martedì, 13 novembre 2007

Ieri mattina, presentandomi al lavoro ho avuto la stessa sensazione straniante, da "aria cattiva" che si respira ai funerali, o quando, paradossalmente ci si sente tristi per qualcosa che è lontano, ma che si sà bene, molto probabilmente (ma non in maniera assolutamente impossibile) non verrà mai a toccarci: un bambino tra i tanti che muore di fame e di sete in Africa, tratto a caso dalle migliaia e migliaia che periscono come mosche ogni giorno sotto l'indifferente occhio degli organismi internazionali economici e politici; una donna che viene struprata e massacrata nel centro di una qualsiasi città della nostra civilissima Europa a "25" marce (ridotte e veloci, si capisce), che discute di integrazione, di globalizzazione, di coesione economica, di rapporti deficit/Pil tassativamente da tenere aldisotto del 3% ma che poi, magari, non riesce a garantire la sicurezza dei propri cittadini.
Il bene primario di ogni paese realmente civile: la sicurezza dei propri cittadini.
Quello, tanto per intenderci che viene prima di qualsiasi sicurezza economica (bella balla pure quella. Ma non è di questo che voglio parlare), di qualsiasi trattato ai "vertici" cui la gente presta la stessa attenzione che presta per un moscerino mangiato da un camaleonte, ma che i mass media, microfoni di regime, registrano come la più sensazionale e strabiliante delle notizie.

Ecco, l'aria cattiva che mi toccava respirare ieri mattina era proprio questa.
Logico che non si possa iniziare col buonumore una settimana così, se poi vieni a comprendere che l'aria marcia, quella brutta e mefitica, è generata dal fatto di cronaca di cui tanto si discute in queste ultime ore, allora...

Succede che sulla A1, ad un Autogrill, un poliziotto, nel tentativo di disperdere un gruppo di esagitati cafoni che manco si conoscevano tra di loro, ma con una gran voglia di menar le mani, giustappunto preparandosi alle prove generali del combattimento col coltello tra i denti, da svolgersi nel luogo che oggi sembra essere più adatto alla bisogna: lo stadio, abbia malauguratamente avuto la brillante idea di estrarre la pistola d'ordinanza e di sparare.

In aria s'è detto in un primo momento.
Ma poi s'è capito, grazie a complicati ragionamenti astrusamente logici, che un colpo sparato in aria non può uccidere un uomo, a meno ché questo non abbia le ali e voli ma che, invece, era un ragazzo che stava dormicchiando in macchina mentre i suoi amici s'erano fermati in una stazione di servizio per farsi un caffè o una pisciatina, prima di recarsi, pure loro, nell'arena neroniana dello stadio.

Nel mentre dello svolgersi di questi arcani e complicatissimi calcoli balistici sono passate ben tre ore abbondanti.
Da quando il colpo è partito dalla canna della pistola, sino a quando la questura d'Arezzo ha diramato il comunicato ufficiale che dichiarava d'essersi verificato un "incidente" tra una pattuglia di polizia ed un gruppo di facinorosi terroristi con sciarpe, bandiere, manganelli e mazze ferrate.

Seguaci di Osama; talebani o comunisti, o magari anarco-insurrezionalisti (quanto mi piacciono queste due parole: da sole riempiono un vocabolario di sciocchezze), venuti da chissà dove a cercarsi il martire della domenica da annoverare tra i "santi" immolati allo Stato Democratico.

Ma quale Stato Democratico? Quale Repubblica?
Quale Stato realmente Democratico nasconde una tragedia trincerandosi dietro la facile risposta dei "fatti non chiari"?
Mi si dica quale. Mi si ponga un esempio.
Io non ne conosco.

Per tre ore il Ministero dell'Interno, la Questura di Arezzo ed il Prefetto della città hanno nascosto ad un paese intero che a rimetterci la pelle nell'"incidente" avvenuto tra un poliziotto ed un "bivacco di manipoli", non è stato altro che un ragazzo, Gabriele Sandri, di 25 anni, che ha avuto la colpa di essere, come si dice in questi casi "nel posto sbagliato al momento sbagliato".

Nell'epoca in cui, quando morì il vecchio Papa, si sapeva benissimo persino quanti vagiti emise il pover'uomo prima di spirare e di andarsene in grazia del suo Dio, sembra impossibile che ci vogliano tre, dico tre ore, tre fottutissime ore per stabilire la dinamica di un omicidio.

