domenica, 08 novembre 2009

New moon, would you open the gates
and take me away from this night?
New moon, between the curtains
Walk me away on your silvery bridge
New moon, lay your mercy on me tonight...


Swallow the Sun - New Moon

Scorrono i giorni e si consumano, investiti da veli opachi e sporchi di cera che anziché riscaldarsi, si raffeddano presto.
Troppo presto.
Svettano acuminate come dardi tinti di pece, verso l'alto le speranze, e si dissolvono solidificando ogni loro senso e significato.
Il loro residuo, la mia vita.
Come piombo.
Come lontananza e nostalgia.


Prostrato da OzzyRotten alle ore 17:11
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diary of a madman

martedì, 24 marzo 2009

A volte succede che per un certo periodo, dai contorni non ben definiti, si finisca per "perdere le parole", o per meglio dire, per "seppellirle", facendole morire già quando risalgono verso la lingua, prima che prendano a pizzicare e a far vibrare le corde vocali: ma non è mai grave.

Perdere i pensieri, quello sì che sarebbe un bel guaio, ma fortunatamente per me non se ne è mai presentato il caso. Semmai quello inerisce quello che in tutto questo tempo ho avuto da fare, che ha morsicato e mi ha portato via il tempo, e forse pure un pò la voglia di mettermi a scrivere. Compuntamente e alla maniera che sempre ho voluto.

Questo però non è il momento delle speranze che, dopotutto al mio riguardo, sono state pure quelle "seppellite" e dimenticate chissà dove. Lamentarsi è senz'altro inutile, e dunque, provo a far pronunciare alle mie gambe qualche piccolo passo, esile e minuto, muovendomi, come una volta una persona mi disse, "come se dovessi percorrere una strada il cui lastricato è rappresentato dalle uova" che, per molti motivi, sarebbe utile e consigliabile non schiacciare.

Siccome in questo ultimo esercizio, a ragion veduta, ritengo di essere un maestro, allora si capisce bene perché, alla mia non-veneranda età, d'accordo, con tutti i pregi e i difetti che mi sono propri, d'accordo ancora, con la testardaggine, l'orgoglio, l'insensatezza, pure, e per finire il cinismo e l'atteggiamento forse troppo distaccato e glaciale che mi ritrovo; ho pure voluto, in questo tempo intercorso, riflettere un poco. Dedicandomi a facezie (come per esempio alla mia sempre latente esterofilia su facebook), ma anche a cose che, come dicevo prima, mi hanno rubato tutto il tempo.

Ma, in definitiva, sono stato io a concedermi alla frenesia. Quella dell'essere sempre indaffarati ed impegnati all'inverosimile, perché, come da manuale di psicanalisi, avevo da colmare tutti i rimproveri e le contumelie che ho sempre voluto negarmi; il cui essere, naturalmente, ha avute tutte le sacrosante ragioni d'essere.
Ma nessuno è perfetto. Non lo si è mai.


Spero che non mi si accusi, almeno questa volta, d'essere stato troppo "borbonico", né d'aver fatto la figura dell'uomo "veramente piccolo", né "dell'arido". Spero di non esser stato, per una volta, tutte queste cose. O quantomeno, d'esserlo stato, ma con almeno dalla mia la coscienza.

Quello è un demone terribile che di sciabole affilate non me ne ha mai risparmiate nessuna, ed anzi, quando è stato il momento che ha ritenuto più opportuno, s'è sempre divertito a provarle sulla mia pelle: ha percorso il contorno delle mie occhiaie e le ha rese sterili e vuote, quello della mia faccia e l'ha tagliata, facendola sanguinare, quello dei miei pensieri, e adesso, forse, s'è accontentato, esausto e soddisfatto.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:51
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diary of a madman

giovedì, 15 gennaio 2009



Ogni volta che mi disfo del peso del mio corpo sotto le coperte che mi proteggono dal freddo e dai cattivi pensieri del giorno; ogni volta dico, io la penso.

Chiudo gli occhi stanchi, arrossati dal fumo, con le palpebre che pesanti si stringono quasi facendomi male e poi con un sussulto sembrano liberarsi dalla contrazione nel buio che le avrà in custodia, e penso ai contorni precisi del suo esistere.
Mi sforzo di non renderli invisibili, evanescenti, come già nella realtà sono o sembrano essere, così, impalpabili come la polvere, o come le strane strisce al neon che appaiono e si muovono in un vortice sconnesso quando lo scuro non rifrange più nulla, se non la mia mente rimasta per poche ore da sola.

