrica degli Swallow the Sun.
Altre chiavi, poi, possono essere rappresentate dalla lunga ed estenuante "Weight of the Dead", dove invece viene in mente qualcosa a cavallo tra un Suicidial Black Metal e un Funeral Doom di matrice Tyranny.
In entrambi i casi il risultato, se non si fosse capito finora, è eccezionale.
E questi miei sono solo esempi, che volutamente tralasciano il resto della track-list di proposito, proprio perché chiunque ascolti questo album (e mi auguro siano in molti), possa trarne qualcosa da serbare gelosamente per se stesso.
Come è capitato al sottoscritto ascoltando infine, l'omonima "New Moon".
Proprio quello che mi aspettavo da una band come gli Swallow the Sun insomma.
Per quanto mi riguarda questo è il miglior lavoro dell'anno, che si pone di prepotenza in concorrenza con l'ultimo lavoro dei Paradise Lost, con un indice che punta decisamente verso il presente.
Non per le differenze stilistiche palesi che tutti possono evincere, bensì perché questo, stando sempre al discorso "emozionale", riesce a donarmi in maniera più massiccia, proprio quello che io vado cercando in un genere musicale che preventivamente e genericamente io definisco "oscuro".
Spero molto, quindi, che "New Moon" giunga alle orecchie di chi, leggendomi, avrà capito di cosa ho parlato finora.
Ormai la formula è estremamente collaudata.
Come si dice, usando un eufemismo forse non troppo appropriato, "motore che va non si cambia" semmai, se proprio vogliamo mettere i puntini sulle "i", lo si fornisce di qualche centinaio di cavalli in più, ne si "rimappa" la centralina e tutto va.
Ma il cuore, il pulsare puro e sincero non lo si deve mai cambiare, anche perché, trattandosi degli Ensiferum, scalpita più che battere, e lo fa alla maniera che alla band è più congeniale e che ormai è diventato il loro trademark: rullante sempre spianato, chitarre che si rincorrono, "harsh" spietati e, ogni tanto, rallentamenti e cori di un'estrema epicità.
Ecco. Basta.
Già qui, se non ne avete più voglia, potete chiudere la pagina e occuparvi di altro.
Oppure.
Oppure potete stare a vedere come finirà, perché di novità, in questo nuovo disco, ce ne sono: succose e che sono sicuro faranno la felicità di chi è appassionato degli Ensiferum.
Gli ingredienti li abbiamo spiegati prima, e sono tutti arci-noti.
Quello che però va in controtendenza nel mondo degli Ensiferum è la loro estrema originalità e versatilità nel reinventarsi ogni volta, seppur non sconfinando mai dal loro seminato che, già di per se stesso, matura su basi eterogenee e poco classificabili.
Eppure mi si contesterà che già da diversi anni, seppure la loro proposta risultasse originale, questa band ripropone gli stessi stilemi riciclandosi, ed io rispondo che sì, è vero, ma che, come sanno farlo loro, con la loro eleganza, con la loro affascinante epica tonitruante, nessuno sa stargli alla pari.
Se poi ci mettiamo pure che dal corno vichingo da cui attingono gli Ensiferum, escono sempre proposte inesauribili, allora potete mettervi comodi: qui dentro c'è tutto quello che potrebbe tranquillamente farvi infervorare al punto di volere, alla fine, farvi crescere la barba, sguainare la spada e correre per il giardino di casa vostra alla ricerca di nemici a cui far la festa (sempreché, ovvio, la neuro non vi abbia rinchiusi prima).
Questo, alla fine è questa band. Iniziare dal solito intro epico "By the Dividing Steam", per accelerare subito con "From Afar", e, alla fine, già sudaticci, arrivare al culmine del disco, rappresentato dalla coppia "Twilight Tavern" e "Heathen Throne": il manifesto, se mai qualcuno ve lo dovesse chiedere, della maniera "barbara" seppure preziosa, di suonare degli Ensiferum.
La prima, con una parte centrale che sembra essere uscita dalle pagine del "Signore degli Anelli" di Tolkien, con una sezione melodica sinceramente ispirata, dolce, malinconica ma non banale, che sfocia in un universo impalpabile e lontano, perso nel tempo eppure non brumoso, tinto dei colori della terra e del gelo, e non dell'oscurità.
La seconda, invece, si consuma appresso a corse funamboliche dettate da un coro epico che non annoia mai, poi rallenta e poi riaccelera, susseguendosi ogni volta e dando sempre un aspetto diverso alla composizione che poi, alla fine, a chiudere lo spettacolo, troveremo in una seconda parte "The Longest Journey (Heathen Throne Part II)", a sancire definitivamente che il "viaggio più lungo" è davvero finito, e si è esaurito appresso ad esempi atmosferici sublimi e che ogni tanto piace pure ricordare e portare alla mente.
Nel frattempo però, c'è anche il tempo, ancora, per le spinte furiose, per le cavalcate molto "Power", che sono anche queste un aspetto inscindibile tra le caratteristiche della band.
E così passa "Elusive Reaches", e così pure "Stone Cold Metal", con la particolarità, questa, di accoppiare ai cori da osteria che hanno molto da pagare ai Finntroll, una sezione tastieristica curata di tutto punto, cucita attorno al ronzare pulito e cristallino delle chitarre che danno vigore e nerbo alle basi di questa "scanzonata" traccia.
Attenzione però: si parla degli Ensiferum, di una band che molte volte è stata tacciata di prendersi "troppo sul serio" e quindi, forse, l'aggettivo è da prendersi con le molle.
O forse no.
Perché questa che sta passando non è una canzone qualsiasi, è un brano diviso a metà, con al centro "LA" sorpresa che, sono sicuro, lascerà con la bocca aperta anche il più incallito ed avvezzo cultore delle "contaminazioni" che c'è in giro.
Provare per credere. Poi magari mi direte.
A me, all'inizio ha fatto venir da ridere, poi avevo deciso di stroncarne l'esistenza per gli stessi motivi di cui sopra, ma, alla fine, sono convinto che anche questo è il corollario di questi miei "coetanei".
Dunque, a parte la chicca di cui ho appena detto, non ci si aspetti null'altro che puro Ensiferum sound al 100%, anche se già il loro nome parla da solo, e dunque non è possibile classificarli e dare loro un voto che sia mediocre, a meno di brutte sorprese che, speriamo, non debbano mai venire.