Perché purtroppo, per quanto la parola possa essere pesante, di questo si è trattato.

A me queste cose fanno realmente incazzare. Più del solito almeno.

In sè, il fatto mi può sembrare come una tragedia, per carità, ma è tutto quello che ne viene appresso, che sinceramente mi da il voltastomaco.

I politici che si accapigliano nell'accusarsi gli uni contro gli altri di incapacità, quando poi alla sera la rabbia degli Ultras è scoppiata devastando i quartieri di una città come Roma, e la polizia se ne stava rintanata nelle caserme per non "provocare" ulterioremente, e non esagitare ancora gli animi; i forum dei tifosi di calcio che chiudono per lutto e promettono guerra e vendetta allo Stato, e tutti quanti quelli che chiedono, ancora oggi, che il campionato di calcio venga sospeso sine die.

Signori, vi ravviso di una cosa: il campionato di calcio andrebbe bandito per legge perdio!
E non serve chiudere gli stadi, bandire le trasferte o blindare il campo di gioco.
Non serve a nulla.
Sarebbe come chiudere le autostrade perché su di esse avvengono gli incidenti del sabato sera, proibire di coltivare la vite perché l'alcool è una droga che crea dipendenza.
Cosa c'entrano gli stadi?
Cosa c'entra il proibire le trasferte quando i teppisti pure in casa loro rimangono sempre teppisti?
Non ci credete?
Andate a passeggiare nei dintorni della stazione Tiburtina di Roma, o a Scampia a Napoli, magari pure di notte.

Il calcio va proibito per legge, perché è uno di quegli strumenti che il Potere usa per distrarre gli abitanti di una paese da altre cose, più gravi, che hanno una direzione che conviene occultare. Succede così pure nelle favelas brasiliane, dove si muore per droga, miseria ed inedia, e tutti abitano in baracche rose dai topi e dalla sporcizia, ma non rinunciano mai ad una partita di calcio o alla samba.
Ecco a cosa serve il calcio.

E allora, proibiamolo, no?
O quantomeno, costruiamo degli stadi blindati, fuori dalle città, dove all'ingresso verranno montati dei cartelli con su scritto: "entrate a vostro rischio e pericolo", o magari, per ricordarci che viviamo comunque nella patria di Dante, un più poetico "lasciate ogni speranza, voi che v'entrate".
Col cazzo che si vedranno più padri affetti da pinguedine, accompagnare i figli a vedere la squadra del cuore! Una bastonata tra i denti daranno ai loro pargoli.

Così succederà che tutti quelli che saranno tanto incoscienti da andarci allo stadio, sapranno che corrono un rischio reale e che a procurarselo saranno loro in prima persona, e non potranno caricare lo Stato, gli altri cittadini che non ci vanno invece, dei loro errori, e della loro deficienza, coi costi in sicurezza pubblica e sanità d'urgenza che ne deriverebbero.

Che gli Ultras si scannino, fino all'ultimo.
Che si bastonino, che si sparino, che si malmenino, che si sputino gli uni contro gli altri, che si insultino, che si prendano a sediate.
Fino all'ultimo individuo esistente.
Morto per propagandare la propria "fede".
Un pò più stupida della seppur non condivisibile cialtroneria cattolica, ma sempre di fede si tratterebbe, e che diavolo!

Forse allora qualcuno di loro capirà, alla fine, che non è poi tanto intelligente morire, essere malmentati o insultati per 2o deficienti, più due portinai, che corrono appresso ad una stupida palla bianca e nera.

Oggi si piange tanto per il povero ragazzo morto domenica.
Io piango per la pantomima e le strumentalizzazioni che tutti ne stanno facendo. Basta leggere il suo profilo su Myspace. Basta guardare i telegiornali o aprire i giornali stampati.
Semplicemente, ancora, da voltastomaco.