La penso, e la vedo materializzarsi davanti a me.
I capelli lunghi e fluenti, che disordinatamente le cadono sulla fronte dai riflessi opachi alla luce, dai tratti di matita irregolari, buttati lì, scarabocchiati, marcati più o meno decisamente, il suo viso inanimato e opaco che prende colore e forma velocemente.
Come l'acqua col fuoco che non riesce a spegnere le sue labbra si muovono, mostrandomi denti stretti e palato, e dalla sua gola un mugugno da bambina esce.

Un sorriso le è scappato, ed anche adesso che forse sa d'averlo fatto passare all'arca dei ricordi, forse ancora adesso non ci si rassegna con quietudine allo spirito selvaggio che la agita.

I pensieri che mi lambiscono, che mi percuotono da lontano, sono miei, e saranno anche suoi, perché non si può mai separare la linfa del fuoco con il fluire dell'acqua senza forma.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 20:46
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diary of a madman

venerdì, 26 dicembre 2008

Ogni tanto ti volti e vedi tutto quello che è passato.
Percorri con la punta delle dita il tempo trascorso, e le nocche si imbiancano in certi punti, diventano leggere in altri, quasi a sfiorarli su uno spessore di carta che non esiste, non è veritiero, non è né palpabile né concreto.
In sé non ha niente, se non le chiavi di una catasta immaginifica che hai contribuito ad alzare sempre di più, giorno dopo giorno, anno dopo anno.
Qualcosa che dovresti bruciare, o rendere ancora più vertiginosa ed evanescente.
Così è stato per me.

Mentre le mie mani percorrono il tempo, esse non hanno strumenti per poterlo o saperlo visualizzare. Non c'è formula geometrica o algebrica che possa, in linea teorica o pratica, misurare il mio Tempo.
Quello che è e quello che è stato.

Riesco solo ad aggirarmici, a volte spavaldo, a volte contrito.
E questo è tutto.
Da un inizio ad una fine, da una fine ad un nuovo inizio ad una falsa partenza ad una falsa fine.
Questo è il mio unico metro.
E non ho altro merito.

"Good luck has never been my friend
I've always been the fool
Please don't follow shadows of mine
'cause the time is running out for me
I walk in the path of a misfits blood
No compass can steer my way
No light at the end of the tunnel
And time is running out for me

No gold at the end of the rainbow
No high hopes, dreams deceive..."

Pain - 'Follow Me' -
da "Cynic Paradise" (2008)
Prostrato da OzzyRotten alle ore 15:55
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diary of a madman

giovedì, 09 ottobre 2008

Melodia vicina e lontana mi accompagna.
Non mi sembra triste, ma, scorrendola ed ascoltandola, mi apre il cuore che, fumante, rivela la vibrante debolezza del sentirsi soli.
Non mi scuote nessun tremito, che mi ha abbandonato e mi ha lasciato, esterrefatto di fronte al palazzo immerso nel nulla che mi ha generato.

"Lord I feel I tried much more than most
and I've done the things I wanted to..."

Silenzio che mi porta.
Che mi culla, oltre: lentamente, dolcemente, immancabilmente, verso qualcosa.
Tiepido e sfiorante il viso e le braccia come una brezza asciutta e dalle molteplici vie, che mi attraversa pelle, nervi, carne.
Arrivando alle ossa, rendendole pietra, infrangendo nulla.

"it's that finer concentration of total liberation for me
and the more that I believe in the less that I'm receiving instead..."




Paradise Lost Lyrics | Permanent Solution Lyrics
Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:41
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diary of a madman

mercoledì, 01 ottobre 2008

L'idea originaria era la stessa che animò nel tempo passato un'altra collaborazione con lei, la mia amica Dreamt, ma stavolta il discorso si è fatto sempre più sottile ed artefatto, sicché, da un'idea primigenia di "sdoppiaggio" delle parti, si è passati poi ad una fusione, dapprima leggera, poi man mano più marcata delle nostre proposizioni.
Il risultato è questa amalgama, ispirata dal brano sotto, e che ha un unico punto di vista, ma una direzione un pò "ondivaga": un pò mia ed un pò sua.
Forse chi leggerà capirà bene quali sono le parti su cui sono intervenuto io, e quali le sue. forse no. Noi ci abbiamo provato, e tanto ci basta.



