lunedì, 30 marzo 2009

Ogni giorno che m’era rimasto lo dedicavo a lei.
A lei e a quel viso da gatta che immaginavo le si stampasse in faccia quando, con una smorfia appena accennata, doveva aver dovuto pensare a me. Ogni giorno che passava a lei era consacrato; unto di cenere ruvida, e di insipida ambra bollente che mi scioglieva la lingua in un languore che adesso non so proprio più immaginare.
Ma le ricordavo benissimo le mie nocche sulla tastiera, mentre fuggivo dalla luce e dal calore del giorno: scrivevo parole tinte di scuro nell’abbraccio violento e volgare della notte.
Ma non era il mio destino.

La sognavo, in quei momenti.
Con grande apprensione e brama ne desideravo anche la più piccola rimanenza d’odore: quel profumo selvaggio di viole calpestate, quasi di ferro, come quando smette di piovere e sull’erba sembra crescere una pellicola invisibile di fresca amarezza; mi prendeva alla gola, e mi lasciava, dopo averla abbracciata, quasi basito. Inerme a tutte quante le cose che volevano e dovevano passare.
Le nuvole, che contano? E così pure l’enorme evanescenza del cielo trapuntato di stelle fisse, immobili.
Non era il mio destino.

Nemmeno adesso, quando anziché sognare dei suoi atteggiamenti liberi dal pudore, del suo imbarazzo di bambina ingenua, dei suoi baci lunghi e tortuosi e delle sue carezze velate di sensualità, mi trovo a dover “pensare” d’immaginare un tramonto più brullo di questa terra bagnata, che mi è entrata persino sotto le pupille chiuse, serrate dal sudario che mi avvolge.
Non era il mio destino dover vivere, dopo che lei, una sera come tante, tornato a casa completamente ubriaco e fatto, senza nemmeno sorridermi con il suo volto santificato e consacrato e frustrato dalle mie sregolate giornate, mi affondasse dieci coltellate nell’addome.
Lei non era il mio destino. Adesso lo capisco.


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nerovoragine

mercoledì, 29 ottobre 2008



"Mia cara signora Budd,
Nel 1894 io e un mio amico decidemmo di andare in Cina e salpammo da San Francisco diretti a Hong Kong. A quel tempo esisteva molta carestia in Cina, c'era la fame e la povertà dilagava. Per mangiare qualsiasi cosa il prezzo variava da 1 a 3$. La gente soleva vendere i propri bambini sotto i 12 anni per comprarsi un po' di cibo. Un ragazzo o una ragazza sotto i 14 anni non erano sicuri in strada. Tu potevi andare in un negozio a chiedere della carne, e specificatamente ti tagliavano la parte di un corpo di un bambino o una bambina che desideravi. Le parti del corpo più gustose erano persino maggiorate di prezzo.
Il mio amico John stette così a lungo che ci prese gusto nel mangiare carne umana. Quando tornò a New York rapì due ragazzi, uno di 7 e l'altro di 11 anni. Li portò nella sua abitazione, spogliò i loro corpi e li rinchiuse in un ripostiglio. In seguito bruciò tutto. Spesso li torturava giorno e notte, così che la loro carne diventasse buona e tenera.
Dapprima uccise il bambino di 11 anni, perchè aveva il sedere più grasso e sicuramente c'era molto da mangiare. Ogni parte del suo corpo fu cucinata e mangiata eccetto la testa, le ossa e gli intestini. Fu arrostito, bollito, cotto alla griglia, fritto e cotto a stufato. Il più piccolo fece la stessa fine. A quel tempo ero il suo vicino di casa, mi aveva parlato del gusto di questa carne, ed ero tentato di provarla.
Quella domenica del 3 giugno 1928, vi chiamai e vi portai dei doni. Mangiammo il pranzo e Grace mi baciò. Fu in quel momento che mi venne voglia di mangiarla.
Col pretesto di portarla a una festa di compleanno, dopo aver chiesto il tuo permesso, la portai in un'abitazione vuota a WestChester che avevo già acquistato. Quando arrivammo, la bambina rimase fuori a raccogliere dei fiori, mentre io andai al piano di sopra per togliermi i vestiti. Non volevo sporcarmeli di sangue.
Quando fu tutto pronto, andai alla finestra e la chiamai. Mi nascosi nel ripostiglio mentre lei era in camera, uscii fuori e quando lei mi vide nudo cominciò a gridare e cercare di scappare. Io la presi e lei disse che avrebbe detto tutto a sua madre.
Prima la spogliai con difficoltà, continuava a tirarmi calci, mordere e sputare. Ho dovuto soffocarla per ucciderla, poi la tagliai in piccoli pezzi così da poter portare il cibo nelle mie stanze, cucinare e mangiare. Che dolce che era il suo tenero sedere arrostito. Mi ci sono voluti 9 giorni per mangiare interamente il suo corpo. Non l'ho violentata, volevo che morisse vergine."
Prostrato da OzzyRotten alle ore 13:55
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nerovoragine

giovedì, 17 luglio 2008



Forse è il mondo a girare al contrario. O forse sono io ad essere semplicemente storto.

Ogni volta che la guardo, pensandola, riesco a distinguere ogni più piccolo particolare del suo viso.
Di più! Della sua anima stessa. Mi fermo e soppeso con cautela quanto i dardi illuminati nelle mie iridi possano infastidirla invadendola. Così: da uno sguardo fuggevole, quasi rubato, fino man mano a sembrarmi di penetrarla sempre di più nel profondo.
Ma lei non è mia. Mai.

Cammina barcollando, troppo piena del cattivo gin che si è fatta offrire nei pub lungo i vicoli, dove la sera sembra di trovarsi in caverne, e dove a frequentarli c'è gente venuta da chissà dove: arrivata, sedutasi, poi rialzatasi, poi alla fine andata. Senza lasciare nulla lungo la loro invisibile scia.
Arrivare, adocchiare, sedersi e bere - pochi penny -, rigirarsi un pò sulla sedia, guardarsi ancora attorno - qualche penny in più -, andare.
Dove? Uscendo, di fianco all'ingresso, in quel budello dal fondo sconnesso stretto e senza uscita, dove non c'è né la brezza che viene dal fiume, né la luce di nessun lampione, né il soffio profumato delle cose che stanno nel profondo dell'acqua.