E poi, forse abbiamo dimenticato che qualche mese fa, in circostanze quasi analoghe, morì un ispettore di polizia, Filippo Raciti, colpito da un sasso alla testa da un tifoso certamente "fedele" alla propria squadra del "culo", e rimasto a terra mentre stava cercando di domare la rivolta di un branco di scemi, che, tanto per cambiare, volevano menare un altro branco di scemi.
Sempre, ncome d'uso, in virtù della "fede" calcistica già nominata, che ormai dovremmo riconoscere come Religione di Stato, tanto sembra essere forte.
Chi si ricorda di quest'uomo, siciliano, sposato ed onesto, che detestava il calcio ma che veniva pagato due lire per espletare il suo dovere di fautore dell'ordine pubblico, in un posto dove probabilmente, se non fosse stato per la divisa che portava, non sarebbe andato manco se lo avessero pagato?

In quanti hanno aperto un blog per perpetrarne la memoria?
In quanti hanno scritto frasi strappalacrime per consolarsi della sua morte?
In quanti si sono ripromessi di commemorarlo in massa ai suoi funerali?
Quanti?

E allora, per finire, non ho forse ragione a dire che il calcio bisognerebbe proibirlo?
Non ho forse ragione a volere le arene chiuse, dove i tifosi e gli ultras potrebbero scannarsi in santa pace, senza che a rimetterci siano sempre i cittadini che non vorrebbero mai più sentire alla tv di simili orrori?

Cose da Italietta, of course...
Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:49
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inferno

sabato, 29 settembre 2007



La retorica è un esercizio che la Storia, a differenza di quanto si possa credere, non contempla.
La Storia non è fatta né di svolazzi aulici, né di commemorazioni solenni, né di eroismi né di omicidi. La Scienza Storica non è altro che un susseguirsi di fatti concatenati e, a volte, slegati tra loro, ma che hanno tra loro un minimo comune denominatore.
Sicché i fatti, i personaggi, le opere, la politica, la cultura, lo società e tutto quanto il resto, sono puntelli della Scienza Storica. Puntelli a cui essa s'appoggia, anche se sono distanti tra loro, anche se sembra che non abbiano una pertinenza diretta ed immediata con la "fonte" del periodo o degli eventi.

Gli eroismi, le baldanze, le commemorazioni, così come i sentimenti che suscita un evento storico, non fanno parte della didattica storica, ma ne sono solo un corollario, un di più, che la rende forse meno caustica e più interessante da leggere e studiare.

Ma la Memoria invece no.
Tra Storia e Memoria, anche se spesso vengono accostate fino ad essere perfino confuse, c'è la stessa distanza accademica che c'è tra la fisica dei quanti e la teologia mistica: due cose completamente diverse, anche se, magari, possono, in un dato momento, collidere e combaciare alla perfezione.
Non è che sia un male, beneinteso.
Se noi oggi riusciamo a leggere con "abbastanza solida" obiettività di fatti ed eventi del passato, lo dobbiamo anche ai geni scientifici che la Storia serba. Ma non è stato sempre così. Vuoi per la "vicinanza" relativa delle fonti, vuoi pure per il fatto che certi eventi vengono talune volte ritenuti ingiuriosi se non addirittura vergognosi, si tende spesso a "revisionare" la Storia, a deformarla e a deturparla del suo significato, per renderla più morbida, o più truce, a seconda dei casi.
Ma questo, non è altro che un atto di mistificazione, che comunque rimane sempre fine a se stesso, perché, come per la Matematica, le cifre non mentono mai.
Ovvio, se queste vengono computate in tutta onestà e senza stravolgerle.

Ci sono però casi in cui Storia e Memoria diventano un tutt'uno come si è detto, e all'orrore (per la maggior parte delle volte) della Memoria, contribuiscono "solo" i fatti essenziali, senza dover avere il bisogno di ricamarci sopra altro.

Uno dei fatti che riveste certamente queste caratteristiche, è sicuramente tutto quanto investì la corona di monti padani dal 29 di settembre del 1944, fino al 1° di Ottobre di quell'anno.
Esattamente 63 anni fà.
Esattamente lungo le pendici e quasi in cima del Monte Sole, nel paese di Marzabotto, e per le contrade limitrofe.

Quì, le SS tedesche, comandate dal Maggiore Reder, e affiancate da una pattuglia di scherani e ciompi repubblichini, fecero strage di innocenti e di civili, lasciandosi alle spalle nient'altro che  devastazione e rovine, sterminando interamente quei paesi, senza lasciare vivo nessuno, se non qualche superstite che si finse morto in mezzo a tutto quel carnaio.