Un altro giorno ancora.
Neppure il sole riesce più a scaldarmi ormai. Rabbrividisco, tremo.
Fasci di luce entrano dalla finestra accecandomi gli occhi cerchiati e solcati di nero: segni non cancellabili, persino per fondotinta o correttori. Le mie iridi blu sono ridotte a punte quasi invisibili, intrappolate tra pesanti palpebre.
Il livore e la paura, che mi cingono la testa pesante come una corona di spine, rendono polvere arsa i miei desideri, e incubo il resto dei miei pensieri.
Sotterro il volto sotto il piumone e mi rannicchio su me stessa, cercando calore nel posto vuoto al mio fianco: Lui è l'unica mia consolazione, tutta la mia speranza, tutto quel che resta del mio Destino.
D'istinto stringo forte il suo cuscino, sporcandolo di lacrime, allontanandolo alla fine bruscamente.
Il silenzio ha investito la mia vita e ha travolto la sua.
Se solo potessi dimenticare, se solo potessi reagire, se solo potessi vivere, se solo...

Sollevo la coperta lentamente, mi alzo e mi guardo allo specchio chiedendomi se il mio volto sia simile alla Morte, perché la Morte sì, ne sono sicura, ha un volto. Ha orecchie cucite con lo spago per non ascoltare le mie preghiere, labbra spaccate e arse dalla sete grave per qualcosa di cui è ghiotta e che si procaccia con sempre crescente puntiglio; ha gli stessi connotati della mia immagine riflessa, che riconosco più. Mi allungo verso la fotografia sul comodino, e quella sono io.
Quella ero io.
Sorridevo guardando lui. Lui. A cui ho donato il mio amore e la mia vita. A cui adesso dono i miei incubi ed i miei silenzi irraggiungibili, vuoti come il buio della spaccatura profonda che ci divide inesorabilmente.
D'impeto, cerco di raggiungere il bagno andando a tentoni per le pareti, le gambe mi sorreggono appena, prese da un fremito: tremano. Tremo.
Giro con violenza il rubinetto della doccia e un getto di acqua bollente mi invade: voglio schiuma profumata che mi investa su tutta la pelle del mio corpo, voglio che si assorba come una spugna asciutta, dentro: voglio che mi tolga quell'odore putrido, sudicio ed insistente che mi travolge forte ancora le narici e mi intorpidisce le ossa, rendendole come stalattiti di ghiaccio disfatte e incardinate verso terra.
Voglio pettinarmi, voglio rendermi bella, voglio essere di nuovo sua.

Adesso, di fronte a me mi guarda sbigottito e trasecolato, quando gli dico senza giri di parole: “Prendimi adesso”.
Chiudo la voragine scura e stretta dei miei occhi mentre le sue dita, che avidamente cerco con le gote, esplorano il mio viso ammorbandolo di un calore misterioso e crescente, che sfavilla dal mio cuore e pulsa le mie tempie.
La sua lingua morbosa scivola lentamente su di me, frenandosi con impazienza sul mio collo e poi sui miei capezzoli inturgiditi, duri come boccioli acerbi di voglia repressa, mentre una mano intera sfiora il mio ventre.
Il mio ventre usurpato. Violentato. Tronfio di una creatura bastarda e spuria, lontana da me, anche se la porto sempre con me. Anche se è in me.
Vestiti strappati da artigli adunchi come fruste sferzanti infuocate. Lacerati. Pugni e calci e schiaffi e urla che stridono come unghie su vetri infranti, spaccati e leziosamente, con metodo, lanciati come coltelli contro la mia carne, contro di me; e che mi comandano di stare ferma, di non muovermi, di non gridare, di non agitarmi, perché se no, altrimenti è peggio. Perché lì; lì nella penombra muta nessuno potrà sentirmi.
Risate, come versi di iena, quando lo sento entrare dentro di me, penetrarmi con bestialità dentro, nel profondo, nello scuro denso come la pece che mi ribolle dentro, scoppiandomi in bocca ed implodendo in una muta richiesta d'aiuto.
Vomito, di nuovo.
Silenzio, di nuovo.
Tremo.