- Con una sterlina lo faccio piano -.

E io ho annuito.
Forse è il mondo a girare al contrario. O forse sono io ad essere semplicemente storto.
Quando mi ha fatto cenno di avvicinarmi alle sue gambe oscenamente aperte, incrociate in quella "V" di carne scura, ormai asciutta e tumefatta, usata da chissà quanti uomini, dopo essersi stesa supina a terra, senza nemmeno uno straccio per non sporcarsi, ho chiuso gli occhi, ho messo la mano nella tasca, le ho chiesto di liberarsi di ogni pensiero e di chiudere gli occhi a sua volta, di aprire la bocca, e di dirmi un semplice «Ti amo». Poi più nulla. Solo un «Ti amo».

L'ho violata.
Così: dapprima con uno sguardo imbarazzato semi-invisibile, poi col tacco della scarpa che le ha sfondato la testa con un tonfo sordo e quasi liquido quando è rimbalzata sul ciottolato della strada, poi col coltello affilato che avevo in tasca. Dall'addome allo sterno. Un taglio difficoltoso, duro. Con tutto quel sangue caldo che zampillava isterico e si spandeva e s'anneriva in scie incerte.


Forse è il mondo a girare al contrario. O forse sono io ad essere semplicemente storto.
Ma questa è la mia maniera d'amare. Così: dapprima cautamente come il tocco di un felino che va per i tetti e sui comignoli spenti, poi sempre di più. Sempre di più nel profondo.

»»» Jack lo squartatore (inglese: Jack The Ripper) è lo pseudonimo dato ad un serial killer che ha agito a Londra, nel quartiere degradato di Whitechapel e nei distretti adiacenti, nell'autunno del 1888. Il nome è tratto da una lettera, pubblicata al tempo delle uccisioni, destinata alla Central News Agency e scritta da qualcuno che dichiarava di essere l'assassino.

Durante la sua attività criminale, sono state attribuite a Jack lo squartatore cinque vittime, ma è possibile che abbia ucciso anche altre persone.

Il primo delitto ha dato modo di conoscere, oltre all'abilità del killer, anche il suo modus operandi e la tipologia delle sue vittime, soltanto prostitute sventrate e sgozzate. 
⇒Wikipedia
Prostrato da OzzyRotten alle ore 19:46
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diary of a madman, nerovoragine

venerdì, 20 giugno 2008

C'è un'umidità così pesante per la strada che tronca il fiato.
Preme sul petto come un macigno, e la sento posarsi sulle spalle, sulla polo dal colore scuro che le copre e che aderisce alla pelle bagnata come una ventosa, e mi piega, mi schiaccia senza che io possa farci niente.

Ogni volta che l'aria s'addensa in particelle d'acqua così grandi, così pesanti e dal colore e sapore di una pillola di piombo ruvido che non riesco ad inghiottire ma che mi resta ferma in gola, in testa mi pungono pensieri assurdi: gli occhi dalle orbite dilatate si muovono senza rumore, e annuso quell'incresparsi lieve ma costante dell'aria come se fossi un lupo, mentre attento, tendo l'orecchio ad ascoltare il chiassare morboso della nebbia che s'abbassa.
Una ragnatela che si spande lungo le superfici crespe e frastagliate che sembrano morire con lentezza, ingrigendosi e senza dar più nessun passo.
C'è un'umidità così pesante e densa per la strada, oggi, che le macchine sembrano fermarsi anziché proseguire.
Ad ogni stridore di pneumatici sembra che si appiattiscano verso l'orizzonte limitato che si chiude man mano, laggiù, non più in lontananza.


La conobbi in una giornata così, la mia bella. Proprio mentre ero assorto nei miei labirinti muti, ignorando il casino pazzesco che tutto intorno si consumava e riportava immediatamente tutte le cose alla loro cinesi abituale.
Qualcuno mi passò di fianco, ma io manco lo vidi. Si scontrò contro il mio braccio, e una scossa mi prese con prepotenza, risvegliandomi dal torpore languido e straniante che mi aveva incastrato nella bocca della sua tenaglia.
Una mano piegata leggermente in avanti spuntava appena da sotto un lenzuolo sporco appoggiato a terra, a coprire un cadavere sull'asfalto.
Aveva un anello d'oro all'anulare che non brillava, non aveva riflesso alcuno. Le dita appuntite e piegate ad arco sporche di macchie di sangue rappreso, mischiato alla pesantezza della nebbia fitta che le aveva rese immobili.

C'è un'umidità che fa spavento su questa strada oggi.
E io mi trovo dove raccolsero la mia bella sconosciuta che la stava attraversando, un giorno come questo, quando un'auto di grossa cilindrata sbandò sulla banchina e la investì in pieno, troncandole la spina dorsale di netto e rubandole con violenza la vita un attimo prima appannata dal languore della nebbia che calava come un coltre morbida e tranquilla, che sembrava innocua, che sembrava innocente, che invece la rese cadavere.

La stessa nebbia, nella stessa umida giornata di un giorno morto, simile a questo, dove io sto impalato in mezzo alla carreggiata, a godermi la dolce e lasciva quiete immobile di una foschia che sembra essere mia amica immortale.

Prostrato da OzzyRotten alle ore 20:37
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nerovoragine

venerdì, 23 giugno 2006

Marlboro alle quattro del mattino,
computer,
offset,
polilinea,
scala,
pacchetti vuoti dappertutto,
cenere sulla scrivania.

Caffè,
caffè,
caffè.
Occhiaie grosse come noci,
incazzature,
caffè,
offset,
i soldi,
quello che manca,
quello che viene viene,
il cellulare perso e sepolto sotto ai libri.
Caldo infernale.

Coscienza malferma,
punti,
linee interconnesse che mi si piantano nel cervello.
Non so bene se uscire,
dormire,
svenarmi o continuare.
Cibo,
caffè,
marlboro,
marlboro,
marlboro.
Avrò i polmoni come una ciminiera industriale?
Caldo infernale.
Cani che abbaiano,
occhi che mi osservano,
patetici,
languidi,
latenti,
inevitabili.
Inutile nascondersi.