La gente che abitava quei posti era composta quasi perlopiù da povere famiglie contadine, cui gli eventi bellici avevano tolto già quel poco che avevano: le braccia dei giovani figli maschi che dovevano occuparsi dell'agricoltura e del bestiame, e che invece, erano andati tutti a combattere.
Per il resto, come per la maggior parte dei paesi montani e rurali italiani, quella era gente che badava più ad accordare il pranzo con la cena e si raccomandava l'anima alla Chiesa, unico vero collante in quegli ambienti.
Il Comando tedesco della zona, invece, la pensava diversamente.

Tra quelle cime pacifiche si nascondevano i Partigiani dicevano, quelli della Brigata "Stella Rossa" e che nel '44 erano una dolente spina nel fianco all'esercito tedesco che occupava tutti i territori a nord della Linea Gotica, comandati dal Feldmaresciallo Kesserling.
Questo generale, che non aveva nulla a che spartire con la meccanica efficiente e con il geniale piglio militare di altri suoi blasonati colleghi come Rommel, roso dall'indivia verso gli altri quadri, era un tipo che intendeva dimostrare ad Hitler, di essere "il più Prussiano di tutti gli ufficiali", e lo dimostrava ordinando decimazioni, esecuzioni sommarie procedute da altrettanto sommari processi, rastrellamenti, confische ed altre amenità.

Volendo e credendo di poter estirpare il male partigiano, in un periodo dove i rapporti di forza col nemico inglese ed americano e russo s'erano messi sul brutto costante per lui ed il Reich, decise di annientare le brigate di "malfattori" che facevano scorribanda nelle montagne, e lo fece nella maniera più grossolana e crudele che si potesse immaginare: quando era difficoltoso stanare i resistenti, ordinava che i paesi dei dintorni, sospettati di fare la fronda, venissero messi a sacco e distrutti. E così fu.

L'eccidio di Sant'Anna di Stazzema, avvenuto un mese prima circa, e di Marzabotto sono tra gli episodi più odiosi ed inumani che la Storia moderna abbia narrato, secondi a nessuno e che fanno il paio, anzi la terna, con l'altrettanto odioso eccidio delle fosse Ardeatine a Roma.

Tutte le nazioni coivolte nella Seconda Guerra Mondiale hanno avuto la loro dose di eccidi e di atti che di umano non ne portano nemmeno i connotati: basta pensare alla cittadine di Coventry in Inghilterra, che nel 1940 venne distrutta coi bombardamenti a tappeto dell'aviazione tedesca, sperimentando una tattica che già questi avevano seguito nel 1936 durante la Guerra Civile Spagnola in un altro paese destinato a diventare un emblema: Guernica. Basta pensare pure a quello che dovettero subire gli ebrei nel ghetto di Varsavia.
Di esecuzioni a sangue freddo se ne contano (purtroppo) a centinaia, in tutto il mondo, e la Storia serve proprio a questo: a computarle e a renderne ragione, perché se ne abbia Memoria, e non si dimentichino mai.

E quindi, parliamo di cifre. Tra il 29 settembre ed il 1° Ottobre del '44 sul Monte Sole, nei paesi limitrofi e nelle vallate circostanti, furono uccise circa 3000 persone. Non combattenti, non militari, non resistenti: tremila civili inermi. Donne, vecchi, bambini.
I Tedeschi li ammassarono nelle Chiese e il falcidiarono, uccidendo anche un prete, Don Ubaldo Marchioni, che li invitava alla moderazione dall'altare mentre si stava recitando il rosario. Portarono 28 famiglie in un vecchio cimitero e passarono per le armi, sparando basso per poter colpire i bambini e gettando bombe a mano verso quei poveri cristi che cercavano di fuggire.
Di Marzabotto, non rimase nulla o quasi: tutti i ponti vennero fatti saltare, così come una risiera, i cimiteri, la Chiesa e le scuole. Niente, o quasi rimase, e Reder, non contento d'aver compiuto una strage, volle pure metterci la firma per i tempi a venire, disseminando le campagne di mine che poi, inesplose e lasciate all'abbandono, fecero vittime fino agli anni '60. Un atto spaventoso. Vergognoso.