Non sarà certamente il disco dell'anno questo, e in ambito folk ci sarà sicuramente chi avrà fatto meglio, ma che volete, la classe non è acqua, e "From Afar" lo dimostra in pieno. ⇒⇒⇒Debaser.it
Se mai mi si chiedesse di esprimere in una frase sola che cosa potrebbe rappresentare questo album, direi sicuramente: come pubblicare un disco semplice e lineare tuttavia percorrendo la strada più impervia dei tecnicismi intricati.
Ecco. A questo punto potrei pure concludere la recensione, perché alla fine, tutte le parole e tutti i concetti che potrei esprimere, vengono sintetizzati bene, a mio parere, in questa semplice affermazione.
Ma, ad onor del vero e per onestà, devo pure "dare a Cesare quel che è di Cesare" parlando dei Divine Heresy, e non si può parlare della band di Dino Cazares, uno con le palle quadrate, uno che ha militato (e tuttora milita) nei Fear Factory, uno che macina accordi di chitarra con la sua otto corde proporzionalmente pesanti alla sua massa corporea, liquidandola con un paio di aggettivi.
Specie se il tipo in questione si è attorniato di gente che sa il fatto proprio e che, nel caso del bassista Joe Payne, proviene niente meno che dai Nile, mentre invece il batterista Tim Yeung proviene prima dai Vital Remains e poi dagli Hate Eternal.
Dunque qui non parliamo di sprovveduti o di ragazzini che hanno deciso di "rivoluzionare" il mondo del Death/Thrash Metal, ma di artisti ben rodati e che con questo "Bringer of Plagues" hanno dato alle stampe un disco cazzuto, potente, equilibrato e che non manca di assestare parecchie rasoiate a chi lo ascolta. Il cantante Travis Neal, unico a non avere alle spalle un bagaglio prestigioso di appartenenza a band di grosso calibro, se la cava bene, ed è abbastanza abile nel commistionare parti in scream abbastanza nervose e cantato pulito e melodico, aggiungendo certamente qualcosa alla sommatoria strumentale che è egregia.
Certamente egli non è Burton C. Bell, tornando a parlare di Fear Factory, e credo ne abbia piena coscienza, ma certamente va premiato per il suo lavoro che in molti episodi esalta, e pure di parecchio, le mazzate di Cazares alla chitarra, o le aperture melodiche che in molti squarci qui vengono proposte.
Sicché l'apertura del disco è affidata ad una "Facebreaker" messa di proposito come apripista proprio, secondo me, per invogliare all'ascolto e di conseguenza all'eventuale acquisto; anche perché riassume bene che cosa poi ci si ritroverà ad ascoltare: attacco bestialmente veloce, tecnico e potente, con sfuriate "stop&go" di chirurgica precisione e ritornello urlato ma melodico, cantato in pulito, anche se a dire il vero risulta alla lunga un pò troppo "plastificato".
Ecco quello che forse è il più grande peccato di questo disco: il fatto di suonare troppo preciso, troppo perfetto, troppo studiato, e questo non fa che incidere in maniera purtroppo negativa sull'intero egregio lavoro del gruppo.
Ci si fosse, forse, affidati ad una produzione meno "macchinosa", e magari se la band stessa avesse deciso di "buttarsi un pò più via" non calmierando la rabbia e la potenza enorme che si intuisce nei vari passaggi strumentali ("The Battle of J.Casey", solo per citare un esempio), allora in questo momento starei scrivendo di uno strepitoso nuovo lavoro, e invece, oggettivamente bisogna parlare di un disco con molti alti ("Undivine Prophecies", "The End Begins", la migliore di tutto il lotto, e "Anarchaos" su tutti) e qualche basso (come in "Redefine" e "Darkness Embedded" che qualcuno prima o poi dovrà proprio spiegarmi che diavolo c'entra con tutto il resto).
Probabilmente sono un pò troppo severo nel mio giudizio o probabilmente è proprio il contrario, ma devo dire che un pò di amarezza, ascoltando l'intero album mi è rimasta, memore del fatto che da giganti del calibro di Dino Cazares si vuole e si deve pretendere appunto gigantesche prestazioni.
Tendo però a considerare questo lavoro per nulla negativo e di certo lo ascolterò con passione parecchie volte, ma non entrerà mai a far parte dei dischi a cui si dedica attenzione anche dopo qualche tempo.
Per il resto, mi auguro che a molti piaccia e che abbia successo, anche se dubito fortemente che possa essere annoverato tra gli album dell'anno.
Sicuramente qualcuno avrà fatto di meglio, riguardo al puro "sentimento" (è strano sentirne parlare in una recensione di Death Metal non è vero? Ma chi ci è avvezzo, Tepes in primis, mi capirà benissimo), riguardo alla tecnica non si discute, poiché essa raggiunge picchi che pochi riescono ad eguagliare.
Come sempre, vale l'arci-noto "de gustibus", e per quanto mi riguarda, credo che il mio "parere-non-richiesto" sia abbastanza chiaro. ⇒⇒⇒ Debaser.it
Volevo già da molto tempo recensire questo album. Ma ho aspettato che si ramificasse bene nella mia testa prima di esprimerne un'opinione compiuta riguardo ad esso e a differenza evidentemente di altri; anche perché qui non si parla di una di quelle "band-meteora" che pubblicano un disco "discreto", che entra nelle classifiche con la stessa velocità di un fulmine e che, allo stesso modo, poi scompare nell'oblio. No. Qui si parla dei Behemoth, uno dei nomi della scena Death Metal che, a parere di (quasi) tutti, entrerà nella storia, a far compagnia a gente del calibro di Morbid Angel, Obituary, ecc.
E dunque non si può e non si deve essere superficiali nel giudicarli, o meglio, nell'esprimere opinioni che potrebbero essere discutibili o quantomeno tacciate di troppa leggerezza, come anche in questo posto, recentemente ho letto.
Lo dico subito, a scanso di ogni equivoco e per non essere tacciato di pavidità: questo disco al sottoscritto è piaciuto tantissimo. Sicuramente più del precedente "The Apostasy", che già di suo era una mazzata incredibile per le orecchie di chi lo ascoltava.