Dicono che ci sia una seconda voce in noi; ci ho sempre creduto e le ho sempre dato ascolto, io, finora. Ma adesso no. Tace. Silenzio anche lei, ora.
Mi è morta risalendo il canale adulterato della gola, è rimasta avvinghiata stretta alle corde vocali spezzandone ogni suono, pure il più flebile.
In trappola. Come me, tra questi muri che sembrano schiacciarmi di macerie e di polvere, crollandomi addosso. Forse ormai sono parte di loro, abbozzata dello stesso bianco sgretolato e affranto.
Se la rabbia arrossisce allora cosa provo io?
L'unica cosa che duole sono i lividi che occupano la mia memoria, anche se invisibili da tempo, e quel senso di nausea perenne che non mi abbandona mai.
Sei tu piccolo bastardo?
Uno sfarfallio lieve, impercettibile da dentro sembra annuire.
Ti odio, lo sai? Sì, lo sai.

Apro la porta di casa, esco, richiudendola piano alle mie spalle: è notte fonda ormai, una notte senza luna e il tempo è passato veloce, senza che nemmeno me ne rendessi conto.
Esco: la nebbia si alza sinuosa e pesante dalla superficie buia e immobile del lago, venendo a sfiorare il mio viso.
I miei passi li inseguo, nascosti uno dietro l'altro. Aprono una strada di luce incerta verso il molo. Lo costeggio di lato, come se fossi una equilibrista in bilico appesa ad un filo. Arrivo al termine, alla fine, e un ultimo piccolo passo ancora. La Fine.

Non tremo. Non più.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 13:53
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diary of a madman, darkening

domenica, 21 settembre 2008



- Fa tanto freddo qui... - aveva mormorato lei, giusto per dire qualcosa, e in un gesto automatico si era stretta le braccia intorno al corpo.
Faceva davvero freddo quel giorno, al parco, e il respiro si condensava in nuvolette di vapore che restavano sospese per qualche istante a riempire la distanza tra loro. Il vuoto che lui aveva creato, e lei aveva accettato.
Lui le lesse la paura nello sguardo, ma non fece nulla.
Non la strinse a sé, per scaldarla.
Non parlò.
Poteva quasi sentire il cuore batterle sotto il cappotto in rintocchi sordi, rallentati, ogni volta che tratteneva il fiato.
E ancora tacque.
Snocciolò mentalmente il discorso che aveva preparato con cura, per l'ennesima volta. Ogni parola pesata, sofferta, nel tentativo di smussarne la durezza.
La mano di lei sulla sua - all'improvviso - lo fece sussultare, ma non si sottrasse al contatto.
Si era levata il guanto, notò. Le dita candide e sottili erano gelate, contratte da un tremito.
Tutto gli sembrò irreale, come la scena di un film.
Vide se stesso e lei, straniati. Estranei.
La panchina verde e scrostata su cui sedevano, l'erba irrigidita dal ghiaccio, gli alberi spogli e neri.
La sua sciarpa bianca.
I capelli di lei quasi bluastri nella luce livida del mattino.
Come colonna sonora soltanto il silenzio, rotto di tanto in tanto dal gracchiare lontano delle taccole.
In quell'istante la odiò. La odiò per non essere costretto ad odiare se stesso, per puro spirito di sopravvivenza.
-E' finita- disse, atono.
Niente discorsi lunghi, decise. In fondo era meglio un taglio secco; una ferita netta, chirurgica, che non lasciasse spazio al dubbio. O a ripensamenti.
Accigliato, sollevò lo sguardo al suo viso, stringendo le labbra in una linea sottile. Sfidandola.
Lei non replicò.
Divenne solo un po' più pallida, la mano che le scivolava sul grembo - inerte - e restava là, aperta, col palmo verso l'alto come una richiesta taciuta.
Poi parve accartocciarsi piano su se stessa, simile a un fiore bruciato dalla brina o a una bimba smarrita, piccola e minuta qual'era.
Lui avrebbe preferito che gridasse, che lo insultasse. Qualunque cosa che non fosse quel mutismo opaco e rassegnato.
Il suo piccolo angelo. Lei così forte. Lei così combattiva.
Arresa. Stroncata da due semplici parole.
-Non dici nulla?- le chiese, alla fine.
E di nuovo il suo silenzio accusatore lo trafisse alle spalle, mentre chino sulle mani a coppa accendeva una sigaretta di cui non sentiva voglia.
Lei scosse il capo. Prima lentamente, quindi con sempre maggiore convinzione.
Negava a se stessa la verità che aveva appena ascoltato.
Il naufragio di un futuro ipotecato su basi troppo fragili. Senza un relitto cui aggrapparsi, o un sos da mandare.
Il vuoto si spalancava davanti ai suoi occhi, ingoiando come una maelstrom tutto quel che era stato.
La vertigine la strappò alla panchina, mosse i suoi passi incerti sulla ghiaia del viale.
L'importante era camminare, si disse.
Lontano da quell'assenza che rischiava di lacerarla.
Più tardi, forse, avrebbe pianto davanti alle vecchie foto. Le avrebbe bruciate sul posacenere, ad una ad una. Avrebbe cancellato date e numeri di telefono.
E sarebbe riemersa dal pogrom emotivo.
Fluttuando come una sirena nel mare amniotico della dimenticanza.