Finita la Guerra, Reder cercò di fuggire in Baviera, dove venne arrestato ed estradato in Italia. Quì venne processato e condannato all'ergastolo, salvo poi uscire per grazia dopo molti anni, per intercessione del governo austriaco, evidentemente dimentico dell'occupazione tedesca dei propri territori nel '39, e dell'uccisione del Cancelliere allora in carica per ordine di Hitler.
Le responsabilità dei repubblichini italiani che vi parteciparono invece furono appurate ed erano certamente più pesanti. Quindi Lorenzo Mingardi e Giovanni Quadri, diretti responsabili di omicidio, strage ed incendio, vennero processati, e uno di loro (Mingardi), essendo segretario del fascio di Marzabotto proprio in quel periodo, venne condannato a morte, pena che poi gli fu commutata in ergastolo, che però non scontò del tutto per un'aministia successiva.

Ecco tutto.
Basta.
I numeri hanno detto tutto, e non hanno detto niente.
Per questo serve la Memoria: perché simili cose non si ripetano mai più, e perché il Fascismo, come il Nazismo, debbano essere combattuti ed odiati. Senza eccezioni.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:42
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inferno

sabato, 07 aprile 2007

Stasera inauguriamo una nuova categoria: quella che si chiamerà “Inferno”.
No. Non si tratterà di scrivere o pubblicare cose che hanno a che fare con l'occultismo, il satanismo e similia. Piuttosto si parlerà sì di Inferno, ma non di quello propriamente soprannaturale, bensì di un Inferno più duro, orrendo e reale: quello, tanto per intenderci, dettato dalla follia, dalla stupidità e dall'autolesionismo dell'uomo.

Un bestiario di atrocità commesse dall'essere umano nel corso del tempo. Posti di sterminio e di desolazione, dove non ci sarà altra scelta che non sia l'inorridire. Inorridire e pensare. Pensare a quanto possa essere, il più delle volte, beffardo e crudele il destino di altri uomini, a noi simili, sacrificati in nome di un dio sconosciuto ai più che si chiamava (e si chiama ancora, purtroppo) per bocca dei generali e dei politici, “Patria e Onore”, e che invece ha significato solo ed esclusivamente l'essere usati come “carne da cannone” e l'essere mandati ad infrangersi sulle linee nemiche, composte da altri esseri simili a noi, ancora, come “cenci ad asciugare”.




»»» A partire dal 1916 l'esercito tedesco pose in atto un'azione bellica che sui manuali di tattica di quel tempo veniva chiamata “Strafexpedition”, ossia una manovra concentrica di armate soldatesche che in poco tempo potesse mettere fuori gioco i nemici e annientarli con una forza d'urto che mai si sarebbe vista prima.
La prima volta che se ne cominciò a parlare fu già prima del 1916, quando la Grande Guerra era appena iniziata, e Austriaci e Tedeschi, costretti alla non belligeranza con l'Italia che a quel tempo s'era dichiarata neutrale, volevano liquidare il nostro paese in poco tempo per togliersi di mezzo uno scomodo avversario che, si sapeva, giocava su più tavoli: con le potenze dell' Intesa (Inghilterra, Francia e Russia) e con quelle della Triplice (che comprendeva Austria e Germania, oltreché, naturalmente, la nostra).
Visto che però la guerra globale, che si pensava dovesse essere di poca e brevissima durata, si giocava principalmente su altri scacchieri di potere e di forza, che erano quelli di Francia (occidentale) e di Russia (orientale), la “Spedizione Punitiva” contro l'Italia venne accantonata dagli Imperi Centrali, che decisero di concentrarsi dapprima sul fronte occidentale per abbatterlo in pochissimo tempo e allo stesso modo, per poi alla fine concentrarsi su quello orientale che, si presumeva, vista la vastità delle terre russe, avrebbe tardato a formarsi.

Il piano in due parole quindi era questo: concentrare il maggior numero di truppe contro la Francia ed abbatterla con la forza di un rullo compressore, ottenendo il risultato di isolare l'Inghilterra sul suolo europeo, sfruttando la disorganizzazione cronica delle truppe dello Zar, per poi voltarsi verso il suo Impero e farlo a pezzi.
La Francia era considerata una nazione con un esercito forte e bene addestrato seppur elefantico, dotata, tra l'altro, di una linea difensiva, la "Maginot", che partiva da sopra Parigi e si estendeva a sud-ovest con poderose rientranze inespugnabili. L'unica maniera per poterne aggirare le mura e quindi penetrare nel cuore pulsante della nazione era passare da sopra: per il piccolo Belgio, neutrale, la cui non belligeranza era stata fino a quel momento garantita anche dal Kaiser tedesco.