Trovo che i numerosi tagli effettuati in sede di incisione riguardo sample, orchestrazioni e compagnia varia, anche se presenti come è giusto che sia, e la scelta di ridare il giusto peso agli strumenti classici, avvalorati da una produzione per certi versi più "sporca", sia stata una decisione che abbia pagato appieno.
Certo, non c'è da confondersi le idee: il suono riprodotto in "Evangelion" è targato Behemoth al 100% e nessuno può discuterlo.
Quello che è stato potenziato, o forse sarebbe meglio dire "estremizzato", sono le prestazioni anzitutto di Nergal, che in canzoni come "Shemhamforash" e "Transmigrating Beyond Realms ov Amenti" riesce a dare il meglio di sé, lasciando scoperte le influenze primarie della band, che anzitutto basa il proprio catalogo nel Black Metal più oltranzista, e successivamente lo plasma e lo distorce per i propri scopi virandolo verso un Death Metal pieno zeppo di tecnicismi e contaminato di umori catacombali ed oscuri.
In questo senso, il lavoro alla batteria di tale Inferno credo rappresenti l'apoteosi della macchina da guerra che i Behemoth sono diventati. Inferno: un batterista che non ha nulla da invidiare ai vari Hellhammer e Nicholas Barker.
Preciso, veloce, potente e che non sbaglia un colpo, mentore delle complesse architetture sonore qui proposte, intricate e sempre date in bilico tra una ferocia spropositata e aperture melodiche orientaleggianti che pure costituiscono una spina dorsale riconoscibilissima nel suono della band.
Questo è un disco che ha un piglio "quasi" immediato per chi è avvezzo al genere, e forse rappresenterà un "must" per gli anni a venire.
Sicuramente oggi, però, è l'esempio più palese della perfezione raggiunta dalla band.
Delle nove tracce proposte, nessuna rappresenta un riempimento per far somma. Ogni singolo accordo è stato studiato, messo su pentagramma e sputato velenosamente in un suo ruolo preciso, con assalti furiosi e funambolici da far girare la testa ("He Who Breeds Pestilence" e "Defiling Morality ov Black God", per esempio) ed episodi di più ampio e spettrale respiro, come "Ov Fire and the Void" lenta, pesante ed ipnotica ma non per questo meno cattiva o, per far piacere a Nergal certo, meno blasfema.
Tra l'altro questa è stata la canzone scelta per fare da apripista all'intero album e il cui video è entrato nel guinnes dei primati di YouTube per quanto riguarda la velocità con cui è stato censurato, facendo sì che si nascondessero le pudenda degli attori lì impiegati, nonché dell'angelo, in verità davvero poco asessuato ed androgino, scelto come "spuntino" dai componenti della band.
Tornando però ai contenuti, posso affermare che l'apice di quanto questo disco voglia esprimere, a parere di chi scrive è raggiunto con la monumentale ed epica "Lucifer", che al di là del titolo certamente scontato e poco originale, attraverso i versi di Tadeusz Micinski, poeta polacco, genera una tensione sonora e drammatica che ha pochi, pochissimi pari e che dimostra ancora una volta il grande talento e l'originalità ormai affermate della proposta dei Behemoth.
Se però tutto questo non dovesse bastarvi per convincervi che ci troviamo di fronte ad un lavoro che ha ben pochi rivali nel suo ambito, allora non saprei che dirvi; potendovi consigliare di virare verso altri lidi. Dopotutto siamo in Democrazia, e nessuno vi impedisce di ascoltare e di godere degli ottimi, per esempio e solo a caso, Ulcerate o Decrepit Birth (che non c'entrano nulla con la proposta recensita, lo capisco bene pure io), sempreché voi, certo, non siate dei ragazzini arrabbiati e sterili e che dobbiate per forza essere selettivi, eliminando per forza di cose quanto di buono fatto finora e meritato dai Behemoth, e che penso di poter affermare con sicurezza, pienamente legittimo.
Dunque buon ascolto, e non dimenticate di alzare il volume. ⇒⇒⇒ Debaser.it
Chiunque, e dico proprio chiunque ami il genere "Gothic", ad ogni uscita dei Paradise Lost dovrebbe onestamente fare un balzo dalla sedia. Il nome è di quelli tosti, di quelli che hanno fatto storia, assieme a My Dying Bride ed Anathema, e, a più di 20 anni dal loro debutto, si può tranquillamente affermare che la band di Halifax di strada ne ha fatta, ed anche parecchia: dagli esordi Death/Doom, sino alla svolta, o sarebbe meglio dire sino "all'invenzione" del Gothic Metal per come lo si conosce oggi, passando per le sperimentazioni imparentate coi Depeche Mode (se siano riuscite o no, immagino che ascoltando il presente disco, e nemmeno in maniera tanto approfondita, chi ha confidenza col genere dovrebbe trovare facile risposta), per approdare infine ad un "Dark Rock" (come Nick Holmes stesso ama definire il genere che suona) che raccoglie il meglio di quanto la band ha pensato, messo su pentagramma, suonato e re-immaginato.
Con coraggio e perseveranza, caratteristiche che, ormai, visto il nome di grido che la band possiede, potrebbero benissimo venir trascurate, per campare poi di rendita, così come molte altre band hanno fatto e continuano a fare.
Ma questo non è per nulla il caso di cui scriviamo. Anzi. Questo "Faith Divides Us - Death Unites Us" è l'ennesimo capitolo da incorniciare nella discografia dei Paradise Lost.
A me è capitato di doverlo ascoltare più di una volta per carpirne bene l'essenza. E questo, per un disco "gotico", non è per nulla un difetto.
Le strutture delle canzoni si presentano sempre marziali e severe, pur non trascurando di valorizzare l'ariosità sinfonica che qui viene usata per dare spessore alle composizioni. Il suono è stato progettato "elegantemente roccioso", richiamando alla memoria più di una volta "Icon", con una canzone su tutte: "Fraility". Ma la stessa apripista "As Horizons End" riesce bene a trasportare l'ascoltatore ai tempi andati di certi loro primi lavori, avvolti dalla nebbia delle immagini sfocate e dalla tragedia delle loro architetture rabbiosamente disperate.
Anche la voce di Holmes, straordinariamente melodica e malinconica, non disdegna in molti frangenti di lesinare spunti di aggressività che sì, ormai non è più growl, ma che ci arriva dannatamente vicino e, in questo caso, un esempio perfetto risulta essere "The Rise of Denial", che ad un inizio sinfonico poi fa seguire una prestazione strumentale pesantissima e una partitura vocale quasi forzata, data "a denti stretti".