Marlboro,
caffè,
Marlboro,
caffè.
Relax,
tempo bastardo che rincorro e non raggiungo.
Vodka ghiacciata e menta.
Detesto la menta.
Detesto la barista.
Detesto questi pomeriggi bestiali a sbavare e sudare e trangugiare torture per il mio fegato. Marlboro,
caffè,
Marlboro,
caffè.

Riunioni di lavoro,
cravatte: rosse come i socialisti.
Amilcare Cipriani,
nere come i Repubblicani.
La testa della barista nel frigorifero.
Caldo infernale.
Troppo caldo.
Relax,
caffè,
Marlboro,
carne cruda e sangue sulla mia barba non rasata.
Morirò prima o poi?

Marlboro alle quattro del mattino,
computer,
offset,
curve,
spezza,
taglia,
unisci,
allinea,
fai a pezzi.
Fai a pezzi le sue gambe grige e tumefatte.
Caffè alle sei.
L'Unità,
il culo della nuova e bella barista.
Occhi che scrutano e mi osservano.
Sonno che mi manca.

Pensieri.
Notte,
vasca sporca.
Odore di putrescenza,
carne cruda,
Marlboro,
acqua pura,
vomito,
paura:
di perderla,
di non trovarla,
d'abbandono e di tacita fuga,
di spazientiti spazi e nervose linee senza F8.
Niente.
Niente.
Niente.

....
....
....
....
....
....
....
....
.....

Silenzio.
I cani non abbaiano più. Nemmeno un filo di vento increspa il sonno di tutte le cose.
Io sono un anello della catena alimentare.
Qualcosa che ha a che fare con Darwin, l'evoluzione delle specie e la loro estinzione.

Niente ancora, ma almeno i cani non abbaiano ed il caldo è sopportabile per un pò.

Per oggi basta con i ritmi serrati e gli orari impossibili. Mi dedicherò a fumare qualche Toscano Antica Riserva, a scrutare su qualche atlante e a sognare di viaggiare. Poi sparire, per non dover ritornare più.
E nulla che mi possa fermare. Niente che voglia farmi tornare indietro.
Magari potrò pure dedicarmi ad un riposo più regolare e profondo.
La fatica per farla a pezzi, cavarle le orbite, strapparle la lingua a morsi, confezionare pacchetti regalo con i suoi polmoni, i pezzi del suo cuore e qualche falange scarificata, mi hanno esaurito completamente.

Non c'è programma di disegno che possa riprodurre il Limite matematico della sua carne che è andato da quando è vissuta e mi sorrideva, mesta, da dietro al bancone del bar, fino a quando ho segnato la sua fine, e ho ricomposto, ancora una volta, l'ennesimo anello morboso ed oscuro, nella catena alimentare universale.

Due giorni infernali. Speriamo passino presto, e non tornino mai più.
Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:49
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nerovoragine

sabato, 17 giugno 2006

Scheletri.com, portale di letteratura, cinema, arte, pittura, libri ed altro, dedicato completamente all'Horror in tutte le sue forme, ha pubblicato, oggi, il racconto "Un Giorno Ordinario" che postai qualche tempo fa in questo Reame.

Ringraziando la redazione di Scheletri per l'egregio lavoro che svolgono riguardo ad un tema come quello Horror e grand-guignolesco che, molto spesso, è casa e "cosa" di molti, forse troppi; posto la prima parte del racconto e le descrizioni sommarie delle altre storie pubblicate assieme alla mia, con, di seguito, i link per leggerli sul portale.

Uova di pidocchio - Adriano Marchetti
Il passato di un ex soldato torna a farsi sentire

Notte tranquilla - Cristian Tomassini
Strani eventi sconvolgono la vita di un uomo

Il Cliente  - Jonathan Della Giacoma
Curiosi personaggi in un negozio di telefonia

Un altro giorno - Andrea De Scudery
Routine di un tossico

Un Giorno Ordinario - Ozzy Rotten
L'atroce follia di un individuo

»»» Oggi sembra una di quelle giornate trascorse in maniera talmente inutile che, se non fosse esistita, allora, nessuno se ne sarebbe accorto.

Ho passato le ore della mattina a sonnecchiare, e prendere in mano qualche libro dalle pagine piegate che odorava di ciclostilo e tarme, ho acceso la tv irritandomi per la stupidità dei programmi dedicati alle casalinghe che danno tra le nove e l'una, ho cercato di lavorare un pò, fingendo di non sentire il dolore atroce che mi sfiancava le membra e metteva in moto un'emicrania selvaggia che mi penetrava il cervello come un trapano da settecento watt.====>> Continua a leggere...
Prostrato da OzzyRotten alle ore 15:28
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diary of a madman, nerovoragine

lunedì, 05 giugno 2006

Oggi sembra una di quelle giornate trascorse in maniera talmente inutile che, se non fosse esistita, allora, nessuno se ne sarebbe accorto.

Ho passato le ore della mattina a sonnecchiare, e prendere in mano qualche libro dalle pagine piegate che odorava di ciclostilo e tarme, ho acceso la tv irritandomi per la stupidità dei programmi dedicati alle casalinghe che danno tra le nove e l'una, ho cercato di lavorare un pò, fingendo di non sentire il dolore atroce che mi sfiancava le membra e metteva in moto un'emicrania selvaggia che mi penetrava il cervello come un trapano da settecento watt.

Siamo piccoli, siamo insignificanti, siamo brutte sfaccettature superflue di una natura e di un mondo per cui risultiamo alla fine inutili; putrescenti totem fatti di carne, rappresentanti di una civiltà che vorremmo più avanzata ed umanizzata ma che riusciamo a mortificare ed affossare anche in questa semplice maniera: facilmente, mettendola da parte e congelandone un millimetrico pezzo, un giorno inutile, senza senso, vuoto, attorniato da cerchi concentrici di grigio e clima freddo, da verde lussureggiante e rumori di lontananza che sembrano anteporsi, meccanica aborrente, a frusciare e bisbigliare di qualcosa di più grande, di più forte, di più sublime, e che vorremmo ci penetrasse, permeasse ogni nostro gesto, lo innalzasse e lo immolasse ad un baffuto e spinto "contatto" che però, si sappia, noi non saremo mai in grado di perorare, vista l'indifferenza naturale delle cose animate e degli empirici disegni secolari, nei nostri confronti.