( On air : The Siren Songs, by Thomas Feiner & Anywhen )




»»» Autrice Mjertovjek



È finita - disse. E anche mentalmente se lo ripeté nello stesso identico modo: spingendo le “f” quanto più fuori possibile, quasi a volerlo sottolineare una volta in più.
Finita. Finita. Finita.
C’era un tempo in cui la lingua sembrava sciogliersi sulle parole, come una lastra di ferro sottile su una piastra temprata e rovente: “Lasciva, sinuosa, scivolava lussuriosa…”.
C’erano volte, quando lei l’abbracciava stretto, tesa sulle lenzuola sudate, che sembravano doversi replicare all’infinito e non esaurirsi mai.
Lei pure sembrava sciogliersi, lasciva e sinuosa, scivolando su di lui e chiudendosi ermeticamente lungo le sue braccia e il suo petto, avvinghiandosi con calma disperata al suo fiato che spirava calmo e stantio dai polmoni esausti.
C’erano volte, ancora, quando camminavano assieme, stretti per i viali d’autunno tappezzati di foglie che svolazzavano, portate dal fiato stanco e tenue del clima invecchiato prima dell’inverno, che non era nemmeno necessario doversi guardare negli occhi per capirsi. Che cosa c’era da perdere o da trovare in quell’acquosità profonda come un pozzo, che non si potesse già immaginare?
Ma adesso no. Adesso è finita.
Finita. Finita. Finita.
Nessuna cornice di penombra reclama più sospiri, o parole dolci. Niente più circonda e sostiene e costringe lievemente due persone che non hanno più nulla da dirsi, e nessuna parte profonda più da dover esplorare.
Il buco nero che li ha risucchiati non ammette giustificazioni.
Finita. Finita. Finita.

Lei s’era alzata in silenzio da quella panchina, deambulando incerta come se fosse stata stordita da un oppiaceo. Ma non aveva perso la sua dignità. Non aveva perso quella scintilla di forza che le riverberava nel petto, evidentemente, e che le aveva dato la facoltà forte, eppure muta, di alzarsi, senza dover dire nulla, e di andarsene.
Sola. Libera e crocifissa al dolore che l’accecava.

Quanto sarebbe stato semplice se lei si fosse messa ad urlare. Se l’avesse coperto d’ingiurie, se l’avesse picchiato perfino. Tutto, meno che la sfera di silenzio incrinata della pena che lei si portava appresso, come un monolite grigio e irto di ricordi belli, ansiosi e fantastici, e per quello più drammatici, più duri e granitici, affilati come rasoi che torturavano la carne, rendendola poltiglia. Rendendola niente.
Ma così non era stato.
Faceva freddo in quel giorno di sole autunnale non più violento, non più inverecondo, con tutta quella luce evanescente e crudele a smembrarsi ed infrangersi ovunque, sulle schiene dei passanti che camminavano in lontananza, o sulle gote dei giovani che passavano frettolosamente coi libri sottobraccio, non accadde nulla, se non la fine di ogni speranza, e di ogni ipotetico, prima ineluttabile, ora improbabile futuro.
Insieme, solo noi, insieme, come mille. Adesso come nessuno.
Adesso nessuno ci tirerà più fuori da questa disperata luminosità che ci ha ucciso.