Un elogio particolare però, a mio parere, lo si deve dare a due canzoni in particolare, che riescono meglio a porre in luce lo straordinario talento della band, e sono, nell'ordine, "Faith Divides Us - Death Unites Us" e "Last Regret".
La prima, scelta anche come primo singolo, e il cui video da molti è stato definito come "il più angosciante mai pubblicato dai Paradise Lost", è una canzone cui si potrebbero attribuire migliaia di aggettivi per descriverne la straordinaria suppurazione di malinconia, angoscia e pianti, ma io ne scelgo una solo, semplice e lineare: bellissima.
Lo è, appunto perché costituisce una miscela perfetta e da manuale di quanto chi ama questa band si aspetta da essa. Nessun trucco e nessun inganno: una struttura lenta che però non sfocia nella cadenza tipica del Doom, ma che mantiene il tono basso e rassegnato, seppure affascinante e che racconta, al di là del video che mi auguro vogliate guardare, di confusione e di alchimie di colori scuri, che si fondono e scindono la loro essenza senza mai prescindere dalla considerazione di essere parti uniche, anche se eterogenee, della stessa mente umana, della stessa testa di chi le ha pensate, e ha realizzato bene di metterle in musica, anziché, abbandonandosi ad un esempio certamente estremo, di uccidersi. Ma la polvere che si alza strozza lo stesso la gola come un cappio, e le ferite che si scoprono nel ritornello, bruciano alla stessa maniera del fuoco che arde la carne. Bellissima, e lo ripeto a costo di diventare monotono, perché è proprio di canzoni come questa che il Gothic ha bisogno.
"Last Regret" invece tocca altre corde. O perlomeno: le corde che strugge sono sempre le stesse, ma cambia la maniera, il modus-operandi di descrizione. Qui l'impostazione è più classica, e le chitarre suonano con un'intonazione particolare, maggiormente vibrata, tornando anche in auge l'abitudine coltivata da Gregor Mackintosh di sfruttare il suo strumento come in un lunghissimo, struggente assolo, percependo quasi, nel corpo stesso del brano, come di trovarsi in cima ad una voragine. Se a questo poi ci si aggiunge anche il ritornello cantato e che non fa che ripetere "Hear my last words, this my last regret..." allora le carte in tavola per affermare che ci si trova ad ascoltare un classico ci sono tutte, e senza dover temere smentita.
I giochi, però, non finiscono per nulla qui, perché qui si parla dei Paradise Lost, e non dei Mötley Crue (con tutto il rispetto), e di canzoni di riempimento non se ne parla proprio.
Gli ultimi episodi infatti, a cominciare da "Universal Dream" e da "In Truth", ci concedono ancora uno strascico godibile di tutta la caterva di sensazioni negative che questo disco inopinatamente ci ha proposto. Nella fattispecie, soprattutto la seconda citata è un bell'esempio di come, per l'appunto, dovrebbe calare il sipario: strutture rocciose eppure cangianti, che incalzano e non danno tregua, quasi strappate a forza da chitarre e batteria, con le tastiere che, verso la fine, donano quel qualcosa di impalpabile che rende preziose tutte le cose che i Lost hanno deciso di confezionare.
Bisogna essere obiettivi: questo album non è paragonabile ai loro "Draconian Times" o ad "Icon", ma non perché si fermi un gradino sotto.
Nulla di tutto questo. Solamente perché questo disco è "diverso". Un altro tassello nell'universo di meteore sconosciute che la band decide piano piano di farci scoprire.
Per quanto di mia competenza, ritengo che questo sia un lavoro ottimamente costruito, con all'interno gioielli che non sfigureranno sicuramente di fianco ai colossi del passato. Alla fine resta fermo il concetto che chiunque si prenda la briga di ascoltarlo, ci troverà, forse, diverse sfaccettature, che probabilmente al sottoscritto sono sfuggite, per ora, o che, nascoste nel fluttuare depresso delle note, non ho ritenuto di dover sottolineare.
Ma la bellezza della musica non è anche questo? Non è forse l'immaginare, il pensare, trasportati da una melodia, triste e non, a pensieri di intima soggettività? Ecco. Se questo cercate nella musica, allora non posso che consigliarvi l'acquisto dei Paradise Lost. Sarà certamente una spesa sicura e a prova di bomba. ⇒⇒⇒ Debaser.it
Devo dire che mai come nell'occasione che mi si è presentata di recensire questo disco, ho nutrito forti dubbi riguardo allo scriverne.
Ho ascoltato e riascoltato le canzoni innumerevoli volte e mi sono ritrovato ad aver ottenuto confusione anziché chiarezza d'idee. Alla fine, in estremo, ho preso a leggere altre recensioni che riguardassero questo stranissimo album, ma la situazione non è migliorata poi di tanto.
Come sempre ho letto di gente che ha subito apprezzato "Evocation" ma pure di parecchia che, senza pensarci troppo, lo ha stroncato, considerandolo né più e né meno come un'opera "commerciale", mal riuscita, "stonata". Addirittura qualcuno ha paventato (tra le righe), che questa fosse solo spazzatura; ma è solo una mia impressione, nessuno se ne abbia a male, per carità!
Dopotutto parliamo di una band che nell'arco di due soli dischi ha saputo imporsi all'attenzione mondiale, con un seguito nutrito, ed oltretutto salita alla ribalta anche grazie al supporto della Nuclear Blast, un colosso discografico, come chiunque amante del Metal saprà.
Se tutto questo è solo fortuna, allora devo presumere che tutti coloro che hanno amato, ed amano ancora, gli Eluveitie, chi ha dato loro fiducia, investendoci anche soldi, ha preso un granchio grosso quanto l'Africa.
Ma io non lo credo affatto, e alla fine il coraggio l'ho trovato.
Così, semplicemente: fottendomene dell'ortodossia che ci vorrebbe, anche se presi da manie folcheggianti e similari, sempre arrabbiati e cattivi. In questo caso non è così, e ci tengo a dirlo e a ribadirlo più volte.
Perché? Perché questo disco non è un disco Metal, e nemmeno lontanamente ci si avvicina. E' un'opera folk. Interamente suonata con l'ausilio di strumenti acustici vecchi e nuovi, cantata perlopiù da voci femminili, e senza nessun growl.