Ogni tanto, mentre ripassavo pagine e pagine di carta, prendevo caffè o mi avvicinavo alla mia scrivania, dalla finestra sentivo un leggero battito, come di cose che volevano che io dessi retta loro, come di un cuore dal battito infinitesimale che però, regolarmente, si sente e sparge il seme del suo sangue lungo l'asfalto della strada, la punta dei monti, il respiro degli alberi umidi, il calore preservante dell'humus nel bosco.

Ho deciso di non pranzare per non aggiungere un sicuro mal di stomaco all'emicrania che, continua a martellarmi le tempie, sempre presente, sempre frustrante, angosciante e flessuosa.
Mi verrebbe voglia di prendere un'accetta e aprirmela questa cazzo di testa, per poi mettere a mollo il cervello incandescente ed ancora palpitante.
Avrei voglia di mozzarla questa testa, e ripormela in freezer con tutte le appendici del collo ancora sanguinanti, su un bel piatto bianco smaltato.
Ma non mi riesce possibile perché non trovo né un'ascia, né uno strumento adatto allo scopo, e allora mi affliggo ancora di più.

Me ne torno nel letto, angustiato più che mai, ma le lenzuola si muovono e mi soffocano come grovigli peripatetici e mai fermi.
Nemmeno sonno mi riesce di prendere. Sarebbe un ottimo metodo per seppellirmi ancora di più in quel torpore che sembra inghiottirmi come se fossi in un calderone infernale dove l'unica via d'uscita è la dannazione della mia anima.
Dopo una lotta senza quartiere, alla fine, riesco ad addormentarmi, e mi dimeno in uno stato Rem convulso e leggero, che mi stronca ogni possibilità di stare tranquillo: ho freddo se mi giro di lato, mi batte la testa standomene supino, mi si blocca la circolazione se provo a riscaldarmi ponendomi in posizione fetale.

“Oh! Stronzo! Ma le muovi quelle cazzo di gambe? Ti muovi, faccia di cazzo? Allora! Quanto cazzo di tempo devo stare ancora ad aspettarti?

Cristo, nemmeno questo siete riusciti a fare oggi, brutti stronzi. Troppo occupati a starvene beati a guardare il culo di qualche troia, eh?

Ma no, non preoccuparti, non ho intenzione di farti nulla.
Magari sai, potrei... potrei... potrei...
Magari potrei, sempre che tu me lo permetta s'intende, sventrarti lo stomaco solo per vedere che cazzo c'è dentro, e magari strappartelo per inchiodarlo al lucernario della porta di casa tua. Sai che bello? A te, non mi avevi detto che ti piaceva la pop art?
Beh, a me fa schifo, ma sai, ci metto poco a cambiare idea.”

Continuo a rigirarmi nel letto, ed anche se mi sento mezzo addormentato, ogni volta che mi muovo sento cigolare qualche maglia della rete metallica di supporto, e questo pungolo mi entra facilmente nei lobi celebrali stimolandoli, rendendoli ancora di più vulnerabili.

“Chissà, se morissi, quanta gente verrebbe al mio funerale.
Chissà se mia madre piangerebbe come ogni madre che si rispetti.
Sciocchezze. Certo che piangerebbe! È mia madre per la madonna! Piangerebbe eccome!
E come sarebbe la mia tomba? Il mio tumulo?
I becchini la chiuderebbero con quel puzzolentissimo cannello a stagno che mi costrinse una volta, non ricordo bene quando, ad usarlo per saldare le braccia ad una vedova al cimitero che strappai di forza davanti alla tomba del marito?

Ricordo che scalciava come una capra che non volesse essere legata. Non credo fosse per la violenza che io le usavo, ma perché, forse, all'inizio, pensava fossi un qualcuno di sua conoscenza che volesse alzarla e consolarla della perdita del suo compagno.
Ma ci mise poco a capire che così non era.
I suoi occhi, stranamente lucidi per le copiose lacrime prima, diventarono rossastri ed iniettati di sangue quando le strinsi il petto e la strappai alle sue lamentele.
Mi guardava con terrore non riconoscendomi, e gridava talmente forte che dovetti prendere una pala e sbattergliela forte sul muso per farla stare zitta.
Più e più volte, sempre più forte perché, ad ogni colpo si alzava un grido sempre più alto.
« Brutta puttana, ma perché non te la tappi quella cazzo di fogna?»

Nel camposanto non c'era nessuno, e questo mi riempiva di felicità.
Stavo bene, mi godevo quel poco di tangibile felicità eterna che riuscivo a strappare dalla pace eterna dei morti.
Gente che ormai non soffriva più.
Che siano stati al cospetto del padreterno, o a ruminare radici amarognole infestate di vermi ed insetti, poco importa.
La voce dei morti non è altro che la pace, senza fine e senza orli.
Affascinante.

Dopo aver trasportato la donna nella camera ardente del cimitero, la poggio sul marmo freddo del piano rialzato su cui normalmente ci si appoggiano le bare e i fiori.
Svenuta, le si riconoscono bene attorno alla bocca sanguinante i segni dei calci e dei pugni che le ho dato con forza.
La osservo qualche momento, poi prendo a pestarla ancora di più. Le do cazzotti nella pancia, sul petto giungendo le mani, in faccia; mordo le sue orecchie fino a strappargliele, provo ad aprirle le pupille che cedono con delicatezza e facendo un rumore osceno, come di qualcosa di appiccicoso rimosso da una superficie.
I suoi occhi sono ancora iniettati di fluido rosso, come tanti piccoli capillari senza iride si muovono in una bacinella chiusa e concava.

Cerco qualcosa di appuntito per poterglieli cavare.
Poverina, deve essere uno strazio sentirsi tutti quei vermiciattoli che le tolgono luce.
Cerco qualcosa di appuntito, il meglio che mi possa offrire un cimitero per portare a termine il mio compito. Quando la trovo, ne saggio prima la pesantezza e la maneggevolezza, poi, senza indugiare ulteriormente, con forza assesto un colpo preciso e profondo sulle palpebre chiuse della donna.
Questa, risvegliatasi di soprassalto, urla a più non posso, costringendomi ancora a tenerla ferma con la mano che ho libera e solo dopo che le ho, ancora una volta, scaricato una serie di cazzotti e calci sulla faccia tumefatta e sanguinolenta, riesce a stare zitta e a ripristinare l'equilibrio di pace e silenzio che nel cimitero alita.