( On air : Out of this Gloomy Light, by Swallow the Sun )






»»» Autore Ozzy
Prostrato da OzzyRotten alle ore 19:21
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diary of a madman

sabato, 13 settembre 2008

I fiori che ti ho regalato non avevano spine per offenderti. Sappilo.
Dal loro gambo avvelenato non è uscito che livore purtroppo, e il succo dell'indifferenza, perché siamo mortali, siamo destinati ad una fine che ci schiaccerà con lo stesso atteggiamento di concupiscenza e sfida con cui noi vagheggiamo di grandi, piccole cose.

Questa è stata la tua fine, abbracciando contenta e ingenua quei fiori dall'estraniante profumo arido e sconosciuto.
Sorridendo ancora una volta alla senescenza della solitudine, e al riverbero di un sole che non c'è più.

Questo siamo noi. Fiori di cenere avvelenata.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 00:38
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diary of a madman

domenica, 07 settembre 2008

Me la sono presa comoda, d'accordo. Per me però è ancora tempo di ferie, e se non materialmente col corpo, ma piuttosto con la testa, questa prima settimana di ripresa è stata una specie di "Viaggio Astrale" negli ultimi periodi passati.

Tre settimane di relax, letture, giri per castelli, musei, laghi, monti, mari e chi più ne ha più ne metta, mi hanno infervorato a tal punto che, se la NASA volesse mai istituire una equipe di studio per la costruzione di un laboratorio da teletrasporto, non avrebbe che da venire a bussare al mio umile uscio: lavorerei anche sedici ore al giorno per la metà della metà dello stipendio che percepiscono gli scienziati che ci lavorano.
Temo però che quel futuro che tanto vado agognando, fatto di "Enterprise, portami a Lubiana" sia molto, ma molto molto lontano, e quindi devo affidarmi più prosaicamente ad un motore diesel (sedici valvole, certo), pur sempre relegato a percorrere chilometri via terra e non via cielo. Pazienza. Lo dicono tutti che sia una virtù, io piuttosto temo che sia una scusa bella e buona per abituarsi alla rassegnazione dell'ordinarietà del lavoro e della vita comune dell'uomo occidentale civilizzato con un grado d'istruzione medio.

Stavolta non farò nessun elenco delle cose che "ho scoperto" riguardo alle popolazioni illiriche, perché ormai a dire il vero, in tre anni che ci vado e ci ritorno, mi sembra di aver raggiunto un buon compromesso tra quello che so, e quello che non posso sapere per l'ovvio ostacolo di quella che loro, ostinatamente, pretendono chiamare lingua, ma che per me rappresentava solo un miscuglio oscuro di movimenti labiali accompagnati da suoni incomprensibili, tali da farmi sembrare tutte le innumerevoli band di Swedish Death Metal che ascolto, come enciclopedie soltanto da aprire.

Ecco una cosa da fare: civilizzare gli Illiri e renderli conformi agli standard culturali e filologici neo-latini. Un pò come fece Cesare coi Galli. Il problema è che a me manca l'Imperium e anche lo possedessi mi mancherebbero le legioni. Pazienza. Ancora.

Per adesso va bene così. Mi trastullo in questa serata calda, prosieguo di una Domenica dove i polli bollivano senza essere sgozzati, mi preparo qualcosa per cena, ascolto gli Equilibrium (sublimi), fumo le mie brave marlboro, e magari do l'assalto al romanzo fresco fresco di stampa che ho acquistato oggi in libreria.

Refosc, please...
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:15
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diary of a madman

domenica, 24 agosto 2008


Il castello e il lago di OtoÄec

»»» I posti che abbiamo visitato finora:

- Podbela (al confine con la provincia di Udine);
- Kobarid (Caporetto. L'ossario italiano. Come ogni anno);
- Aquileia e Grado;
- Novo Mesto;
- OtoÄec;
- Kostanjevica na Krki;
- Bela Krajina;
- La Certosa di Pleterje;
- Castello di Soteska;
- Castello di Bogenšperk;
- Zaplana.

Presto un resoconto dettagliato con le descrizioni di tutti i posti e tutte le curiosità.

Coming soon...
Prostrato da OzzyRotten alle ore 15:58
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diary of a madman, slovenia