Nemmeno di contorno.
Niente. L'unica cosa che si concede all'ascoltatore è qualche sussurro malvagio (come in "Gobanno", per esempio), ma nulla più.
Dunque per chi avrà apprezzato "Spirit" prima, e certamente "Slania" dopo, come il sottoscritto, ci saranno certamente incertezze e valutazioni discordi.
Quello che però è interessante da sottolineare è il coraggio degli Eluveitie.
Potevano benissimo continuare a "battere il ferro finché è caldo", come recita un vecchio detto, e replicare con un'uscita della serie "Slania II", e invece hanno intrapreso una via, almeno per ora, che di certo non potrà non evidenziarne l'originalità, ma che porterà loro anche una caterva di critiche, ne sono certo.
E invece di irrigidirsi e di darsi, appunto, all'ortodossia, dando più corpo e sostanza ai loro suoni, hanno preferito virare la rotta verso lidi più orecchiabili e complessi. Ma almeno ben fatti e certamente strutturati e pensati in una maniera tale che costituiscano un capitolo a parte nella loro produzione discografica. Che però ha il punto debole di porsi improcastinalmente a confronto coi suoi precedenti, potendo così dare adito quantomeno a dubbi riguardo alla bontà ed onestà del progetto. Ma questo è un concetto che, in questo caso va rigettato interamente, perché anzitutto, anche per loro vale la regola secondo la quale non ci si può aspettare che qualcosa di "favoleggiante" da una band come gli Eluveitie che ormai non è più e per niente nuova a certi generi e nemmeno sconosciuta ai più.
Per me che già quest'anno ho apprezzato alla follia un'uscita come quella dei Wardruna (cui tra parentesi è dedicata una bella recensione già pubblicata su Debaser, e che vi invito a leggere), che è quanto di più avanguardistico, affascinante, ipnotico e certamente originale in questo mare grosso di Folk, non posso ovviamente che felicitarmi della scelta operata dagli Eluveitie.
Anche perché, oltre allo stupore, quì comunque si deve parlare pure dei contenuti che ci sono, sono solidi e riescono pure ad incantare.
Qua ci sono brani che non potrebbero essere classificati altro come specie di "riempitivi", non in senso spregiativo, intendiamoci, ma bensì trattandosi di intermezzi d'atmosfera, anche loro contribuiscono a rendere l'aurea di questo disco ancestrale, di ampio respiro ed indubbiamente affascinante, ancora. Così come pure le canzoni vere e proprie, a cominciare da "Brictom", seguendo per "Voveso In Mori" e finendo con "Memento", forse il picco più alto di tutta quanta la scaletta, fanno la stessa cosa.
Ecco, forse è questa la chiave interpretativa di questo album alla fine: nessun collegamento con "l'appena passato" ma bensì il reinventarsi, il sapersi vestire di abiti pure più tenui, più caratteristici, più misteriosi da scoprire, magari perdendoci pure qualche ascolto in più, perché a differenza di quanto si creda, questo non è un disco commerciale.
Proprio per nulla.
C'è anche da dire che, se non fosse per tutto quello che ho scritto finora, ci sarebbe sicuramente da discutere riguardo all'elaborazione dei testi e del contenuto in generale: nessuno mi venga a dire che sente spesso una band cantare e declamare versi in gaelico.
Questo certamente non da buone giustificazioni o attenuanti eventuali ad un'opera che se non avesse altro da dire, certamente potrebbe essere cassata e dimenticata; ma vi assicuro che a saperlo ascoltare questo disco saprà farsi apprezzare, ed anche alla grande.
Per chi invece non ce la fa proprio ad evitare di dover ascoltare chitarre ronzanti, batteria al fulmicotone, ecc. ecc. allora questi Eluveitie sono da evitare peggio della peste, parlando anche per chi alle sonorità Folk comministionate col Metal è già avvezzo.
Nessuna meraviglia quindi.
C'è solo bisogno di una sana attitudine all'apertura mentale, parlando per termini che più demagogici non si può. Per quanto riguarda il resto, sarà il tempo (e le statistiche di vendita a voler essere estremamente materialisti) a giudicare quanto sia valida questa proposta.===>> Debaser.it
Questa di cui mi appresto a scrivere è la seconda grande uscita del 2009, comprendendo, per sommi capi e parlando del (quasi) medesimo ambito Doom, anche “For Lies I Sire” dei My Dying Bride che ancora, a giudizio di chi scrive, deve essere ben “digerito” per poterne dare un giudizio obiettivo.
Ma, del resto, avendo a che fare con un genere che per proclamata ed accertata filosofia non è mai “facile” ai primi ascolti, questo non è un male. Anzi.
Per quel che conta la mia limitata esperienza in materia, sono proprio gli album non troppo orecchiabili ai primi ascolti a riservare, poi, belle sorprese. Certo, questo è una specie di piacere che richiede pazienza e perseveranza per poterlo apprezzare appieno.
Oppure no. Non è così, e un disco lo si dovrebbe apprezzare già da quando, magari, si è ascoltata qualche nota, pure in lontananza, pure magari accennata.
E allora si tratterà di album che entreranno nella testa e li si ascolterà decine e decine di volte, poi verranno abbandonati e poi, col passare del tempo, li si riprenderà in mano e li si riascolterà di nuovo, riscoprendoli ancora una volta, e così all’infinito.
C’è anche il terzo caso, invece, dei dischi che sono entrati nella storia; che contengono canzoni immortali che non potranno mai essere dimenticate, e ogni volta che li si ascolta, si coglie un dettaglio nuovo, una sfumatura diversa.
Di questi ultimi, però, per onestà bisogna dire che non si può mai asserire con certezza se ne siano stati pubblicati pochi o molti, poiché i gusti, è chiaro e banale come il sole, sono materia soggettiva e non oggettiva, e dunque ognuno di noi avrà un suo disco, o più probabilmente, una sua serie di dischi a cui è legato particolarmente e che, secondo il metro di giudizio di ognuno, possono essere reputati come capolavori.
I Candlemass, a mio giudizio, rientrano in tutte e tre le categorie che ho citato sopra.
Ma questa non è una novità. Almeno non per me.