Il collo si è fatto grigio, noto, e le vene e le arterie si sono gonfiate come pompate.
Avvicinando l'orecchio al suo naso rotto non sento più respiro.
Allora strappo la piccozza dall'orifizio che le ho sfasciato e che fino a poco prima conservava il suo occhio destro e, con la stessa millimetrica precisione, assesto un colpo deciso nell'altro, facendo schizzare sangue lungo i pannelli di marmo marroncino e grigio che rivestono le pareti.

Il corpo della donna si è fatto rigido dopo qualche tempo che mi sono abbandonato a terra poggiandomi ad un angolo del muro, sporco di sangue e con righe di sudore che m'imperlano la fronte.
Devo decidere che cosa farne del cadavere. Poi però, “Cristo” penso, “Sono in un cimitero, che cazzo! Potrei inchiodarla a qualche croce di marmo, oppure cercare di disseppellire la tomba del marito, aprirla e ficcarla a forza su quel che resta del suo compagno...”.

Decido invece di tagliarla a pezzi e di metterla nelle urne cineree dell'ossario.
Sì, mi sembra un'ottima soluzione. Ma per gli intestini, per le parti molli, come si fa?
Vengo preso da una cupa disperazione.
Tutto è immobile e sembra accentuare il mio stato d'animo.

Quello che vedete scritto nei romanzi gotici: corvi che gracchiano, cancelli che cigolano, fuochi fatui, terre smosse, fiori appassiti, lamenti in lontananza nei cimiteri.
Quelle sono tutte sciocchezze.
Un camposanto è un'oasi di pace dove tutto è pulito e sistemato, dove il cancello di ferro pesante è pitturato di fresco, dove anziché i corvi gracchiare ci sono gli uccelli che cinguettano, a volte, tra i rami resinosi dei cipressi e dei pini.
Nient'altro.

Dalla mia macchina prendo una sega da cinquantasei centimetri, un punteruolo con la testa piegata per i colpi ed una mazza da quattrocento grammi.
Tornando verso la camera ardente, lordo di sangue che m'imbratta i vestiti, nessuno c'è ad osservarmi, niente di niente a porre fine al mio sporco ed orripilante lavoro: Nessuno.

Smembrare, staccare parti, mozzare, amputare, macellare un cadavere non è così semplice come si possa pensare.
Le ossa umane hanno sì funzione di struttura portante per le parti molli e per i muscoli, ma sono anche un'infallibile sistema di vincoli e di cerniere che impediscono ad esempio, all'addome di separarsi dal dorso, oppure alla testa d'essere spiccata dalla cassa toracica.
Così, dopo due ore di duro lavoro ed impegno, ho imbrattato di sangue e fluidi corporei tutta la stanza.
Magari dopo prenderò il sifone dell'acqua e laverò tutto, allagando il pavimento senza pendenza, oppure lascerò tutto così, sicché, quando qualcuno arriverà, si renderà subito conto del fatto che, per una volta, io ho trasformato un luogo di pace eterna, in un mattatoio o in un macello. Cosa che mi riempie di ilarità, talmente tanto che, mentre prendo diverse urne dall'ossario e le svuoto nei bidoni della spazzatura facendo alzare nugoli di polvere e ossa che il tempo ha divorato, mi metto a fischiettare un motivo che non mi ricordo di avere mai sentito in vita mia.

Tutto è apposto.
Mi ci sono volute venti urne per poter sistemare tutti i pezzi che, per quanto di mia possibilità, ho anche saldato l'uno all'altro con un cannello a stagno che ho trovato in un deposito d'attrezzi, e adesso giacciono ordinatamente sul piano di marmo, facendo sembrare quello che è successo prima, solo un incubo e nient'altro.
Le lascerò lì, adornandole da lumini funerari che rubo dai tumuli più vicini e da fiori che rubo dai vasi numerosi che trovo in giro.
Nella stanza adesso, oltre al fetore di morte, s'aggiunge il profumo antropomorfo di crisantemi e garofani, di orchidee e di rose, di cera che si scioglie e di disperazione ancora latente.

Le viscere le prendo su una spalla, o almeno cerco, visto che sono un groviglio senza fine e pesante, puzzolente e che sguscia via come un mucchio d'anguille.
Decido di appenderle ai lumi sulle tombe, tesandoli di tanto in tanto affinché non cadano sulle lapidi pulite o sulle foto dei defunti, ma non posso evitare che sgocciolino dappertutto, e alla fine, comunque, le lapidi sembrano come pali per stendere il bucato che non è stato strizzato, sporcandosi di macchie scure, quali blu e quali rosso cupo, quali marrone e quali chiare.

Uscito, senza ripulirmi, accendo lo stereo cercando di colmare il vuoto che mi si è prodotto in testa, e le note, feroci e potenti, svettano veloci e si conficcano nella gola, incapace di non stare dietro alla musica.”


FALL OF MAN

The fire in your soul is fading
When our worlds collide
The charming serpent slithers
While an innocent dies

I set a trap of the sneaking temptation...
You know I feel forever desire...

Cleanse yourself of all your sins
I can feel your sinful thoughts
Your look stain my soul
You are the virgin, you are the whore

Who am I to forgive you?
Turn away from the evil eye
Obey... You're mine...
Forever...

Get used to the pain now
It's only thing that's real
I've hidden the truth behind the mask
Forever bending the truth

I set a trap of the sneaking temptation...
You know I feel forever desire

Welcome to the afterglow of my past
The last chapter of the Fall of Man
Still, deep inside your weak heart
You know I'm the one... For you...