Le truppe imperiali tedesche, dunque, in barba a qualsiasi trattato di non invasione, ruppero gli indugi e penetrarono nei territori belgi, certi di trovarne poca o nulla resistenza. Le cose però non andarono propriamente così: la piccola ma agguerrita comunità fiamminga resistette come potè agli attacchi germanici, facendo saltare ponti e opponendo una strenua difesa delle città e delle terre, combattendo anche casa per casa.
Naturalmente nulla potettero contro gli eserciti invasori, ma un risultato l'ottennero: quello di far perdere tempo ai tedeschi, dando modo ai francesi di organizzare e mobilitare le truppe necessarie alla guerra di difesa, che si svolse poi, per i due anni successivi, sulla Marna, fiume che delimitava l'omonima regione, e che si risolse in un carnaio indescrivibile, facendo tramontare definitivamente l'idea della “Guerra Lampo”, come fino ad allora si era pensata. Vi morirono tra i contendenti più di 500.000 uomini, una cifra spaventosa che mai si era registrata e documentata nei tempi moderni.

Prima di raggiungere la Marna i tedeschi dovevano invadere per accerchiamento una cittadina belga che si chiamava Ypres.
Questo centro cittadino, modesto ma situato in una posizione strategica, essendo una cerniera straordinaria tra mare e parti industrializzate del nord europa, fu teatro di un vero e proprio massacro di distruzione, a partire dal mese di Luglio del 1916. Quì i tedeschi bombardarono gli impianti e cannoneggiarono con le loro artiglierie tutti gli edifici cittadini, radendoli al suolo, mietendo vittime civili, saccheggiando e trucidando i ribelli nei modi più efferati che si possano immaginare, oltreché, per piegare le ormai residue ma testarde resistenze, asfissiando per la prima volta fino ad allora i nemici con il gas.

Si trattava di quello che i chimici hanno chiamato “Gas Mostarda” per via del colore verde-giallognolo e per il caratteristico odore di aglio e senape.
I poveri soldati belgi, inglesi e francesi, quella mattina videro dapprima alzarsi una nebbia densa di colore incerto che si avvicinava, poi questa, spinta dal vento che spirava dalla loro parte, non dette loro nemmeno il tempo di indossare le seppur rudimentali maschere antigas in loro dotazione.

Il gas consumava i loro polmoni rodendoli dal didentro, piagava la loro pelle in bolle e cicatrici purulente che procuravano bruciore insopportabile ed escoriazioni sanguinolente. I più fortunati, quelli che riuscirono a scappare da quell'Inferno, dovettero essere ricoverati negli ospedali da campo in condizioni pietose. Il gas mostarda penetrava la pelle anche attraverso i vestiti, menomando per settimane il fisico dei soldati, la cui maggior parte non si riprese più o morì di patimenti inenarrabili dovuti all'intossicazione degli organi.

Molti di quei soldati che morirono in mezzo a quella enorme carneficina erano giovani appena ventenni: studenti e volontari infervorati di patriottismo che più di ogni altro pagarono le conseguenze della loro avventatezza, morendo a centinaia di migliaia, tanto che alcuni vennero trovati ancora con la matita in mano o con le cuffie alle orecchie.
Col senno di poi, con la necessaria retorica che la Storia registra, la battaglia di Ypres venne chiamata “Strage degli Innocenti”, riferendosi proprio a questi poveri sventurati che nulla potettero contro l'atroce inventiva del nemico.


Per la cronaca, dopo più di cinque ore in direzione francese, il vento cambiò direzione, rimandando al mittente il veleno, che tra morti e feriti pagò così l'uso di un'arma che fino ad allora mai nessuno aveva conosciuto.
Da allora, quel gas viene chiamato “Iprite”, ed è stato una delle cause scatenanti del processo mediatico che gli americani di oggi hanno imbastito contro l'Iraq di Saddam Hussein per averne pretesto d'invasione, reo di produrne dosi massicce che si pensava egli volesse usare come “arma di distruzione di massa”.
Prostrato da Garm alle ore 00:50
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