Ormai alfieri di un genere che loro stessi hanno contribuito a strutturare e a cementare grazie alle loro opere passate, oggi, dopo che già dal precedente album (se si esclude la loro raccolta "Lucifer Rising"), avevano rimpiazzato il loro “pezzo da novanta” Messiah Marcolin, dotato di una voce potente, melodica e drammatica, difficilmente riproducibile e replicabile, con il cantante attuale Robert Lowe proveniente dai Solitude Aeternus, dotato di un timbro più grezzo e ruvido e comunque diverso da quello di Messiah, ma non per questo meno potente ed espressivo, danno alle stampe questo “Black Magic Doom”, che, anche se, per ipotesi, mettendo le mani avanti e bestemmiando, si dovesse trattare di una "bruttura", porta un titolo che certamente ne riassume in tre parole il significato che se ne può discernere.
Ma qui ho bestemmiato, e per non abusare della pazienza di chi legge, dico adesso che questo album non è una bruttura, ma, pur non dovendo mettere il carro davanti ai buoi prematuramente, trattasi di quello che si può giudicare come un disco “da manuale”.
Anzi, diamoci pure qualche aria e prendiamo un profilo più alto: del disco del quadrimestre.
Era prevedibile, del resto: la classe non è mai acqua, e i Candlemass ne sono esempio lampante. Dopotutto che cosa ci si può aspettare dai Giganti, se non che debbano pubblicare opere mastodontiche?
E “Black Magic Doom” è un’opera mastodontica.
Non per la sua durata, intendiamoci, ma per il suo contenuto eccezionale.
Qui non ci sono canzoni “di riempimento”, non ci sono “hit” da dover incorniciare più delle altre: ogni canzone è un episodio a sé stante, e richiederebbe una recensione a parte, ma sarebbe comunque tempo sprecato e banda consumata.
Basta, in questo caso, parlare del minimo comune denominatore che le attraversa e le rende omogenee per quano riguarda certi specifici aspetti: la potenza del suono, che non è “poi così perfetto” ma che dona quel qualcosa in più d’atmosfera plumbea e paludosa che è il marchio riconoscibile da lontando del gruppo; la prestazione vocale del cantante che, a volte può sembrare anche un pò forzata ma che invece, si capisce dopo poco che è stata studiata apposta per apparire e farsi ascoltare proprio in quella maniera; i ritornelli orecchiabili, quelli sì, ma che comunque si innestano alla perfezione nella struttura strumentale delle canzoni che orecchiabile non è, ma che anzi a volte si lancia in intrichi melodici sfuggenti che appaiono e scompaiono; e, per ultimo, gli inevitabili richiami ai maestri precursori del Doom di tale matrice: Black Sabbath era Ronnie J. Dio su tutti, come pure St. Vitus, e Valhalla vario.
Proprio quest’ultimo è l’aspetto più interessante da approfondire per quanto riguarda questo album: i richiami al gruppo di Toni Iommi sono palesi, come è probabilmente giusto che sia, e prendono due direzioni: una strumentale e quindi strutturale delle canzoni, ed una concernente le linee vocali che, in certi momenti, non stonerebbero proprio per nulla se fossero eseguite da Ronnie J. Dio in persona, appunto.
Questo però, lo voglio ripetere, non è un difetto ma semmai un pregio: come si può dir male dei Candlemass quando loro stessi hanno sempre reinventato e proposto a distorsione e a miglioria alchemica la base del costrutto Doom non di certo di loro esclusivo retaggio?
Non si inventa nulla dunque qui, piuttosto si rielabora, si sporca un pò, si imbastardisce ancora e lo si rende più cupo ed epico.
Quello che ne risulta è un lavoro che usa prendere una direzione del tutto particolare e certamente affascinante, a volte classica, come in “Hammer of Doom”, grazie anche, per dirne un’altra, agli inserti tastieristici mai marcati ma intelligentemente piazzati e velati nei momenti giusti per sottolineare ancora di più, di volta in volta, l’epica o la tragicità o il dolore che scaturisce dalle note. Ne è un esempio plateale “Clouds of Dementia”, per finire.
Dunque Signori e Signore, con le orecchie allenate, ma nemmeno necessariamente troppo, all’incedere Doom, qui ci troviamo al cospetto di Maestri che sanno benissimo quello che fanno e quello che vogliono ottenere. Senza nessuna esitazione.
Abbiatene gusto. ====>>Debaser.it
Bene. Come ogni anno anche stavolta è arrivato il momento delle classifiche.
Anzi: della classifica. Perché io, in genere, di primi, secondi e terzi posti non voglio tanto sentir parlare. Mi danno ai nervi. Sviliscono sempre qualcuno nel momento stesso in cui ne valorizzano un altro. A maggior ragione per quanto riguarda la musica che, assieme al leggere, è l'energia che mi galvanizza in ogni momento.
Potrei vivere senza nulla attorno, senza paesaggi da ammirare, senza tabacco da bruciare (mi sarebbe alquanto difficile, devo ammetterlo), senza nessun generico orpello da dover idolatrare, ma non senza la musica. Senza la MIA musica. Che sarà pure limitata e limitativa, sarà pure sempre fine a se stessa, sarà anche rumorosa, catatonica in certi momenti, deprimente, tutto quel che si vuole ma, quando l'ascolto è MIA e solamente mia. Senza timore che possa tradirmi.
Ecco dunque la classifica dei migliori dischi usciti nel 2008, secondo me, ovvio.
Ce ne saranno stati un'altra caterva di bellissimi che non ho ascoltato, ma, agli aggettivi di cui sopra ho dimenticato di scriverne altri importanti e che riguarderebbero la mia imbarazzante scarsezza e voglia di cercare. Dunque, spero che chi legge possa accontentarsi per una volta.
10. Cult of Luna - Eternal Kingdom: "Una giornata come questa. Gocce d'acqua pesanti affliggono le superfici dei vetri alle finestre e le sferzano. Ovunque, solo il silenzio rotto dal balletto cadenzato ed armonico, a volte, del tempo brutto che piomba dal cielo coperto e si infrange a terra, esaurendo ogni forza e ogni bel ricordo. Delicato e sommesso, ma se ci si trova in mezzo, raschiante e putrido. Ecco.