I set a trap of the sneaking temptation...
You know I feel forever desire

Prostrato da OzzyRotten alle ore 21:36
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nerovoragine

lunedì, 12 dicembre 2005

"Un'alba qualsiasi. È novembre. Incapace di addormentarmi e ancora vestito, mi rigiro nel futon come se qualcuno mi avesse acceso un falò in testa, anzi, nella testa, infliggendomi un bruciore costante che mi impedisce di chiudere occhio. Non c'è droga né cibo né alcolico in grado di alleviare l'intensità spaventosa della sofferenza che provo; ho i muscoli irrigiditi e i nervi in fiamme. Dato che ho terminato il Dalmane, ogni ora prendo un Sominex, ma non serve a niente e comunque presto finisco anche quello. In un angolo della camera da letto ci sono un paio di scarpe da donna Edward Susan Bennis Allen, una mano mutilata di pollice e indice, una copia del nuovo "Vanity Fair" e una fascia di seta sporche di sangue, mentre dalla cucina arriva l'odore del sangue che cuoce, e quando mi tiro su dal letto e barcollo fino al soggiorno le pareti traspirano e l'aria è satura del puzzo di un corpo in decomposizione. Mi accendo un sigaro, nella speranza che l'odore del fumo serva ad attenuare altro.
    Le sue mammelle, bluastre, sgonfie e con i capezzoli di una sconcertante tonalità di marrone, giacciono mozzate in una pozza scura di sangue rappreso al centro di un vassoio cinese di porcellana comprato da Pottery Barn, in cima al jukebox Wurlitzer, benchè non ricordi di avercele messe. Le ho anche raschiato via dalla faccia la pelle e la maggior parte dei muscoli, così che adesso somiglia ad un teschio dalla folta capigliatura bionda attaccato a un corpo freddo e praticamente completo; gli occhi sono spalancati, e i bulbi oculari pendono dalle orbite appesi ai neri ottici. Il petto è in linea di massima indistinguibile dal collo, e sembra carne tritata; lo stomaco invece, i cui colori predominanti sono rosso, bianco e marrone, è simile alle lasagne con melanzane e caprino del Marlibro, oppure al cibo per cani. Gli intestini sono in parte spiaccicati contro una parete, e per il resto attorcigliati sul piano di cristallo del tavolino da caffè come lunghi serpenti blu, o vermi mutanti. I frammenti di pelle rimasti attaccati al corpo sono dello stesso grigio-azzurro della carta stagnola. Dalla vagina è fuoriuscito una sorta di sciroppo marrone che puzza di animale malato, come se un topo fosse stato introdotto al suo interno per poi venire digerito, o qualcosa del genere.
   Per circa quindici minuti, fuori di me, estraggo dal corpo altre porzioni di budella bluastre, infilandomele in bocca fino quasi a vomitare, perchè sono umide e ripiene di una specie di impasto dal fetore insopportabile. Dopo un'ora di duro lavoro, asporto il midollo spinale e decido di spedirlo per posta, così com'è ma avvolto nella carta regalo e sotto falso nome, a Leona Helmsley. Voglio bere il sangue della ragazza come se fosse champagne, e affondo avidamente il volto in quel che rimane del suo stomaco, graffiandomi la guancia contro una costola spezzata. Il nuovo televisore, acceso in una stanza, trasmette prima il Patty Winters Show, che oggi è incentrato sull'allattamento al seno, e poi la Ruota della Fortuna, i cui applausi risuonano falsi ogni volta che viene girata una lettera. Con le mani lorde di sangue, respirando pesantemente, mi alento la cravatta. Questa per me è la realtà. Tutto il resto mi sembra come un film visto tanto tempo fa."

»»» Bret Easton Ellis - American Psycho, Einaudi Editore

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nerovoragine

domenica, 04 settembre 2005

[ Il Buio senza Fine ]

Per tutto quanto il tempo che l'uomo fissa le due figure dalla penombra del suo nascondiglio fatto di cemento e di intonaco che sembra trasudare parole, egli è conscio del fatto che due persone, quali che esse siano, sono legate da un destino che si fa comune quando le carni si fondono, gli sguardi si incrociano, le volontà si desiderano e accarezzano tutti i tasti_ lievi tasti_ che solleticano e permettono il normale "funzionare" delle cose.
Gli uomini sono tutti "uno e nessuno", niente può sfuggire a questa crudele e sempre permeabile legge che ha fatto dell'essere bipede e dotato di intelligenza, il dominatore di un mondo che piano piano egli stesso sta distruggendosi sotto i piedi.
Quello che non si vuol capire non è detto che debba rimanere sempre estraneo ai propri crismi ed alle proprie esperienze, quello che è sconosciuto, anzi, il più delle volte, anche inconsciamente viene da noi metabolizzato e spezzettato in mille puntine sparse, quelle che poi una calamita invisibile deciderà di raccogliere attorno ad un fulcro e renderle compatte, o forse probabilmente sciolte nell'acqua amara delle lacrime per una perdita.
Questo ha un senso. Quello che l'uomo ha deciso di fare è giusto per se stesso e per la sua singola Volontà che lo guiderà a lacerare l'intrico di sensazioni e di profuse complementarietà che i due individui spiati rappresentano.
Scostando un poco gli occhi dall'angolo che si è creato con la parete che gli sta davanti, l'uomo è certo di poter seguire i corpi della donna e dell'altro in maniera chiara, senza dover perdere tempo a preoccuparsi a che qualcuno, magari solo di passaggio, possa scoprirlo e chiamare qualche agente della sorveglianza. Egli deve anzitutto rimanere immobile nella sua ombra, rendersi invisibile, assumere tutti i connotati dell'inevitabilità per poterne poi gustare appieno gli effetti ipnotici del piacere che questa gli procurerà.
Qualcuno chiama questo "il lato buio del piacere", egli non comprende appieno che cosa rappresenti in linea con gli altri questa parola, egli è un "uno" che è nato soggettività, che non si spaventerà per il lungo ed arduo cammino che dovrà affrontare per perseguire i suoi scopi.
Abietti scopi.
La strada dell'eccesso conduce al palazzo della Saggezza, questo egli lo sa, vuole capirne i meccanismi, vuole addentrarcisi per tutti i percorsi possibili, siano essi materiali che spirituali ma, probabilmente, egli comprende, che ogni via è collegata all'altra da un sottile filo rosso che egli considera concupiscenza con tutto quello che è invisibile, gli altri, quelli che si chiamano "nessuno" invece apostrofano come "empietà" ed "omicidio".
Basta. I pensieri rullano come tamburi impazziti nella testa dell'uomo senza lasciargli un attimo di pace. Fuori il clima è mite, una sera bellissima dove è gradevole stare seduti al tavolino di un bar ad osservare le vite che si sfilano come grandi matasse di filo davanti agli occhi, magari con la compagnia di se stessi, magari senza quel fastidioso rullare che sbatte alle tempie come il rumore delle campane fanno alla domenica per la bocca dello stomaco.
Ridono, loro.
Ridono e non sanno che tutto quello che è inevitabile è destinato a squarciarsi, stasera. Il labirinto delle coscienze fuse e saldate assieme stasera saranno scassinate da una terza che le vorrà divise, per portarle, nuovamente, all'ovvia conclusione che la vita, come la morte, sono semi-permanenze scritte nei tempi dei tempi, negli eoni degli eoni, separate; e la loro unione è solo uno stupido palliativo per cercare di rendere più accettabile e di meno sacrificio il peso di un'esistenza insignificante e senza senso, spesa a rincorrere chimere nel mare affranto e dalle acque scure di fogna.

