A volte succede che per un certo periodo, dai contorni non ben definiti, si finisca per "perdere le parole", o per meglio dire, per "seppellirle", facendole morire già quando risalgono verso la lingua, prima che prendano a pizzicare e a far vibrare le corde vocali: ma non è mai grave.
Perdere i pensieri, quello sì che sarebbe un bel guaio, ma fortunatamente per me non se ne è mai presentato il caso. Semmai quello inerisce quello che in tutto questo tempo ho avuto da fare, che ha morsicato e mi ha portato via il tempo, e forse pure un pò la voglia di mettermi a scrivere. Compuntamente e alla maniera che sempre ho voluto.
Questo però non è il momento delle speranze che, dopotutto al mio riguardo, sono state pure quelle "seppellite" e dimenticate chissà dove. Lamentarsi è senz'altro inutile, e dunque, provo a far pronunciare alle mie gambe qualche piccolo passo, esile e minuto, muovendomi, come una volta una persona mi disse, "come se dovessi percorrere una strada il cui lastricato è rappresentato dalle uova" che, per molti motivi, sarebbe utile e consigliabile non schiacciare.
Siccome in questo ultimo esercizio, a ragion veduta, ritengo di essere un maestro, allora si capisce bene perché, alla mia non-veneranda età, d'accordo, con tutti i pregi e i difetti che mi sono propri, d'accordo ancora, con la testardaggine, l'orgoglio, l'insensatezza, pure, e per finire il cinismo e l'atteggiamento forse troppo distaccato e glaciale che mi ritrovo; ho pure voluto, in questo tempo intercorso, riflettere un poco. Dedicandomi a facezie (come per esempio alla mia sempre latente esterofilia su facebook), ma anche a cose che, come dicevo prima, mi hanno rubato tutto il tempo.
Ma, in definitiva, sono stato io a concedermi alla frenesia. Quella dell'essere sempre indaffarati ed impegnati all'inverosimile, perché, come da manuale di psicanalisi, avevo da colmare tutti i rimproveri e le contumelie che ho sempre voluto negarmi; il cui essere, naturalmente, ha avute tutte le sacrosante ragioni d'essere.
Ma nessuno è perfetto. Non lo si è mai.
Spero che non mi si accusi, almeno questa volta, d'essere stato troppo "borbonico", né d'aver fatto la figura dell'uomo "veramente piccolo", né "dell'arido". Spero di non esser stato, per una volta, tutte queste cose. O quantomeno, d'esserlo stato, ma con almeno dalla mia la coscienza.
Quello è un demone terribile che di sciabole affilate non me ne ha mai risparmiate nessuna, ed anzi, quando è stato il momento che ha ritenuto più opportuno, s'è sempre divertito a provarle sulla mia pelle: ha percorso il contorno delle mie occhiaie e le ha rese sterili e vuote, quello della mia faccia e l'ha tagliata, facendola sanguinare, quello dei miei pensieri, e adesso, forse, s'è accontentato, esausto e soddisfatto.