Quì si parla dei Cult of Luna e del loro ultimo lavoro "Eternal Kingdom"."---->
09. Moonsorrow - Tulimyrsky: "Quì il Black Metal più oscuro, oltranzista e primordiale si veste dei connotati di una eleganza stilistica tutta particolare, che trascende dalle radici antropologiche culturali dei paesi scandinavi, ma al tempo stesso ne è una derivata chiaramente riconoscibile, e che dota le composizioni, lunghe e prolisse, di un sentimento difficilmente replicabile e spiegabile. Solo ascoltando la musica dei Moonsorrow si riesce a capire la serie di legami, di congetture, di momenti tirati e tesi e di quelli più legati al folclore delle "Antiche Abitudini"."---->
08. Swallow the Sun - Plague of Butterflies: "Nel mondo degli Swallow the Sun i sentimenti, i sensi, e le impressioni che si hanno chiudendo gli occhi, sono tutte quante cose per nulla aleatorie. Tutt'altro. Piuttosto questo gruppo preferisce inocularle con inusitata consapevolezza, come se ci si trovasse ad essere infettati da un virus violento, pesante, ammaliante. Ecco, probabilmente è questo l'aggettivo giusto per descrivere la musica di questi finlandesi: ammaliante."---->
07. Equilibrium - Sagas: "E' difficile riuscire a scrivere di questo album compiutamente. Soprattutto per il fatto che, alla fine, quel che rimane nella testa dell'ascoltatore che ci si dedica, è sempre qualcosa di diverso, volta per volta. Qualcosa di grandioso e di maestoso, o di brutale e graffiante, o di atmosferico e nostalgico. Tanti aggettivi, tante impressioni, forse superflue per chi nel Metal ci vede magari solo potenza e considera tutto il corollario dei dettagli che ci ruotano attorno come un fastidio evitabile, ma per questa band i corollari, i dettagli e le più impercettibili sfumature, i più piccoli contorni, contano eccome: complice una produzione e l'arrangiamento dei brani talmente perfetti da rasentare la follia, "Sagas" lascia dietro di sé una scia di annichilimento e di meraviglia che, per parte mia, raramente ricordo di aver provato in questi ultimi tempi."---->
06. In Mourning - Shrouded Divine: "Una sorpresa. Una stupefacente sorpresa sono questi giovani "In Mourning". Una band svedese ai più sconosciuta, ma con alle spalle un periodo di gavetta decennale di tutto rispetto, tanta voglia di suonare e influenze musicali di tutto rispetto, che non investono i soliti In Flames o i Dark Tranquillity, no! Piuttosto la proposta di questi ragazzi è un miscuglio di raffinatezze ed eleganze sonore che riescono a coniugare il meglio del Death Metal Progressista di marca Opeth, coi giri plumbei, catacombali e fascinosi dei Candlemass. Il tutto con una semplicità ed un'orecchiabilità disarmanti."---->
05.Moonspell - Night Eternal:"Tornano. Gli incubi, tornano sempre. I contorni a volte li si riconosce, a volte no. Hanno profili cangevoli e a volte non si riesce proprio a capire quali siano i lembi che li demarcano. Ci si aggrappa a poche e stentate permanenti sicurezze. A volte no. Come nel caso dei Moonspell."---->
04.Opeth - Watershed:"Gli Opeth. Ci sarebbe da scrivere parecchio su questa band svedese, capace di mescolare la violenza del death con la precisione e il virtuosismo del prog e la zampillante fantasia del jazz e chissà con cos'altro ancora. Spesso vengono criticati per la loro relativa incapacità di evolversi, oppure per la monotonia delle loro lunghe e complicate canzoni, ma anche per l'azzardata fusione dei generi sopracitati che non a pochi ha fatto storcere il naso (le orecchie?). Eppure la loro musica ha sempre attratto ed affascinato molti, me compreso ovviamente."----> Hell, su Debaser.it. Grazie!!!
03. Amon Amarth - Twilight of the Thunder God: "Alla fine, a ricapitolare tutto poi, c'è "Embrace the Enedless Ocean" la canzone più lunga della scaletta, dotata di una sezione strumentale affascinante ed oscura, con assoli di chitarra melodici ed impastati all'atmosfera quasi sacrale che si è voluta creare.
Forse il risultato finale parrebbe dover stonare con tutto il resto, ma non è così. Anche questo sono gli Amon Amarth, e si potrà, io credo, amare solo questo brano e trascurare tutti gli altri se fosse necessario.
Non cambierebbe nulla.
La bellezza emanata dalle note della band in sei minuti e rotti è abbagliante, e senza remore lo dico."---->
02. Eluveitie - Slania: "C'è un fatto sostanziale che divide le band che ritengono di dover "cavalcare l'onda" e quelle che invece le tendenze le fanno proprie, le miscelano, le coniugano con altre attitudini, le spezzettano, poi le riamalgamano ed infine le compattano, creando una macchina da guerra invulnerabile, connubio di potenza, epicità, folclore e genio."---->
01. Metallica - Death Magnetic: "I Metallica del 2008.
Più vecchi, più maturi, probabilmente più svogliati, ma per questo non meno incazzati dei tempi di "Master of Puppets". E così, preso a pedate Bob Rock, (e c'è voluta addirittura una petizione on-line per convincere i quattro ad allontanarlo!) loro Think-Thank in questi ultimi squallidi anni, e assoldato Rick Rubin, padre già del suono degli Slayer, e hanno rimesso mano al genere che è a loro più congeniale: il Thrash Metal appunto."---->
E' vero: il genere Viking è vecchio e stantío.
Nessuna band riesce più ad essere originale e a proporre qualcosa di veramente alternativo per le orecchie ormai esauste di chi ha iniziato magari coi Bathory, e oggi si trova a dover fronteggiare un'armata infinita di gruppi che sembrano quasi divertirsi a disorientare i fans, comminando melodie semplici da piantarsi in testa con il Black Metal, per esempio, o con l'Heavy, o, infine, con il Death.
E' vero, il Viking è morto, come è morto il Metal e come è morto il Rock'n'Roll.
Pace all'anima loro.
Ma, infine, chi se ne frega di tutti questi assiomi se si riescono ad apprezzare gli Amon Amarth?
Band abbastanza "quadrata" e con obiettivi e derivazioni abbastanza chiare, passando per vicende alterne e per lavori eccellenti e più o meno buoni, oggi si può dire che sia, forse e senza bestemmiare, il simbolo e l'emblema di quella potenza sonora che non fa prigionieri e che fa dimenticare in un botto di trovarsi di fronte ad una riproposizione, più o meno palese, di temi già detti da altri.