La donna e l'uomo che prima parlottavano tra di loro lungo i viali del parco, adesso si incamminano lungo le strisce di luce che i lampioni disegnano a terra. È strano quanto siano colpevoli i passi nel deturpare quegli angoli aspersi di luce artificiale, immobili nella loro esistenza notturna, immersi in uno spazio senza dimensione che fa sì che ogni filo d’erba sembri un universo a se stante, ed ogni zolla di terra un rialzo per troppe, davvero troppe parole inutili nel perimetro del mutismo naturale.
Trovata una panchina dove il buio divora tutte le ombre la preda maschile non perde tempo e si nutre le labbra della pelle delicata e profumata del collo di lei.
Gli occhi di quella donna sembrano in un’altra dimensione, che sia finta o reale non è dato sapere, che sia fittizia o superficiale solo lei può capirlo, ma pare gradire le avances del suo compagno che con la mano le sfiora delicatamente i lobi e il contorno degli zigomi e poi con le mani prende a scendere ripidamente lungo le tortuose curve del suo corpo che sotto ogni tocco comincia a palpitare.

Dietro al cespuglio il respiro dell’uomo è regolare. Il battito del suo cuore non è mai stato così chirurgicamente calmo e preciso, egli sa, egli deve compiere la sua opera, egli non ha paura perché la paura è dei deboli, degli inetti, di tutti coloro che non sono disposti a rischiare nulla per il raggiungimento di un fine.
Non sente caldo, nonostante i venticinque e più gradi e nella sua tuta solo i tremolii delle giunture si avvertono; per il resto, l’uomo non è che una massa di ghiaccio bollente, ghiaccio fremente che non vede l’ora di staccarsi dall’iceberg che lo ha generato per immergersi nell’oceano del suo privato piacere, in un paradiso di lussuria che nessuno gli perdonerà ma che lui ha deciso di accettare, di fare suo, di fare Legge.

Le mani dei due amanti adesso non si distinguono se non nei movimenti più convulsi, senza logica, senza senso alcuno. La donna ha aperto le gambe e lascia che le dita del suo compagno sfreghino con sempre maggiore violenza il suo pube. Geme, senza ritegno, senza pudore, senza vergogna.
Spinge il suo amante in avanti costringendolo a sedersi sulla panchina e gli apre la lampo dei jeans. Dal tessuto affiora il nerbo di lui: vigoroso, turgido e potente, come un fiore ripreso in sequenza dieci volte il suo incedere cresce di pari passo alla mano di lei che lo masturba e gli crea piacere. Le sue labbra sono velluto, la sua lingua delicatamente inumidisce quella protuberanza di carne che si è riempita di sangue e che tramite i propri centri nervosi collega un passaggio dalla carne allo spirito, al desiderio, alla leggera morte dell’orgasmo cerebrale.
La donna continua imperterrita a stuzzicare quel pezzo di paradiso che adesso si trova nella sua bocca e che tra un po’ decisamente pretenderà in corpo. Già pregusta le sensazioni che l’essere femmina le procureranno, già assapora il caldo orgasmo di lui che le inonderà la pancia e la farà sentire schiava e padrona del maschio che l’avrà posseduta.
Occorre saperci fare con gli uomini per farli impazzire, occorre che il lavoro di bocca e di mano sia concertato sapientemente affinché non diventi un monotono ripetersi di un esercizio che procurerà solo un’apparenza del pozzo profondo di piacere che invece, l’esperienza di una carne che trema, può e deve dare.
Alle sensazioni acute, se si ripetono ciclicamente, ci si abitua presto, e questo lei lo sa, per questo deve essere imprevedibile, scaltra come una gatta, sensuale sempre, stando attenta a non far venire il maschio prima che anche lei abbia attinto all’acqua torbida del pozzo, per potersene detergere il corpo e l’anima.
Tra mille spasmi del suo uomo, lei sente all’improvviso un sussulto maggiormente pronunciato rispetto agli altri. Sta facendo bene il suo lavoro di femmina, ne è sicura, deve continuare, continuare…
Ogni tanto alza gli occhi al viso del suo amante, le piace vedere il volto di lui deformato dagli spasmi che la sua lingua gli procura, le palpebre strette negli occhi cerchiati ed iniettati di sangue, le mani sulla sua testa e sui capelli che a volte vengono accarezzati, a volte premuti contro il cranio, ed è lei a dirigere quella sinfonia di carne e di umori; solo lei.
Le sue labbra sentono freddo, lei non riesce a spiegarsi perché. Dovrebbe essere il contrario, dovrebbe avvertire calore non freddezza, ma nel buio il volto del suo amante è chinato indietro e non si muove, sicuramente starà gustandosi il piacere che ella gli dona, un piacere silenzioso, affettato, contrito, stranamente contrito, come la morte ed il suo incedere.
La morte, infatti, adesso si è fermata, e la donna, immobile per un istante, sente una fitta profonda alla schiena, il freddo alle sue labbra adesso attraversa e contamina anche la sua testa che si fa pesante, spinta nell’inguine di lui dalla forza di gravità, e tutto quello che rimane dell’intreccio dei corpi è un colare di sangue lungo le giunture delle ginocchia che si fanno rigide e tremano in due sussulti.
Poi il buio, e niente più.