Ma se così è, e se non si apprezza la continuità sonora e quello che ne viene di questa band, allora di converso si dovrà dare atto agli Amon Amarth del loro talento innato nel creare, volta per volta, canzoni sempre cazzute e potenti, ben calibrate e che di sicuro faranno la gioia di chi ne ha dimestichezza.
Questo "Twilight of Thunder God" di certo non sarà un disco che cambierà la storia, e nemmeno mai farà cambiare parere a chi non ci vede null'altro che pacchianeria, o modestia, o addirittura noia.
Sarà un disco che in molti ameranno e in tanti ignoreranno.
La sostanza non cambia.
Quella secondo la quale questo è un album che ha tutte le carte in regola per regalare momenti davvero esaltanti a chi cerca i classici temi del genere a cui gli Amon Amarth appartengono: un buon equilibrio di epica, potenza, melodia e decorsi vichinghi vari. Il tutto condito, quì, ad un amore viscerale per gli Slayer d'annata in particolare.
Rispetto a "With Oden On Our Side" la direzione stilistica non è poi cambiata molto, ma chi li conosce capisce bene che non è questo che si cerca negli Amon Amarth.
Le canzoni sono tutte ben fatte, ben prodotte e non mancano di raggiungere l'obiettivo percui sono state composte, e cioè "spaccare".
In questo, il gruppo non è secondo a nessuno, e non lascia un attimo di tregua a chi li ascolta, sin dalle prime note di "Twilight of Thunder God" che, per inciso, si pregia della collaborazione di Roope Latvala, già nei Children of Bodom e nei Sinergy, passando per "Free Will Sacrifice" e arrivando a "Guardians of Asgaard", primo vero gioiellino di questo disco, che invece stavolta si avvale della collaborazione di Lars-Göran Petrov (se non sapete chi è non è affar mio: informatevi, perdio!) che nel coro della canzone si affianca al growl raschiato di Johan Hegg, rappresenta l'esempio eccellente e lampante di che cosa vogliono essere gli Amon Amarth alla pubblicazione del loro settimo lavoro.
In questa canzone, che è un pò il manifesto dell'intera composizione globale, si alternano in fasi sovrapposte tutte quante le peculiarità della band.
Quelle che ho elencate prima, e che di certo ribadiscono bene il concetto secondo il quale per essere "tosti" bastano poche, semplici cose, ma bene assortite e certamente tenendo ben presente il talento e l'attitudine.
Tutte quelle cose che quì, lo ribadisco ancora, non mancano.
Le chitarre vomitano accordi su accordi formando un muro di suono impenetrabile e granitico. La batteria macina battute su battute senza perdere un colpo, ed anzi, forse proprio il lavoro eccelso di Fredrik Andersson riesce certe volte a trainare tutti quanti gli altri componenti, come, per esempio, in "Varyags of Miklagaard", dove l'attacco selvaggio in prima battuta, fa da preludio a una base ritmica dal tono cadenzato e pesante, divincolandosi infine in un coro da apprezzare.
Prima parlavo di "slayerismi", o quantomeno di sentori più o meno marcati tra l'inizio e la fine del cd. Ebbene, una su tutte: "Tattered Banners and Bloody Flag" ne è forse l'archetipo, oltreché, a parere di chi scrive, il brano meglio riuscito del lotto.
Tutta la struttura sembra proprio ricalcare quanto gli Slayer avevano precorso in passato, con maggior sentimento e cattiveria se si potesse, e quì, la parte cantata da Hegg è anche la migliore e meglio accoppiata con la base sonora, passando alternativamente da un growl bestiale, furioso e sempre cavernoso, ad uno scream selvaggio e sporco, che non di certo può paragonarsi a nulla se non alla sua ugola.
Naturalmente, il tutto imperniato su uno schema micidiale di epica che va facendosi via via più pronunciato verso la fine di brutalità e potenza melodica.
Ma le sorprese non sono finite quà.
Perché il disco continua, muovendosi sempre su coordinate standard e ben collaudate, immettendo, volta per volta, sempre nuovi e diversi elementi, che vanno dalla struttura vorticosa con annesso coinvolgimento dell'elettronica di "The Hero", altro piccolo e furioso gioiellino, sino agli esperimenti quasi Heavy di "Live for the Kill", che si sciolgono a tre quarti con un'intermezzo dolce e triste eseguito dagli Apocalyptica, che termina d'improvviso con una sfuriata assassina e dolorosa.
Alla fine, a ricapitolare tutto poi, c'è "Embrace the Enedless Ocean" la canzone più lunga della scaletta, dotata di una sezione strumentale affascinante ed oscura, con assoli di chitarra melodici ed impastati all'atmosfera quasi sacrale che si è voluta creare.
Forse il risultato finale parrebbe dover stonare con tutto il resto, ma non è così. Anche questo sono gli Amon Amarth, e si potrà, io credo, amare solo questo brano e trascurare tutti gli altri se fosse necessario.
Non cambierebbe nulla.
La bellezza emanata dalle note della band in sei minuti e rotti è abbagliante, e senza remore lo dico.
Non ho altro da aggiungere, se non il pregarvi di ascoltare questo disco.
Ovvio, solamente a chi interesserà e avrà più passione che preconcetti nel proprio armamentario. Io sono sicuro di trovarmi in buona compagnia quando ascolto gli Amon Amarth.
Del resto, l'ho detto prima: chi se ne frega. »»» Debaser.it
Embrace the Endless Ocean
I stroke the blade with my hand,
The sharp edge cuts the skin.
Blood drips to the rain-wet sand;
My journey can begin.
Once a slave, but now I'm free
My honor is restored!
Once again, I ride the seas
Free at last, from whip and oar
I slide the sword into a sheath
The ocean god is hailed
And as we push out to the sea
We raise the rest of sails
I've missed the breeze of my home shore The frozen lakes and winter snow... But now my dream starts to unfold. Father, I’m coming home!
The storm devoured without remorse
And water crushed the rails
The ship was thrown back and forth
A strong wind ripped the sails
The icy waves embrace my skin,
I am going down
The endless ocean swallows me
This will be my hollow tomb