L’uomo guarda estasiato l’opera che è riuscito a compiere e senza nessuna difficoltà. Ne pare stregato, come quando, aveva letto, le streghe attorno al fuoco sacro danzavano e recitavano i loro incantamenti vestite di cielo, pervase dallo spirito pagano che le penetrava in tutti i pori ed in tutte le volontà.
La sua, di Volontà, gli ha suggerito di recidere un destino multiplo sciolto nella carne e negli atti impuri ma paradisiaci di due amanti che hanno deciso, per una sera, d’incontrasi con la morte e di accompagnarla ovunque essa vada.
Ha aspettato che la libidine dei momenti si facesse intensa e caotica, tanto quanto basta per potersi accostare alla panchina e con un guizzo poter trattenere la testa dell’uomo nel momento che si piegava all’indietro per i colpi di lingua della sua compagna, poi si è sfilato dalla cintola il coltello affilato e con un movimento preciso, naturale, gli ha tagliato la gola da parte a parte, lasciando che il sangue colasse all’indietro ed osservando la donna che ancora, ignara, lavorava di bocca non sapendo di praticare sesso orale con un morto.
Ha aspettato due minuti guardando la bocca e le labbra della donna che si muovevano ritmicamente ignare dell’orrore che stavano portando in scena, con un pubblico che anziché applaudire, sarebbe scappato, se ci fosse stato.
Passata la boria per l’anteprima che la bozza della sua opera d’arte gli ha procurato, ha afferrato per il manico il piccone che ha preso dal magazzino dalla porta aperta all’angolo del giardino e che probabilmente è il deposito del giardiniere comunale, poi lo ha alzato in aria ed ha sferrato un colpo preciso, senza esitazione, nelle vertebre della donna, vedendola accasciarsi in mezzo alle gambe di lui senza nessun grido, senza nessuno strepito, senza nulla che potesse distrarla dal viaggio con la morte che già ha reclamato una vita e, avida, ne ha ottenuto un’altra.

Adesso è tempo di scomparire, pensa l’uomo.
Non occorre che stia nascosto nell’ombra per godersi l’orrore ed il raccapriccio di chi scoprirà i due cadaveri, non ne sente il bisogno, non occupa parte del suo immaginario. Quelle sequenze le rivedrà in sé tante volte, come tanti pezzi di un collage che comporrà e disfarà quando vorrà.
Il piacere è solo suo, e di nessun altro, e passa anche per la leggera brezza e per l’odore della carne morta che si affloscia appena la presa del rigor mortis ha mollato i corpi.
L’arte è una missione troppo alta per poterla far comprendere alle pecore che girano come biglie impazzite per la terra.
L’arte è solo sua, la sua arte è piacere, il suo piacere è l’omicidio.
Prende a camminare verso la macchina posteggiata nel parcheggio aldilà del cancello del parco. Tutto è come prima. Nessuno sussurrava nelle tenebre tranne che il suo fiato dietro quella maschera atona che aveva indossato e per il tremito delle ossa inebetite dallo sforzo e dal piacere.
Apre il cofano, in lontanaza vede un uomo che cammina allontanandosi dai cespugli, forse sarà lui a scoprire l'orrore e lo scempio, probabilmente urlerà di paura e di disperazione, forse impazzirà per il raccapriccio non potendo più alienare la propria mente da quella scena da Grand-Gruignol che l'accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni.
Lo sconosciuto depone nel vano bagagli la maschera e la tuta, si toglie i guanti di pelle nera, chiude il cofano ed apre lo sportello della macchina e per un attimo ancora annusa l'aria intrisa dell'odore di morte e di putrefazione che solo il suo olfatto può avvertire, e per una volta ancora, sente pervadere tutto il proprio corpo con un tremore che lo costringe a rabbrividire.
Entra in macchina e chiude lo sportello inserendo la chiave ed accendendo il motore della berlina.
Prima di mettere la marcia gira lo specchietto retrovisore verso di se e con una mano si sistema i capelli che gli sembrano disordinati, poi le dita corrono alle ciglia lunghe e setose. Parte. Parte per andare in un'altro sogno, in un altro destino multiplo che renda larga e distorta la Volontà ed il piacere di lei.
Di lei che i suoi amanti chiamano Lady Heather, e che pochi, solo quelli che sopravvivono alla sua furia di mantide, ricordano come la donna della frusta, solo quella e niente altro.
Ma stasera è differente. Lo sarà per sempre.

»»»Leggi "Racconto in Nero" in Le Mani Nel Buio e Nell'Ombra

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nerovoragine, darkening

lunedì, 25 luglio 2005

La terra gira, ed attorno alle sue scie luminose disfano tutte le carezze che le ho dato sul collo.
Quel lembo di carne, contornato dall'odore fine del tessuto che lo cerchiava era un'estasi profonda che mai dimenticherò.

Non ho parole per descrivere quante le volte in cui le mie labbra incontravano quella valle di seta sospesa tra questi pensieri e quelli passati, che fanno male, colpiscono profondo, ma rilasciano tutta la loro essenza nei colori sfumati della mia solitudine.

"Spogliati", ed i vestiti cadevano a terra senza far rumore, perchè tutto me stesso albergava il corpo sinuoso e perfetto: quello della Ninfa, della mia "Febea", dell'illusione che sapeva darmi piacere con bocca di fuoco e tutto il resto a venirsene nella sinfonia di gotici richiami.

Con i miei ricordi ho costruito gli amplessi e i rivoli d'umori che colavano sensuali lungo le labbra, co i miei ricordi ho distrutto tutto quanto avevo edificato per darmi una parvenza di vita vissuta. Ma adesso lo so, che tu non sei altro che un soffio d'aria impazzito ed invisibile, speso in milel parole che dovrei scrivere e che non si vedono, perchè mie e di nessun altro.

"Esci dal nero baratro o discendi dagli astri?
Il Destino irretito segue la tua gonna
come un cane; semini a caso gioia e disastri,
e governi ogni cosa e di nulla rispondi.

Verso di te, candela, la falena abbagliata
crepita e arde dicendo: Benedetta la fiamma!
L'innamorato ansante piegato sull'amata
pare un moribondo che accarezza la tomba."

»»» Charles P. Baudelaire - Inno alla bellezza 

Prostrato da OzzyRotten alle ore 22:46
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nerovoragine